REPORTAGE
- LOURDES Un
Santuario aperto sul mondo
testo e foto di Alessandra Garusi
Per Lourdes questo è
un anno speciale: nel 2008, infatti, è caduto il 150° anniversario
della prima apparizione della Madonna a Bernadette. Ma ogni anno, in
questa piccola cittadina francese ai piedi dei Pirenei, è in qualche
modo speciale: i sei milioni di pellegrini che vi giungono portano
infatti fede, speranze, fatiche e gioie.
«Finché
avrò la forza, verrò a Lourdes... Nel ’73 mi diedero tre giorni di vita.
Ricordo ancora: era il giorno della Madonna. Chiesi l’olio santo...».
Guido Girardi, 82 anni, ancora non si capacita di quella seconda
possibilità, che gli fu regalata allora. Faceva il ferroviere. Aveva una
moglie, due figli adolescenti da crescere. «Quando mi addormentai la sera
prima stavo bene; in Tv c’era Mike Buongiorno...», racconta. «La mattina
ero paralizzato: dalla punta dei piedi fino al collo: piano piano,
misteriosamente, quella morsa che stringeva il mio corpo scese di nuovo fino
alla vita. E lì si fermò». A Lourdes per la quarta volta, accompagnato da
un figlio e dalla moglie, Guido è così felice che si commuove di continuo:
davanti alla Grotta; quando incontra il suo parroco o dei vecchi amici.
Piange. «Spero che la Madonna ghe meta una man...», dice in
dialetto veronese stretto, «che mi permetta di camminare con le
stampelle... Vengo ogni anno col cuore aperto».

Pellegrini ai piedi della basilica.
Ma il 2008 è un anno particolare. L’11 febbraio è infatti caduto il
150° anniversario della prima apparizione della Madonna a Bernadette. Di
qui, l’importanza delle celebrazioni e l’alto numero di pellegrinaggi
che continueranno ad affluire al santuario anche nei prossimi mesi.
Fra il 24-25 marzo e il 29 l’Unitalsi (Unione nazionale italiana
trasporti ammalati a Lourdes e santuari internazionali), sezione Triveneto,
ne ha organizzato uno imponente: quattro treni e due aerei per un totale di
590 malati, 21 medici, 61 cappellani, 439 barellieri, 407 sorelle e 1.399
pellegrini.

Processione notturna a Lourdes.
Luigi
Zanoni, 68 anni a ottobre, di professione meccanico a Sona (Verona), è
uno di loro. «Sono venuto qui per la prima volta nel ’79», racconta.
«Era un luogo davvero spirituale. Si prendeva l’acqua direttamente
dalla roccia: non c’erano rubinetti. Ma tutto aveva un sapore diverso.
E la chiesa di Bernadette, dico: l’ha vista? Una chiesa deve essere
una chiesa; quella assomiglia piuttosto a un capannone industriale. Cosa
ne hanno fatto di questo posto...», scuote la testa. «Come la
Rinascente a Verona: da una bottega è venuto fuori un supermercato...».
Non si scompone invece François Vayne, direttore di Lourdes
Magazine: «Qui arrivano circa sei milioni di pellegrini ogni anno.
E questa gente va ospitata, va nutrita». Ma tutto il resto, quelle
decine di centinaia di Madonnine in plastica esposte nei negozi, assieme
a chincaglieria di ogni tipo? «È un gatto che si morde la coda.
Paradossalmente, sono i pellegrini ad aver creato tutto questo: hanno
bisogno di portare a casa un cero, un’immagine, dell’acqua... Devono
toccare con mano».
Dal punto di vista di chi è nato e vive a Lourdes, poi, il turismo
religioso è forse l’unica possibilità. Se in tutta la Francia tira
aria di recessione e di crisi, qui, alle pendici dei Pirenei, ancor di
più. Non ci sono grandi industrie trainanti. Dunque chi può,
soprattutto fra i giovani, se ne va. E chi non può, lavora sei mesi l’anno
nei grandi alberghi. «Non venga a novembre», mi dice la barista di un
minuscolo caffè, "Piccola Italia", davanti all’hotel Saint
André. «La stagione si apre a fine marzo; prima le saracinesche sono
tutte abbassate. Ed è tristissimo, piove quasi sempre».

