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EUROPA
Francia: gli imam musulmani si formeranno all’Institut catholique

Diventeranno imam studiando alla facoltà di Scienze sociali ed economiche dell’Università cattolica di Parigi. Il 29 gennaio è infatti partito il corso semestrale "Religioni, laicità, interculturalismo", destinato a un gruppo di 25 futuri religiosi islamici, fra cui tre donne (alle quali la loro confessione attribuirà un ruolo diverso da quello dei colleghi maschi, ndr). Dopo due anni di trattative, hanno raggiunto un accordo il prestigioso Institut catholique de Paris – detto "Catho" – e l’Istituto di formazione religiosa della Grande Moschea della capitale francese, nella figura del suo presidente, Djelloul Seddiki, che bolla come «una mancanza di apertura» l’atteggiamento di coloro che, soprattutto all’interno della comunità islamica francese, si sono mostrati scettici sull’iniziativa. Tra questi, Fouad Alaoui, primo vicepresidente dell’Uoif (Unione delle organizzazioni islamiche di Francia), che aveva detto: «Non siamo mai stati contro una formazione generale universitaria non religiosa degli imam. Ma, dal punto di vista simbolico, penso che il luogo non sia adatto. Ce ne vorrebbe uno più neutro...».

In realtà, questa scelta è stata fatta dopo due tentativi falliti, all’Università di Parigi IV-Sorbonne, dove nel maggio 2005 si era opposto il Consiglio di studi universitario, e all’Università di Parigi VIII-Saint-Denis, che aveva declinato l’invito.

Seguendo l’esempio della Germania, dei Paesi Bassi e del Belgio, la Francia sarà quindi il quarto Paese dell’Unione europea a creare un corso di formazione per imam. Ma l’insegnamento dispensato alla "Catho" sarà «non confessionale», come precisa Didier Leschi, capo dell’Ufficio dei culti al ministero dell’Interno. Non comprenderà, infatti, corsi di teologia né di pastorale liturgica. Esempio di materie insegnate: storia dei tre valori repubblicani (libertà, uguaglianza, fraternità), istituzioni e vita politica della Repubblica francese, diritto delle religioni, pratiche musulmane in Francia, interculturalità.

L’intesa tra Institut catholique e Moschea di Parigi prevede 400 ore di studi: 250 ore di lezioni effettive e il resto di esercitazioni. Le lezioni vanno da gennaio a giugno, con discussione della tesi a settembre. Alla fine del corso, i 25 studenti islamici otterranno un diploma, riconosciuto dallo Stato. Fra loro c’è un iracheno di origine cristiana caldea convertito all’islam, un imam di Seine-et-Marne di origine algerina, ma anche uomini di mezza età e stimati professionisti, come Abdelkader Khali, 52 anni, esperto di informatica. Il numero degli studenti potrebbe aumentare presto. In Francia ci sono attualmente almeno 1.200 imam: molti non hanno ricevuto alcuna formazione specifica e circa la metà parlano il francese poco o male (solo il 20% è francese perché nato in Francia o naturalizzato). Di qui la necessità di "integrarli" e fornire loro una formazione "repubblicana". Da più di venti anni, tutti i governi hanno tentato, invano, di istituire un insegnamento del genere per combattere «i fanatismi e gli estremismi».

Alessandra Garusi
   

ITALIA
Quaresima in Campania: le diocesi
si mobilitano per l’emergenza rifiuti

La Quaresima fa la differenza nelle diocesi della Campania travolta dallo scandalo dei rifiuti: la differenza tra un prima e un dopo. Tra l’irresponsabilità e l’incoscienza, anche criminali, che hanno condotto la regione, un tempo felix, al presente tragico e sempre più dolente, e la consapevolezza che si può cambiare impegnandosi per il rispetto della dignità delle persone e dell’ambiente, entrambi espressioni del Creato. È dunque una Quaresima "differenziata" questa che sta vivendo la Campania. Un vero "passaggio", vissuto come un tempo di purificazione dell’anima, degli atteggiamenti, del territorio.

