UNA
CITTÀ, UNA DIOCESI - VICENZA Intervista
a Cesare Nosiglia
La gioia del Vangelo,
la tristezza dei schei
di Alberto Laggia foto di Giancarlo
Giuliani/Catholic Press Photo
«Un
tempo il Vicentino era terra d’emigranti. Il passaggio dalla povertà
contadina all’esplosione del benessere, ha trasformato "i schei"
in un idolo, non alternativo a Dio, ma certo un fattore destabilizzante.
Sono subentrate nuove preoccupazioni materiali, egoismi e ansie per la
paura di perdere quanto raggiunto. Tutto ciò ha creato una nuova
tristezza: questo è il paradosso e uno dei mali del Nordest, ben
descritto dal sociologo Ilvo Diamanti. Siamo un’area ricca, ma triste,
perché la tensione al mantenere il benessere supera la gioia d’averlo
conquistato».
Per descrivere la rivoluzione avvenuta e non ancora conclusa nella
sua diocesi, bastano pochi tratti a monsignor Cesare Nosiglia, vescovo
di Vicenza. Già vescovo ausiliare di Roma dal 1991, vent’anni all’Ufficio
catechistico nazionale del quale è stato poi direttore, membro della
Commissione Cei per la dottrina della fede e la catechesi dal 1992 al
1999, e nel 2000 presidente della Commissione episcopale per l’educazione
cattolica, la scuola e l’università, Nosiglia guida la comunità
vicentina dal 2003.

Il vescovo Cesare Nosiglia incontra i
bimbi di una scuola
della comunità di Monte Magrè.
- Cosa resta della «sacrestia d’Italia», come un tempo si
definiva Vicenza?
«Il cambiamento sociale in atto nel Paese ha coinvolto anche la
nostra diocesi. Le grandi sfide che i cristiani devono affrontare sono
le stesse qui, come a Roma o in Sicilia. Forse qui resta più forte che
altrove il radicamento nella tradizione religiosa, e la fede cristiana
continua a essere importante riferimento culturale. Insomma qui la
Chiesa gode ancora di un forte credito, retaggio di un passato glorioso
e operoso. Un credito che esteriormente può sembrare ridimensionato, ma
che incide ancora nelle coscienze e nella scelte di vita di molti».
- Questa terra ha conosciuto nei decenni scorsi uno sviluppo
economico così diffuso che ha pochi paragoni. La ricchezza ha
generato un radicale mutamento degli stili di vita. Quali problemi
pastorali comporta tale fenomeno?
«È evidente un cambiamento notevolissimo a livello di stile di vita
nella famiglia vicentina. È, anzitutto, cambiato il concetto di tempo:
marito e moglie lavorano tantissimo, direi troppo, a scapito del tempo
dedicato alle relazioni e agli affetti primari che vengono così
indeboliti. Assistiamo così a uno scollamento tra fede e vita. La
ricerca di benessere materiale sempre più spesso soffoca le aspirazioni
dello spirito. Il moltiplicarsi di convivenze, la diminuzione dei
matrimoni, la cultura del provvisorio minano le scelte forti per la
vita. E in questa nuova situazione per i parroci è arduo trovare
occasioni di incontro con le nuove famiglie; è più difficile
ritagliare spazi di dialogo, se si escludono i soliti momenti canonici
quali, per esempio, la preparazione per i sacramenti dell’iniziazione
dei figli».

