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Dossier – 13 aprile: voto ed ex voto

Il Centro non nasce
dai piccoli calcoli politicanti

di Annachiara Valle
  

Mino Martinazzoli è stato l’ultimo segretario della Dc e il primo del nuovo Partito popolare. In questa intervista riflette su quella stagione travagliata, sull’attuale scenario e sul ruolo della Chiesa: «È esperta in umanità, ma non è detto che sia pure sapiente in politica».
     

Ricorda, con un sorriso appena abbozzato, una conversazione di qualche anno fa poi tradotta in libro: Elogio di Nicodemo. «Dicevo che in un tempo di rappresentazione, di ostentazione, di fedeltà talvolta non richieste, a me Nicodemo, che andava a trovare Gesù di notte, piace di più di chi va a trovare il Papa di giorno per farlo sapere in giro. Non avevo idea, allora, di come sarebbero andate avanti le cose. Oggi vedo che questa riflessione è molto attuale, ma non è cosa rassicurante in nessun senso». Mino Martinazzoli dispensa aneddoti e condisce la sua spietata analisi politica con battute tranchant. Nel suo studio di Brescia, l’ultimo segretario della Democrazia cristiana, più volte ministro, fondatore e primo segretario del Partito popolare italiano, rilegge il passato con qualche nostalgia.

Mino Martinazzoli, ultimo segretario della Democrazia cristiana.
Mino Martinazzoli, ultimo segretario della Democrazia cristiana
(foto R. Antimiani/Eidon).

  • Perché è fallito il tentativo del Ppi?

«Perché siamo stati democristiani e non popolari. Non abbiamo avuto il tempo e non abbiamo avuto intorno tutte le energie che ci aspettavamo. Se tornassimo indietro le cose andrebbero diversamente».

  • Sono famose le sue dimissioni via fax.

«Mi sono sentito costretto ad ammettere che il nostro risultato del ’94 era una disfatta e a trarne le conseguenze. Ma, poiché si trattava del 16% dei voti, una visione più pacata probabilmente avrebbe reso più sagge alcune decisioni. In ogni caso, per me, la fine dell’esperienza del Ppi non è il risultato elettorale, ma la rottura di Buttiglione: lì c’è il prevalere del calcolo politicante. Certo, in quel momento pagavamo l’intempestività a capire che la storia europea stava cambiando. De Gasperi costruisce la Dc con una fulminea illuminazione: vede lucidamente come si configurerà l’Europa del dopoguerra e attrezza a questo fine un partito che ha il compito ineluttabile di governare a ogni costo. Quando comincia a venir meno la ragione fondante di questa opzione, noi ci eravamo abituati a governare. E quando ci spiegano che non era una condanna all’ergastolo molti diventano malinconici e pensano di poter replicare artificialmente un passato che non c’era più. Nel venir meno della ragione storica della Dc, a me sembrava giusto che il cattolicesimo politico nella sua esperienza maggiore potesse essere reinventato nel solco di Sturzo: meno il nostro potere e di più le nostre idee».

L'immagine di Berlusconi trasmessa in televisione così come appariva in un grande negozio di elettrodomestici.
L’immagine di Berlusconi trasmessa in televisione così come appariva
in un grande negozio di elettrodomestici
(foto A. Pellaschiar/AP).

  • Cosa vuol dire per un cattolico l’impegno in politica?

«Vuol dire, innanzitutto, sentirsi ed essere laici. Il termine cattolico non è un aggettivo del politico perché è un po’ più ampio della politica. La politica per sua natura è parziale, la religione per sua natura è universale. Non bisogna confondere e compromettere i due piani. Moro spiegava – parlando della Dc – che la nostra laicità non era separatezza rispetto al mondo cristiano al quale appartenevamo, ma era un correre da soli il proprio rischio senza coinvolgervi ciò che non andava coinvolto. Aggiungeva che, se bisognava essere solo i difensori di interessi consolidati, non ci sarebbe stato bisogno della Dc, sarebbe bastato un normale partito conservatore. L’idea è che la Dc si radica sul "principio di non appagamento". Questo comportava e comporta, tanto più nella disputa di oggi così ambigua, così sospettabile di falsità e di retorica, anche qualche chiarimento tra politica e valori».

