EUROPA
Francia: il caso di Chantal Sébire riapre il dibattito sull’eutanasia
Negli
ultimi mesi, il caso di Chantal Sébire è stato in Francia
quello che in Italia è stato il caso di Piergiorgio Welby: la
donna, 52enne, aveva il volto sfigurato da una rara forma di tumore,
che le faceva soffrire dolori atroci. Aveva chiesto più volte e
pubblicamente di morire, raccogliendo un ampio sostegno, a cominciare
dai suoi tre figli fino al ministro degli Esteri e fondatore di
"Medici senza frontiere", Bernard Kouchner, che aveva
chiesto per lei un’eccezione alla legge che le «aprisse una porta
per andarsene con dignità e con l’amore dei suoi familiari, perché
le si evitasse un suicidio nascosto».
In Francia eutanasia e suicidio assistito non sono legali, ma lo
sono le "direttive anticipate" (il nostro testamento
biologico), che permettono di lasciare istruzioni per il rifiuto di
alcune cure.
Il caso della Sébire, che è stata trovata morta nel suo
appartamento di Plombières-les-Dijon lo scorso 19 marzo dopo aver
ingerito una forte dose di barbiturici, ha aperto in Francia un acceso
dibattito sulla "dolce morte" e il "diritto" a
morire. Il segretario di Stato per la famiglia, Nadine Morano,
ha commissionato una nuova valutazione del testo e dell’applicazione
della legge relativa ai diritti del malato e sulla fine vita.
Il tema ha dominato i lavori della Conferenza episcopale francese,
che si sono aperti a Lourdes lo scorso primo aprile. L’arcivescovo
di Parigi, cardinale André Vingt-Trois, ha ricordato come «la
dignità umana non è cercare nella morte la soluzione ai problemi
angoscianti con cui tutti gli uomini prima o poi devono confrontarsi»
e ha espresso invece la propria ammirazione «per quegli uomini e
donne che affrontano la vita con coraggio e discrezione, per quei
medici che si sforzano instancabilmente di alleviare le sofferenze,
per il personale sanitario che rispetta la dignità dei pazienti loro
affidati, per le famiglie che accompagnano coraggiosamente i loro cari
così provati».
Di simile tenore le prese di posizione del resto dell’episcopato.
Il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, ha messo
in guardia con forza dalla tentazione di «legiferare sull’onda dell’emozione»,
aggiungendo: «Bisogna rendere omaggio al personale medico che fa del
proprio meglio per diminuire la sofferenza dei malati che hanno
bisogno della nostra compassione e della nostra infinita delicatezza».
«Nessuno ha il diritto di dare la morte», ha concluso il porporato:
invece di seguire l’esempio di Belgio o Olanda, «accompagniamo i
malati fino al termine del loro percorso, lottando con loro contro la
sofferenza».
Alessandro Speciale
ITALIA
"I mille volti di Gesù": un convegno ricorda il biblista
Giuseppe Barbaglio
Non
è stato solo un bel convegno di studio. L’incontro del 29 e 30 marzo
alla Facoltà valdese a Roma per ricordare Giuseppe Barbaglio è
stato un evento religioso ed ecumenico, un momento forte di studio, di
preghiera e di dialogo. Religiosi e laici; cattolici, evangelici, ebrei;
uomini e donne credenti e in ricerca si sono confrontati sul tema
"I mille volti di Gesù". Quasi cinquecento persone hanno
risposto all’invito di Carla Busato, moglie di Giuseppe, e del
gruppo degli amici più vicini al grande biblista scomparso un anno fa.
Tutta la testimonianza di Giuseppe Barbaglio ha contribuito a rendere
vivo e appassionante l’incontro; egli infatti ha studiato la Bibbia
con grande cultura e passione, in un dialogo profondo tra la storia e la
fede, tra l’esegesi e la teologia, tra l’unità e la diversità
della fede... Ai «mille volti di Gesù» che emergono dalla storia
delle comunità cristiane primitive Barbaglio aveva dedicato gli ultimi
mesi di studio e di meditazione; e su questo tema avrebbe voluto
scrivere un nuovo libro, che non poté uscire; ma che è in qualche modo
anticipato da tante sue altre opere (e specialmente quelle che ruotano
intorno al Gesù come emerge dal pensiero di san Paolo). Tra i molti che
hanno portato il loro contributo all’incontro, studiosi come Romano
Penna, Alfio Filippi, Yann Redalié, Severino Dianich, Stefano Levi
della Torre, Jean Noel Aletti, Claude Geffré; e uomini e donne di
cultura come Rossana Rossanda, Mario Tronti, Gabriella Caramore e
Raniero La Valle.
