CULTURA
- RIPENSARE IL NOVECENTO Il
timore della rivoluzione
di Giovanni Sale
scrittore di Civiltà cattolica
Alla fine del
1947, complici una serie di rapporti riservati di cui è difficile
stabilire l’attendibilità, negli ambienti politici moderati
italiani e nel mondo ecclesiastico si diffuse la paura di un colpo di
mano militare da parte del Pci. Che però non avvenne mai.
Nell’ultima
parte del 1947 e agli inizi del ’48 il Paese attraversò un momento di
duro scontro sociale che faceva pensare al periodo dell’immediato
dopoguerra, quando si temette che le sinistre potessero andare al potere
in Italia con un «colpo di mano», sfruttando da un lato il clima di
euforia per la lotta di Liberazione nazionale e per la raggiunta
libertà, dall’altro la situazione di miseria, di incertezza e di
paura molto diffusa tra la gente, che avrebbe accettato qualsiasi forma
di regime politico pur di uscire dalla precarietà e dalla durezza del
presente. Il 1947 non era però il 1945: le strutture costituzionali
dello Stato erano certamente più salde e il governo in carica,
presieduto da Alcide De Gasperi, più forte e determinato a non
lasciarsi sfuggire di mano la situazione. Inoltre la coscienza politica
dei partiti era più matura e rispettosa delle dinamiche della
democrazia rappresentativa.
Intanto nel settembre del 1947, in una piccola città polacca –
Szkarska Poreba –, i rappresentanti dei partiti comunisti dei Paesi
dell’Est insieme ai delegati del partito comunista italiano e
francese, ponevano le basi per la creazione di un centro dirigente dei
partiti comunisti, che assunse il nome di Cominform.
Nelle riunioni i partiti comunisti italiano e francese furono molto
criticati dai delegati sovietici e iugoslavi per aver stretto alleanze
di governo con i partiti borghesi e per aver subordinato gli interessi
della classe operaia e del comunismo internazionale a quelli di
solidarietà nazionale, professando fedeltà alle istituzioni
democratiche borghesi.
Fu l’onorevole Luigi Longo che, a nome dei comunisti italiani,
difese davanti al Cominform la condotta del Pci, adottata in particolare
durante il periodo della Resistenza ai nazifascisti; mentre accettò
gran parte delle critiche all’indirizzo seguito dal suo partito negli
anni dei governi di unità nazionale e in particolare la collaborazione
a quelli tripartiti.
Mentre l’ala intransigente del Pci, capeggiato da Secchia e da
Longo, accolse le direttive del Cominform con sollievo, nella speranza
che il partito si orientasse verso un’opposizione dura nei confronti
del governo e allo stesso tempo preparasse le masse operaie e il popolo
alla rivoluzione comunista, al contrario Palmiro Togliatti e il grosso
del partito accolsero con riluttanza le direttive del Cominform.

Manifesti elettorali anticomunisti.
Togliatti
era infatti convinto che in Italia non ci fosse altra via per arrivare
al potere che quella democratica e che il Pci, anziché pensare a
rivoluzioni o cose del genere, avrebbe dovuto orientare la sua azione
verso la formazione dei quadri e la propaganda politica, al fine di
conquistare le masse italiane attraverso la lotta politica e l’azione
sociale.
In Italia intanto lo scontro sociale negli ultimi mesi del 1947 non
accennava minimamente a diminuire. A novembre, nei maggiori centri
industriali del Nord ci furono nuovi scioperi e quindi nuovi scontri tra
operai e polizia. Il secondo Congresso nazionale dei Consigli di
gestione – al quale parteciparono 6.000 delegati provenienti da tutt’Italia
– che si tenne a Milano il 23 novembre negli stabilimenti Pirelli, fu «picchettato»
da oltre 3.000 ex partigiani: tale fatto riportava alla memoria
terribili esperienze del passato fascista.
Particolare impressione, inoltre, fece la vicenda del trasferimento
del prefetto di Milano, Ettore Troilo, uno degli ultimi nominati dal Cnl,
ordinato dal ministro degli Interni Mario Scelba. Per protesta contro
tale disposizione, il 27 novembre il segretario comunista della
Lombardia, Gian Carlo Pajetta, ordinò l’occupazione della prefettura
milanese. Gli operai si riversarono nel centro della città, si fecero
blocchi stradali e partigiani armati dirigevano le operazioni. La
protesta rientrò in breve tempo sia per la fermezza dimostrata in quel
momento da Scelba e dal capo del governo, sia, soprattutto, per il
mancato appoggio di Togliatti e della direzione centrale del Pci, che
ordinò ai dimostranti comunisti di ritirarsi immediatamente.
