CULTURA
- BRUCE SPRINGSTEEN Dio
e il suo Boss
di Luca
Miele
Per tutti è The
Boss: una rockstar che, a dispetto dei suoi quasi sessant’anni,
sforna ancora canzoni capaci di commuovere i fan di ogni età. I suoi
concerti – come quello che terrà a Milano il 25 giugno, unica tappa
italiana del suo tour – sono degli eventi. Eppure pochi sanno che la
musica di Springsteen ha un’anima religiosa: madre di origini
italiane, padre di origini irlandesi, il Boss ha respirato il
cattolicesimo fin da piccolo. E se in gioventù aveva preso le
distanze dalla fede che gli era stata tramandata in famiglia, con la
maturità – grazie anche all’incontro con la scrittrice cattolica
Flannery O’Connor – ha dato sempre più spazio nei suoi testi a
tematiche di forte impatto spirituale. Con l’album The rising (2002)
la religiosità del cantante viene alla luce in maniera esplicita. E
continua poi a esprimersi nei lavori successivi: da Devils and dust
(2005), a We shall overcome: The Seeger Sessions (2006)
fino al recentissimo Magic.
Nei
testi delle canzoni giovanili di Bruce Springsteen – uno dei più
formidabili cantori americani, capace di attraversare 30 anni di cultura
popolare, restituendone un impasto di mito e realtà, sogno e crudezza
– un elemento domina su tutti: la notte e con essa l’oscurità, il
buio. In un brano del 1980, Stolen car, un uomo, dopo il
naufragio della sua vita matrimoniale, viaggia da solo in macchina con
la paura di sparire nella «notte nera come la pece». Il protagonista
della traccia che dà titolo all’album del 1978, Darkness on the
edge of town, nasconde un segreto, qualcosa che lo può trascinare a
fondo e desidera solo rifugiarsi nell’«oscurità ai confini della
città». Le tenebre inghiottono la casa di Independence day e si
stendono come un sudario sul conflitto tra un padre e un figlio così
come avvolgono la casa del padre nel brano My father’s house.
Ma se facciamo un salto in avanti agli anni della maturità del
cantante – che sarà in Italia il 25 giugno per esibirsi a Milano –
la situazione appare capovolta. Non è più il buio a dominare, ma la
luce. Ombre e oscurità, prima ossessivamente presenti, sono ora
rischiarate. All’incapacità di vedere subentra una sorta di
"semantica" della luce. Alle immagini di chiusura, così
insistite nei primi album, succedono altre che suggeriscono apertura. La
prigione è «aperta», le sbarre sono solo «vecchie ombre» (Living
proof), la strada «corre verso il paradiso» (Better days),
le scelte invocano la trasparenza (If I should fall behind). Cosa
è accaduto? Cosa ha trasformato un territorio oscuro in uno di luce?

Bruce Springsteen in concerto nel 2007 a
Los Angeles
(foto C. Pizzello/AP/La
Presse).
«E tu erediti le fiamme / e tu erediti i peccati». Chi parla è il
protagonista del brano Adam raised a Cain (letteralmente «Adamo
ha allevato un Caino»), scritta da Springsteen 28 anni fa: è il
figlio, qualcuno che percepisce se stesso come un Caino, un traditore. «Papà
ha lavorato tutta la vita / per nient’altro che dolore / Ora cammina
in queste stanze vuote / cercando qualcuno su cui gettare la colpa / Tu
nasci in questa vita / pagando per i peccati di qualcun altro». Il
rapporto padre-figlio si risolve in una catena: a essere trasmessa dall’uno
all’altro è la colpa, e con essa il peccato. Le fiamme a cui allude
Springsteen sono le fiamme della perdizione. Questo racconto della
impossibilità di ogni redenzione è il cuore poetico della prima
produzione di Springsteen. In Streets of fire questa visione
dolente straripa dalla casa paterna: a essere di fuoco (ancora le fiamme
della perdizione) sono le strade lungo le quali si dannano i «vagabondi»
cantati da Springsteen. L’oscurità che circonda le esistenze di
questi personaggi è figura dell’incapacità di «vedere», una
condizione nella quale uomini e donne sono «gettati» dal peccato.
