INTERVISTA
- ROWAN WILLIAMS Una
fede che cattura
di Riccardo Larini e Sarah Numico
Alla vigilia
della difficile Conferenza di Lambeth che si tiene dal 16 luglio al 4
agosto, l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, primate della
Comunione anglicana, fa il punto sulle tensioni che dividono la sua
Chiesa, analizza lo stato delle relazioni ecumeniche e ci racconta i
suoi sogni di semplice cristiano.
Catturare
l’immaginazione della cultura contemporanea: questa la sfida che Rowan
Williams, 58 anni, gallese di Swansea, ha intrapreso nel luglio 2002, quando
è stato nominato 104° arcivescovo di Canterbury e primate della Comunione
anglicana. E Williams ha davvero riacceso la speranza, confermandosi, pur
tra mille difficoltà, uno dei leader cristiani più autorevoli degli ultimi
decenni, ben al di là dei confini della sua Chiesa.
Formatosi a Cambridge e divenuto uno dei più giovani professori nella
storia di Oxford, Williams ha affrontato con coraggio temi come la molto
discutibile guerra in Iraq, i problemi inerenti all’orientamento sessuale
dei cristiani, la difesa della dignità umana di fronte ai disegni spesso
totalizzanti della cultura contemporanea, l’educazione religiosa delle
nuove generazioni, le difficoltà del cammino ecumenico. Tutto questo con
apertura mentale, senza mai ridursi semplicemente a condurre campagne
mediatiche unilaterali, ascoltando ogni voce differente dalla sua. In questa
intervista, che tocca molti dei temi che stanno a cuore all’arcivescovo,
emerge con chiarezza la più profonda convinzione che anima la sua azione
pastorale: il cristianesimo, senza presunzione o pretese di esclusività, ha
qualcosa di profondo da dire agli uomini del nostro tempo. Fede e cultura
possono dialogare apertamente, all’insegna della speranza, perché Gesù
Cristo è la chiave più significativa che il cristianesimo ha per
riaccendere in ogni epoca l’immaginazione umana.

L’arcivescovo Rowan Williams durante un
incontro ecumenico negli Usa
(foto B. Haber/AP/La
Presse).
- Quando lei è stato nominato alla Sede di Canterbury, disse che
desiderava una cosa sopra ogni altra: che gli anni a venire potessero
vedere il cristianesimo in grado di catturare nuovamente l’immaginazione
della nostra cultura.
«Nella discussione che recentemente abbiamo avuto in Parlamento sulla
proposta di legge riguardo alla fecondazione assistita, mi è sembrato che
una delle cose assenti in tutto il dibattito sia stato un senso chiaro di
che cosa sia l’umanità. Eravamo confusi. Non sapevamo come parlare di
dignità umana in modo convincente. Mentre penso che questa sia una delle
cose che la prospettiva cristiana offre: non abbiamo solo un insegnamento su
Dio, ma anche sull’umanità, che le rende piena giustizia e ne afferma la
dignità in ogni momento della sua vita».
- In che modo il cristianesimo può catturare l’immaginazione della
gente?
«Non lo può fare in termini astratti. Il cristianesimo cattura l’immaginazione
quando mette in risalto vite che appaiono convincenti, attraenti,
affascinanti ma anche quando esso stesso vive di una intensa vita
immaginativa: quando dà vita a una liturgia che è avvincente, a una
letteratura che è avvincente. Poche settimane fa, ho partecipato alla prima
della Passione di San Giovanni composta da James MacMillan. La sala
concerti era piena di gente, la maggior parte sembrava fossero credenti
appena convertiti. A volte serve di più alla credibilità del cristianesimo
una cosa del genere».

Williams insieme con il rabbino capo
ashkenazita d’Israele,
Jona Metzger (a sinistra - foto
S. Scheiner/AP/La
Presse).
- Come giudica il ritorno di interesse per la religione nelle nostre
società? Si tratta di un vero risveglio?