Lourdes: volontari dell’Unitalsi servono
la colazione agli ammalati
ospitati al "Salus".
Ma questo lato di Lourdes resta pressoché invisibile ai pellegrini
che vengono ogni anno. «Per il 95 per cento, si tratta di europei»,
spiega Jean-François Monnoly, segretario generale del santuario. «Italiani
e francesi rappresentano assieme il 70 per cento. Seguono gli spagnoli e
il mondo anglosassone (un 8-9 per cento ciascuno). Le altre nazioni
europee hanno percentuali basse. Mentre è in continuo aumento il trend
proveniente dai Paesi dell’Europa dell’Est. La ragione è semplice:
poco a poco, la loro qualità della vita è aumentata e ora possono
finalmente permettersi un viaggio».
Stabile, sulle 8-10 mila presenze l’anno, è invece il flusso di
pellegrini provenienti dall’Estremo Oriente: soprattutto Filippine, un
Paese a maggioranza cattolico, ma anche Giappone (1-2 mila), Sri Lanka,
Indonesia e Vietnam. Dalla Cina, per il momento arriva qualche centinaio
di fedeli. «Ma lì la situazione è politicamente difficile, anche se
in lenta evoluzione», aggiunge Monnoly. «Tuttavia, fino a quando non
ci sarà una vera riconciliazione fra la Chiesa patriottica e quella
sotterranea, è improbabile che i cinesi vengano qui in massa».

Carrozzelle donate da famiglie di
pellegrini messe a disposizione
davanti alle piscine.
Fiduciosa
in un cambiamento si professa invece Therese Shak, la direttrice del
Centro Ming Ai di Lourdes. Arriva da Londra, ma è originaria di Hong
Kong, dove vive tuttora la sua famiglia. Ride forte Therese Shak, come
solo gli asiatici usano fare. «Vede, in origine avevo scelto Lourdes
come il luogo dove ritirarmi, dove passare la pensione. Poi però le
cose sono andate in modo molto diverso. Ho pensato a Shanghai, sul fiume
Huangpu, dove oggi vivono oltre 30 milioni di persone; e dove il flusso
dalle campagne è sempre stato sostenuto. I parroci tentano di
accogliere questa gente come possono. Ecco, volevo fare lo stesso».
Pausa. «E poi, in tutta Lourdes, non c’era un posto dove mangiare una
scodella di noodles (gli spaghetti di riso, ndr)
decenti...». Scoppia in un’altra fragorosa risata.
«Alla mia età – 76 anni compiuti – quando si decide di far
qualcosa, bisogna farla subito. Niente ripensamenti», aggiunge seria. E
così ha scritto a tutti i vescovi della Cina, senza curarsi troppo di
chi «sta nella Chiesa sotterranea» e chi «in quella di sopra». Due
hanno risposto. Ora non rimane che attendere. Il Centro Ming Ai,
inaugurato lo scorso gennaio, è aperto a tutti: credenti di tutte le
fedi e non credenti.
Fra le assenze che si notano di più a Lourdes, c’è quella dell’Africa
subsahariana. «Sì, gli africani sono pochissimi. Quelli che si vedono
in giro, arrivano probabilmente da un Paese europeo», ammette Monnoly. «È
un problema di visti: non vengono più concessi, nemmeno quando si
tratta di religiosi. Ma è anche un problema di soldi: venire qui costa
troppo».