Un magazzino della Caritas vicentina.
- Ai nuovi egoismi, però, si contrappone una solidarietà diffusa.
In diocesi è presente un volontariato attivissimo e un forte
associazionismo sociale. È così?
«È vero. A Vicenza si manifesta una fortissima solidarietà nei
confronti degli ultimi. Qui pullulano gruppi, associazioni, cooperative
sociali, sia d’ispirazione cristiana che laica. C’è un impegno per
contrastare tutte le nuove forme di povertà presenti nel nostro
territorio; ma c’è anche apertura alla mondialità e alla
solidarietà nei confronti del Sud del mondo. E ciò è dimostrato dal
grande numero di missionari e di Ong vicentine».
- Quali sono gli altri segni di vitalità della Chiesa vicentina?
«Stiamo facendo scelte pastorali coraggiose e innovative. Il nostro
piano pastorale "Cristiani si diventa" va contro a una certa
mentalità statica e a pratiche pastorali fossilizzate: se è vero che
"non possiamo non dirci cristiani" è altrettanto vero che non
si può più attendere in sacrestia, ma bisogna andare ad annunciare il
Vangelo per le nostre strade. Ciò comporta una totale reimpostazione
dell’iniziazione cristiana, attraverso itinerari di formazione
permanente, a partire dai genitori che chiedono il battesimo per i figli».
- Qualche esperienza o progetto particolare?
«Abbiamo il Sinodo dei giovani, che è al terzo anno e che impegna
migliaia di ragazzi sul tema della formazione cristiana. Un cristiano
formato non può che essere missionario negli ambienti in cui vive,
cioè rendere ragione della sua fede. In diocesi sono nate esperienze
interessanti in questo senso. A Schio, ad esempio, sto incontrando i
giovani che hanno fatto in Quaresima una "missione" verso i
coetanei, andando in piazze, scuole, cinema e bar, per raccontare la
loro esperienza di fede, per parlare esplicitamente di Gesù Cristo e di
cosa ha significato per loro conoscerlo. Poi in diversi vicariati si è
avviato un’altra significativa iniziativa in occasione della visita
pastorale: prima e dopo di questa, si realizza la "Missione
cittadina" vicariale, con la particolarità che coloro che portano
il Vangelo nelle case e negli ambienti di lavoro non sono degli
estranei, ma i vicini di casa, i cristiani della porta accanto, i
residenti cristiani laici. In città ce ne sono 800, che si sono
preparati assieme, e in questa Quaresima hanno visitato tutte le case
del vicariato. Sa qual è la maggior difficoltà? Non i pochi rifiuti,
ma il fatto che le famiglie chiedano ai "missionari" di
continuare a incontrarsi. Insomma, si accendono desideri».

La statua della Madonna nel santuario di
Monte Berico.
«Siamo indietro nella consapevolezza della corresponsabilità dei
laici. Esiste la partecipazione e il farsi carico dei servizi che il
parroco ti assegna, ma non è ancora scattata l’altra dimensione
fondamentale che il Concilio aveva invocato e a cui il Convegno di
Verona ci aveva richiamati. Noto inoltre che gli organismi di
partecipazione, come i consigli pastorali parrocchiali, non sono ancora
luoghi di corresponsabilità, ma assomigliano più a organi d’appoggio
ai parroci. Il rapporto tra presbiteri e laici, insomma, deve maturare e
ce ne accorgiamo nelle parrocchie senza sacerdoti residenti. Ne abbiamo
circa un centinaio in diocesi in questa condizione, con parroci che
guidano la comunità da altri luoghi. Qui la gente si trova sperduta.
Dov’è la responsabilità laicale? Per far fronte a questo ritardo
stiamo formando delle équipe di laici, che chiamiamo "gruppi
ministeriali", che dovrebbero diventare in ogni parrocchia punto di
riferimento per tutte quelle attività pastorali che i laici possono
coprire autonomamente. È finito il tempo degli impegni settoriali: il
laico deve diventare un riferimento centrale della propria comunità».
- Vicenza è una delle città italiane con la maggior percentuale di
immigrati. Che ne è stato del suo appello di due anni fa a «osare
la prossimità» con i nomadi, lanciato dalla sua lettera pastorale
"Figli dello stesso Padre"?
«Nel 2006 avevamo aperto un gruppo di lavoro comune con Caritas,
alcune amministrazioni comunali sensibili, servizi sociali e Usl per
riflettere sulla questione della presenza dei "senza dimora",
immigrati e Rom nei nostri territori. Fui provocato a dire una parola
alle comunità cristiane perché si aprissero all’accoglienza
("Possiamo davvero tollerare che questi nostri fratelli rom e sinti
non abbiano le condizioni per vivere – terra, acqua, dimora – e
sentirci a posto come cristiani?", si chiedeva il vescovo, ndr).
L’appello è stato accolto positivamente da molti. Ho offerto anche
una sponda agli amministratori per operare scelte un po’ più
coraggiose. Nessuno mi ha criticato, neanche i sindaci di forze
politiche notoriamente contrarie ad affrontare il problema. Come
comunità cristiana abbiamo dato l’esempio, anche accogliendo e
ospitando rom in locali parrocchiali. Certo, questa non è ancora
integrazione, ma è il primo, doveroso passo verso di essa».
Alberto Laggia
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