«La società oggi è forse più consapevole della religione di quanto
non lo fosse dieci anni fa, ma in modo molto ambivalente. Le persone sono
consapevoli, ma allo stesso tempo ne sono spaventate. Associano la religione
con l’estremismo e l’esclusivismo, con le campagne limitate a un certo
numero di questioni, e la vedono come qualcosa che ha a che fare con la
violenza. Allo stesso tempo le persone sono consapevoli di un vuoto nel
nostro senso dell’umano e nei fondamenti della nostra cultura. La presenza
di un’identità religiosa molto sicura di sé come quella presentata dall’islam
non aiuta, per lo meno alcuni laicisti, a distinguere dove ci collochiamo
noi cristiani. E poi c’è il fascino vago per lo "spirituale"
che si insinua in diversi contesti. Ma non nutro molte speranze riguardo a
questo fenomeno».
- Il bisogno dello "spirituale" sembra centrato su una ricerca
di pace e calma in un mondo complicato, ma non sempre è accompagnato
dalla consapevolezza della spiritualità come sfida.
«Questo è il problema. La spiritualità, per i cristiani, è la croce e
la resurrezione, è entrare in un processo profondamente esigente, che ti
cambia la vita, non il semplice acquisto di aspirine spirituali per curare
il mal di testa».
- Qual è il ruolo della liturgia in questo processo?
«È estremamente importante. A volte dico ai pastori che la domanda
cruciale da porsi riguardo la celebrazione domenicale è: un estraneo
capirebbe che state attendendo che qualcosa accada nella celebrazione? In
altre parole: è solo un dovere che dovete adempiere o il linguaggio e l’atmosfera
della liturgia lasciano intravedere che sta avvenendo una trasformazione e
che un nuovo mondo viene evocato? Perché sono convinto che l’essenza
della liturgia, come dicono gli ortodossi, stia nel fatto che un nuovo mondo
viene evocato e noi siamo catapultati in esso».

Rowan Williams durante una solenne eucaristia
nella cattedrale di Zanzibar, in occasione di un meeting di vescovi
anglicani (foto K. Prinsloo/AP/La
Presse).
- Quale dovrebbe essere il ruolo della formazione teologica nelle
Chiese?
«La formazione teologica è essenzialmente un modo per servire Dio con
la nostra intelligenza. Se nutriamo sospetti nei riguardi della teologia,
stiamo sostanzialmente affermando che una parte del nostro essere non può
adorare e onorare Dio. Uno dei grandi compiti della formazione teologica
oggi è di recuperare il senso di un nuovo mondo, di una nuova creazione
perché questo è al cuore del Nuovo Testamento: non veniamo inseriti in un
nuovo sistema religioso o in un nuovo codice morale, bensì in una nuova
creazione in Cristo. Tutta la teologia di valore riguarda questo: le
possibilità radicalmente nuove che derivano dall’essere in Cristo, in
relazione con Dio Padre».
- La Chiesa non corre il rischio di apparire nell’agone pubblico più
come un distributore etico per una società confusa che una proposta per
dare senso alle nostre vite e trasformarle?
«Se la Chiesa cerca di colmare i vuoti con un ricettario morale, allora
c’è veramente un problema. Come già altri hanno detto, non possiamo
avere un "Dio dei vuoti" che entra in gioco quando le spiegazioni
intellettuali diventano inadeguate. La stessa cosa vale per l’etica: più
le Chiese sono ossessionate da problemi particolari, più si darà l’impressione
di voler colmare un vuoto. Qualsiasi valutazione le Chiese debbano esprimere
su specifiche questioni etiche, questo deve avvenire nel contesto di un
senso più ampio della dignità e della ricchezza umana».

Il primate anglicano con il cardinale Kasper
(foto R. Siciliani).
- Sembra comunque esserci una convergenza sempre più grande tra molte
Chiese su alcune questioni etiche...