Scorcio della basilica superiore.
Ma
se l’assenza degli africani è comprensibile, quella dei francesi fra
i 25 e i 55 anni lo è meno. «Mentre i teenager ci vengono, magari
approfittando di un viaggio premio offerto da una nonna per una cresima»,
interviene Vayne, «i loro genitori risultano quasi sempre assenti». È
il vento della scristianizzazione che soffia su tutta Europa? Forse. Ma
è anche una questione di classe. «Le grandi metropoli francesi –
Parigi, Marsiglia, Bordeaux, Lione – sono pochissimo rappresentate»,
spiega ancora Monnoly. «Mentre le città di provincia hanno sempre
organizzato i loro pellegrinaggi diocesani». E questo vale anche per
gli italiani.
«Eppure, i vescovi francesi amano questo santuario: si riuniscono
qui due volte l’anno, quando sarebbe per molti di loro più comodo
farlo a Parigi. È come se questo fosse un moderno Cenacolo», dice
Vayne. I vescovi, d’accordo. Ma i fedeli 30-40enni dove sono? Il
giornalista, che ha passato l’infanzia in Algeria e che era amicissimo
dei monaci di Tibhirine – assassinati da un commando di terroristi del
Gia (Gruppi islamici armati) nella notte fra il 26 e il 27 marzo 1996
– risponde con una battuta: «La Chiesa di Francia è povera, ma
libera. La separazione fra Stato e Chiesa è effettiva; per questo, il
nostro modello di laicità funziona così bene».

La danza a ritmo di rock che ha concluso
la Messa
dell’Handicapped children pilgrimage trust (Hcpt).
Quella della Chiesa in Algeria è stata un’esperienza di Chiesa di
minoranza; un’esperienza di fraternità con i musulmani, unica per chi
l’ha vissuta. Trascende il tempo e lo spazio. Henri Teissier,
arcivescovo di Algeri, Pierre Claverie, vescovo di Oran assassinato il
1° agosto 1996 da un commando del Gia, eccetera: tutti questi nomi e
molti altri assai meno noti sono impressi nella memoria di François
Vayne. «Non posso dire di appartenere a una tradizione di
pellegrinaggi, di religione così esibita: ad Algeri, celebravamo la
Messa la domenica sera in un garage... Ma vedevo molti musulmani venire
a Notre Dame d’Afrique – la basilica di Algeri – per pregare la
Vergine: "Maryam" o anche "Sayyida", che significa
"Signora", la sola donna citata nel Corano. E così ho
cominciato a guardare a Maria come Colei che potesse aiutarci nella
comprensione reciproca. So che, a livello teologico, il dialogo è
difficile; ma a livello di vita quotidiana, di preghiera condivisa, è
possibile. Gli algerini lo vivono da tempo».
Va
cercata sempre in Algeria, nella storia tragica del sequestro e dell’uccisione
dei monaci trappisti di Tibhirine, il perché della decisione di
François Vayne di adottare il caso della franco-colombiana Ingrid
Bétancourt. Venerdì Santo, Lourdes Magazine ha acceso un cero e
organizzato una mezz’ora di silenzio alla Grotta per la Bétancourt e
tutti gli ostaggi ancora nelle mani dei rapitori. Spiega il direttore: «Quando
ho saputo che Ingrid alle 12, puntualmente ogni giorno, recita il
rosario nella Selva in cui si trova, e quando ho poi sentito che la
madre di lei, Yolanda Pulecio, ha detto che come prima cosa verrebbe a
Lourdes, qualora la figlia fosse rilasciata dalle Farc (Forze armate
rivoluzionarie della Colombia), mi è sembrato doveroso ricordarla nelle
nostre preghiere».

