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Dossier – 13 aprile: voto ed ex voto Se
il Tevere è più stretto
di Angelo Bertani
 Alle
imminenti elezioni anticipate, seguite alla crisi del governo Prodi, la
Chiesa e i cattolici arrivano in un’atmosfera complessa: dopo una
campagna elettorale in cui sono stati corteggiati dalle forze politiche
dei vari schieramenti, dopo il lungo dibattito sui "valori non
negoziabili", dopo l’esame dei diversi programmi alla luce della
dottrina sociale cristiana, che cosa resta? Forse rimane l’incognita
sul risultato elettorale che riscuoterà il centro; restano i dubbi sull’assetto
istituzionale della democrazia italiana, tra nostalgia del proporzionale
e necessità di un bipolarismo compiuto. Ma resta, sopra ogni cosa, la
sensazione di una reciproca strumentalizzazione tra fede e politica che
non fa bene né all’una né all’altra.
«Non
possiamo negare che nei mesi trascorsi si sia accresciuta una sensazione
di disagio e di sofferenza all’interno della Chiesa di Dio che è in
Italia e nei rapporti tra i cristiani e la società civile: la
contrapposizione sembra aver preso il sopravvento sul dialogo, lo
schierarsi in antagonismi sulla riflessione condivisa, l’affermazione di
sé sull’ascolto dell’altro. Le opzioni di fondo dei nostri fratelli e
sorelle in umanità vengono dipinte sempre più spesso a tinte fosche, con
accenti cupi, come se non si sapesse scorgere altro che
"prevaricazione e rovina"... Quante durezze in nome di
"valori non negoziabili" che fanno trasparire nello stesso
linguaggio usato un approccio "mercantile" ai fondamenti etici
del bene comune!».
Non sono parole sfuggite dalle labbra di qualche contestatore: è la
meditazione che i fratelli e le sorelle della comunità monastica
ecumenica di Bose offrivano nella loro Lettera agli amici per la
Pentecoste dello scorso anno. Parole largamente condivise nella comunità
ecclesiale italiana: «I politici guardano oltre Tevere fino al torcicollo»,
lamenta un’autorevole rivista cattolica.

Walter Veltroni ospite di Porta a Porta
(foto M. Merlini/La Presse).
È da parecchi anni (forse dal discorso di Giovanni Paolo II al
Convegno ecclesiale di Loreto nel 1985) che la Chiesa italiana ha
accresciuto il suo impegno in campo sociale e politico. Con la fine
della Dc e la nascita del bipolarismo sono sorti all’interno di ogni
schieramento gruppi più o meno organizzati che si dichiarano cattolici.
I vescovi hanno cercato di impegnare i cattolici a essere uniti su
alcuni temi considerati non negoziabili (lotta all’aborto e all’eutanasia,
alle unioni di fatto e al loro riconoscimento, difesa di scuole e
ospedali cattolici, presenza pubblica della Chiesa e dei segni della
fede cattolica ecc.). Sembra addirittura che la gerarchia rimproveri
allo stesso Concilio e postconcilio un atteggiamento troppo arrendevole
di fronte al mondo moderno, alla cultura e alla scienza e all’etica di
una società pluralista. Vicende come la cancellazione della visita
papale alla Sapienza di Roma hanno acuito la tensione e sui giornali
atei devoti, cattolici integralisti, laici e cattolici democratici
incrociano il fioretto e le spade. Il Tevere sembra oggi più stretto
che in passato, attraversato da molti ponti visibili e da molti cunicoli
sotterranei.
Credenti e non credenti sono spesso d’accordo nel ritenere che
assistiamo a una doppia involuzione. Da un lato la Chiesa sembra
abbandonare lo spirito del Concilio e le linee-guida del postconcilio
che proponevano un ritorno alle sorgenti evangeliche, rispetto della
laicità, atteggiamento cordiale e fiducioso con tutti, dialogo con la
cultura, la scienza e le speranze degli uomini; torna invece una ricerca
dell’esteriorità, dei mezzi materiali, del potere, della visibilità
mondana, dedicando meno cura alla vita di fede e alla formazione delle
coscienze.
