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Pakistan, Iraq, Afghanistan, ma anche Filippine, India e Thailandia: i tentacoli del terrorismo islamico targato Al Qaeda si diffondono ormai in tutto il continente asiatico e mettono in difficoltà, in primo luogo, gli islamici moderati.

 

Dossier – Sull’Asia il vortice di Al Qaeda

Un continente nella rete
di Stefano Vecchia
  

Dossier: Sull’Asia il vortice di Al Qaeda.
 

Dall’Iraq alla Thailandia, passando per l’Afghanistan, il Pakistan e l’India, la rete del terrorismo islamico sponsorizzato da Al Qaeda si va diffondendo a tutto il continente asiatico, mettendo a dura prova la convivenza interreligiosa con le altre fedi e tenendo sotto scacco i governi, che siano laici o musulmani moderati. Si tratta di una sfida epocale per il più grande continente del nostro piccolo pianeta. Che riguarda in primo luogo i credenti musulmani stessi, presi tra i due fuochi del radicalismo e dell’islamofobia.
 
  
    

La crisi del Pakistan, aggravata il 27 dicembre dall’assassinio di Benazir Bhutto, ha aperto scenari imprevedibili e drammatici, che si proiettano oltre le elezioni politiche del 18 febbraio. Si tratta infatti di un Paese-cerniera tra mondo mediorientale e asiatico, determinante per il confronto tra islam radicale e jihadista e una comunità dei credenti che anela a benessere e convivenza, pur in una concreta identità di fede. Non a caso, Iraq e Afghanistan a parte, l’attenzione del network internazionale del terrore di matrice religiosa si è spostata su questo Paese, facendone anche una base di espansione in Asia meridionale e sudorientale. «Al Qaeda si sta rivolgendo al Pakistan e attacca il governo pakistano e la popolazione di questo Paese», aveva dichiarato il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, solo pochi giorni prima dell’attentato mortale alla Bhutto.

L’espansione dei gruppi terroristi locali e il rafforzamento dei loro legami con Al Qaeda rappresenta uno sviluppo che preoccupa l’amministrazione Bush nei suoi sforzi di stabilizzare il Pakistan, fragile potenza nucleare islamica, che rappresenta la linea del fronte nella lotta contro il terrorismo globale. Quest’espansione è qualcosa che i pakistani faticano ad ammettere.

Veglia di preghiera a Lahore per Benazir Bhutto, leader politica pakistana assassinata in un attentato.
Veglia di preghiera a Lahore per Benazir Bhutto, leader politica pakistana
assassinata in un attentato
(foto K.M. Chaudary/AP).

La stessa Benazir Bhutto, che al rientro in patria il 18 ottobre 2007 aveva dichiarato che era suo intento principale rimuovere – attraverso elezioni libere e democratiche – il marchio di «Paese terrorista» applicato normalmente al Pakistan, aveva cominciato a riconoscere in diverse occasioni che l’estremismo religioso e il terrorismo rappresentano la maggiore minaccia per la nazione. Nutrita per lungo tempo delle trame dei suoi stessi servizi segreti e delle diplomazie sotto copertura di Paesi che poi l’avrebbero subita. «L’Occidente ha incanalato aiuti e addestramento ai mujaheddin estremisti attraverso i servizi segreti pakistani comandati da un dittatore militare che ha rapporti con i Fratelli musulmani. Egli ha usato questi rapporti per fornire reclute internazionali ai mujaheddin in Afghanistan, gettando così i semi di un network terrorista globale. Successivamente i mujaheddin si sono trasformati nei Talebani e i Talebani in Al Qaeda. Il resto è storia, difficile e dolorosa, ma non certamente inaspettata. Una politica di breve periodo ha generato una crisi nel lungo periodo», aveva dichiarato la Bhutto lo scorso luglio durante una conferenza a Londra. La sua morte ha reso chiaro questo rischio, come ha reso chiaro il gioco di rivendicazioni e dinieghi tipico di Al Qaeda: rivendicazione del proprio ruolo nell’assassinio ma negazione delle responsabilità dei singoli accusati dalle forze di sicurezza.