Alcuni pellegrini passano sotto la Grotta,
facendo scorrere la mano
contro la parete rocciosa.
Lourdes
è dunque aperta al mondo. A pellegrini di 140 Paesi, e tantissime fedi
diverse. Si vedono ad esempio dei musulmani trapiantati in Francia o nel
resto d’Europa, che vengono qui in una sorta di omaggio personale,
oppure in piccoli gruppi, famiglie con figli in passeggino e nonne che
parlano quasi solo arabo. Certo, non sono mai grandi eventi mediatici.
Eppure, avvengono quotidianamente. Si sa bene che ognuno mantiene la
propria fede, ma ci si ritrova in gesti, nell’acqua, nel fuoco delle
candele accese.
Vengono anche gli hindu, i buddhisti. Lo stesso Dalai Lama è passato
di recente. E ha detto: «Andare alla Grotta, per me, è stato rendere
omaggio a Tara, la Dea della compassione nel buddhismo». Tuttavia, a
Lourdes non ci saranno mai «folkloristiche celebrazioni collettive»,
come dice sempre François Vayne: ognuno resta libero di venire e di
fare il gesto semplice del pellegrino.

Ceri votivi accesi dai pellegrini vicino
alla Grotta.
Lo stesso vale anche per le tante Chiese cristiane. In questo paese
alle pendici dei Pirenei, arriva l’umanità più varia. Certo, non
mancano i cattolici tradizionalisti, ma la maggioranza è costituita da
gente in ricerca, non praticante in senso stretto. «È un luogo di
evangelizzazione pratico, della vita quotidiana, nient’affatto
cerebrale», spiega il direttore di Lourdes Magazine. «Circa 400
mila persone si confessano ogni anno, e circa lo stesso numero si bagna
nelle piscine. Simbolicamente, nell’acqua utilizzata si lascia un
vecchio modo di essere...».
Oltre ai cattolici, ci sono protestanti, ortodossi, valdesi. Ciascuno
fa il suo pellegrinaggio; ma tutti, indistintamente, si trovano
accomunati dal servizio nei confronti degli ammalati.
«Il
legame tra Lourdes e la malattia esiste sin dall’inizio. Già durante
le apparizioni, venivano portati degli ammalati in barella davanti alla
Grotta», spiega il dottor Patrick Theillier, responsabile del Bureau
Médical. «Ma, nel tempo, è cambiata la nozione di guarigione,
così come è cambiata la medicina. Di conseguenza, è cambiata anche la
relazione fra questo luogo e la malattia stessa: oggi i malati gravi
sono considerati, per lo più, curabili; chi ha un cancro, va in giro
quasi fino all’ultimo istante di vita sulle proprie gambe». Ma le
guarigioni, dal punto di vista fisico, avvengono ancora? «Di rado.
Quando non accadono, il malato non per questo resta deluso; pensa invece
di tornare, è comunque rasserenato. Quando poi avvengono, stanno a
rammentare le altre guarigioni: quelle delle ferite della vita, delle
sofferenze spirituali».

Una dirigente dell’Unitalsi.
Soltanto un medico, forse, poteva inventare un approccio
completamente nuovo alla malattia. Lo ha fatto il dottor Michael Strode,
giovane britannico, che nel 1954 si trovò ad accompagnare quattro
bambini con handicap diversi a Lourdes. A tutti i costi, volle che
fossero trattati come gli altri pellegrini. Dovevano poter giocare
molto; diffondendo così un senso del divertimento generalizzato, di cui
gli adulti spesso sono privi. E se sentivano la necessità di urlare
durante la Messa, dovevano poterlo fare. Così Michael Strode, oggi
monaco cistercense, inventò l’Hcpt (Handicapped children
pilgrimage trust). L’organizzazione è attualmente diffusa, oltre
che in Inghilterra, in Scozia, Galles, Irlanda, anche in Croazia,
Slovacchia, Romania, Stati Uniti e nelle Indie Occidentali. Altri Paesi,
come il Perù, hanno mandato degli osservatori in avanscoperta e contano
di aprire presto una sezione nazionale.
Fra il 25 e il 30 marzo, l’Hcpt ha portato a Lourdes quasi 7 mila
pellegrini. Erano suddivisi in gruppetti di 20-30 persone al massimo con
un rapporto uno a uno oppure uno a due fra bambini handicappati e
adulti. È una specie di gruppo famiglia, o famiglia allargata, con un
suo leader, un vice, un medico, un’infermiera e un cappellano. Nell’organizzazione,
ci sono persone molto diverse per professione (avvocati, medici,
industriali...), classe sociale, cultura.
Spiega Ann Flood, insegnante 53enne di Brentwood (Essex, Inghilterra)
e capogruppo: «Facciamo le stesse cose degli altri pellegrini, ma in
modo molto più chiassoso e vitale: i bagni nelle piscine, la
processione con le candele la sera, eccetera. Poi, però, magari si
passa anche una mezza giornata allo zoo, un’altra all’acquario. O si
sta seduti delle ore a scrivere cartoline per chi sta a casa, si
decorano con mille bigliettini le candele da mettere alla Grotta».