«C’è una convergenza abbastanza serena su questioni che hanno a che
fare con la povertà e lo sviluppo, e questo è uno dei grandi risultati
ecumenici degli ultimi tre decenni. Qui in Inghilterra c’è anche una
forte consonanza su temi che riguardano l’inizio e la fine della vita. Io
stesso ho lavorato intensamente con il cardinale Murphy O’Connor sul tema
dell’eutanasia. Se, però, da un lato condividiamo un impegno molto grande
sulla famiglia, dall’altra c’è tra le Chiese una differenza nella
prassi su questioni come il divorzio e il risposarsi. E restano molte
differenze in più di una Chiesa sui temi dell’omosessualità e del
riconoscimento delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Non
parliamo tutti all’unisono in questi ambiti, ma c’è una visione
abbastanza condivisa su alcuni elementi sostanziali».
- Il liberalismo politico è una possibilità o una minaccia per le
Chiese?
«Dipende da cosa si intende con liberalismo politico. Se significa
impegno per i diritti umani, uguaglianza davanti alla legge, un sistema
politico affidabile e razionale che si sottopone alla critica interna,
allora sono totalmente d’accordo con il liberalismo, e penso sia uno dei
doni più grandi che l’Europa abbia da offrire al mondo. Ma se liberalismo
significa un’agenda esclusivamente orientata al cambiamento, senza
attenzione alla tradizione, a modi di vita e interpretazioni che non si
collocano nel quadro dell’illuminismo, allora non ne sono molto convinto.
Assistiamo oggi, in alcuni settori, a un forte impegno per un’agenda di
cambiamenti in cui tutte le preoccupazioni della tradizione circa la
definizione di umanità, la natura delle relazioni umane e la stabilità
familiare dovrebbero essere soggette a negoziazione in una sorta di economia
di mercato. Non penso possiamo trovarci a nostro agio in questo contesto».
- Perché le Chiese fanno così fatica a superare le divisioni del
passato?
«Per superare le divisioni del passato bisogna in una certa misura
imparare un nuovo linguaggio e questa è sempre una cosa difficile. A volte
si è investito molto per riuscire a essere qualcosa di diverso da un
determinato altro, e all’improvviso ci viene chiesto di riconoscere che,
in realtà, l’altro è come te. Questo ci rende insicuri. Uno dei grandi
doni che gli anglicani e i cattolici hanno ricevuto dai loro dialoghi
teologici ufficiali, soprattutto nella loro prima fase, è stato che hanno
dato vita a un linguaggio che entrambi i gruppi hanno potuto comprendere e
utilizzare, senza escludere le autentiche differenze: anglicani e cattolici,
per esempio, non sono d’accordo sul ruolo del vescovo di Roma e sulla
natura del suo primato».

Williams con Katharine Jefferts Schori,
vescova che guida
la Chiesa episcopaliana Usa (foto
K. Prinsloo/AP/La
Presse).
- Qual è la sua valutazione sulle relazioni tra Roma e Canterbury oggi?
«A livello personale, sono davvero molto cordiali e amichevoli. L’esperienza
degli ultimi due anni è stata di fiducia crescente e della consapevolezza
di un obiettivo comune. Allo stesso tempo devo riconoscere che la Chiesa
cattolica ha a livello ufficiale molti problemi con la Comunione anglicana
al suo stato attuale. A motivo delle nostre divisioni interne, i cattolici
hanno la sensazione di non essere sicuri se parlano con una realtà
unitaria, che è uno dei motivi per cui la ripresa dell’impegno ecumenico
richiederà tempo. Ciò che mi ha impressionato e incoraggiato è il numero
di cattolici molto preparati per lavorare in questo ambito, e che non hanno
tagliato le comunicazioni con noi».
- Che cosa pensa che gli anglicani e i cattolici potrebbero imparare gli
uni dagli altri in materia di governo della Chiesa?
«L’anglicanesimo, forse come l’ortodossia, può essere vulnerabile a
motivo del suo grande rispetto per l’autonomia delle Chiese locali.
