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Dossier – Sull’Asia il vortice di Al
Qaeda Mohsin Hamid:
nostalgia,
madre del fondamentalismo
di Alessandra Garusi
L’autore del romanzo Il
fondamentalista riluttante racconta qual è la genesi psicologica
del radicalismo islamico. E in questa intervista spiega come si può far
fronte a questa "sindrome".
«Non
credo che esista realmente né un Occidente, né un monolitico mondo
musulmano. Ho visto uomini, su una metropolitana di Londra, che erano
vestiti e si muovevano come dei conservatori pachistani di trent’anni
fa. E a Lahore, in Pakistan, ho visto ragazze dalle borse imbottite di
ecstasy che chattavano su internet e poi partivano per rave parties.
Dov’è questo Est e questo Ovest?». Rasato a puntino, impeccabile nel
suo vestito blu scuro da manager, Mohsin Hamid, questo pakistano di 36
anni, sembra un businessman in carriera. E, infatti, lo è: ha
lavorato per una prestigiosa società di consulenza prima a New York, poi
a Londra. Ma è anche uno scrittore da tenere d’occhio: il suo secondo
romanzo, Il fondamentalista riluttante, è stato un bestseller, tra
i finalisti del Booker Prize.

Lo scrittore Mohsin Hamid
(foto A. Garusi).
- Dov’è ambientato il suo libro? E qual è la storia, da cui prende
spunto?
«In un affollato caffè di Lahore, nel bazar di Anarkali. Qui un
giovane pakistano, Changez, racconta la propria storia a un americano,
incontrato apparentemente per caso. È la storia della sua ascesa come
brillante analista finanziario a New York, del suo amore tragico per una
bella e misteriosa ragazza, Erica, e della sua caduta in disgrazia nei
mesi successivi all’11 settembre. Così la crisi personale di Changez è
una metafora della crisi politica».
- Quali sono le ragioni di questa crisi?
«Un enorme senso di orgoglio, un’insicurezza di fondo, una capacità
d’introspezione limitata. Tutti questi elementi creano dentro il
protagonista una specie di fessura, come se egli fosse un diamante
difettato. La crisi si manifesta quasi subito. Ma è dopo gli attentati
alle Torri gemelle che la fessura comincia ad allargarsi: da un lato, il
ragazzo continua a vivere e lavorare a Manhattan; dall’altro, con gli
occhi terrorizzati di un pachistano, guarda all’America che invade l’Afghanistan,
e all’India che sembra sul punto di scatenare una guerra atomica contro
Islamabad. La vita è proprio questo: un viaggio che ci permette di
portare avanti le nostre contraddizioni, di mediare fra le nostre tante
anime. Il problema, qui, è invece che il personaggio pensa di dover
scegliere. E, alla fine, opta per una sola identità, rinnegando le altre».

Poliziotti pakistani sotto una tenda.
(foto E. Wray/AP)
- Dunque, il pakistano Changez del suo romanzo è perduto per
sempre?
«Questo non si sa. Ciascun lettore dà la propria risposta. Il mio
è un romanzo dalla fine aperta. Ma un approccio nostalgico è senz’altro
sbagliato. Perché ci sono persone che strumentalizzano questa
nostalgia: da Bin Laden che evoca il califfato del 1300, a George W.
Bush, ai leader europei desiderosi di tornare agli Stati
pre-immigrazione. Veniamo bombardati da messaggi di questo tipo e siamo
molto vulnerabili. Il protagonista si ammala di nostalgia. Davanti alle
tensioni che sperimenta, ripensa al passato in Pakistan. Vorrebbe
tornare là. Ed Erica lo stesso: è ancora innamorata dell’ex
fidanzato, morto di cancro. Cercano di costruire un futuro, ma entrambi
sono attratti in maniera irreversibile verso il passato. L’esito non
potrà che essere tragico. Invece la morte fa parte della vita. E, come
tale, va accettata. Questo vale per le persone, ma anche per le
società: non si può combattere contro il flusso della storia. Se lo
facciamo, saremo sempre dei perdenti. Dobbiamo piuttosto misurarci con i
cambiamenti, traendone il maggior beneficio possibile».

Musulmani sciiti passano i controlli di
sicurezza per partecipare
a una festa religiosa a Lahore, in Pakistan
(foto K.M. Chaudary/AP).
- Com’è venuto a patti con la modernità il Pakistan?
«È una domanda molto difficile. Perché non esiste un solo
Pakistan. Spesso si dimentica che è un Paese enorme: il sesto al mondo
dopo Cina, India, Stati Uniti, Indonesia e Brasile. Ha 165 milioni di
abitanti. Qui, oggi, il conduttore televisivo più famoso è un
travestito bisessuale. È così che il Pakistan ha abbracciato la
modernità? No. Sarebbe un’enorme semplificazione. Ma, allo stesso
modo, i barbuti armati fino ai denti che vivono nella zona tribale al
confine con l’Afghanistan e simpatizzano con i Talebani: rappresentano
loro il Pakistan? No. È un’esigua minoranza. Dunque, il Pakistan sta
negoziando la modernità in modi diversi e complicati. Per un
romanziere, a differenza di un politico, la risposta è che ci sono
tantissime storie. I cambiamenti sono veloci, come altrove. E questo
crea paura e caos».
- In tutto ciò, ritiene che la sua generazione abbia commesso degli
errori?
«La "mia" generazione? Ho 36 anni. E mi chiedo: una donna
pakistana, nata come me nel 1971, che però ha 8 figli, e vive in una
casa senza elettricità né acqua potabile, in che cosa potrebbe aver
sbagliato? Posso quindi rispondere solo per me, e per quelli un po’
come me: non siamo riusciti a instaurare uno Stato democratico,
ugualitario; né abbiamo trovato una soluzione al conflitto con l’India;
e una vasta fetta della popolazione non ha ricevuto alcun tipo di
educazione. Ma c’è ancora tempo... Negli ultimi 5-6 anni ci sono
stati enormi cambiamenti. La Tv ha preso piede. Oggi esistono molti
canali che mandano in onda programmi diversissimi: da stilisti che
conducono trasmissioni di moda, a imam che affrontano argomenti legati
al Corano, ecc. Le diverse anime del Pakistan hanno acquisito maggiore
visibilità. Quindi si è aperto un dibattito, che prima non esisteva. E
che dà speranza».