I vescovi della Campania lo hanno chiesto in un messaggio indirizzato «ai propri fedeli e agli uomini di buona volontà in difesa dell’ambiente»: è la Chiesa che ascolta e invita a riflettere. «Certe emergenze si mostrano in tutta la loro drammaticità non soltanto come effetti di mancate o di errate scelte, o di precise responsabilità, ma anche come il frutto dei nostri stili di vita iperconsumistici; quando emerge tragicamente il risultato non soltanto di determinate pratiche sociali inadeguate o di omissioni colpevoli, ma anche di peccati da noi commessi», dicono i vescovi.

E la Chiesa agisce, «non ha paura di sporcarsi le mani», come ha detto in un suo accorato invito, suonato come una preghiera durante un’intensa celebrazione «per la città», l’arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe. Così le diocesi, in special modo quelle più colpite dall’emergenza, si «sono rimboccate le maniche» e attraverso quelle che sono le loro "mani", cioè le parrocchie, hanno avviato l’opera di sensibilizzazione, di educazione, di pratica. Napoli, Pozzuoli, Caserta hanno preparato e messo in atto progetti per la raccolta differenziata. Si sono mobilitati tutti: i parroci, le associazioni, i movimenti. In prima fila ci sono soprattutto attraverso i ragazzi e i giovani. L’idea è semplice, ma efficace: la diocesi di Napoli, grazie a un protocollo d’intesa con l’azienda napoletana di igiene urbana, sta raccogliendo carta, plastica e alluminio.

Per il momento sono coinvolte già venti parrocchie, in varie zone della città, e il centro di pastorale giovanile Shekinà. L’attenzione è alta ovunque e si sta facendo largo l’idea di estendere il progetto a tutta la diocesi e soprattutto di protrarlo oltre il tempo quaresimale. La diocesi di Pozzuoli, con la Caritas, ha dato vita al progetto Ri.Creo.

Anche le parrocchie della diocesi di Caserta hanno predisposto, dove possibile, aree per la raccolta differenziata. Sono gli esempi da seguire, i piccoli passi verso un cammino nuovo, che per quanto possano apparire microscopici, di fronte a una crisi dai numeri iperbolici e dalle difficoltà insormontabili, sono la risposta più efficace, gli spiragli di speranza che si aprono su un futuro che Napoli e tutta la Campania sperano finalmente diverso.

Valeria Chianese

   

AMERICA DEL NORD
Primarie amare: i mormoni scoprono
un Paese che non li ama"

Le primarie degli Stati Uniti hanno un retrogusto amaro per i mormoni. Non tanto perché Mitt Romney, seguace della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni, non ce l’ha fatta a vincere la nomination del Partito repubblicano per la Casa Bianca. La sua campagna elettorale, perdente ma energica, ha messo in luce un altro problema. Che gli americani ancora non amano i mormoni. Un sondaggio realizzato dal Wall Street Journal ha rilevato che la metà dei cittadini degli Stati Uniti sarebbe «molto a disagio» con un presidente mormone, mentre l’81% sarebbe «entusiasta» o «a proprio agio» se alla Casa Bianca sedesse un nero (leggi Barack Obama) e il 76% pensa lo stesso di una donna (Hillary Clinton, ad esempio). In America, insomma, il pluralismo religioso c’è, ma fino a un certo punto.

Nel corso degli anni le frizioni tra la mainstream della società a stelle e strisce e il mormonismo non sono mancate. La poligamia è stata a lungo motivo di scontro con i puritani e con le leggi dello Stato, fino a quando la religione fondata nel 1820 da Joseph Smith non la abolì. Ma anche le questioni di dottrina sollevano molti dubbi. Se i 13 milioni di mormoni nel mondo definiscono se stessi fedeli di Cristo, non altrettanto pensano di loro altre denominazioni cristiane. Una diffidenza, quella che circonda i seguaci di Smith, che sembrava, comunque, ormai superata, o quanto meno confinata nella mente degli evangelicals più intransigenti. E invece le elezioni primarie hanno gettato un faro di luce su un’ostilità ancora diffusa.