Secondo l’insegnamento di Barbaglio, molta attenzione è stata
dedicata alla lettura dei segni dei tempi; anche oggi le Chiese sono
tentate di ripiegarsi su se stesse, trasformandosi in opere
consolatorie, in agenzie per rispondere ai bisogni spirituali ed etici
anziché vivere la testimonianza di fede e di speranza. Non bisogna aver
paura dei cambiamenti epocali, si è detto, perché essi non mettono in
crisi la fede, ma soltanto le forme con cui l’abbiamo rivestita. Anzi,
i cambiamenti e le crisi possono essere preziosi per riscoprire una fede
più autentica.
Molta attenzione è stata dedicata, nella relazione conclusiva del
domenicano Geffré , ai «mille volti di Gesù» come si rivelano oggi
nella vita delle comunità cristiane e ai «mille volti di Dio e della
fede» nell’esperienza delle diverse confessioni e religioni. Il
pluralismo delle religioni è la sfida più grande che il cristianesimo
debba affrontare all’inizio del terzo millennio. Dopo aver
sottolineato che è nel paradosso dell’Incarnazione, nella kenosis,
che si trova la chiave della irriducibilità del cristianesimo, Geffré
ha concluso: «Più conosciamo le ricchezze delle altre religioni più
acquisiamo la capacità di procedere a una reinterpretazione creatrice
delle verità su Dio e della relazione a Dio che sgorga dalla
singolarità cristiana». Nella pedagogia di Dio, lo «straniero» ha
una funzione profetica; e aiuta a capire meglio la propria identità.
a.bert.
AMERICA DEL NORD
Stati Uniti
L’IMBARAZZANTE PREDICATORE
Dopo
musulmani e cattolici, anche gli ebrei prendono le distanze da John
Hagee, noto televangelista Usa, fondatore del gruppo Cristiani
uniti per Israele. Il rabbino riformato Eric Yoffie ha
definito «estremiste» le sue posizioni sul Medio Oriente. «Non
rappresentano gli evangelical, non rappresentano la maggior parte
dei repubblicani e non rappresentano il cuore degli americani», ha
detto. Contrario alla soluzione "due popoli-due Stati", Hagee
finanzia diverse attività in Israele, ma sostiene, al contempo, che
Gesù tornerà sulla terra, e a quel punto gli ebrei dovranno credergli
o essere dannati per sempre. Le sue dichiarazioni anticattoliche hanno,
di recente, messo in imbarazzo il candidato repubblicano John McCain,
di cui è un grande sostenitore.
AMERICA LATINA
Elezioni a Santo Domingo: la Chiesa critica
i partiti e chiede trasparenza
«La
società dominicana si attende poco dai risultati, sarà sempre la stessa
minestra, indipendentemente da chi sarà il vincitore». Riassume così il
Centro di studi sociali "Padre Juan Montalvo", creato dai
Gesuiti, l’apatia con cui la popolazione di Santo Domingo si prepara
alle elezioni politiche e presidenziali del 16 maggio. I sondaggi fanno
prevedere una conferma del capo dello Stato uscente, Leonel Fernandez,
leader di un sempre più moderato Partito della liberazione dominicana (Pld),
che potrebbe vincere al primo turno superando il 50 per cento dei voti. Il
suo principale concorrente, Miguel Vargas, del Partito
rivoluzionario dominicano (Prd), affiliato all’Internazionale
socialista, si attesta, infatti, al 30 per cento dei consensi, e sotto il
20 per cento arriva Amable Aristy, del conservatore Partito
riformista social cristiano (Prsc), mentre gli altri quattro candidati si
dividerebbero circa il 3 per cento.
Senza appello il giudizio di Roman Batista, portavoce del Centro
Montalvo: «I partiti politici hanno rinunciato ai propri principi e
obiettivi programmatici per scopi di puro possesso, logica in cui stanno
trascinando tutta la società e che al contempo mette in discussione la
loro rappresentatività e legittimità». E la Repubblica dominicana è «un
Paese che le élite politiche e imprenditoriali conducono nell’abisso
dell’ingiustizia sociale, della corruzione, dell’impunità e del
clientelismo».
