UNA
CITTÀ, UNA DIOCESI - BOLZANO Intervista
a Wilhelm Egger
La forza della
condivisione nella pluralità
di Vittoria Prisciandaro – foto di
Alessia Giuliani
Né
tedesco, né italiano, né ladino. Il motto che si è dato viene dal
greco, "syn" "insieme": è questa, infatti, per
Wilhelm Egger, arcivescovo di Bolzano-Bressanone, la sfida più
importante del suo ministero pastorale. «Identità, dialogo, scambio
dei doni sono le parole chiave per la nostra diocesi: coltivare le
proprie radici, ma anche accogliere la cultura dell’altro, conoscerlo,
valorizzarlo». Ogni giorno da quando è stato nominato vescovo, 22 anni
fa, monsignor Egger pensa: «Cosa fare per unire?». La sua stessa
storia personale è figlia della terra che gli è poi stata affidata:
nel ’39 i genitori, quando arriva l’"offerta" di Hitler
alla popolazione di lingua tedesca minacciata dal fascismo,
"optano" per la Germania. È un percorso di andata e ritorno
che faranno tante famiglie, e che in alcuni lascerà ferite profonde.
Wilhelm, insieme al fratello gemello Kurt, nasce a Innsbruck il 14
maggio del 1940 e vive cinque anni in Baviera. Poi ritorna in Alto
Adige. Insieme entreranno nell’ordine dei Cappuccini a 16 anni.
Accento tedesco, amante degli sport alpini, biblista di fama – il Papa
l’ha designato segretario particolare al prossimo Sinodo dei vescovi,
in ottobre, dedicato proprio alla Parola di Dio –, monsignor Egger ha
considerato la pacifica convivenza tra italiani e tedeschi una priorità
del suo mandato pastorale sin dalle prime lettere pastorali alla
diocesi. Tutte rigorosamente brevi perché, dice, «se si vuole che
qualcuno le legga basta avere un’idea chiara ed elaborarla con uno
stile semplice».

Il vescovo Wilhelm Egger nel chiostro
affrescato
della concattedrale di Bressanone.
- La diocesi vive di fatto la separatezza tra mondo italiano e mondo
tedesco. Quali sono le emergenze e le opportunità pastorali offerte
da questa situazione?
«Direi piuttosto che si vive la condivisione nel rispetto delle
caratteristiche dei gruppi linguistici. Nelle solennità celebro
liturgie bilingui, con un saluto in ladino. Con il passare degli anni
aumenta in me la consapevolezza delle difficoltà, ma cresce anche la
conoscenza della straordinaria ricchezza economica, culturale e
religiosa di questa terra, dove gli elementi delle due culture si
influenzano reciprocamente. So che è diffusa l’idea di separazione,
ma in realtà seguiamo le indicazioni pastorali della Conferenza
episcopale italiana. È ovvio, poi, che gli uffici di lingua tedesca
adoperino, mediandoli, i sussidi che arrivano dalle Conferenze
episcopali austriaca e tedesca. Insomma, la mia impressione è che
seguiamo la Cei almeno quanto la seguono le altre diocesi».
- In molte città italiane è percepibile in maniera evidente che la
secolarizzazione è ormai data per presupposta, mentre il numero dei
praticanti diminuisce e le vocazioni scarseggiano. Qual è la
situazione nella sua diocesi?
«C’è differenza tra paesi e città: la partecipazione alla Messa
nelle valli è ancora forte, nei piccoli centri si arriva anche al 90
per cento. Ma non mi faccio illusioni. Le inchieste della provincia
parlano di una media di praticanti che oscilla intorno al 30-35 per
cento. Al di là dei dati, direi che sono numerosi e qualificati coloro
che lavorano per la comunità. Le figure emergenti di laici sono i
moderatori dei consigli parrocchiali, e va detto che le strutture di
partecipazione – penso ai consigli pastorali e a quelli di
amministrazione – funzionano bene».

