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Voluto dal Papa per riportare i lefebvriani in comunione con Roma, il Motu proprio Summorum Pontificum ha dato vita a polemiche, dubbi e problemi pastorali. Al fondo della questione non è solo una differenza di estetica liturgica ma una serie di nodi teologici che risalgono al Concilio Vaticano II.

 

Dossier – Il vetus che avanza

La controversia del rito romano
di Vittoria Prisciandaro
  

Dossier: Il vetus che avanza.

Voluto da papa Benedetto XVI per riportare in comunione con Roma i lefebvriani, il Motu proprio Summorum Pontificum ha liberalizzato la Messa secondo il rito preconciliare. La situazione che si è venuta a creare non è priva di difficoltà: il novus ordo postconciliare convive fianco a fianco con il vetus ordo, che era stato cancellato dalla riforma liturgica di Paolo VI. Al fondo ci sono questioni non soltanto liturgiche, ma teologiche ed ecclesiologiche..
     

 

Talare, racchetta da tennis sotto il braccio, Messa in latino in parrocchia e, a seguire, happy hour con gli amici. È il ritratto del giovane prete attratto dalla liturgia preconciliare, che emerge dall’originale analisi di François Cassingena. Il liturgista benedettino ha pubblicato il volumetto Te igitur - Le Messel de saint Pie V. Hermeneutique et deontologie d’un attachement, qualche mese prima del 7 luglio scorso, data dell’uscita della Summorum Pontificum, il Motu proprio di Benedetto XVI sulla liturgia. Il documento pontificio, che amplia la possibilità di celebrare con il Messale del ’62, anteriore alla riforma voluta dal Concilio e attuata da Paolo VI, è entrato in vigore il 14 settembre. Il tempo trascorso permette di tracciare un primo bilancio sull’applicazione del Motu proprio e lascia intuire interessanti sviluppi del dibattito pastorale e teologico anche al di là dell’ambito liturgico.

Celebrazione di una Messa secondo il vetus ordo in una chiesa di Roma.
Celebrazione di una Messa secondo il vetus ordo in una chiesa di Roma
(foto D. Giagnori/Eidon).

È proprio in questo senso che l’analisi di Cassingena risulta proficua: la voglia di ritorno alla liturgia tridentina – che sembra attrarre più giovani preti e laici che anziani nostalgici, che viene richiesta per cresime e funerali più che per la Messa – sarebbe espressione di una cultura e un modo di sentire la fede non pre-moderno, ma pienamente postmoderno. «Secondo il teologo francese, quello di Pio V è un Messale rigorosamente individualista, in sintonia con il sentire di oggi, mentre quello di Paolo VI ha un approccio comunitario, e per questo più antico», conviene Andrea Grillo, docente di Liturgia al Pontificio ateneo Sant’Anselmo. Il favore verso l’antico rito esprimerebbe dunque una nuova forma di appartenenza e di identificazione sociale. «Si dà forma a percorsi individualistici o privatistici: il gruppo si autoisola dalla comunità perché celebra secondo un regime rituale diverso, rinunciando a tutta la ricchezza biblica del nuovo lezionario, alla preghiera universale quotidiana, all’unità delle due mense, alla concelebrazione, alla comunione sotto le due specie». Insomma, dice Grillo, «c’è un problema per una pastorale dell’unità. Si potrà anche dire che i fedeli fanno parte della stessa Chiesa, ma di fatto vengono alfabetizzati da liturgie che tra di loro sono in un rapporto di tensione, perché la seconda è nata per correggere la prima».

Papa Benedetto XVI.
Papa Benedetto XVI
(foto A. Giuliani/Catholic Press Photo/Periodici San Paolo).

Un rischio che Benedetto XVI aveva ben presente quando, nella lettera ai vescovi che accompagna il Motu proprio, si era detto sicuro che fosse infondato sia il timore che le nuove disposizioni avrebbero intaccato «l’autorità del Concilio Vaticano II», sia che si sarebbe arrivati a una «spaccatura nelle comunità parrocchiali». Al contrario, nelle intenzioni del Pontefice, il fine dell’iniziativa è di «giungere a una riconciliazione interna nel seno della Chiesa», con riferimento alla galassia tradizionalista e a quanti sono nostalgici dell’antico rito, anche a causa delle «deformazioni della liturgia al limite del sopportabile» cui si è andati incontro nel post-Concilio.

