UNA
CITTÀ, UNA DIOCESI - VICENZA Spazio
ai laici
nella ex sacrestia d’Italia
di Alberto Laggia foto di Giancarlo
Giuliani/Catholic Press Photo
Il benessere improvviso
ha aperto le porte alla secolarizzazione. E la città che fu la più
"clericale" del nostro Paese ha cambiato volto. Ma la
comunità ecclesiale resta vivace e organizzata.
I
tanti campanili che una volta svettavano sulle basse abitazioni ora sono
dispersi e circondati da opifici, aree commerciali, capannoni
industriali a perdita d’occhio, fino alla Pedemontana, oltre Bassano:
se guardi la città dall’aerea balaustra del piazzale della Vittoria,
il grandioso balcone panoramico che fa da sagrato al santuario della
Madonna di Monte Berico, capisci, anche a vista d’occhio, perché
pochi chiamino ancora Vicenza «la sacrestia d’Italia».
E se è vero che il santuario della "Vergine miracolosa"
continua a essere una delle "cartoline" della città e non
smette di richiamare da secoli pellegrini da ogni parte del mondo tutte
le prime domeniche del mese, è altrettanto vero che il segno
architettonico della città, per chi viene dall’autostrada, sono
diventate le gigantesche sagome traslucide delle "Piramidi",
il centro commerciale di Torri di Quartesolo, meta di altri
pellegrinaggi cittadini ogni fine settimana e archetipo veneto di quelli
che Marc Augé definì come i «non-luoghi» dell’era contemporanea. E
tutt’intorno alla città del Palladio? Addio paesaggi rurali descritti
in Libera nos a Malo da Luigi Meneghello. La «città diffusa»,
quella «nebulosa» di cemento tra l’abitativo e l’industriale, si
è spalmata ovunque, coprendo ogni interstizio verde.

Il santuario di Monte Berico.
I record di "cattolicità" della Vicenza del secolo scorso
sono stati oscurati dai primati economici che questa provincia ha
iniziato a inanellare dagli anni ’80 fino all’altroieri, diventando
una delle aree-simbolo del "Mitico Nordest": una partita Iva
ogni 15 abitanti, un’impresa ogni tre famiglie, un export mostruoso
che a fine anni ’90 equivaleva a quello dell’intera Grecia.
«Però l’Azione cattolica vicentina è ancora la seconda in Italia
per numero di iscritti, dietro solo alla diocesi di Milano, e da queste
parti, pur risentendo della crisi generale, è riuscita a ringiovanirsi
molto e a rinnovare i suoi quadri». Parola di Lucio Turra,
neopresidente dell’Ac vicentina, un cinquantenne promotore finanziario
con laurea in Scienze politiche in tasca e alcune idee chiare in testa
su dove debba andare la Chiesa che è stata del beato Giovanni Antonio
Farina e di santa Maria Bertilla, per essere ancora significativa.
«Se è vero che sopravvive una pastorale conservatrice,
autoreferenziale, espressione di comunità a volte troppo elitarie, e
distributrici soltanto di sacramenti, è vero anche che stanno crescendo
iniziative nuove, assai interessanti. Alludo, ad esempio, alla
"Missione cittadina", una sfida pastorale che incontra bisogni
inespressi, nascosti, come quello di rileggere il Vangelo. Adesso parte
anche la "Missione degli ambienti di lavoro": un’occasione
per ascoltare la città, comprenderne le nuove complessità».

L’ora dello "struscio" in
corso Palladio, nel centro di Vicenza.
Ciò
che manca, secondo monsignor Lucio Mozzo, attuale rettore del seminario
vescovile ed ex direttore del settimanale diocesano La Voce dei
Berici, è la presenza e l’impegno in politica dei cristiani
vicentini: «Un tempo l’associazionismo cattolico, Ac in testa,
formava i futuri politici e amministratori cittadini. Ciò che manca
oggi è proprio "la prima forma di carità", come definiva la
politica Giovanni Paolo II. Al contrario, invece, della formazione e
dell’impegno teologico, che vede i laici più interessati di ieri».
Insomma il tempo della «Vicenza clericale», per dirla alla Guido
Piovene, delle folle di fedeli alle rogazioni e alle processioni
parrocchiali è tramontato e, come osserva il vescovo della città,
Cesare Nosiglia, «la Chiesa non rappresenta più l’unico punto di
riferimento culturale. Ma l’autorevolezza, magari meno invadente,
resta tutta intatta. Gli interventi del vescovo vengono seguiti con
attenzione dall’intera cittadinanza, anzi a volte sollecitati». Com’è
stato alla fine del 2006 quando l’inattesa uscita di una sua lettera
pastorale sui nomadi scosse le coscienze dei credenti e dei non credenti
vicentini, richiamando le comunità al dovere della solidarietà e dell’accoglienza
nei confronti dei rom e dei sinti.