Ma
in molti italiani rimase la convinzione, e quindi la paura, che il
Partito comunista italiano si stesse preparando per la rivoluzione e che
in ogni caso avrebbe sfruttato ogni occasione per impadronirsi anche
illegittimamente del potere.
C’era veramente il pericolo, in quei mesi di duro scontro sociale,
di una insurrezione comunista in Italia? Oppure era soltanto frutto
della paura e della sopravvalutazione della forza e della determinazione
dell’avversario politico? Non è facile a tutt’oggi dare una
risposta esauriente a tale domanda. Va ricordato però che in quel
periodo lo stesso ministro Scelba in diverse occasioni fece riferimento
alla possibilità di colpi di mano contro la democrazia da parte dei
comunisti. Nelle sue memorie parla di un piano insurrezionale «K»,
attraverso il quale i comunisti italiani, aiutati da Mosca, avrebbero
organizzato un vero e proprio colpo di Stato per impossessarsi del
potere. Scelba, che aveva avuto l’informazione dai servizi segreti
americani, riteneva però improbabile la messa in opera di tale piano,
mancando l’elemento sorpresa, «essenziale per la riuscita di un
movimento insurrezionale». In ogni caso egli aveva predisposto ogni
cosa per far fronte a un eventuale colpo di mano da parte dei rivoltosi
comunisti.
Dalle
fonti di parte ecclesiastica risulta che a partire dal 1946 furono
diversi i progetti insurrezionali messi a punto dai comunisti; progetti
che si intensificarono a partire dal momento in cui i socialcomunisti
furono allontanati dal governo (maggio 1947).
Fra tutti uno dei più significativi fu il cosiddetto «Piano Ivan»,
del dicembre 1947. «Il Piano "Ivan" e "Z"», si
legge in un appunto inviato in Vaticano, «prevede tre sviluppi
successivi: 1°) Conquista delle sedi governative di Roma, contemporanea
ad azione rapida e decisa in tutte le 5 città principali dell’Italia
settentrionale: Genova, Torino, Milano, Venezia, Bologna. 2°) Azione
immediata e quindi blocco delle strade nazionali, provinciali e
comunali. Blocco e interrompimento con paralisi del traffico delle
ferrovie. Cordone di isolamento sotto Roma con scopo di bloccare l’accesso
al meridione dei fuggitivi alle zone sotto controllo comunista. 3°)
Azione isolata e contemporanea per tutto il territorio controllato dal
comunismo, tesa alla eliminazione rapidissima dei fascisti e dei
cosiddetti reazionari ritenuti più pericolosi. Tale eliminazione deve
colpire inesorabilmente tutti i monarchici. Le eliminazioni di prelati e
religiosi dovranno avvenire in un secondo tempo quando cioè i territori
controllati saranno stati sgombrati da tutti quegli elementi che possono
costituire isole di resistenza».
Naturalmente tale notizia non poteva che creare apprensione negli
ambienti vaticani, tanto più che si incrociava con altre allarmanti
comunicazioni provenienti da Washington e da Berna. In particolare una
lunga relazione scritta in francese «sull’organizzazione delle unità
comuniste che lavorano clandestinamente in Italia», inviata alla
Segreteria di Stato da monsignor Francesco Bernardini, nunzio apostolico
in Svizzera (il quale disse di averla ricevuta da un informatore
attendibile) attirò l’attenzione dei prelati vaticani, che ne diedero
immediata comunicazione agli organi governativi competenti, cioè al
ministro Scelba e ad altri esponenti democristiani.
Anche in altri documenti si parla di infiltrazioni di combattenti
comunisti jugoslavi in Italia. Secondo una relazione molto dettagliata
del 17 ottobre 1947, fatta pervenire in Vaticano dai servizi segreti
statunitensi, si dice che essi sarebbero circa 15.000 e farebbero parte
della cosiddetta «Stella Rossa» (organizzazione combattente di circa
25.000 membri, formata da 30 brigate di 800 uomini ciascuna). Tali
militari jugoslavi, secondo la relazione, vivrebbero alla macchia nelle
località previste per il loro impiego, e per il loro sostentamento si
provvederebbe attraverso le mense aziendali delle grandi industrie (Pirelli,
Marelli, Breda, Falk, Garelli e altre). «L’armamento della Stella
Rossa è essenzialmente costituito da armi moderne russe e jugoslave le
quali sono già in distribuzione, mentre armi italiane e tedesche sono
conservate in depositi sorvegliati da nostri comunisti e spesso cambiati
per sicurezza».