Al di là delle intenzioni, comunque, durante gli otto mesi trascorsi dall’introduzione del doppio regime di celebrazione – il Messale in vigore, novus ordo, viene considerato forma «ordinaria» della liturgia, «extraordinaria» invece quello antico, il vetus ordo, – sono state riscontrate alcune difficoltà nell’interpretazione e nell’applicazione del Motu proprio. La più evidente, cui si è tentato di porre riparo, è stato il fatto che il ripristino dell’antica liturgia avrebbe mandato a rotoli 40 anni di dialogo ebraico-cristiano, riproponendo la preghiera universale del Venerdì Santo in cui si pregava per la conversione degli ebrei. La soluzione trovata, una terza via tra il vecchio e nuovo rito, non ha soddisfatto né la comunità ebraica, secondo la quale è la sostanza della vecchia preghiera riproposta in forma diversa, né i lefebvriani, che avevano accolto con favore la promulgazione del Motu proprio, ma di fronte a questo aggiustamento hanno gridato al «tradimento».

Monsignor Lefebvre.
Monsignor Lefebvre (foto Agenzia Romano Siciliani).

Oltre a questo incidente, che ha avuto ampia eco sulla stampa, ci sono stati altri problemi, tanto da far annunciare al segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, la pubblicazione di una "Istruzione" destinata a chiarire i punti oscuri della Summorum Pontificum. Istruzione dirimente, perché dovrebbe trattare quei paragrafi su cui si sta consumando un braccio di ferro tra parroci, vescovi e gruppi di tradizionalisti nelle Chiese locali.

"Gruppo stabile", "conoscenza del latino", "autorità del vescovo" sono alcuni dei punti su cui si è discusso in questi mesi. I toni sono stati tenuti bassi, anche perché da Roma sono arrivati interventi molto duri contro i "dissidenti", come quello del segretario della Congregazione per il culto divino, monsignor Albert Malcom Ranjith, che, intervistato dal quotidiano on line Petrus e dall’agenzia Fides, ha accusato di disobbedienza al Pontefice quei «teologi, liturgisti, sacerdoti, vescovi e persino cardinali» che hanno espresso critiche e contrarietà.

Messa secondo il rito preconciliare in una chiesa di Roma.
Messa secondo il rito preconciliare in una chiesa di Roma
(foto Agenzia Romano Siciliani).

Che il nuovo regime suscitasse perlomeno un vivace dibattito c’era comunque da aspettarselo. I rumors che davano per imminente l’uscita del Motu proprio avevano fatto arrivare a Roma lettere di protesta dall’episcopato di tutto il mondo, soprattutto dalla Francia, dove la ferita scismatica lefebvriana brucia più forte. Lo stesso cardinale Ratzinger, in una lettera che sta rimbalzando sul web, datata 23 giugno 2003 e indirizzata a Heinz-Lothar Barth, professore dell’Università di Bonn che chiedeva una maggiore accessibilità all’antico rito, scriveva che «l’esistenza di due riti è una pratica di difficile gestione per preti e vescovi». Infatti mentre fino al 14 settembre l’uso dell’antico Messale era concesso da un indulto pontificio solo in casi eccezionali e sotto la responsabilità del vescovo locale, oggi, laddove ci sia «stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica», il parroco è invitato ad accogliere «volentieri le loro richieste». Nel caso i parrocchiani non fossero soddisfatti potranno reclamare con il vescovo, «vivamente pregato di esaudire il loro desiderio». Referente ultimo per le dispute che sorgeranno a livello locale è la Pontificia commissione "Ecclesia Dei", istituita nell’88 per ritessere i rapporti con i lefebvriani.

Uno dei punti caldi su cui la prossima Istruzione dovrà intervenire è perciò proprio il paragrafo in cui si dice che è possibile celebrare l’Eucaristia e i sacramenti con il rito anteriore alla riforma liturgica in tutte le parrocchie in cui ci sia «una domanda motivata» e «un gruppo stabile». La mancanza di «stabilità» – intesa come storia preesistente e conoscenza tra i membri di una stessa comunità – ha fatto sì che in molti casi i parroci, sostenuti dai vescovi, rifiutassero la celebrazione straordinaria a gruppi di persone provenienti da parrocchie diverse, formatisi ad hoc per l’occasione.

Un gruppo di sacerdoti lefebvriani in processione nella basilica di San Paolo a Roma, durante il Giubileo del 2000.
Un gruppo di sacerdoti lefebvriani in processione nella basilica di San Paolo
a Roma, durante il Giubileo del 2000
(foto Agenzia Romano Siciliani).

Anche la non conoscenza del latino è stato motivo di rifiuto. Negli Stati Uniti, in luglio, l’allora presidente della Commissione liturgica, monsignor Donald Trautman, aveva affermato che i preti desiderosi di celebrare con l’antico rito «dovranno sostenere un esame di latino», poiché lo stesso Benedetto XVI ha scritto che «l’uso del vecchio Messale presuppone un certo livello di formazione liturgica e di conoscenza della lingua latina». Stesso atteggiamento è stato manifestato dai vescovi svizzeri. Del latino, e in particolare del «diritto dei candidati al sacerdozio a essere istruiti in entrambe le forme del rito romano», si dovrebbe trattare nella prossima Istruzione, come si legge in una lettera di "Ecclesia Dei" del 9 febbraio, in circolazione sui blog tradizionalisti.

