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REPORTAGE - CANADA

Sant’Anna dei montagnais
di Sara Laurenti – foto di Diego Zanetti
  

Nel Québec, la provincia canadese di cultura francofona, c’è un santuario dedicato alla madre di Maria, che è meta di un tradizionale pellegrinaggio da parte degli Innu, gli abitanti originari di queste montagne. Qui, a Sant’Anna di Beaupré, si specchia la fede, ma anche la sofferenza, di un popolo nativo che è stato vittima di una "civilizzazione" forzata.
   

Svetta scintillante e tutta d’oro la statua di sant’Anna, tra le guglie simmetriche dell’imponente basilica dedicata a lei, al centro di Beaupré, a mezz’ora di strada dalla città di Québec, solo un attimo per l’omonima provincia canadese grande cinque volte l’Italia. Guarda severa ma benevola il suo popolo di pellegrini, umanità dolente, che è qui a chiederle almeno una grazia.

Appese alle colonne della chiesa, centinaia di grucce: si dice che sant’Anna faccia miracoli fin dal 1658, quando, al posto della grande basilica eretta nel 1926, esisteva solo una piccola cappella di legno. Si guadagnò fama prodigiosa, sembra, per la guarigione di uno storpio, ma la storia più nota racconta del naufragio di alcuni marinai bretoni, durante una tempesta a Cap Tormente, e salvatisi dopo aver fatto voto alla madre di Maria.

Fedeli durante le celebrazioni della festa al santuario di Sant'Anna.
Fedeli durante le celebrazioni della festa al santuario di Sant’Anna.

È l’ultimo giorno di festeggiamenti per la santa: novene, Messe, rosari si susseguono senza sosta. Il popolo orante non è uno, ma mille, mescolati oggi come ieri, a partire dal 1534, quando, al momento dello sbarco sulle coste atlantiche del Nord America, i coloni francesi si trovarono davanti, tra i diversi popoli autoctoni, anche i nativi Innu (nella loro lingua, «essere umano»), abitanti di questa terra da oltre 3.000 anni.

La Chiesa si attivò nel convertirli e pose le basi per stabilire una colonia di europei che servisse come modello di comunità cristiana per loro. Chi è presente qui, legato a sant’Anna e al suo mito, in parte discende dai coloni europei, in parte dai primi abitanti.

Bambini innu giocano sulle rive del fiume San Lorenzo.
Bambini innu giocano sulle rive del fiume San Lorenzo.

Anna è una santa speciale: mai citata nei Vangeli canonici, solo in quelli apocrifi e, nonostante questo, patrona del Québec, legata a un culto antico che nasce nella Chiesa orientale ortodossa, di origine bizantina, e si estende a tutta la Chiesa latina a partire dal XV secolo.

«Nonostante le generazioni più anziane degli Innu – noti anche come montagnais perché abitavano un territorio montuoso – siano profondamente cattoliche, non hanno mai abbandonato completamente le credenze spirituali indigene. Hanno sempre vissuto un certo dualismo: nelle comunità la fede cattolica, nel bosco, durante la caccia o la pesca, la ricerca delle potenti forze spirituali, presenti anche negli animali, che influenzano la vita», racconta Annalisa d’Orsi, antropologa italiana che vive nella zona nord della provincia.

Fedeli durante le celebrazioni della festa al santuario di Sant'Anna.
Fedeli durante le celebrazioni della festa al santuario di Sant’Anna.

Molti di loro hanno percorso circa mille chilometri per essere qui a festeggiare la nonna di Gesù. Tutti, nessuno escluso, hanno la pelle olivastra e i capelli nero lucente, gli occhi scuri e allungati: un misto tra eschimesi e peruviani. «Da oltre trent’anni veniamo a venerare la nostra santa», racconta Sebastian, che porta una grande croce al collo ed è sceso da Natashquan con tutta la sua famiglia. «Facciamo volentieri dodici ore di viaggio e chiediamo a sant’Anna che ci conceda tanta salute». Si intromette nel discorso un’anziana della sua famiglia che non parla francese ma la lingua innu. Offre a tutti del banic, un pane tipico preparato, oltre che con farina e acqua, con amido di mais, sul quale spalma marmellata di una specie di mirtillo che nasce solo al Nord.