Dall’altra parte, anche la vita civile e politica sembra farsi più
arida e brutale: guidata dalla ricerca del potere, del danaro e dall’uso
strumentale della comunicazione e dell’«immagine». Un ritorno del
machiavellismo volgare e spregiudicato: poca coerenza, pochissima
cultura, niente "progetto". E poca democrazia.

Manifesti elettorali in una strada di Roma
(foto A. Rossi/Eidon)
Questa doppia debolezza, della religione e della politica, espressa
da una crisi della vitalità ecclesiale e da una diminuzione della
fiducia e della partecipazione dei cittadini alla politica, provoca una
reciproca invasione di campo. La Chiesa (ecclesiastici e laici, non
pochi) vorrebbe entrare in politica per rendersi più incisiva,
determinare leggi e progetti, scegliersi interlocutori affidabili,
ottenere condizioni favorevoli. E la politica (alcuni politici, non
pochi) vorrebbe sbandierare credenziali e favori del mondo religioso per
averne una "copertura morale", per avvalersi di sostegni etici
e materiali e conquistare consensi. In realtà la cattiva politica entra
così nella Chiesa; e il clericalismo nella politica.
Non
c’è dubbio che Chiesa e istituzioni, religione e politica, possano e
debbano collaborare, ma conservando la propria identità, ciascuno con i
propri strumenti, i propri fini e il proprio stile. «Anche la preghiera
è un problema politico», ammoniva Danielou; e «ogni parola di Dio ha
una valenza geo-politica», spiega il cardinale Martini. La storia è
ricca di esempi che dimostrano come una buona politica possa essere di
aiuto anche alla vita religiosa e morale; e che una Chiesa viva sia una
forza amica per tutta la società, anche per i non credenti. Purché
tutti rispettino lealmente il «date a Cesare quel che è di Cesare»,
con quel che segue. È il tema della laicità che, come Claudio Magris
giustamente spiegava, «non è un contenuto filosofico, bensì una forma
mentis; è essenzialmente la capacità di distinguere ciò che è
dimostrabile razionalmente da ciò che è invece oggetto di fede, a
prescindere dall’adesione o meno a tale fede; di distinguere le sfere
e gli ambiti delle diverse competenze, in primo luogo quelle della
Chiesa e quelle dello Stato».
Oggi
è in crisi proprio questo reciproco rispetto tra dimensione religiosa e
dimensione civile. Così la vita civile è turbata da inutili polemiche
e si rischia di perdere il senso del bene comune, mentre la vita
ecclesiale rischia di perdere il suo stile profetico, la sua differenza
qualitativa. Giustamente Alberto Melloni ha ricordato che «il problema
della Chiesa è quello della sua credibilità evangelica, non politica».

Un gruppo di suore davanti alla sede del
Partito democratico
(foto M. Merlini/La Presse).
Qualcuno aveva intuito la deriva che si era iniziata qualche anno fa.
Lo storico Pietro Scoppola parlava dei costi della Chiesa politicizzata.
La piaga di un magistero che perde autorità proprio mentre accumula
potere, che si getta nella politica alla stregua di un partito: «La
lunga stagione della "Chiesa di parte" è finita», scriveva
già nel 1995, «le ideologie sono crollate; il Paese vive una fase
nuova di transizione non solo di sistema politico, ma di cultura, di
mentalità, nella quale le ragioni stesse della convivenza e dell’unità
nazionale sono rimesse in discussione. Il tema antico del rapporto della
Chiesa con la democrazia, in una società frattanto profondamente
secolarizzata a seguito degli stessi progressi economici e sociali
realizzati, si ripropone in termini nuovi».
«Venuto meno il partito cui la Chiesa era legata», continuava
Scoppola, «la tentazione è quella di chiudersi in difesa dei propri
"valori", di ridefinire la presenza in politica solo nei
termini di una intesa fra cattolici di vario orientamento politico su
alcuni problemi di immediata rilevanza etica, costituendo quasi una
lobby trasversale, con il rischio di considerare irrilevante per tutto
il resto il condizionamento della fede cristiana sulla politica...