Un
altro documento dello stesso periodo tratta delle formazioni
paramilitari facenti capo al Pci. «La direzione centrale del Pci», vi
si legge, «ha recentemente diramato alle federazioni provinciali dell’Italia
settentrionale (...) due circolari segrete». La prima di esse conteneva
l’ordine perentorio alle federazioni di organizzare ciascuna una «brigata»,
con un organico di circa 600-800 uomini. I comandanti di tali brigate
dovrebbero essere reclutati dalle file dell’esercito o di quelle
partigiane e avere conoscenza delle armi automatiche. La seconda
circolare riguardava le misure di carattere difensivo da adottare in
caso di conflitto a fuoco con le forze dell’ordine nelle piazze e nei
centri abitati. «Le cellule armate», si legge nel documento, «dovranno
essere piazzate sui tetti, abbaini, terrazze e altri luoghi, da cui
possono dominare gli incroci delle vie principali».
La circolare conteneva, inoltre, altre istruzioni sugli atti di
sabotaggio da compiere per paralizzare ogni attività della vita
cittadina, e aggiungeva che tra i giovani attivisti comunisti erano
state costituite speciali squadre di «guastatori» con il compito di
tagliare cavi telefonici, condutture d’acqua, della luce, del gas, di
sabotare centrali ferroviarie e di bloccare le stazioni radio. Come capi
dell’organizzazione paramilitare sono poi indicati i nomi di Secchia,
Longo, Moscatelli, Negarville, Amato, dai quali dipenderebbero i comandi
militari territoriali di ogni regione.
Qual
è il grado di attendibilità storica di tale documentazione? A nostro
avviso non è facile stabilirlo. Non va dimenticato, infatti, che buona
parte di essa fu prodotta per lo più in ambienti anticomunisti, che
avevano tutto l’interesse a ingigantire (o addirittura a inventare)
per motivi di propaganda politica la reale consistenza e pericolosità
delle formazioni paramilitari comuniste. Che queste in qualche misura
esistessero non era un mistero per nessuno: un dirigente democristiano a
un prelato romano che gli chiedeva se il Pci fosse in grado di fare un
colpo di Stato, confidò in quei mesi: «È certo che i comunisti sono
bene armati e in grado sempre di farlo. La polizia, specie l’Arma dei
Carabinieri, può costituire un freno e non bisogna dimenticare che sono
bene armati anche altri gruppi; per cui gli stessi comunisti debbono
andare cauti».
Circa invece il coinvolgimento dei capi comunisti italiani in
attività di carattere insurrezionale o antistatale, ci sembra di poter
affermare che Togliatti e il grosso del partito erano sinceramente
convinti che si potesse giungere al comunismo in Italia solo
progressivamente e per via democratica. Ogni tentativo di impadronirsi
dello Stato attraverso l’insurrezione armata sarebbe stata soffocata
nel sangue (come era avvenuto nel 1945 in Grecia) dall’esercito
alleato ancora di stanza in Europa. È vero però che Togliatti, per non
deludere la grande maggioranza del partito e della base comunista, si
lasciò a volte andare ad affermazioni piuttosto ambigue, che gettavano
qualche ombra sulla serietà della sua fede democratica: da una parte
egli rassicurava i militanti e la base del partito che questo conservava
la sua natura rivoluzionaria, dall’altra indicava che, nella
situazione italiana, il Pci avrebbe seguito la via democratica per la
conquista del potere.
In
realtà, la rinuncia alla rivoluzione violenta e la scelta di una via
pacifica e democratico-parlamentare al comunismo in Italia gli fu
imposta fin dal 1944 da Stalin, interessato a non incrinare i suoi
rapporti con gli Alleati occidentali, e dalla presenza sul suolo
italiano degli eserciti anglo-americani: Togliatti comprese subito, a
differenza di altri suoi compagni (Secchia, Longo e altri), che ciò in
Italia avrebbe significato la fine del comunismo.
Sta di fatto che l’indirizzo politico che con il tempo si andò
affermando all’interno del Pci fu quello indicato da Togliatti. Ciò
è dimostrato anche dal fatto che in quei pochi casi in cui alcuni
attivisti comunisti scelsero di passare alle vie di fatto – come nell’occupazione
della prefettura di Milano nel 1947 e negli scontri di piazza e nei
sequestri che seguirono nel 1948 l’attentato alla sua stessa vita –
Togliatti diede prova di senso politico, intimando agli esecutori di
deporre le armi e rientrare al più presto nella legalità.
Giovanni Sale
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