Ragazze affacciate al balcone panoramico
che fa da sagrato
al santuario di Monte Berico.
«È
come se ci trovassimo in mezzo a un guado», osserva Giovanni Giuliari,
scout, cresciuto a pane e Azione cattolica, uno dei primi obiettori di
coscienza della Caritas vicentina, membro del Consiglio pastorale
diocesano e impegnato da anni in politica. «È evidente che la
velocità con cui è arrivato da noi il benessere ha fatto saltare
alcuni valori fondamentali e spiazzato il modo di evangelizzare. C’è
bisogno di un laicato maturo e di una Chiesa che vada incontro alle
persone e alle loro istanze».
Una presenza che non si arrende all’indifferenza della dimensione
religiosa sta crescendo sotto l’ombra di Monte Berico. Simbolo di
questo modo nuovo, solo apparentemente dissacrante, di comunicare la
"lieta notizia" è diventato il "Festival biblico".
Un appuntamento, giunto al suo quarto anno di vita, ideato e voluto
dalla diocesi e dal Centro culturale San Paolo, letteralmente esploso
nelle mani dei suoi organizzatori, costringendoli a pensare sempre più
in grande, ben oltre i confini diocesani. «Perché non è l’ennesimo
convegno sulla Sacra Scrittura ma una straordinaria opportunità di far
uscire la Bibbia fuori dal tempio», spiega monsignor Gianfranco Ravasi,
che anche quest’anno aprirà ufficialmente il Festival. E questa «invenzione
scenografica», questa «quinta di teatro», come ancora il vicentino
Piovene, definiva la sua città, diventa per cinque giorni un singolare
palcoscenico itinerante dove mettere in scena il Vangelo, con modalità
molto poco convenzionali.

Dipinto di un vescovo di Vicenza
conservato nel Museo diocesano.
«Si recupera così la potenza evocatrice della narrazione fuori dai
contesti usuali, togliendo alla Bibbia l’alone di candela; e si scopre
che i sacri testi hanno tutt’altro che esaurito la loro forza di
fascinazione. D’altra parte Gesù non era forse un grande narratore
che raccontava per strada?», spiega bene il paolino don Tarcisio
Cesarato, uno degli organizzatori del Festival.
Ma
poi c’è un’altra "Chiesa" che, lontana dall’eleganza
neoclassica della basilica e dagli sfarzi del Teatro Olimpico, prima e
ultima opera di quel genio che fu Andrea Palladio, trasforma i ben più
modesti locali di Casa San Martino a Contrà Torretti in uno
straordinario avamposto della solidarietà, mostrando, per contrappunto
anche architettonico, la faccia meno mercantile e frivola della città.
Si tratta del Ricovero notturno invernale d’emergenza della Caritas
diocesana, un ostello con annessa cucina che nell’ultimo inverno ha
dato ospitalità a 336 senza fissa dimora, per complessivi 8.021
pernottamenti totali.

Il fiume Bacchiglione stretto tra le case
di Vicenza.
Nell’indiscussa capitale nazionale dell’oro, non è infatti «tutt’oro
ciò che luccica», e oltre ai frequentatori dei negozi alla moda di
corso Palladio, a Vicenza coabitano sacche di nuovi poveri e montanti
miserie. «Dopo decenni di congiunture favorevoli, sempre col segno
"più", sono arrivati gli anni della crisi, e l’incertezza
economica si fa sentire anche qui. È tornata alla grande in città
anche l’usura», commenta Turra. I primi a subire il contraccolpo sono
stati gli immigrati, che oramai rappresentano il 15 per cento del
tessuto sociale; ma il disagio sociale non guarda i passaporti. A queste
miserie, inoltre, s’aggiungono nuove miserie, poco misurabili con Pil
e "modelli unici" ma assai più infide. Si tratta delle
instabilità relazionali, le separazioni, la solitudine, le dipendenze,
a cui la Caritas vicentina risponde con una aggiornata «offerta di
prossimità».
Il direttore, don Giovanni Sandonà, ci mostra la locandina dell’associazione
appena uscita dalla tipografia: «Non sei solo. Ti siamo vicini»,
recita lo slogan. Di seguito si enumerano i dodici servizi attivi. «Non
stupisca il fatto di trovare l’ostello solo alla fine della lista»,
precisa, «e invece di trovarvi in testa i centri d’ascolto per il
dialogo di coppia, per il disagio mentale, per chi è stato colpito da
un lutto o da una separazione. È sempre più la relazione
interpersonale a fare cilecca e a mettere in crisi tanti adulti,
indifferentemente dal loro status economico. Anzi dove la
facciata è più griffata, dove c’è più apparenza, lì spesso si
celano retrobottega di solitudine enormi, egolatrie esasperate».