La rocca della storica abbazia di Sabbiona.
- Una delle acquisizioni del mondo tedesco è quella degli
"assistenti pastorali", laici stipendiati che lavorano in
parrocchia. La diocesi come sta vivendo questa esperienza?
«Per il momento gli assistenti pastorali sono pochissimi, una
quindicina. Abbiamo incoraggiato il modello tedesco ma non lo seguiamo in
toto, anche perché vorremmo evitare i problemi che ci sono in
Germania, dove un sacerdote in meno equivale a un assistente in più.
Noi abbiamo la consapevolezza che occorra puntare sul volontariato. L’assistente
pastorale, cioè, è un supporto per i volontari, verrà sempre più
utilizzato soprattutto nelle grosse parrocchie e nei decanati. Di certo,
è una figura necessaria, pagata con il contratto del commercio,
dipendente della parrocchia, con un contributo della diocesi fino al 50
per cento».
- La formula delle unità pastorali in che misura funziona nella sua
diocesi?
«La prova del nove l’avremo a breve. Quest’anno, infatti, molti
preti andranno in pensione, perché qui a 75 anni rinunciano all’ufficio
di parroco. È una scelta che ho fatto venti anni fa e non mi sono mai
pentito. Come diceva un vescovo amico, non si deve "gestire l’agonia
delle parrocchie". È una cosa sana per il parroco e per la
comunità, come la regola del "maso chiuso" che vige in Alto
Adige: il padre lo tramanda al primo figlio maschio e se non lo fa in
tempo il maso si rovina. Quest’anno sperimenteremo la formula delle
unità in molte zone, raggruppando le piccole parrocchie, anche dal
punto di vista amministrativo, sotto la guida di un unico parroco. Ma
non sarà un lavoro a tavolino: zona per zona verificheremo la cosa
migliore. Poiché il sacerdote da noi celebra in tutto tre Messe tra
sabato e domenica, laddove non potrà celebrare puntiamo sulla Liturgia
della Parola a rotazione guidata da alcuni laici formati già da tempo.
Tra due anni il problema si presenterà in Val Gardena, dove tutti
scadono, poi in Val Sarentino. A parte l’età e la mancanza di
vocazioni, il vero nodo è che oggi i parroci devono fare i conti con
problematiche nuove, enormi, anche dal punto di vista culturale. Pensi
che solo a Brunico ci sono 700 donne in lista d’attesa per l’inseminazione
artificiale».

Un immigrato al riparo dalla pioggia nei
pressi del mercato
di piazza Erbe a Bolzano.
- Una delle priorità pastorali è la famiglia. Un tema a lei caro,
visto che ai divorziati risposati aveva dedicato, qualche anno fa,
un sussidio ampiamente ripreso in tutt’Italia. Che eco ha avuto
quel documento?
«Sì, quest’anno abbiamo appena completato un biennio dedicato
alla famiglia e stiamo per iniziare quello sulla domenica. Quanto al
sussidio sui divorziati risposati, oltre la stima in tutt’Italia, il
seguito non è stato tra i migliori. Il problema è enorme e grave. Ne
ho parlato anche con il Santo Padre. Per noi si tratta di vedere nella
vita di queste persone una storia di amore. Quel testo esprimeva molta
fiducia, non diceva nulla di nuovo ma favoriva il dialogo e insisteva
sull’elaborazione del lutto. Al sacerdote è chiesto di accompagnare
le persone nel loro cammino».
- Come ha reagito la diocesi alla recente incriminazione del decano
dell’Istituto teologico per possesso di materiale pedopornografico?
«C’è stata condanna in prima istanza e i media sono stati onesti
nel raccontare la vicenda. Ora vogliamo vedere le cose con maggior
chiarezza. Certo, in giro c’è molta delusione, ma anche tanta
compassione per il vescovo. Ho sentito che tanti soffrivano con noi».
Vittoria Prisciandaro
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