Uno dei più autorevoli quotidiani pachistani, il Daily Times, ha scritto che questa pratica è normale e serve a rendere oscure le origini degli attentati e insieme a perpetuare il mito che responsabili siano soprattutto elementi stranieri e non locali. Un gioco che ormai non tiene più, e non a caso proprio la tornata elettorale ha visto un intensificarsi delle attività terroristiche e in particolare l’opera micidiale dei kamikaze, che rappresentano un’innovazione in questa area, e per questo i risultati delle loro azioni risultano ancora più concreti.

Manifestanti islamici a Karachi bruciano una bandiera americana.
Manifestanti islamici a Karachi bruciano una bandiera americana

(foto S. Adil/
AP/La Presse).

I nuovi mujaheddin, nella versione pashtun Taliban, sono in buona parte elementi cresciuti nelle aree tribali, nutriti dell’ideologia jihadista e qaedista arrivata con la migrazione dei militanti cacciati dall’intervento Usa e Nato in Afghanistan nel 2001, ma protetti dalla particolare condizione delle regioni di confine, pressoché negate alla giurisdizione governativa da antiche leggi e consuetudini. Certamente non mancano gli stranieri che qui hanno trovato protezione, al riparo di un’area particolarmente impervia. Questi includono alcuni arabi, e tra loro probabilmente anche Osama bin Laden e Ayman al Zawahiri, insieme a un buon numero di uzbeki, tartari e tajiki. Gli arabi, in particolare, hanno portato denaro e la loro esperienza nelle tecniche di guerriglia, come pure le aberranti giustificazioni agli attentati suicidi e alle decapitazioni, prima sconosciuti sui due lati del lungo confine afgano-pakistano.

Secondo ufficiali dell’Intelligence pakistana attivi nelle aree tribali, sarebbe ancora possibile contenere la minaccia attraverso i capi tribali tradizionali, a loro volta avversi a un potere parallelo – quello dei militanti stranieri – che sta crescendo nelle zone un tempo sotto il loro controllo. «Il Paese si trova davanti alla crescente sfida di questi terroristi e di elementi estremisti», dice Javed Iqbal Cheema, portavoce del ministro degli Interni, parlando dei gruppi legati ad Al Qaeda, «che stanno sistematicamente sabotando le nostre istituzioni per destabilizzare il Paese».

Centinaia di musulmani raccolti in preghiera alla moschea Feroz Shah Kotla di New Delhi, in India.
Centinaia di musulmani raccolti in preghiera alla moschea 
Feroz Shah Kotla di New Delhi, in India
(foto G. Osan/AP).

Oggi il Pakistan, con l’India e all’estremo orizzonte orientale del subcontinente indiano, il Bangladesh, rappresenta il «ventre molle» di un panislamismo che si nutre più dell’odio e della propaganda di Bin Laden che dei buoni propositi di sviluppo e fraternità di fede. La smisurata popolazione islamica della regione (circa 400 milioni) e le sue caratteristiche complessive di povertà, che alimenta aspettative e frustrazioni – oltre che varie ferite aperte come la questione del Kashmir e il groviglio afgano –, rendono inevitabile il suo divenire campo di confronto e a volte di scontro tra islam terrorista e islam dialogante.

Per Zahir Hamid, ex ministro pakistano, il crescente divario tra Occidente e mondo islamico ha avuto come risultato che nella regione siano i musulmani «a pagare il prezzo più alto della morsa tra estremismo e moderazione». Secondo Hamid, i Paesi musulmani del subcontinente indiano e la comunità islamica dell’India (la terza al mondo come consistenza) sentono sempre più che «una immensa maggioranza di musulmani viene demonizzata per le azioni di una piccola minoranza», fatto questo che accresce la frustrazione già esacerbata dai conflitti in Iraq, Afghanistan e Palestina. È l’altra faccia della crisi interna all’islam locale, che fronteggia quella della povertà e della disillusione, su cui Al Qaeda preme per combattere un nemico che nominalmente ha il volto dell’Occidente ma nei fatti finisce per essere identificato nei confratelli di fede.