D’altro canto, la campagna elettorale si è giocata sullo scambio di
accuse di arricchimento illecito tra i due principali leader: Vargas ha
denunciato Fernandez di essersi appropriato di 130 milioni di dollari con
un prestito gestito a Panama attraverso la chiacchieratissima agenzia d’intermediazione
finanziaria Sun Land; e il Pld ha rivelato il coinvolgimento del candidato
del Prd nello "scandalo Marbella", l’acquisto a prezzi
stracciati di terreni "a vocazione turistica" poi rivenduti con
un guadagno di 30 milioni di dollari grazie alla sua posizione di ministro
delle Opere pubbliche nel precedente governo perredista (2000-2004).
«La Repubblica dominicana», aggiunge Batista, «è il Paese dell’America
latina che ha registrato la maggiore crescita economica negli ultimi 50
anni, ma al tempo stesso quello che meno ha investito in politiche
pubbliche: le priorità sociali come assistenza sanitaria, educazione,
casa e lavoro restano in secondo piano rispetto ai sontuosi megaprogetti
costruiti col denaro del popolo». Ciò anche perché, «nonostante una
grande presenza di organizzazioni e reti locali, la società civile è
dispersa, disarticolata e senza proposte sociali concordate a livello
nazionale».
In questo contesto la Conferenza dell’episcopato dominicano ha reso
noto il messaggio La responsabilità del laico nella vita pubblica,
in cui, oltre a riproporre 15 criteri di buon governo indicati nel 2004
(tra cui «garantire e controllare i servizi pubblici, difendere la vita
umana in qualunque fase del suo sviluppo, preoccuparsi soprattutto dei
più bisognosi, promuovere i corpi intermedi, proteggere le risorse
naturali, stimolare l’iniziativa privata, rispettare i poteri
legislativo e giudiziario, combattere la corruzione»), ricorda che «finché
non ci sarà una giusta distribuzione della ricchezza, lo sradicamento
della miseria e una diminuzione della povertà, non si potrà parlare di
democrazia piena e totale».
Perciò i vescovi sollecitano a «incentivare un’economia solidale,
contraria a quella neoliberista, che dia priorità in modo pianificato
agli investimenti dello Stato nelle aree emarginate e impoverite così che
tutti i dominicani abbiano il certificato di nascita, un’abitazione
dignitosa, un’educazione di qualità, un’efficiente assistenza
sanitaria e sociale, accesso assicurato all’energia elettrica, strade
decenti e pulite per vivere come esseri umani in un ambiente salubre,
comunicazione viaria tra tutte le comunità, accesso ai mass media, ai
trasporti, a centri comunitari di svago, a centri sportivi, artistici,
culturali e musicali, a centri di formazione per donne, bambini, portatori
di handicap e anziani». I vescovi concludono esortando «a compiere un’opzione
preferenziale per politiche pubbliche e private finalizzate a risolvere le
cause dell’estrema povertà, dell’iniquità e dell’esclusione».
Mauro Castagnaro
AFRICA
Zimbabwe
La Chiesa contro Mugabe
«La
voce del popolo dello Zimbabwe deve essere rispettata e non alterata
dagli interessi di parte». Così il segretario generale della Caritas
Internationalis, Lesley Anne Knight, ha aggiunto la sua voce a
quella di molte altre istanze nazionali e internazionali che
scongiurano il precipitare di una situazione già catastrofica. La
lunga e ingiustificata attesa dei risultati delle elezioni del 29
marzo, segnate da pesanti brogli e accompagnate da manifestazioni e
violenze, fa temere il peggio. Del resto, l’atteggiamento del
presidente Robert Mugabe, 84 anni, padre-padrone del Paese –
candidato a un sesto mandato di altri 6 anni dopo 28 al potere –,
non lascia ben sperare. Sono in molti, anzi, a temere il peggio e a
esprimere sdegno e preoccupazione.