Tuttavia, se vogliamo che le varie Chiese locali tornino a riconoscersi
reciprocamente senza scomuniche, prima o poi dovremo porci la questione dell’autorità
e di dove essa risieda in ultima istanza. Al momento abbiamo delle
difficoltà al riguardo e dobbiamo rifletterci maggiormente rispetto a
quanto abbiamo fatto nel passato. Allo stesso tempo penso che sia gli
anglicani che gli ortodossi direbbero che in casa cattolica vi è un
concetto di primato così monarchico che in qualche modo distorce l’intero
equilibrio della vita della Chiesa. Secondo i cristiani che non appartengono
alla Chiesa di Roma, il modo in cui il primato papale si è sviluppato a
partire dal Medio Evo ha privilegiato sempre più l’elemento centralistico,
perdendo quelle voci che avrebbero potuto bilanciare i poteri e produrre,
alla fine, un quadro generale più equilibrato».
- Che cosa vorrebbe dire a quei cattolici che credono che l’ordinazione
delle donne abbia posto seri ostacoli nelle relazioni tra anglicani e
cattolici?
«Segnalerei che nelle nostre prime discussioni sul ministero nella
Commissione internazionale anglicana-romano cattolica (Arcic I), riuscimmo a
trovare una grande quantità di elementi d’accordo riguardo la natura del
ministero ordinato e che all’epoca non sembrò a nessuna delle parti che
la questione dell’ordinazione delle donne potesse offuscare quel consenso.
Farei un appello, a coloro che nella Chiesa cattolica vedono questa come una
seria difficoltà, a considerare quel ricco deposito comune di intese e
chiederei di nuovo: l’ordinazione delle donne inficia tutto questo? Gli
anglicani, e in particolare coloro che accettano pienamente la visione del
ministero espressa in Arcic, hanno una certa difficoltà nel capire perché
adesso questo sia diventato un problema di prim’ordine».

Jane Williams, moglie dell’arcivescovo
(foto F. Origlia/Grazia Neri).
- Quali sono le sfide più grandi che la Comunione anglicana sta
affrontando?
«La più grande è se possiamo avere strumenti decisionali coerenti,
meritevoli di fiducia e accettati da tutti nel mondo. Al momento attuale
molte decisioni e politiche locali generano divisioni, sia che si tratti
delle aree più liberal o più tradizionaliste della nostra Chiesa.
Abbiamo estremo bisogno di ridarci reciprocamente fiducia, in modo che
questo ci consenta, come Paolo dice nella Prima lettera ai Corinti, di
aspettarci l’un l’altro quando ci raduniamo attorno alla mensa del
Signore, senza lasciarci coinvolgere in iniziative che comprometterebbero
sia la nostra che l’altrui missione. Questo è uno dei nodi che la
Conferenza di Lambeth dovrà tentare di sciogliere».
- Che cosa si aspetta, dunque, da questa prossima Conferenza di
Lambeth?
«Spero che tutti comprendano che vale la pena affrontare la fatica che
porta alla fiducia reciproca, e che manifestino la capacità di discernere l’importanza
cruciale dei vescovi nella missione della Chiesa. Questi sono gli elementi
che ci siamo posti come centrali per la Conferenza. Prevedo che ci saranno
momenti di forte tensione, come sempre accade, ma spero anche che, come
altrettanto spesso avviene, vivendo insieme tutti i giorni per due
settimane, le persone possano cambiare».
- L’anglicanesimo è stato una delle forze trainanti del movimento
ecumenico. Oggi sembra che alcune Chiese anglicane preferiscano un ruolo
più "profetico".
«Sono un po’ scettico riguardo il termine "profetico". Una
caratteristica delle iniziative profetiche è che nel momento in cui
avvengono non si sa che sono profetiche. Se lo si fosse saputo, non
sarebbero state così costose, e la profezia ha sempre un prezzo molto alto.
Metterei in guardia le persone rispetto a un’immagine di se stesse come profetiche.