Ragazzi musulmani affacciati a una finestra osservano una manifestazione a Srinagar, nella parte indiana del Kashmir.
Ragazzi musulmani affacciati a una finestra osservano una manifestazione
a Srinagar, nella parte indiana del Kashmir
(foto M. Khan/AP/La Presse).

La frustrazione è proprio ciò che alimenta la propaganda qaedista, di cui i musulmani asiatici sono i primi a subire il fascino ma anche a individuarne velleità e limiti. Dopo il 1998, la crisi finanziaria che attraversò buona parte dell’Asia e la successiva instabilità politica spazzarono via l’ideale un po’ naïf di un rinascimento islamico basato su ideali illuminati. «Questo», secondo il ricercatore britannico John Sidel della London School of Economics, «portò gli attivisti più radicali a percepire che l’islam era stato emarginato», spiegando così in parte la deriva di una minoranza verso la lotta armata. «La scelta violenta di un piccolo numero di militanti», scrive Sidel, «deve essere compresa come sintomo della reazione a un declino, a un ulteriore svuotamento di potere dell’islam politico».

A questo vanno aggiunti altri elementi. Fra questi, soprattutto la situazione venutasi a creare con la fine del conflitto in Afghanistan, culminato nella sconfitta dei sovietici. Come sottolineava in un suo discorso del 2002 Lee Kwan Yew, ex presidente di Singapore e tra i più acuti uomini politici espressi dall’Asia nel secondo dopoguerra, «siamo coscienti dei cambiamenti in atto nella natura dell’islam nel Sudest asiatico negli ultimi 30 anni. Innanzitutto, dopo che il prezzo del petrolio è triplicato nel 1973, l’Arabia Saudita ha generosamente finanziato il movimento missionario Dakwa perché costruisse moschee e scuole religiose e pagasse predicatori in tutto il mondo, diffondendo gli insegnamenti e le pratiche dell’islam wahabita; poi la caduta dello Scià in Iran nel 1979 per mano di una rivoluzione guidata da religiosi musulmani che ha avuto un effetto profondo sulla percezione della forza della comunità islamica; infine la partecipazione di molti correligionari asiatici al conflitto afgano negli anni Ottanta e Novanta, ha indirizzato verso il radicalismo religioso numerosi musulmani di questa regione».

Monaco buddhista nella provincia thailandese di Pattani, teatro di scontri con gruppi radicali islamici.
Monaco buddhista nella provincia thailandese di Pattani, teatro di scontri
con gruppi radicali islamici
(foto D. Longstreath/AP/La Presse).

Vivere a Bangkok è un’esperienza "plurale", tali e tanti sono gli influssi che convergono sulla capitale thailandese da ogni parte del mondo. Influssi che rendono tutti ugualmente partecipi – o ugualmente estranei – nella visione dei farang (stranieri non asiatici) più pessimisti. Tentacolare, vivacissima, sempre in movimento, la metropoli del Sudest asiatico tutto accoglie e tutto macina con una frenesia e spesso con un disinteresse che può anche passare per tolleranza ma che alla fine è quello che è: l’accettazione di un "altro" che, per quanto possa fare o essere, resterà inevitabilmente "diverso". Nella buddhista Thailandia, "diversi" sono anche i musulmani, il 4% della popolazione, che da qualche anno hanno ripreso a rivendicare un’autonomia politica e un’identità propria, sottolineandole anche con la violenza.