Insomma, ci sono sì dei valori cristiani da custodire ma ci sono anche
delle virtù civili da promuovere». E concludeva: «Qui è il nodo per
una visione del problema non chiusa sugli "interessi
cattolici" e per riproporre la presenza della Chiesa come elemento
ispiratore di una tensione etica senza la quale la convivenza in una
società democratica è esposta a un inarrestabile degrado». L’articolo
sta nell’ultimo libro uscito lo scorso anno (La coscienza e il
potere, Laterza), ed è stato riproposto in questi giorni da Koinonia,
una rivista di Pistoia ma diffusa in Toscana e oltre.

Comizio del Partito democratico a Cremona
durante il tour elettorale
di Walter Veltroni in giro per l’Italia
(foto La Presse).
Di
fronte alla politica, si insiste troppo sull’alternativa tra «rilevanza»
e «irrilevanza», considerate nella loro dimensione più esteriore. E
molti credenti oggi si chiedono, con i fratelli di Bose: «Dobbiamo
davvero, in nome del Vangelo, imparare anche noi a contarci, a confidare
nel numero? Nella Chiesa, negli anni scorsi, ci avevano insegnato la
necessità di ben altri stili per la nostra testimonianza nella storia e
nella solidarietà con tutti gli uomini».
Su rilevanza e irrilevanza dei cattolici, qualche giorno fa Giovanni
Bachelet, parlando a un convegno di Azione cattolica in Toscana diceva
con parole di oggi quello che suo padre Vittorio insegnava e
testimoniava negli anni Sessanta e Settanta: «Secondo una vulgata alla
quale non è facile replicare (per la progressiva rarefazione e
inaccessibilità degli strumenti di pubblico confronto interno alla
Chiesa), i cattolici italiani sarebbero stati rilevanti alla Costituente
e nei quarant’anni democristiani, e risulterebbero invece irrilevanti
negli ultimi vent’anni di rimescolamento e grandi trasformazioni
economiche e sociali che hanno accompagnato la fine del comunismo, la
globalizzazione, le nuove tecnologie informatiche e biomediche».
«In proposito», spiega Bachelet, «s’impongono domande. Negli
ultimi vent’anni i cattolici italiani sono stati davvero politicamente
irrilevanti? Come si misura e chi misura la loro rilevanza o
irrilevanza? E quando c’è, come è stata ottenuta?». E poi, citando
una riflessione di Paola Gaiotti, risponde: «Dire che i cattolici siano
stati irrilevanti nella gestione difficile della crisi italiana, nell’individuazione
delle vie d’uscita, si può solo se si cancellano sia i numeri, sia i
nomi dei tanti cattolici adulti, da Nino Andreatta, Pietro Scoppola,
Roberto Ruffilli (per citare solo gli scomparsi), ai giovani fucini che
aprirono la stagione referendaria, e infine da Oscar Luigi Scalfaro a
Romano Prodi, che li hanno rappresentati al livello più alto,
riscoprendo il valore dell’impegno politico proprio in ragione della
crisi del Paese».

Silvio Berlusconi nel monitor di una
telecamera durante un incontro
del Partito della libertà a Milano
(foto L. Bruno/AP).
«Questi cattolici» – è sempre Giovanni Bachelet a parlare – «nonostante
un appoggio e un entusiasmo da parte dei pastori molto più tiepido (uso
un eufemismo) rispetto agli anni democristiani, sono stati rilevanti,
eccome. Da adulti. Sono stati portatori di una lettura originale della
crisi, della trasformazione della società, dell’economia: una lettura
capace di produrre un disegno complessivo per il Paese e di competere
non per un ministero, per una regione, per una manciata di seggi o di
poltrone: di competere per la guida dell’intero Paese...».
Giovanni
Bachelet si chiede a questo punto «come hanno fatto quei cattolici che
hanno avuto un ruolo guida e salvato il Paese in alcuni recenti passaggi
molto critici, come la bancarotta del 1992 o l’entrata nell’euro nel
1998, ad essere, malgrado i cambiamenti dell’Italia e del mondo e la
sopravvenuta scarsa comprensione da parte della Chiesa, rilevanti quanto
i cattolici della Costituente o i leader del primo quarantennio
democristiano?».