Secondo la Knight, «tutte le parti in causa devono rimanere
impegnate nel dialogo e nella soluzione pacifica della crisi politica»,
e devono condannare gli atti di violenza e le intimidazioni,
assicurando ai loro sostenitori di portare avanti il processo
democratico. Un processo che, oggi più che mai, è necessario e
vitale per risollevare il Paese dalla gravissima crisi economica in
cui Mugabe e il suo governo l’hanno sprofondato. Attualmente,
secondo la Caritas, più di quattro milioni di abitanti dello Zimbabwe
stanno letteralmente morendo di fame. L’organismo cattolico sta
distribuendo generi di prima necessità a più di 100 mila persone e
assistendo circa 16.500 famiglie, attraverso un sostegno agricolo e
nel settore dell’irrigazione. Oggi il 90% degli abitanti dello
Zimbabwe vive al di sotto della soglia di povertà e l’80% della
popolazione è senza lavoro.
La Chiesa cattolica locale – una delle poche voci autorevoli
rimaste in Zimbabwe, dove il regime ha imbavagliato ogni forma di
dissenso e opposizione – si è espressa in più occasioni per
criticare il governo di Mugabe e denunciare il collasso sociale ed
economico di un Paese dove la violazione della libertà e dei diritti
umani fondamentali è diventata una pratica diffusa e drammatica.
Anna Pozzi
ASIA e OCEANIA
Cina-Santa Sede: riunione a porte
chiuse in Vaticano
La
Santa Sede continua a seguire con attenzione la situazione dei
cattolici cinesi e i rapporti, ancora difficili, con il governo di
Pechino. Ne è segno la prima riunione della speciale Commissione per
la Chiesa in Cina, istituita un anno fa dal Papa. Si è trattato di
una riunione di lavoro svoltasi in Vaticano dal 10 al 12 marzo scorso,
presieduta dal segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone,
e conclusa da un’udienza di Benedetto XVI. Vi ha preso parte
una trentina di persone: responsabili ed esperti degli uffici di Curia
che hanno competenza sulle relazioni con la Cina, esponenti di alcuni
istituti religiosi, i cardinali di nazionalità cinese (Paul Shan
Kuo-hsi, da Taiwan, e Joseph Zen Ze-kiun, da Hong Kong).
Gli intervenuti hanno messo in comune valutazioni e informazioni
sull’accoglienza della lettera che Papa Ratzinger indirizzò ai
cattolici cinesi nel maggio 2007, come esito di un vertice convocato,
sempre in Vaticano, nel gennaio dello scorso anno per fare il punto
sulla situazione e offrire suggerimenti al Pontefice. Trattandosi di
una riunione a porte chiuse, che oltretutto ha esaminato anche i
delicati rapporti con un governo non propriamente amico, la Santa Sede
non ha reso pubblici i contenuti della tre giorni di marzo,
limitandosi a riassumere in un comunicato stampa le cinque principali
aree considerate: l’evangelizzazione in un mondo globalizzato; l’applicazione
oggi in Cina della dottrina del Vaticano II sulla natura e sulla
struttura della Chiesa; il perdono e la riconciliazione all’interno
della comunità cattolica; le esigenze della verità e della carità;
il governo delle diocesi, con la sua grande rilevanza per l’attività
pastorale e la formazione di sacerdoti, seminaristi, religiosi e
fedeli laici. Ai lavori non ha partecipato alcun rappresentante
cattolico della Cina continentale, ma di certo nell’ultimo anno il
Vaticano ha potuto registrare molte reazioni in modo diretto o
indiretto.
Rientrato a Hong Kong dopo la riunione romana, il cardinale Zen ha
accusato alcuni disturbi, imputabili forse a un eccessivo
affaticamento. Dopo aver presieduto la Messa crismale del Giovedì
Santo il presule si è sottoposto a un controllo medico nel corso del
quale gli è stato riscontrato uno scompenso cardiaco. Il cardiologo
ha suggerito l’impianto di un pace maker e quindi il vescovo è
rimasto in ospedale per qualche giorno, rinunciando a presiedere gli
altri riti del triduo pasquale. In un incontro con la stampa, ai primi
di aprile il cardinale ha spiegato di sentirsi bene, ma ha anche
auspicato che il Papa possa accogliere quelle dimissioni che egli ha
più volte reiterato nell’ultimo biennio. A gennaio il porporato
salesiano ha compiuto 76 anni e Benedetto XVI ha nominato coadiutore
il suo vescovo ausiliare, monsignor John Tong Hon. Il che
significa che sarà lui a succedere al cardinale. Zen spera di poter
lasciare l’incarico entro il suo prossimo compleanno. Comunque vada,
Roma non farà certo a meno dei suoi preziosi consigli.
Giampiero Sandionigi
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