In My father’s house, brano nel quale è adombrata la
parabola del figliol prodigo, il protagonista sogna di essere tornato
bambino e di correre alla casa del padre. Rovi gli strappano i vestiti,
il diavolo lo insegue, voci spettrali si alzano dagli alberi, ma il
bambino riesce a tuffarsi tra le braccia del padre. L’uomo,
svegliatosi, decide di ripercorrere lo stesso tragitto. Ma la casa del
padre è vuota. A impedire la riconciliazione è «quell’autostrada
nella quale i nostri peccati giacciono inespiati». È ancora una volta
il peccato – il peccato non redimibile – a chiudere nell’oscurità
i personaggi di Springsteen.
Il tragitto descritto dai personaggi di Springsteen, in 30 anni di
carriera, è denso di contraddizioni, fatto di slanci in avanti e
repentine cadute. «Un passo avanti e due indietro» ammette l’uomo di
One step up. Ma già dopo il successo roboante di Born in the
Usa (1984) molte delle atmosfere cambiano radicalmente. Ci sono
ancora personaggi in fuga, ma la destinazione è ora una casa. Ci sono
uomini e donne che hanno solo «briciole di fede», ma anche chi –
come il protagonista di Living proof – trova nella paternità «la
prova vivente» della pietà di Dio. La casa a volte è il teatro delle «piccole
sporche guerre degli amanti». Ma più spesso è il luogo nel quale si
manifesta la grazia di Dio.

Bruce Springsteen e la E Street Band agli
Mtv Music Award 2002
di New York
(foto S. Chernin/AP/La
Presse).
Esemplare è la storia di Billy Horton del brano Cautious man.
Un uomo costretto a combattere contro se stesso perché sa che «in un
cuore inquieto giacciono i semi del tradimento». Un uomo che ha tatuato
su una mano la parola «amore», sull’altra la parola «paura» e non
sa in quale delle due «tiene il suo destino». Un giorno Billy affonda «in
un sogno terribile». Sua moglie si è dissolta nel nulla, «mille
miglia lontano da casa». Ma a differenza di quanto accadeva nel
passato, il risveglio non avviene nella solitudine: sua moglie è
accanto a lui e sulla casa si poggia la «bellezza della luce del
Signore». La Grazia, la dimensione fino ad allora sconosciuta ai
personaggi di Springsteen, si manifesta ora nella luce che inonda la
loro esistenza. E la luce – nella forma di una «luna infuocata» –
appare anche nella già citata Living proof. L’immagine di un
bambino appena nato nelle braccia di sua madre è tutta «la bellezza
possibile» che il protagonista riesce a concepire, come «le parole di
una preghiera che non ho mai saputo pronunciare». L’amore per una
donna e la paternità accompagnano l’uscita dell’uomo dal deserto: «Sei
passata attraversa la mia disperazione e la mia rabbia / per mostrarmi
che la mia prigione era solo una gabbia aperta / non c’erano chiavi
né guardie / solo un uomo spaventato e delle vecchie ombre al posto
delle sbarre».
L’album
nel quale trova compimento il ribaltamento accennato e l’approccio
diviene decisamente religioso è The rising (2002). Il dolore, la
perdita, la morte, l’abbandono: nell’album c’è tutta la tragedia
dell’11 settembre, ma ogni tragedia si compie ora non più in una
terra disabitata ma davanti a Dio. In The rising (il verbo to
rise significa ascendere, sollevarsi ma soprattutto resuscitare), un
pompiere corre verso l’altro, nelle mai nominate Twin Towers. L’uomo
risponde alla «croce della sua chiamata». Ma negli attimi che
precedono la fine, nella sospensione tra la vita e la morte, il pompiere
scorge immagini di vita («Ti vedo Mary / nel giardino dei cento sospiri
/ le immagini sacre dei nostri bambini / danzano in un cielo inondato di
luce»), si protende verso «un sogno di vita», fino a trovarsi faccia
a faccia con «la luce incandescente del Signore».

Springsteen con la moglie Patti Scialfa.
La coppia ha tre figli (foto Abaca/La Presse).