La risposta è chiara: «Il segreto della loro rilevanza sta, a mio
avviso, nel Concilio. I "cattolici rilevanti" dell’ultimo
ventennio si sono, semplicemente, ispirati e uniformati allo stile dei
loro predecessori: uno stile che nella Costituente e nel primo
quindicennio democristiano anticipò il Concilio (e per questo De
Gasperi, nell’ultima fase della vita, ebbe grane perfino con le
massime autorità della Chiesa), e poi, nei successivi venticinque anni,
lo realizzò. Ecco il n. 76 della Gaudium et spes, intitolato La
comunità politica e la Chiesa: "È di grande importanza,
soprattutto in una società pluralista, che si abbia una giusta visione
dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e che si faccia una
chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in
gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro
coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa
in comunione con i loro pastori..."».

Il pullman del viaggio elettorale di
Veltroni per l’Italia
(foto A. Rossi/Eidon).
«Ancor più che alla rilevanza politica dei cristiani», conclude
Bachelet, «questa distinzione, che permette alla Chiesa di non essere
parte fra le parti e di parlare al cuore di tutti, giova all’annuncio
della buona novella».
E si potrebbero ricordare su questo tema molti altri passi del
Concilio, come questo: «La Chiesa non desidera affatto intromettersi
nella direzione della società terrena; essa non rivendica a se stessa
altra sfera di competenza se non quella di servire amorevolmente e
fedelmente, con l’aiuto di Dio, gli uomini» (Ad gentes, n.
12). A sua volta l’Octogesima adveniens dichiara: «Spetta alle
comunità cristiane individuare, con l’assistenza dello Spirito Santo
– in comunione coi vescovi responsabili, e in dialogo con gli altri
fratelli cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà – le
scelte e gli impegni che conviene prendere per operare le trasformazioni
sociali, politiche ed economiche che si palesano urgenti e necessarie in
molti casi».
Come non ricordare, inoltre, il documento della Cei, del 1981, La
Chiesa italiana e le prospettive del Paese, in una stagione
difficilissima per l’economia, il terrorismo, l’etica pubblica? Vi
si legge: «Le difficoltà che l’Italia sperimenta oggi non sono
frutto della fatalità. Sono invece segno che il vertiginoso cambiamento
delle condizioni di vita ci è largamente sfuggito di mano, e che tutti
siamo stati in qualche modo inadempienti... Ma innanzitutto bisogna
decidere di ripartire dagli ultimi, che sono il segno drammatico della
crisi attuale... Con gli ultimi e gli emarginati potremo tutti
recuperare un genere diverso di vita».
E
poi precisavano i vescovi italiani: «Il Paese non crescerà se non
insieme. Ha bisogno di ritrovare il senso autentico dello Stato, della
casa comune, del progetto per il futuro... Come cristiani, come vescovi
e come Chiesa non possiamo né condividere né tantomeno coltivare stati
d’animo o prospettive fallimentari. Non siamo però alla finestra, né
possiamo accettare di chiuderci nelle sagrestie o nel privato. Non per
questo ci contrapponiamo al Paese con progetti alternativi o
concorrenziali o privilegi di sorta... siamo consapevoli del nostro
impegno prioritario di quotidiana conversione a Cristo per imparare a
servire. Non si tratta di serrare le fila per fare fronte al mondo...
non c’è più prospettiva per una cristianità fatta di pura
tradizione sociale... Si tratta di vivere il testamento di Gesù, oggi,
perché il mondo creda... perciò le comunità cristiane devono sempre
meglio trasformarsi oggi in permanenti scuole di fede, in cui la parola
di Dio corra e si diffonda nella famiglia, nel paese, nel quartiere, tra
i gruppi, là dove la gente parla e decide, nel cuore degli avvenimenti
quotidiani... Ma oggi, in termini nuovi, l’Italia ha una particolare
esigenza della presenza più diretta e specifica di laici cristiani...».

Sostenitori di Berlusconi osannano il
leader del Pdl
in occasione dell’apertura della campagna elettorale al Palalido di
Milano
(foto G.M. D’Alberto/La Presse).