  • Quali chiarimenti?

«Sono sempre stato convinto che la politica non crei valori, ma che abbia a che fare con questi se è capace di porre le condizioni concrete di esistenza di valori che vengono prima di essa. È una precisazione banale, per dire che la politica è azione, risoluzione effettiva, approssimazione a una soluzione dei problemi. Sui grandi temi come l’aborto, in politica, non è sufficiente dire che si è contro. Occorre capire cosa fare per creare le condizioni per cui il valore della vita sia sempre più vincente anche in queste aree di eccezione così complicate e tragiche che hanno determinato l’idea che in certe condizioni l’aborto è il meno peggio. E dunque la politica, che ha a che fare con il meno peggio, fa bene a occuparsene. Oggi, invece, pare che la politica si sia assuefatta a un ruolo non di rappresentanza, e quindi di approccio a soluzioni, ma di rappresentazioni. Si recita una parte in cui si è contro qualcosa. Abbiamo a che fare con una classe politica impari rispetto all’ora che il Paese vive. E che non esita a brandire il discorso religioso quasi come un’arma impropria per una contesa politica sempre più mortificante».

Un manifesto elettorale del Partito democratico.
Un manifesto elettorale del Partito democratico
(foto G. Borgia/AP).

  • La gerarchia ecclesiastica sembra essere più in dialogo proprio con gli "atei devoti".

«Questo in parte è sempre accaduto. D’altra parte la Chiesa, nella Gaudium et spes, ci avverte che lei è esperta in umanità, ma non c’è scritto da nessuna parte che sia anche una sapiente della politica. Oggi, però, risulta latitante il laicato cattolico. So bene che voci limpide e autorevoli sono probabilmente tenute ai margini e hanno poca udienza. Ma il compito non dovrebbe essere abbandonato anche se la situazione è resa più complicata dalla circostanza che non c’è più una sede, un luogo, una cattedra che abbia sufficiente autorevolezza per parlare al di più di questo laicato cattolico».

  • Torniamo al Ppi. C’è spazio perché rinasca quella presenza?

«In quegli anni ho avuto la sensazione di una solitudine, tanto più grave perché spesso veniva dalle coscienze e dalle intelligenze sulle quali pensavo di poter contare. Loro si allontanavano e io mi trovavo invece con la zavorra di quelli degli avvisi di garanzia. Poteva essere e non è stato. Ma non escludo che nel tempo si sviluppino le condizioni di una rinascita».

  • Pensa che il coagulo di questa idea possa essere l’Unione di centro?

«Quelli sono detriti che, anzi, impediscono lo sviluppo di questa idea. Siamo ancora dentro un circuito di calcoli politicanti. Resto convinto che, se c’è qualcosa che i cristiani in politica possono cercare di guadagnare per sé e per gli altri, è un’idea generosa dell’impegno. Possono rompere l’angustia di un’azione politica tutta conclusa nella disputa attorno al potere. Questo era, è e potrà essere lo schema originale di una presenza politica di ispirazione cristiana».

Il leader dell'Udc, Pierferdinando Casini.
Il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini
(foto F. Frustaci/Eidon).

  • Dossetti diceva che bisognava ricominciare dall’interiorità, dalla formazione.

«Aveva ragione. Bisogna ricominciare da lì e fare presto. C’è la percezione di un declino umano prima che politico e sociale. Moro ci diceva che sarà effimera una nuova stagione dei diritti se non ci sarà una nuova stagione dei doveri. Ecco, c’è un politico, oggi, che dica agli italiani che occorre patire un po’ perché le cose vadano meglio? Ma se non c’è l’assunzione del rischio e gli italiani non vengono messi alla prova su qualcosa che appaia veritiero, siamo chiusi in un corto circuito dal quale è difficile uscire. Se tutto diventa uguale non ci sarà mai la possibilità che una cosa buona vinca contro una cattiva e non nascerà una classe dirigente diffusa, capace di verità, autorevolezza, sacrificio, generosità».

Annachiara Valle

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