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Dossier – Sull’Asia il vortice di Al
Qaeda Shirin Ebadi:
l’islam
alla prova dei diritti umani
di Alessandra Garusi
L’avvocata iraniana premio Nobel per
la Pace 2003 racconta la sua lotta contro un sistema giudiziario arcaico
e maschilista. E dice che «il modo per disarmare un regime islamico non
democratico è togliergli l’arma della religione».
«La
democrazia non si può scaricare con le bombe a grappolo sulla testa di un
popolo». L’iraniana Shirin Ebadi – premio Nobel per la Pace nel 2003
– resta contraria a qualunque azione militare contro Teheran. Chiamata
alcuni mesi fa a inaugurare il ciclo di conferenze Torino
Spiritualità, lo ha fatto con una lezione da manuale sul tema
"Islam: il dilemma della democrazia". Dal palco ha tuonato
così: «Il mio popolo non permetterà mai che l’Iran diventi un altro
Iraq. Baghdad è stata invasa con la scusa delle armi di distruzione di
massa. Poi, non avendole trovate, hanno dichiarato di averlo fatto per la
democrazia. Saddam Hussein era forse l’unico dittatore al mondo? O era
solo più interessante degli altri perché seduto su un mare di petrolio?».

L’Ayatollah iraniano Ali Khamenei
(foto M. Farajabadi/AP).
Sistemata l’ansia interventista di George W. Bush, è arrivata una
stoccata anche per il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad: «Tuttavia,
l’Iran deve seguire le direttive del Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite: non possiamo permetterci di erigere un muro che ci separi
dal resto del mondo, non sarebbe né fattibile, né augurabile. Resto
comunque contraria alle sanzioni economiche, perché a soffrirne sarebbe
solo la gente. Meglio quelle di natura politica».
- Può farci qualche esempio?
«Ci sono varie forme: dalla limitazione dei rapporti politici con l’Iran
al blocco dei visti per le autorità iraniane coinvolte nella produzione
dell’energia nucleare. Tutto questo non danneggerebbe la popolazione;
costringerebbe il regime ad accettare le richieste della comunità
internazionale».

Il premio Nobel per la pace, l’avvocato
Shirin Ebadi (foto A. Garusi).
- La fustigazione in pubblico di Said Ghambari, il vertiginoso aumento
delle condanne a morte, le lapidazioni: la stretta repressiva interna,
voluta da Ahmadinejad, è sempre più violenta. Come la spiega?
«Una delle ragioni è questa: il mondo ha concentrato l’attenzione
sulla questione nucleare, dimenticando tutto il resto, diritti umani
compresi. Inoltre, il costo della vita in Iran è in costante ascesa. Ci
sono sempre più poveri, nonostante il nostro sia un Paese ricco. Questa
situazione economica ha allontanato sempre più la gente dal regime: e
quando un regime non si sente appoggiato dal popolo, diventa sempre più
violento».
- Quindi per chi si occupa di difendere i diritti umani come lei, la
situazione è sempre più difficile oggi in Iran?
«Senza dubbio, la situazione dei diritti umani nel mio Paese – ma
anche nel resto del mondo – è in continuo, netto, peggioramento: le
esecuzioni sono aumentate, soprattutto quelle di minorenni; il numero dei
giornalisti imprigionati non è mai stato così alto. L’ultimo caso di
cui mi sono occupata è quello di due giornalisti curdi condannati alla
pena capitale. È chiaro che ricorreremo in appello. Ma anche se dovessi
riuscire a ribaltare la sentenza, resta un fatto molto grave. Tuttavia,
per quanto possa essere difficile e pericolosa una professione come la mia
in Iran, è fondamentale andare avanti. Bisogna assumersene il rischio».

Immagine di un villaggio di etnia bakhtiar,
nel Sud-ovest dell’Iran. (foto
B. Curtis/AP)
- Qual è l’accusa che viene mossa ai giornalisti curdi?
«In Iran chiunque critichi il regime, è accusato di "attentare
alla sicurezza nazionale" e di "essere un agente
americano". Ma, del resto, in tutto il pianeta la democrazia è
sempre meno rispettata; e i governi cercano di accrescere il proprio
potere con la scusa della "sicurezza". Il trend è questo. Non
accade solo in Iran, ma anche in Occidente. Oggi negli Usa e in Gran
Bretagna succedono cose che venti anni fa erano impensabili: dalle
intercettazioni telefoniche alle tante forme di limitazione delle
libertà personali».
- Le leggi iraniane sono discriminatorie, soprattutto nei confronti
delle donne. Cosa state facendo, voi giuristi, per cambiarle?
«Stiamo raccogliendo un milione di firme: tanti sono gli uomini e le
donne che disapprovano lo stato delle cose e invitano al cambiamento.
Purtroppo, il regime non si è mostrato ricettivo nemmeno stavolta.
Molti attivisti sono stati arrestati e processati. L’ultimo arresto
risale a pochi giorni fa. Per promuovere la campagna, era stata
organizzata una riunione in una casa privata nella città di Horamabad.
La polizia ha fatto irruzione nell’abitazione e ha arrestato tutti i
presenti, una quarantina di persone. Due di loro sono ancora in carcere,
gli altri sono stati rilasciati su cauzione. Li aspetta comunque un
processo. Il fatto più sconcertante è che, mentre i poliziotti
trascinavano fuori le persone, dicevano ai curiosi: "Qui era in
corso un’orgia. Per questo siamo intervenuti"».