Tanti si sono accampati da giorni con la roulotte, e presto ripartiranno verso casa. «Oggi la situazione degli Innu è piuttosto drammatica in tutto il Québec. Con la dominazione canadese, questo popolo fu fatto oggetto di un processo di sedentarizzazione forzata. Nel corso del Novecento, vennero anche esercitate forti pressioni affinché abbandonassero la pratica della caccia, considerata alla stregua del vagabondaggio. Non era accettabile che in un Paese "civilizzato" vivessero popolazioni nomadi non scolarizzate. Dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, furono creati i pensionati, luoghi dove le nuove generazioni dimenticavano le loro origini e ricevevano un’educazione europea e cattolica», spiega la studiosa. «Masse di bambini venivano sradicate dalle loro famiglie e trapiantate in questi luoghi asettici».

La comunità innu di Maliutenam.
La comunità innu di Maliutenam.

Oggi si ritiene che tale processo stia alla base della distruzione della loro cultura. In quel periodo, inoltre, le autorità canadesi misero in atto il progetto di reinsediamento degli Innu in zone delimitate del territorio (riserve) per poter sfruttare le aree liberate per scopi economicamente redditizi (industria forestale, costruzione di miniere e dighe).

Il risultato fu disastroso. «Avendo perso il controllo del loro territorio e delle risorse, essi soffrono ancora oggi di un forte malessere sociale che trova espressione nel consumo di alcolici e droga e in un alto tasso di suicidi», spiega la studiosa, che sottolinea però i numerosi casi di persone affrancatesi dalle dipendenze: «Oggi molti sono impegnati in progetti di guarigione comunitaria e questo dà speranza al futuro di questo popolo».

Centinaia di grucce appese alle colonne della basilica di Sant'Anna di Beaupré.
Centinaia di grucce appese alle colonne della basilica di Sant’Anna di Beaupré.

«Io sono uno dei ragazzi cresciuti nei pensionati», racconta Denis Vollant, direttore generale dell’Istituto culturale ed educativo Innu del Québec. «È stata dura quella vita di studio, fame, sacrifici, e per molti anche di soprusi, ma mi sono reso conto che quell’istituzione ha dato a molti di noi gli strumenti per capire il mondo contemporaneo. Chi è riuscito in seguito a recuperare le tradizioni innu (e non è stato facile), ha saputo adattarle alla complessa realtà di oggi».

Tra la folla, che si ammassa e si confonde, scorrono molti volti: oltre alla lingua innu, si ascoltano dialetti italiani. Sono pellegrini arrivati da altre province canadesi. Il loro gergo è un misto di dialetto meridionale stretto condito con esclamazioni inglesi. «Da oltre quarant’anni vivo in Toronto con la mia famiglia, anyway mi manca tanto la mia terra», sospira Pasqualina, di Catanzaro, un viso affilato e avvizzito e lo sguardo di chi ne ha passate tante. «Purtroppo il lavoro ci ha portato qui e i figli si sono sistemati, thanks to God. Se fossi sola, però, tornerei subito, at once home». Sono tutti qui per lo stesso scopo: pregare «perché sant’Anna faccia la grazia: lei non delude mai», indica la statua, sempre lì sulla guglia, l’amica Carmela, piccolina e paffuta.

Una panoramica del villaggio innu di Ekuanitshit.
Una panoramica del villaggio innu di Ekuanitshit.

È una lunga storia quella della tradizione religiosa cattolica in Qubec, tanto più radicata per il vuoto delle istituzioni statali francesi, insediatesi solo nel 1663. La Chiesa era coinvolta nel governo della colonia, gestiva l’istruzione e i servizi sociali e sanitari, ricevendo un consistente sostegno economico anche durante la conquista britannica. Intanto i quebecois, i coloni francesi, grazie anche allo spirito della rivoluzione arrivato dalla madrepatria, diventavano anticlericali, nazionalisti e repubblicani. Nonostante le difficoltà, l’istituzione cattolica recuperò la sua autorevolezza contrastando l’estremizzazione di alcune visioni progressiste e radicali. L’istruzione privata cattolica era equiparata a quella statale e il matrimonio religioso l’unico riconosciuto.