I nodi, comunque, non sono soltanto pastorali ma anche giuridici. Tra gli addetti ai lavori, uno dei punti che suscita perplessità è il rischio di conflitti di competenza (parroco, rettore di chiesa, superiore religioso, vescovo, Pontificia commissione "Ecclesia Dei") in caso di contenziosi. L’equilibrio voluto dal Concilio, che dava al vescovo una piena autorità in materia, sembra reso precario dalle nuove norme, che finiscono per investire temi teologici di ampio respiro come le relazioni tra Chiesa locale e universale, tra unità e pluralità, tra uniformità e differenza legittima, tra centro e periferia. È vero, si dice, che "Ecclesia Dei" in qualche modo assume su di sé "le grane" che arriverebbero al vescovo in caso di contestazioni, ma chiedere al pastore della Chiesa locale di non occuparsi di tali argomenti non significa forse svuotare la sua autorità?

Il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano.
Il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano
(foto J. Galeano/AP).

«Non è soltanto una questione di libertà di scelta tra rito ordinario e straordinario», dice Basilius Groen, olandese, direttore dell’Istituto per la liturgia, l’arte cristiana e l’innologia dell’Università di Graz, in Austria. «Ciò che si teme è che ci si trovi di fronte a due modelli ecclesiologici diversi: il primo è centrato sul prete, per l’altro è fondamentale la partecipazione della comunità». E per marcare la differenza Groen richiama il documento preparatorio del Messale di Trento che inizia con la frase «Sacerdos paratus» («quando il prete è pronto»), mentre il testo della liturgia di Paolo VI apre con «Populo congregato», («quando l’assemblea è riunita»). Ciò che fa pensare sia in gioco una diversa ecclesiologia, dice il liturgista olandese, è il fatto «che molti dei sostenitori del rito tridentino abbiano problemi con testi come la Unitatis redintegratio, la Dignitatis humanae, laNostra aetate, cioè con i temi dell’ecumenismo, della libertà di coscienza e di religione. Dai blog dei tradizionalisti emerge che costoro guardano al Vaticano II come a un incidente di percorso, una malattia dalla quale bisogna guarire. Da un punto di vista storico non sono sorpreso da questi sviluppi: anche i Concili di Nicea, Calcedonia e Trento sono stati accettati dopo varie lotte intestine. Così come non ritengo che la riproposizione del rito tridentino possa essere la soluzione agli abusi liturgici».

Una copia del Missale romanum preconciliare sull'altare della chiesa di San Gregorio dei Muratori a Roma.
Una copia del Missale romanum preconciliare sull’altare della chiesa
di San Gregorio dei Muratori a Roma (foto D. Giagnori/Eidon).

Anche in Italia, al di là delle aule di teologia, il Motu proprio ha innescato riflessioni a catena. «Come liturgisti fino a oggi avevamo dato per acquisite categorie come lex credendi e lex orandi: la prima era il contenuto della fede, la seconda le forme concrete della celebrazione. Quando cambiava l’una, cambiava anche l’altra, perché il modo di pregare è fondamentale per il modo di vivere la fede», dice Grillo. Oggi si dice che esistono due usi diversi della medesima lex orandi, sembrerebbe quasi che non ci sia più bisogno di una lex orandi: si dice che la fede è comune su basi dogmatiche e bibliche, e poi ci sarebbero solo diversi usi liturgici. La Riforma liturgica aveva fatto un cammino per trovare un rito comune dentro cui ci fosse il legittimo pluralismo. Si rischia invece di generare una sorta di self service di riti diversi. E, in una società tentata dal supermarket delle religioni, «la scelta del vecchio rito potrebbe diventare un’offerta di sacro in più. In altri Paesi come la Francia la cosa è più evidente, perché la riforma liturgica non ha avuto la diffusione e la popolarità che c’è stata in Italia».

«Il Motu proprio ci ha dato materia su cui lavorare», conclude Grillo. «E tutto questo è uno stimolo a rileggere molti concetti dati per scontati e a rilanciare i veri motivi che rendono urgente e irreversibile la riforma liturgica». Fatta salva, aggiunge il professor Groen, la missione dei teologi di fare sul serio il loro lavoro: «Non siamo infallibili, ma abbiamo il dovere di esercitare una funzione profetica di controllo critico al servizio della Chiesa».

Vittoria Prisciandaro

Segue: Dario Castrillon Hoyos: Tradizione senza contestazione

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