I treni dei pellegrini ripartono per l’Italia.
Ann venne qui per la prima volta nell’89 e non aveva idea di cosa l’aspettasse.
«Mi dovevo occupare 24 ore al giorno di una ragazzina 13enne, Emma,
paralizzata dal collo in giù. Il suo stato di salute era così grave
che dovevamo svegliarci ogni tre ore di notte per girarla onde evitare
che le si formassero delle piaghe sul corpo. Dovevamo nutrirla. Ma era
una persona così indipendente che, se decideva di non mangiare,
chiudeva la bocca in maniera ermetica. Aveva il sorriso più bello che
mi sia più capitato di vedere in vita. Adorava la vita e se la godeva
profondamente». Dice ancora: «Così, quella prima volta, è come se mi
si fosse spalancata la mente». Anno dopo anno, tutti tornano. Perché,
in fondo, è un tale divertimento...
E
un tale divertimento è stata anche la loro Messa del 27 marzo. Oltre 7
mila persone – fra cui i vescovi Thomas Daly (Brooklyn, New York),
Thomas Donato (Newark, New Yersey), Dermont O’Mahony e Christopher
Jones (entrambi irlandesi), John Rawsthorne (presidente dell’Hcpt),
Kieran Conry, Mark Jabale e Tom Burns – hanno cantato e danzato a un
ritmo forsennato per due ore. Alla fine nessuno voleva andarsene. Le
parole di Steve McDonald, poliziotto di New York rimasto paralizzato
nell’86 in seguito a una sparatoria a Central Park (il colpevole era
un minorenne, Shavod Jones), sono arrivate dritte al cuore di tutti: «Since
the beginning of time», ha detto rivolgendosi ai presenti, «there has
never been another person like you. Nobody has your smile, your eyes,
your hands, your hair. Nobody owns your voice... Remember: you are
special».
Alessandra Garusi