Sembrava tutto facile, quando però, in modo silente ma improvviso, esplose la Rivoluzione tranquilla: l’ascesa al potere dei Liberali nel 1960 con Jean Lesage fu il segno di un cambiamento epocale. I valori, le idee e le istituzioni del passato furono messi in discussione. Lo Stato si riprese le scuole e gli ospedali e le chiese si svuotarono. La secolarizzazione ebbe inizio.

Pellegrini in preghiera di fronte alla statua dorata di Sant'Anna, nella basilica canadese di Beaupré.
Pellegrini in preghiera di fronte alla statua dorata di Sant’Anna,
nella basilica canadese di Beaupré.

«È stato un duro colpo, quello della Rivoluzione tranquilla, che ha creato una profonda crisi di identità: molti sacerdoti hanno lasciato il ministero e molte comunità hanno perso un terzo dei loro rappresentanti», ricorda Raymond Trembley, 78 anni, redentorista, non il più anziano tra i 35 sacerdoti che prestano servizio nella basilica di Beaupré.

La Giornata mondiale della gioventù di Toronto, del luglio 2002, dice, «è stato un evento fondamentale per dare nuovo impulso alla Chiesa cattolica canadese, ma la situazione è critica». Le statistiche sono impietose. «Su una popolazione di 150 mila cattolici, oggi solo 2.500 frequentano la parrocchia», racconta senza drammi, mentre si spengono le luci nella grande chiesa e il silenzio è profondo.

La pesca di molluschi sul fiume San Lorenzo è una delle attività principali cui si dedicano oggi gli Innu.
La pesca di molluschi sul fiume San Lorenzo è una delle attività principali
cui si dedicano oggi gli Innu.

«Nel 1980 molti responsabili hanno venduto le proprietà ecclesiastiche e si prevede che molte comunità spariranno entro il 2030», spiega flemmatico il sacerdote. «Oggi la Chiesa sta cercando nuovi modi per evangelizzare. Esistono al suo interno parecchi gruppi di giovani, tra i quali i carismatici, i Marie Jeunesse, "Gioventù mariana", e altre comunità miste: ci sono famiglie che condividono un percorso di fede accanto a giovani consacrati. È una realtà in crescita anche se alcune sono poco fedeli alla dottrina. Ci sono poi anche molte comunità di Taizé, un’esperienza ecumenica molto intensa anche se minoritaria. Oggi per la Chiesa quebecoise», si anima padre Raymond, «le sfide sono i 30 mila nuovi immigrati dal Sud America, dall’India, ma anche da molti Paesi islamici». Tra le righe ci spiega che le difficoltà interne non aiutano. Si intuisce che l’arcivescovo alla guida della diocesi di Québec, Marc Ouellet, nominato nel 2002, è sì un uomo colto, un ex insegnante all’Università Gregoriana di Roma, ma troppo diverso dal precedente, Maurice Couture. Ouellet appare ai più un po’ come un uomo rimandato in patria per controllare e tenere a freno alcune frange cattoliche più progressiste.

Fedeli portano in processione l'immagine di Sant'Anna alla basilica di Beaupré.
Fedeli portano in processione l’immagine di Sant’Anna alla basilica di Beaupré.

Non sono un segreto le divergenze di una parte della Chiesa quebecoise con quella di Roma su temi di morale sessuale quali, ad esempio, l’omosessualità. L’ultimo dissenso in ordine di tempo è stato espresso meno di un anno e mezzo fa da 19 sacerdoti con una lettera aperta pubblicata dal quotidiano canadese La Presse. «La nostra opposizione è al linguaggio che il Vaticano usa contro gli omosessuali e la tiepidezza dei nostri vescovi nel prenderne le distanze», spiega la lettera. «Su questi argomenti e altri come divorzio o aborto», conclude padre Raymond, «vogliamo che nessuno si senta giudicato o condannato. Nel segreto del confessionale, l’unico sentimento è l’accoglienza, come ha fatto sempre Gesù con i peccatori, con tutti noi».

Sara Laurenti

Jesus n. 2 febbraio 2008 - Home Page