Continuo a credere che noi anglicani abbiamo un dono da offrire nello
spettro cristiano, un dono che cerca di tenere insieme l’ordine
sacramentale cattolico e una forma diffusa, distribuita di autorità».

Benedetto XVI e l’arcivescovo Rowan Williams
in Vaticano. L’ultimo incontro
tra i due leader cristiani si è svolto il 5 maggio scorso
(foto R. Siciliani).
- Molti problemi all’interno dell’anglicanesimo e tra le diverse
Chiese sembrano nascere da diversi approcci alle Scritture.
«È in questa prospettiva che i primati anglicani, nel loro ultimo
incontro, hanno deciso di costituire una commissione sull’interpretazione
biblica. È una forzatura dire che le cosiddette Chiese occidentali abbiano
un approccio alle Scritture liberal e critico, mentre le Chiese dei
Paesi in via di sviluppo no. Non credo sia possibile fare una
differenziazione così semplificata. È una polarizzazione un po’ stanca e
fuori moda. La domanda più importante è se consideriamo le Scritture come
una parola rivolta a noi per la nostra conversione. Come alcuni dei maggiori
teologi del XX secolo dimostrano – Karl Barth in primis –si può
credere pienamente nelle Scritture come parola trasformante e allo stesso
tempo sostenere che naturalmente ci sono domande critiche da porre, di cui
non bisogna avere timore».
- All’atto della sua nomina nel 2002, lei disse di non voler imporre
una propria agenda. Pensa che altri abbiano cercato di imporle un’agenda?
«Questo è uno degli svantaggi degli incarichi di responsabilità: si è
sempre oggetto di proiezioni. Dicevo sempre ai giovani preti: "Quando
sarete ordinati, ricordatevi: adesso avete un posto nei sogni degli
altri". E a volte è molto difficile vivere in questa condizione».

Williams durante una visita in Sud Sudan
/foto A. Raouf/AP/La
Presse).
- Che cosa la intristisce di più riguardo all’attuale situazione
delle Chiese?
«Che troppo spesso danno un’impressione di ansia: siamo preoccupati
per le nostre divisioni interne, gli uni degli altri, per il mondo attorno a
noi, per i cambiamenti nella società. Tutti questi motivi di ansia sono
comprensibili, ma se la prima cosa che le persone vedono è l’ansia,
allora l’ultima cosa che riusciranno a udire sarà la buona novella».
- E la sua più grande speranza?
«Gesù Cristo, lo stesso ieri, oggi e domani».
Riccardo Larini e Sarah Numico
|
Anglicani, una famiglia con
molte tensioni
La
Comunione anglicana è una famiglia di 44 diverse Chiese, riunite in
34 province, 4 Chiese unite e 6 altre Chiese sparse nel mondo. Fra
queste la più importante storicamente e per numero di fedeli è la
Chiesa d’Inghilterra. Le Chiese anglicane non-europee più
numerose sono quella nigeriana, seguita da quella australiana e da
quella statunitense, detta anche episcopaliana. Della Comunione
anglicana fanno parte circa 80 milioni di cristiani.
L’anglicanesimo ebbe origine nel XVI secolo con la separazione
della Chiesa d’Inghilterra dalla Chiesa cattolica durante il regno
di Enrico VIII. Il primo elemento di distacco da Roma fu la rinuncia
al riconoscimento del primato del Papa, cui fecero seguito
successive riforme disciplinari e dottrinali. La Comunione anglicana
alimenta la relazione tra le Chiese e cerca l’unità attraverso i
cosiddetti "strumenti di comunione": l’arcivescovo di
Canterbury, la Conferenza di Lambeth, gli incontri dei vari primati
e il Consiglio consultivo anglicano (Acc). Proprio dal 16 luglio al
4 agosto prossimi si terrà a Canterbury, sede storica della Chiesa
d’Inghilterra, la Lambeth Conference, l’incontro degli
arcivescovi e vescovi della Comunione anglicana, che ha luogo, a
partire dal 1867, ogni dieci anni circa. |
|