Il presidente pakistano Pervez Musharraf
(foto G. Vanden Wijngaert/AP).
- Nel referendum del 2002, lei votò per il generale Musharraf. Oggi
lo rifarebbe?
«No. Sei anni fa, quando fu indetto il referendum, sembrava che il
Pakistan sarebbe stato invaso dall’India, e che gli americani
potessero arrivare da un momento all’altro, e sembrava anche che
Musharraf stesse facendo tutto il possibile perché ciò non accadesse.
A pelle, sentivo poi che l’uomo non aveva cattive intenzioni. Certo,
si dice che la strada per l’inferno sia lastricata di buoni
propositi... Comunque, mi pareva il minor male. Oggi, però, non lo
rivoterei. Mi sono reso conto che ci deve essere un dialogo fra i tanti
protagonisti sulla scena del mio Paese: la voce di un solo uomo non può
sostituirlo».
- I tempi sono maturi per la democrazia?
«Sì. Il Pakistan è, insieme, più complicato e meno pericoloso di
quanto l’America abbia portato a credere. Il generale Musharraf si
spaccia ancora come "l’ultima roccaforte nell’acceso scontro
fra civiltà". Ma la gente non ne può più dei luoghi comuni,
della politicizzazione della religione. Vorrebbe solo vivere in un Paese
normale».

Un militante del partito radicale
pakistano Lashkar Islam nella città di Bara,
nell’area tribale del Khyber, vicino al confine afgano
(foto M. Zubair/AP).
- Dopo l’assedio della Moschea Rossa a Islamabad nel luglio 2007,
gli attentati sono aumentati nel Paese. Che cosa direbbe a un
giovane fondamentalista che vuole partecipare?
«Faccio due premesse. Primo: la geografia della "talebanizzazione"
è per lo più limitata alle aree tribali che si trovano ai confini con
l’Afghanistan, nelle quali vive meno del due per cento della
popolazione pakistana. Secondo: quando si sono tenute le elezioni, i
partiti d’ispirazione religiosa non sono mai riusciti a conquistare
molto più del dieci per cento del voto nazionale. Non penso quindi che
molti giovani pakistani siano interessati a diventare dei terroristi.
Molti di più vorrebbero essere delle rockstar, o atleti di fama
internazionale... Alla ristretta minoranza che sogna di diventare
terrorista, tuttavia, direi probabilmente così: "Dovete guardare
dentro voi stessi, perché la battaglia che combattete è insita nella
vostra personalità, e non là fuori, nel mondo in cui vivete"».
- L’antiamericanismo ha ragioni precise?
«Certo. Il primo fattore è quello dell’invidia, che può mettere
radici in Spagna, come nel Regno Unito. Invidia per tutto quello che gli
Stati Uniti rappresentano e, soprattutto, sono. Il concetto
stesso di "superpotenza" è disturbante. C’è poi un’enorme
rabbia per quello che gli Stati Uniti hanno fatto nel mondo, per
la loro politica estera degli ultimi 40-50 anni: dall’aver sostenuto
il regime dello Scià di Persia, al ruolo nelle guerre del Centro
America, ecc. La lista è lunga. Il terzo motivo è invece d’ordine
individuale: affinché un essere umano sia disposto a uccidere uno
sconosciuto per motivi politici, egli deve attraversare una forte crisi
personale».

Il poster di Benazir Bhutto in una via di
Rawalpindi (foto E. Wray/AP).
- Perché nei giovani kamikaze alla fine prevale l’istinto di
morte?
«Per la stessa ragione per cui dei giovani in Occidente decidono di
togliersi la vita. Non sono riusciti ad associarsi ad alcuna causa.
Anche i kamikaze percepiscono dentro lo stesso vuoto; cercano di
riempirlo come possono, cioè con una causa politica. Fanno un atto
pubblico (l’attentato), e non privato (il suicidio). Non credo tanto
nell’aspirazione al Paradiso; credo piuttosto all’estremo bisogno di
liberarsi dall’ansia. È difficile far fronte a se stessi. E lo è
tanto più in un Paese dove si vivono mille umiliazioni quotidiane, o c’è
la guerra. Dobbiamo capire tutto ciò, sia che avvenga in ambito
cristiano che musulmano».
- Pensa che Il fondamentalista riluttante sia in grado di
modificare lo sguardo di un musulmano su un americano, e viceversa?
«Se un lettore inizia a provare empatia per qualcuno per il quale
non avrebbe mai pensato di provarla, questo per me è un passo avanti».
Alessandra Garusi
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l'islam alla prova dei diritti umani
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