«La campagna di Romney ha dato la sveglia alla Chiesa. Là fuori c’è l’equivalente dell’antisemitismo», denuncia Armand Mauss, sociologo mormone. Le critiche, i sospetti, le aperte contumelie sono, in effetti, abbondate. «Romney viene da una religione fondata da un criminale, antiamericano, schiavista e stupratore», ha spiegato alla televisione l’attore Lawrence O’Donnel Jr. Su internet, sui giornali, per le strade il sentimento antimormone si è fatto strada. Anche il pastore battista Mike Huckabee, uno degli sfidanti di Romney alle primarie repubblicane, si è domandato dal palco: «I mormoni non credono forse che il diavolo è fratello di Gesù?». Per smentirlo, nonostante avessero scelto di tenere un profilo basso durante le elezioni, sono scese in campo le massime autorità della Chiesa, spiegando, in un gelido comunicato, che «Cristo è l’unigenito figlio incarnato». Intanto, però, Huckabee volava nei sondaggi e Romney calava.

C’è chi sottolinea che il fattore religioso non sia stato la causa della sua sconfitta. Lo stesso Romney, del resto, si è presentato agli elettori come un manager pragmatico, volitivo ma anche volubile, pronto a sposare cause conservatrici in base all’opportunità elettorale, ma anche capace di prendere le distanze dalla sua Chiesa. Come che sia, l’ondata di diffidenza nei confronti dei mormoni ha lasciato il segno. «Ci saranno conseguenze di lungo termine per la Chiesa mormona», preconizza il sociologo Mauss.

Iacopo Scaramuzzi
   

AMERICA LATINA
I vescovi cileni scendono in campo
in difesa dei piccoli agricoltori

Dopo un processo di consultazione durato tre anni che ha coinvolto, attraverso l’Istituto nazionale di pastorale rurale (Inpru), più di un migliaio di persone tra esperti, operatori pastorali e dirigenti contadini, la Conferenza episcopale del Cile (Cech) ha pubblicato una lettera pastorale sulla realtà rurale intitolata Discepoli missionari di Gesù Cristo per un tempo nuovo. Il lungo documento si articola in quattro parti, iniziando da un’analisi della situazione nelle campagne, illuminandola alla luce del progetto di Dio, soffermandosi su alcune situazioni che richiedono una speciale attenzione e, infine, approfondendo l’annuncio del Vangelo nel mondo agricolo.

Il punto di partenza è la constatazione delle «grandi trasformazioni avvenute in campagna. Al ritmo della globalizzazione è cambiato il modo di produzione e commercializzazione agricolo, si è rafforzato il passaggio dall’agricoltura tradizionale ai nuovi prodotti e si è sviluppata una potente agroindustria. I Trattati di libero scambio hanno offerto opportunità ai più forti e accresciuto l’abisso tra le grande imprese e i piccoli produttori che restano senza protezione. Sono stati effettuati investimenti in strade e aumentati i sussidi per abitazioni rurali. I mezzi di comunicazione – specie la televisione e internet – arrivano massicciamente nelle campagne connettendole al mondo e portando inedite opportunità di informazione e conoscenza, ma anche stili di vita estranei alla cultura contadina e ai suoi valori. È cresciuto il numero di "lavoratori agricoli stagionali" e con essi la precarietà e la mancanza di tutela legale. I giovani emigrano sempre più e in alcuni luoghi restano solo anziani e bambini».

Particolarmente rigoroso è l’esame delle politiche agricole, il cui «asse è strutturato attorno all’apertura dell’economia verso l’estero. Così sono i mercati internazionali a indurre le decisioni economiche, produttive e commerciali nell’agricoltura nazionale», legate «alle strategie delle imprese transnazionali». Il Cile «ha registrato progressi significativi negli indicatori di sviluppo per un periodo prolungato, è stata significativamente ridotta la povertà e vi sono chiari passi avanti nella modernizzazione di tutti i settori della società. Tuttavia il nostro punto debole come Paese è la grande disuguaglianza nella distribuzione del reddito, che genera iniquità scandalose e colpisce le persone più semplici e indifese». Tra queste ultime si collocano i piccoli e medi produttori agricoli, a causa «della disparità degli investimenti e dei trasferimenti pubblici rispetto alle grandi imprese» e «dell’instabilità provocata dalla politica di liberalizzazione dei mercati e di mancanza di tutela della produzione di alimenti per il consumo interno».