In
questo clima stiamo arrivando alle elezioni politiche anticipate; e
sebbene nelle ultime settimane personalità vaticane e italiane come i
cardinali Bertone e Bagnasco abbiano cercato di rasserenare l’atmosfera
e di riportare l’attenzione ecclesiale verso i temi della pastorale e
della vita ecclesiale, resta un fatto: il laicato cattolico adulto
(quello che fu di Alcide de Gasperi e Giuseppe Dossetti, di Granelli e
di Moro, di Gorrieri e di Prodi) si è sentito sfiduciato, emarginato,
eterodiretto. Indebolito proprio quando avrebbe avuto più bisogno di
forza e di fiducia. Solo attraverso la testimonianza di laici liberi e
responsabili, infatti, la fede cristiana può offrire molta luce per un
progetto e un’azione politica che unisca amore e visione del futuro,
sapienza e dialogo, coerenza e speranza.
Mi sembra che tutto ciò si ritrovi nell’articolo scritto da Aldo
Moro per Il Giorno in occasione della Pasqua 1977, un anno prima
di essere rapito. Scriveva Moro parole che ancora oggi vanno pesate una
a una: «Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo
e speriamo lo stesso identico destino; ma è invece straordinariamente
importante che, ferma la fede di ciascuno nel proprio originale
contributo per la salvezza dell’uomo e del mondo, tutti abbiano il
proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile, nel quale
vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità, tutti
collegati l’uno all’altro nella comune accettazione di essenziali
ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo. La pace civile
corrisponde puntualmente a questa grande vicenda del libero progresso
umano, nella quale rispetto e riconoscimento emergono spontanei, mentre
si lavora, ciascuno a proprio modo, a escludere cose mediocri per fare
posto a cose grandi».
Angelo Bertani
| Cronache
sociali esperienza
attuale
«Una
rivista che ci insegna ancora oggi come fare politica». L’ex
presidente della Corte costituzionale Valerio Onida spiega bene
l’attualità dell’esperienza di Cronache sociali, il
quindicinale del gruppo dei "professorini" animato da
Giuseppe Dossetti, che uscì per la breve stagione che va dal
1947 al 1951. È questo, in fondo, il senso della riedizione
anastatica di tutti i numeri della rivista (raccolti in due
volumi o in versione digitale su dvd) promossa dalla Fondazione
per le Scienze religiose di Bologna: non un’operazione
archeologica, ma una riflessione critica sul presente. «Sfogliando
le pagine di Cronache sociali», spiega Onida, «traspare uno
stile rigoroso nella raccolta dei dati e nell’argomentazione
del punto di vista. Emerge una visione della politica come
impresa collettiva, assai lontana dai personalismi cui siamo
abituati oggi; e poi un’apertura al dialogo che va ben oltre i
luoghi comuni e una prevalenza dei contenuti sui
"contenitori": tutti elementi che potrebbero essere
molto significativi per il nostro tempo». |
| Nesti: Chiesa o
Confindustria sacra?
Mille
campanili sempre più confusi tra le parabole satellitari: è
questa l’Italia alla quale Arnaldo Nesti, docente di
Sociologia a Firenze, direttore della rivista Religioni e
società e della International summer school on religions
in Europe (Issre), ha dedicato due anni fa il volume
intitolato Qual è la religione degli italiani? Religioni
civili, mondo cattolico, ateismo devoto, fede, laicità
(Firenze University Press).
- Professor Nesti, qual è la religione degli italiani?
«È diffuso lo stereotipo che l’Italia sia un Paese
cattolico. Alcuni episodi emblematici – come la religiosità
popolare e la devozione per certe personalità come padre Pio,
la presenza del festivo religioso nella vita collettiva –
rafforzano questa idea. Ma se si guarda in profondità si
potrebbe dire che è un credere senza partecipare, un collante
di appartenenza che non sempre dice l’adesione fondamentale,
il sentire reale. Altro quel che appare, altro quel che è. C’è
un gap tra gli elementi formali e l’effettivo vissuto».
- Oggi il fattore religioso nel dibattito politico sembra
giocare un ruolo più forte che in passato. Come mai?