Steve McDonald, poliziotto newyorkese
rimasto paralizzato in servizio,
durante la Messa del 27 marzo organizzata dall’Hcpt.
|
Il luogo di fede che non lascia
indifferenti
«Lourdes?
Non ne so nulla!». Sono pochi i francesi a conoscere l’importanza
di questa città mariana, persino tra i cattolici. Nella Francia di
Voltaire, i pregiudizi sono duri a morire. Lourdes è il simbolo
della credulità ingenua, della fede "arretrata" e anche
del cattivo gusto, con i suoi pesanti edifici neogotici e i suoi
negozi di souvenir dove le Vergini di plastica rivaleggiano con le
grotte in miniatura. Quanto alla Chiesa, negli anni ’70 per i
francesi era segno di bon ton ostentare indifferenza verso
questo fenomeno, giudicato «fede da paccottiglia», devozione
popolare da cui «purificarsi». In realtà, il rapporto tra la
Francia e la città dei Pirenei è complesso. Quanti sanno che la
città francese più visitata, più internazionale, più riprodotta
all’estero non è Parigi ma Lourdes? Quanti francesi sanno che il
loro Paese ospita il santuario religioso più visitato al mondo, che
ogni anno accoglie circa il triplo dei pellegrini che si recano alla
Mecca?
L’incomprensione tra la Francia e Lourdes c’è stata fin dal
principio. Nel 1858, all’epoca delle apparizioni, Lourdes era un
villaggio di 4 mila abitanti, in un Sud-ovest totalmente dimenticato
dalla rivoluzione industriale, ben lontano dal progresso in cui
credevano le élite parigine. La famiglia di Bernadette, povera tra
i poveri, è il simbolo di questa Francia che i sostenitori del
motto repubblicano (liberté, égalité, fraternité)
volevano veder scomparire. Ma Lourdes ha resistito bene: con le
prime ferrovie, arrivano i pellegrini. Sempre più numerosi, non
dispiacciono poi tanto ai «parigini». Il racconto dello scrittore
Henri Lasserre, Notre-Dame de Lourdes, pubblicato nel 1869,
diventa un bestseller come non se ne erano mai visti: 142 edizioni
in 7 anni. E Lourdes diventa il simbolo della lotta tra cattolici e
anticlericali che lacera la Francia. La penna più celebre nella
schiera dei credenti nel "progresso", Emile Zola, va a
trascorrervi lunghi mesi nel 1894, e scrive un romanzo, Lourdes,
dove traspare tutto il fascino che esercita su di lui questo luogo
dove si scontrano fede, devozione, commercio e malattie. Forte delle
sue certezze, egli prevede la fine non lontana della città mariana.
Eppure, nel 2008 la città attende 10 milioni di pellegrini.
Lourdes rimanda la Francia alle sue radici cristiane. E il
credente ai segni dell’incarnazione. È l’unico luogo dove il
corpo menomato non si nasconde più, e dove lo sguardo sulla
malattia si capovolge. Lourdes, in definitiva, ricorda alla Francia
di oggi tutte le sue contraddizioni di Paese sviluppato e
secolarizzato. Il santuario, dove secondo lo scrittore François
Mauriac «non si possono fare tre passi senza interrogarsi su ciò
in cui si crede e non si crede», non lascia indifferente nessuno.
Isabelle De Gaulmyn
(giornalista de La Croix) |
| L’anima
musicale del santuario mariano
Sulla
strada di ritorno da un pellegrinaggio nei luoghi di Bernadette,
si sente spesso questa espressione: «Chi ha cantato a Lourdes
ritorna». In effetti Lourdes è da sempre uno dei luoghi più
importanti della musica liturgica, sia per quanto riguarda l’uso
dell’organo che per il canto. Una letteratura che, superati i
confini di Francia, è arrivata nelle nostre realtà locali; del
resto canti come è L’ora che pia o anche Vergin Santa
- Dio ti ha scelto sono la prova che tali composizioni sono
inserite da tempo nel repertorio liturgico italiano. In occasione
di questo giubileo
mariano è stato recentemente pubblicato e distribuito anche in
Italia il doppio cd Lourdes - 150 ans de chants (Edizioni
Bayard Musique, prezzo consigliato € 25) nel quale si possono
ascoltare oltre quaranta brani, per lo più in lingua francese e
in latino. In quasi due ore di musica vi trovano spazio i famosi
inni processionali mariani fino alle Cantate à Sainte
Bernadette: brani scritti dai vari maestri di cappella che dal
1866 sovrintendono all’aspetto celebrativo-musicale del
santuario. Fra questi, ricordiamo l’attuale direttore e
concertista Jean Paul Lécot, conosciuto al grande pubblico per
essere l’autore dell’inno del Giubileo del Duemila Gloria a
Te Cristo Gesù, tradotto in 27 lingue. Lécot è anche il
direttore artistico del Festival internazionale di musica sacra
che si è svolto nel marzo scorso proprio ai piedi dei Pirenei.
Giuseppe Trapani
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