Veduta della Torre Bissara, che si
affaccia su piazza dei Signori.
Alta 82 metri, è uno degli edifici più alti della città.
Per far fronte a queste emergenze la Caritas ha messo in campo un
esercito di mille operatori volontari. Solo negli 11 sportelli aperti in
tutta la diocesi per i progetti di microcredito sono impegnati un
centinaio di professionisti. Cinquanta sono, invece, gli avvocati che si
alternano a fare consulenze. «E tutti coloro che accettano di darci una
mano, si sottopongono a batterie di percorsi formativi. Siamo oramai
convinti che si debba accettare la complessità e studiarla. La
tentazione è invece quella di rimuoverla, convincendoci che i nomadi
non esistono, che i lavavetri basta spostarli. Ma ignorando la società
"plurale" rischiamo derive pericolosissime», osserva lucido
il direttore della Caritas.
Tra
i record dell’esportazione vicentina ce n’è uno, mai citato, che
dimostra non tanto la vitalità economica, ma quella spirituale di
questa terra. Si chiama: apertura alla mondialità e alla missionarietà.
Questa diocesi da «esportazione», come ricorda Nosiglia, «ha seminato
in questo campo come nessun altro». Bastano pochi numeri per rendersene
conto: dei circa 14 mila missionari italiani nel mondo, poco meno di
mille sono di origine vicentina. Appartengono per lo più a istituti
missionari, come i Saveriani, il Pime o i Comboniani. Ma anche altre
congregazioni maschili e femminili hanno scelto più di recente di
aprirsi all’impegno missionario, dalla Pia Società San Gaetano alle
Suore Maestre di Santa Dorotea. Negli ultimi 40 anni sono stati 63 i
sacerdoti diocesani che hanno prestato servizio missionario. E
attualmente tredici preti diocesani operano in Brasile, Camerun e
Thailandia. Ai consacrati si devono aggiungere, infine, i 45 laici
missionari che stanno lavorando in Africa, America latina e Asia.

Piazza dei Signori.
La crisi delle vocazioni, invece, si fa sentire anche nell’ex
sacrestia d’Italia. «Quest’anno i nuovi consacrati saranno sette,
ma dai prossimi anni si tornerà a una media di tre-quattro», afferma
Lucio Mozzo. Tant’è che i giornali nazionali a metà del 2006 diedero
molto rilievo alla iniziativa del vescovo di inserire «suore-parroco»
nelle parrocchie prive di sacerdote residente. «Un’esagerazione
giornalistica: in realtà avevo proposto di affidare l’animazione di
queste comunità a religiose d’intesa, ovviamente, con il parroco dell’unità
pastorale che ne resta la guida», precisa monsignor Nosiglia. Rimane il
fatto che le unità pastorali, circa una cinquantina, sono una realtà
da qualche anno che coinvolge laici disponibili a essere punto di
riferimento per l’azione pastorale. Curano la catechesi e la carità.
Ma non si sostituiscono al sacerdote nell’Eucaristia.
Debba, un paesino a pochi chilometri dal capoluogo, è una delle
parrocchie dell’unità pastorale di "Riviera Berica". Manca
il parroco residente e quattro religiose delle Piccole sorelle del
Vangelo arrivate sette anni fa hanno occupato l’ex canonica
trasformandola, di fatto, nel punto di riferimento della vita
comunitaria parrocchiale. «Quando siamo arrivate qui siamo state
accolte con un calore straordinario. Non abbiamo ruoli di
responsabilità ufficiali, ma tenendo aperta la nostra
"fraternità", curiamo le relazioni umane», precisa suor
Paola Gallotti. In realtà le religiose fanno assai di più: sono attive
nella catechesi, coordinano i lettori, curano l’Adorazione quotidiana
in cappellina, preparano i giovani animatori. Organizzano pure un torneo
di calcio. Quando il vescovo pensò a ruoli di corresponsabilità per le
religiose, aveva appena visitato la comunità di Debba. Laggiù «l’oro
di Vicenza» non ha ancora perso di lucentezza.
Alberto Laggia

Mercato nel centro di Vicenza.
| Da 17 secoli al
centro del Veneto bianco
Il
cristianesimo si diffuse a Vicenza forse nel III secolo, ma solo
nel successivo, in seguito all’istituzione di una gerarchia
ecclesiastica, la città fu elevata a diocesi. Attualmente la
circoscrizione ecclesiastica berica conta 838.923 abitanti su
una superficie di 2.200 chilometri quadrati. Le parrocchie sono
354, suddivise in 22 vicariati. I sacerdoti sono 554 (43 fuori
diocesi). Le comunità religiose maschili sono 31, per un totale
di 234 religiosi. Quelle femminili sono 153, e tre monasteri,
per un totale di poco più di duemila religiose. I diaconi
permanenti sono 26. La comunità del Seminario teologico ha 39
giovani seminaristi, mentre la scuola media paritaria del
Seminario minore conta 40 alunni. La Consulta delle aggregazioni
laicali riunisce 48 associazioni. |
Segue:
La gioia del
Vangelo, la tristezza dei schei
|