Che cosa ha portato il lontano Sud thailandese, dove i minareti dominano le piantagioni di alberi della gomma e i villaggi di pescatori in vista della Malaysia, dentro una situazione che rischia di degenerare dopo decenni di tensioni e tre anni di aperta violenza? Occorre ancora una volta partire da dati comuni per arrivare alle specificità thailandesi. Mentre alcuni Stati asiatici di popolazione musulmana maggioritaria come Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Malaysia e Indonesia cercano di confrontarsi con istanze radicali o progressiste dell’islam e di contenere l’ondata antioccidentale e anticristiana, in altre realtà asiatiche, fedi e culture si confrontano con richieste allo stesso tempo identitarie e di maggiore e concreto benessere delle minoranze musulmane.

Manifestazione del Pas, Partito pan-islamico malese, a Kuala Lumpur.
Manifestazione del Pas, Partito pan-islamico malese, a Kuala Lumpur
(foto M. Yam/AP/La Presse).

La Thailandia buddhista, in questo secondo gruppo di Paesi, rappresenta forse il caso più importante dopo l’induista India e le cattoliche Filippine, ma il suo «problema musulmano» è sempre stato un problema minore, perché localizzato in un’area specifica e perché volutamente ignorato. Almeno fino all’8 gennaio 2004, quando l’attacco a un accampamento dell’esercito portò alla sottrazione di numerose armi da guerra; lo stesso giorno ventuno scuole pubbliche venivano date alle fiamme. Nelle settimane successive una catena di attentati dinamitardi innescava una spirale di atti intimidatori, ritorsioni e odio che alimenta oggi il bollettino pressoché quotidiano da vera e propria guerra civile. Una strategia che porta il marchio di Al Qaeda, infiltratosi da tempo nelle organizzazioni radicali locali.

Tuttavia, un’eccezione nel Sudest asiatico, la Thailandia ha scelto di non lasciarsi coinvolgere nel grande sforzo di contenimento del terrorismo islamico e il Paese, «pur apprezzando un’eventuale condivisione di informazioni data l’esperienza statunitense in Medio Oriente in Afghanistan», continua a ritenere la situazione nelle regioni meridionali «una questione interna».

L'immagine di un video con un messaggio di Ayman al Zawahiri.
L’immagine di un video con un messaggio di Ayman al Zawahiri

(foto Intelcenter/
AP).

Tale visione, nutrita insieme di nazionalismo e di incapacità di percepire il fattore religioso come una minaccia in sé, non tiene conto delle caratteristiche intrinseche dell’islam, della sua impossibilità di separare religione e politica, della sua richiesta di riconoscimento religioso-culturale e politico, fino all’indipendenza per la sua comunità. Una comunità che, come in altri Paesi, a volte insospettati – come la piccola comunità musulmana della Cambogia – è passata da un processo di integrazione per quanto problematica, all’autoghettizzazione incentivato dai petrodollari arabi, che hanno fornito moschee, scuole, ospedali e centri culturali.

Su questo terreno si è innestata la propaganda di Al Qaeda – diretta o attraverso il suo maggiore clone asiatico, l’indonesiana Jamaah Islamiah – che ha ridato slancio ad antichi movimenti secessionisti, come parte di una più ampia rete di jihad globale contro gli infedeli. Non a caso, nelle Filippine meridionali, dove i musulmani sono complessivamente una minoranza del 25%, sono i cristiani a essere sotto assedio e non il contrario.

La Thailandia, per posizione e tradizione, è anche la porta di accesso del Sudest asiatico, una regione vasta 4 milioni di chilometri quadrati e abitata da quasi 500 milioni di persone, per metà di fede musulmana. Soprattutto un’area in evoluzione, che per le sue caratteristiche consente ad Al Qaeda e alle sue affiliazioni locali un vasto campo d’operazioni e di proselitismo.

Donne musulmane su un taxi pubblico nella provincia thailandese di Yala.
Donne musulmane su un taxi pubblico nella provincia thailandese di Yala
(foto D. Longstreath/AP/La Presse).