Riferendosi agli accordi di libero scambio sottoscritti dal Cile con diversi Stati, i vescovi sottolineano che «un progetto rurale per il Paese difficilmente può fondarsi solo sullo sviluppo dell’export, giacché finora esso non ha permesso di integrare la grande maggioranza degli agricoltori». E lanciano «un chiaro appello a rettificare questo orientamento escludente dello sviluppo economico del Paese. Incorporare i poveri, i piccoli produttori, gli indigeni e le loro famiglie allo sviluppo non può essere compito lasciato solo al mercato o alla possibilità di vincere un concorso od ottenere un sussidio. Questo richiede una scelta di Stato attraverso un intervento diretto con programmi e progetti integrali di sviluppo».

Di fronte alle lamentele circa «sacerdoti percepiti lontani dalla gente e dai suoi problemi o silenti rispetto alle ingiustizie che avvengono in campagna» e circa «luoghi dove la Chiesa mostra un volto poco accogliente, scarsamente misericordioso», i presuli non esitano «a chiedere perdono» e fare loro le richieste di «una Chiesa più prossima e serva, con una voce chiara per annunciare Gesù Cristo e denunciare le situazioni ingiuste», di «pastori vicini, uomini di preghiera che abbiano tempo per ascoltare i semplici», di «maggiore formazione per i laici delle aree rurali e di uno sforzo per formare leader contadini». E concludono: «Terremo molto presente la vostra aspirazione di contare su operatori pastorale sensibili alla gente e ai problemi del mondo rurale».

Mauro Castagnaro
   

AFRICA
I vescovi del Nordafrica preoccupati
per le violazioni della libertà religiosa

Si è aperto all’indomani dell’arresto di un prete cattolico della diocesi di Orano l’incontro annuale della Conferenza dei vescovi della regione nord dell’Africa (Cerna), che si è tenuto a Malta, dal 27 al 30 gennaio. Si tratta dell’ennesimo episodio di violazione della libertà religiosa in una regione dove la presenza cristiana è ridotta a pochissime migliaia di fedeli. L’Algeria in particolare sta attraversando una fase molto delicata, in cui si succedono minacce, intimidazione, rifiuto di visti e tentativi di espulsione di religiosi. L’ultimo episodio riguarda un prete che si occupa di migranti subsahariani. La ragione dell’arresto – e della condanna a un anno di prigione con la condizionale – è il fatto che avrebbe celebrato in un luogo non riconosciuto dal governo. «Da nove anni», ha affermato il vescovo di Orano, Alphonse Georger, «i servizi di sicurezza algerini sono al corrente che membri della Chiesa cattolica visitano regolarmente i migranti subsahariani a Maghnia e che garantiscono momenti di preghiera presso i cristiani».

Monsignor Georger ha preso parte alla riunione annuale, condividendo con gli altri vescovi del Maghreb la preoccupazione per la fragilità delle diverse comunità cristiane nella regione e le loro difficoltà. Uno dei punti su cui si è riflettuto è stata appunto la presenza di numerosi migranti subsahariani in questi Paesi, in gran parte desiderosi di fare il "salto" verso l’Europa. Grazie all’intervento di alcuni rappresentanti del Jesuit Refugee Service, che ha recentemente aperto un progetto in Marocco, sono state affrontate tematiche scottanti riguardo a una presenza che, da un lato, stimola le Chiese locali a maggiori scambi con quelle dei Paesi d’origine di migranti, dall’altro le interroga sulle possibilità di accoglienza, aiuto, accompagnamento spirituale.