L’orrore, la catastrofe non vengono obliterati. The rising è
invaso dal senso incombente della tragedia. Le parole chiave sono fuoco,
polvere, sangue. Il cielo torna in maniera ossessiva: è «striato di
sangue», «vuoto», «di nera cenere», di «dolore e angoscia». Tutti
gli elementi sembrano partecipare al manifestarsi del male. Ma in un
ideale contrappunto alle immagini di morte e violenza si contrappongono
le parole amore, resurrezione, fede, forza. Springsteen mette i suoi
personaggi di fronte alla frontiera estrema: quella tra la vita e la
morte. Però l’attraversamento non esaurisce la realtà, la «apre»
all’inaspettato. Dopo la morte si staglia una dimensione ulteriore: un
cielo di «pienezza e di benedizioni».
La tangibilità della resurrezione si manifesta con una figura: il
fuoco. Tutto nell’album sembra bruciare e irradiare luce. Brucia la
casa di Lonesome day, il fuoco divampa in Into the fire e
in The rising, ardono le candele in Mary’s place. Siamo
dinanzi a qualcosa di diverso da quello che abbiamo incontrato in Adam
raised a cain. Qui il fuoco è distruzione ma anche purificazione,
morte ma anche rinascita. È proprio del fuoco il movimento che porta
verso l’alto e in The rising tutto è ascensione. Il fuoco è
lo Spirito che Springsteen nomina quando canta di un «vento infuocato».
Riecheggia la parola biblica: lo Spirito santo è il vento (Gv 3,8) che
avvampa il fuoco, Spirito e fuoco sono una cosa sola (Gl 3, 1-3; At
2,2-3). Il già citato pompiere di The rising è circondato dall’oscurità,
l’unica cosa che sente è la catena che lo schiaccia al suolo mentre
sale verso l’alto. A spingerlo è la «croce della sua chiamata». La
croce è figura duplice: è qualcosa di pesante che schiaccia e inchioda
al suolo, ma anche simbolo di ascensione, fino a diventare con san Paolo
«spes unica».
Nell’album successivo, Devils and dust (2005) – una
dolorosa condanna della guerra in Iraq – una figura torna
prepotentemente, quella delle «ossa» che ha qui una manifesta matrice
biblica: il libro di Ezechiele – e il suo campo di ossa asciutte (37,
4) – che Springsteen cita esplicitamente nel brano Black cowboys.
Il soldato protagonista di Devils and dust con il fucile tra le
mani e la paura che gli soffia dentro «demoni e polvere», vede in
sogno «un campo di ossa e fango» tra l’odore dei cadaveri che si
alza e il sangue che si asciuga sulle pietre. L’uomo sente di avere «Dio
dalla mia parte», ma si chiede cosa accada «quando quello che fai per
sopravvivere/ uccide ciò che ami?».

In concerto a Roma nel 2006 con la Seeger
Session
(foto R. Musacchio/F. Ianniello/Grazia
Neri).
In
Matamoros banks, una delle tante storie di frontiera di
Springsteen, la corrente di un fiume trasporta il corpo senza vita di un
clandestino. Un verso raccorda il massimo dell’orrore con il massimo
della bellezza: «Le tartarughe hanno mangiato la pelle dei tuoi occhi /
così ora essi sono aperti verso le stelle». La tragedia «apre» un
paesaggio biblico, con la «pallida luna che scopre la terra fino alle
sue ossa». In Black cowboys la valle delle ossa inaridite di
Ezechiele è inondata dalla pioggia, segno di rinascita e salvezza.
Attesa e rinascita si concretizzano in una serie di immagini come «la
dolce salvezza», «la luce che brilla», «la benedizione sulla riva
del fiume», come in Maria’s bed.
L’immagine delle ossa è presente anche nel brano I’ll work
for your love, contenuto in Magic, l’ultimo lavoro in
studio del musicista (2007). Springsteen canta di una donna che vive un
suo calvario privato. Le sue costole emergono dalla schiena «come le
stazioni della via Crucis», la luce disegna «un’aureola» attorno
alla sua testa, e «gocce di sangue cadono a terra» (come in Luca
22,44). Fino alle parole pronunciate dal protagonista, dinanzi alle
ferite della malattia e del dolore: «Sono qui cercando il mio pezzo di
Croce».
Luca Miele
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