L’islam locale, arrivato in queste regioni attraverso i commerci e non la conquista, per secoli si è nutrito di moderazione e giustizia senza per questo ignorare il fervore della fede. Oggi tuttavia la tradizionale tolleranza è messa seriamente alla prova. Con una differenza rispetto ad Afghanistan, Pakistan o Iraq: che qui la democrazia, e prima ancora la concezione di uno Stato non confessionale e pluralista, sono da tempo una certezza.

Nei mesi successivi all’intervento Usa e Nato in Afghanistan, in diversi Stati della regione si assistette a retate di terroristi legati all’estremismo islamico: Malaysia e Filippine, tra gli altri. Ma anche a Singapore, modello di armonia etnica e religiosa. In poco tempo, t-shirts con il volto di Osama bin Laden e slogan antiamericani divennero il simbolo di un nuovo modo di intendere la fede. Musulmani e cristiani – un tempo buoni vicini nell’immensa Indonesia – improvvisamente si ritrovarono nemici inconciliabili e il terrore, alimentato da assassini, torture, decapitazioni, prese il posto della serena convivenza, mentre i terroristi di Al Qaeda entravano nel Paese portando denaro, conoscenze militari e un’ideologia nutrita d’odio.

Tuttavia, la reazione è stata concreta e oggi gli episodi di violenza sono limitati, l’organizzazione della Jamaah Islamiah ha subito colpi durissimi che hanno contribuito ad allentare i legami con Al Qaeda, gli attentatori di Bali e di Jakarta sono stati giudicati e, in parte, sono in fuga. Per quanto possano essere stati negativi gli influssi qaedisti che hanno raggiunto le sue coste, l’Asia sudorientale – patria del 25% dei musulmani del mondo – ha saputo finora contenerli, sia sul piano politico che su quello sociale.

Preghiera in una moschea della provincia thailandese di Pattani.
Preghiera in una moschea della provincia thailandese di Pattani

(foto S. Lalit/
AP/La Presse).

Qui la donna ha un ruolo diverso che nella Penisola arabica e la scelta del velo resta un elemento che va diffondendosi ma non tocca nel profondo la libertà di espressione e di movimento dell’«altra metà del cielo». Investimenti nell’educazione soprattutto universitaria hanno permesso una consapevolezza diversa in molti giovani; la facilità di movimento verso l’estero dei cittadini consente scambi intensi con il resto del continente e con l’Occidente; i musulmani moderati – in particolare nelle aree urbane – sono una barriera naturale contro l’integralismo e le società locali per prime guardano a essi per contrastare il fanatismo violento che si alimenta della propaganda e dei soldi di Al Qaeda nelle grandi baraccopoli.

Sviluppo, cultura ma anche un nuovo ruolo politico dei musulmani. Sempre più urgente per sostenere le aspirazioni crescenti delle folte comunità islamiche del continente asiatico. Steve Raymer, studioso dell’islam nell’Asia sudorientale, sottolinea: «In un certo senso è come se le comunità musulmane dell’Asia fossero ancora nella loro decolonizzazione, incapaci di trovare una strada propria che non sia l’adesione a modelli importati (e poco importa se quelli proposti siano l’Occidente del XI secolo o l’islam del VII secolo).

In politica, i partiti e gruppi eredi dei movimenti indipendentisti, che erano riusciti a mantenere un’identità laica anche successivamente alla fine dei regimi coloniali, negli ultimi decenni sono stati costretti, per mantenere il loro potere, a fare enormi concessioni alle richieste di quanti premono per l’imposizione della legge coranica ma che hanno, come obiettivo più immediato, quello di lavorare dall’interno del sistema politico e formare una propria solida base elettorale».

Stefano Vecchia

Segue: Mohsin Hamid: nostalgia, madre del fondamentalismo

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