«Indubbiamente dall’inizio del secolo, con la crisi dei
partiti politici, delle ideologie di massa, il venir meno dello
scontro ideologico tra Est e Ovest, e con il modificarsi delle
condizioni di vita e la crescita del benessere, la religione e
la Chiesa sono diventate un rassicurante elemento identitario,
in modo particolare tramite l’utilizzazione dei mass media.
Eppure dubito che questa occupazione dello spazio pubblico da
parte delle istituzioni ecclesiastiche sia segno di un effettivo
ritorno della fede. È un’impressione confermata dagli
indicatori dell’esperienza religiosa – come la pratica dei
sacramenti, la condotta etica, la conformità ai paradigmi della
Chiesa – che indicano un gap tra questo "recupero"
pubblico, televisivo, dell’elemento religioso e quanto accade
nella vita delle persone. D’altra parte anche i miti diffusi
del successo, del "tutto e subito", sono antitetici
all’etica evangelica».
- Di recente il cardinale Angelo Bagnasco ha richiamato i
politici cattolici a una trasversalità sui valori. Come
interpreta i rapporti tra episcopato e classe politica?
«Le considerazioni e l’intervento del cardinale sono
ineccepibili. Quello che lascia perplessi, in una società
pluralista come la nostra, è questo presumere di avere il
compito di entrare nello spazio del vissuto laico. Un
atteggiamento che svuota la forza dell’annuncio cristiano, che
non si fa forte dell’uso delle televisioni e dei giornali. Dà
l’idea non di una Chiesa sacramento, ma di una "Confindustria
sacra", un partito parallelo. Il ritorno al regime di
cristianità è impensabile, ma questo cavalcare i poteri forti
della comunicazione, l’alleanza con soggetti che dichiarano di
essere esterni alla fede, ma utilizzano strumentalmente la
religione – parlo della vicenda degli atei devoti –, sono
fatti che contaminano il rapporto tra religione e politica. E si
fondano su una religione che evoca altre stagioni storiche. La
società italiana è e sarà sempre più diversa. Il futuro
della Chiesa non si gioca sulle campagne elettorali ma nel saper
fare i conti e assumere la diversità. Non si vuole disconoscere
alla Chiesa il diritto di intervenire, ma si discutono i modi.
Viviamo in un momento drammatico e presumere di avere le
risposte soltanto perché si ricopre un certo ruolo significa
eludere i problemi rispetto ai profondi cambiamenti in atto.
Viene da domandarsi perché c’è una sorta di latitanza del
laicato, una sfiducia, un abdicare anche per obiezione. Di
recente è stato ricordato Pietro Scoppola, e oggi non sono
molti i cristiani come lui. Verrebbe da pensare che si assiste a
quello scisma sommerso di cui si è parlato qualche tempo fa».
- Ma esiste, secondo lei, una "religione civile"
in Italia?
«Il cattolicesimo italiano ha mille volti, affonda le radici
in un tessuto profondamente differenziato. Lo testimoniano quei
grandi documenti sulla religiosità degli italiani che sono le
relazioni dei vescovi fatte in occasione delle visite ad limina.
I testi che è possibile consultare – cioè fino alla seconda
guerra mondiale – raccontano di un paesaggio complesso. È
illusorio pensare che il cattolicesimo sia unito, compatto,
uguale. Ma una religione alternativa a quella della Chiesa in
Italia non è mai nata. Ci sono state però delle modalità per
darsi un’identità distinta da quella cattolica. Per esempio,
per molto tempo a livello popolare ha assolto questa funzione il
socialismo, che da noi si è affermato come un evangelismo con
implicazioni sociali. Anche il fascismo per alcuni settori è
stato vissuto come religione della patria. Ci sono state insomma
varie forme di religioni civili, ma non hanno avuto una
capacità di coinvolgimento costante a livello collettivo
perché hanno prevalso modelli culturali che hanno premiato l’individualismo,
il familismo, il particolarismo e un gap di coscienza rispetto
al passato. Ha prevalso un presente senza memoria».
vi.pri. |
Segue: Il Centro
non nasce dai piccoli calcoli politicanti
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