Immagine di un villaggio di etnia bakhtiar,
nel Sud-ovest dell’Iran (foto
B. Curtis/AP).
- Ci riporti qualche battuta del dibattimento in tribunale.
«Ho chiesto al giudice: "Se questa donna dice di non volere che
il marito abbia due mogli, cosa significa: che l’America attacca l’Iran?
E se una ragazza vuole gli stessi diritti del fratello, questo comporta
qualche rischio per la sicurezza del Paese?". Sfortunatamente, i
tribunali non sono indipendenti: le sentenze vengono scritte ancor prima
che si apra un’udienza. In questo caso specifico, le mie clienti sono
state condannate a una lunga detenzione, oltre che a essere frustate.
Malgrado tutto questo, gli arresti non hanno danneggiato i movimenti
femministi iraniani: le donne continuano a lottare. E ce la faranno a
cambiare queste leggi disumane».
- Come fa a essere così ottimista?
«Lo sono per ragioni numeriche. Il 65 per cento degli studenti
universitari sono donne. Questo significa che il numero delle donne
istruite in Iran supera quello degli uomini. Le donne sono presenti un
po’ ovunque: dagli uffici statali ai tribunali, al Parlamento alle
università. Persino la vice di Ahmadinejad è una donna. E, come le
altre donne, deve chiedere il permesso del marito prima di prendere l’aereo.
Immaginate che debba presenziare una riunione al Palazzo di Vetro.
Poniamo solo che la sera prima litighi col marito... Che succede? Queste
leggi sono in rotta con la nostra cultura, del tutto inadeguate alla
vita di oggi».

Il presidente iraniano Ahmadinejad
(foto H. Sarbakhshian/AP).
- Dariush Forouhar e la moglie, la fotogiornalista Zahra Kazemi, lo
studente Ahmad Batebi imprigionato nel famigerato carcere di Evin...
Quale di queste e delle altre persone che lei ha difeso le è
rimasta più impressa?
«Ogni pratica, per me, ha una sua importanza. E di casi
giuridicamente impegnativi ne ho avuti nella mia carriera... Le dico
solo questo: circa dieci anni fa, il regime eliminò parecchi
oppositori. In tribunale, rappresentavo le vittime. Studiando le
pratiche di quegli eventi, scoprii che anch’io ero sulla lista nera di
quelli da eliminare. Quindi, se oggi lei mi chiede quale pratica mi è
rimasta più impressa, non posso rispondere: è come chiedere a una
madre che ha cinque figli qual è il suo preferito».
- Qual è il caso di cui si sta occupando in questi giorni?
«Mi sto occupando di Mohammad Latif, un ragazzino quindicenne. È
appena stato condannato a morte per aver accidentalmente ucciso, durante
un litigio, un’altra persona. Purtroppo, il suo non è affatto un caso
isolato. In Iran, il numero dei minorenni giustiziati sta crescendo in
modo preoccupante. Il problema sono le leggi iraniane, piene di
contraddizioni. Se da una parte la responsabilità penale scatta a nove
anni lunari (un anno lunare è di dieci giorni più breve rispetto a
quello solare, ndr) per le ragazze e a 15 per i ragazzi, dall’altra
un quindicenne non può espatriare senza il permesso paterno, né può
guidare, o votare. Ma essere giustiziato, questo sì... La sentenza è
stata confermata in appello. Ora sto interessando l’Unicef, il
Comitato per i diritti umani, ecc. Ma è tutta la normativa sui minori
che va rivista».

Celebrazione di cristiani armeni nella
città iraniana di Isfahan
(foto V. Salemi/AP).
- Lei ha detto: «Il modo migliore di affrontare i regimi islamici
non democratici è di disarmarli, cioè di togliere loro l’arma
dell’islam».
«Di fronte ai governi islamici non democratici che giustificano l’oppressione
abusando del nome dell’islam, sono sorti dei moderni pensatori
musulmani. La formazione di un unico fronte fra i pensatori di diversi
Paesi ancora non c’è. Manca un leader. Non ha una sede, né delle
filiali. Ma ha luogo nella mente di ciascuno di questi studiosi islamici
che, mantenendo la religione dei propri avi, rispetta la democrazia. E
non tollera più l’ingiustizia. Ai loro occhi, i governi che rifiutano
la democrazia e i diritti umani con la scusa dell’appartenenza
culturale, in verità sono solo degli obsoleti tiranni».
- Il vero problema, dunque, non è nella natura dell’islam.
«No. Per varie ragioni, alcuni governi islamici non vogliono che sia
presentata un’interpretazione dell’islam compatibile con la
democrazia e i diritti umani. Ma, oggi più che mai, questi leader hanno
bisogno di una metamorfosi, che riguardi anche la loro cultura politica.
Le leggi devono essere aggiornate. Il fatto più importante per la
trasformazione culturale è questo: bisogna insegnare ai musulmani l’islam
all’avanguardia. Bisogna insegnare loro che si può essere musulmani e
vivere meglio. Che si può essere musulmani e rispettare i diritti umani
e la democrazia. La chiave del Paradiso non è nelle mani dei regimi
islamici. E non tutto quello che fa un governo in nome dell’islam è
islamico».
Alessandra Garusi
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