«L’arrivo di numerosi preti, religiosi e laici provenienti dalle Chiese sorelle del Sud del Sahara», scrivono i vescovi nel loro comunicato finale, «è un segno di solidarietà tra le Chiese del continente africano: questi scambi si inseriscono nella preparazione del Sinodo africano». A questo proposito, i vescovi del Maghreb auspicano che «siano maggiormente considerate la presenza e la specificità delle Chiese del Maghreb tra le Chiese d’Africa». Tra i punti positivi analizzati, è stato unanime l’apprezzamento della lettera inviata da 138 guide musulmane ai leader cristiani. I vescovi hanno sottolineato la novità di questa iniziativa che mostra un reale desiderio di dialogo proveniente dal mondo musulmano. «Questa lettera», scrivono i vescovi, «conforta le convinzioni di lunga data dei cristiani del Nordafrica, che hanno sempre cercato di tessere questo dialogo in particolare attraverso il dialogo della vita».

Anna Pozzi

   

ASIA e OCEANIA
A Timor Est torna la calma dopo gli attentati
dell’11 febbraio

Non trova pace la giovane Repubblica di Timor Est. L’11 febbraio scorso, in un apparente tentativo di colpo di Stato, un gruppo di ribelli armati ha ferito gravemente il capo dello Stato José Ramos-Horta (Nobel per la Pace 1996) e preso di mira anche il convoglio di auto del primo ministro Alexandre "Xanana" Gusmao. Ridotto in gravi condizioni da colpi d’arma da fuoco all’addome, Ramos-Horta è stato prontamente trasferito a Darwin, in Australia, dove è stato sottoposto a intervento chirurgico. Per alcuni giorni è rimasto in pericolo di vita, poi è cominciata una lenta ripresa, ma è probabile che per diversi mesi non sarà in grado di esercitare le funzioni presidenziali. Gli è subentrato come supplente il presidente del Parlamento, Fernando Lasama de Araujo.

Durante l’assalto le guardie del corpo del presidente hanno ucciso Alfredo Reinado, capo di alcune centinaia di ribelli che nel 2006 insorsero in armi contro il governo che li aveva bruscamente congedati dalle file dell’esercito. La morte di Reinado, che godeva di simpatizzanti anche tra i civili, potrebbe restituire una certa tranquillità al Paese. Nei giorni successivi all’attentato, d’altronde, le istituzioni hanno dimostrato di saper far fronte alla situazione. Avvalendosi dei suoi poteri costituzionali il primo ministro ha proclamato lo stato d’emergenza (prorogato dal Parlamento per quasi tutto febbraio). "Xanana" Gusmao ha inoltre chiesto al governo di Canberra di rafforzare il contingente militare e di polizia sotto bandiera Onu e il comando australiano stanziato a Dili (la capitale) sin dalla proclamazione dell’indipendenza nel 2002, dopo quasi tre decenni di occupazione indonesiana. Gli australiani hanno subito aderito alla richiesta e il primo ministro Kevin Rudd il 14 febbraio era a Dili per manifestare la sua determinazione a non lasciar naufragare la giovane democrazia di Timor Est.

A ridosso dell’attentato si temeva che la situazione dell’ordine pubblico potesse precipitare e che la popolazione della capitale, in preda al panico, decidesse un’altra volta di abbandonare le case in cerca di rifugi sicuri, come accadde nel 2006 quando gli sfollati furono almeno 100-150 mila e cercarono riparo presso scuole, conventi, strutture della Chiesa (parecchi di loro non hanno ancora fatto ritorno a casa). Stavolta gli appelli alla calma e il pattugliamento dei principali centri urbani da parte delle forze Onu hanno prodotto effetto.

Lo stesso vescovo di Dili, monsignor Alberto Ricardo da Silva, recandosi in ospedale poche ore dopo l’attentato per visitare i militari feriti, ha invitato i connazionali a non provocare altri problemi e a reagire con compostezza. Forse dalla tragedia dell’11 febbraio potrebbe anche uscire un Paese più maturo e coeso, almeno a livello istituzionale. Non sarebbe un bagaglio da poco per cercare di rispondere, oggi e in futuro, ai bisogni di una nazione ancora molto povera e mal in arnese.

Giampiero Sandionigi

Jesus n. 3 marzo 2008 - Home Page