Luigi Alici, nel giorno in cui lascia la presidenza nazionale per
fine mandato, descrive così l’Ac, che ha guidato per tre anni. Un
triennio duro, che lo ha visto girare l’Italia per verificare lo stato
di salute della base e rilanciarne l’impegno, durante il quale ha
lavorato per fermare l’emorragia di soci e invertire il trend di
iscrizioni, per rafforzare l’autonomia dell’associazione e
ricollocarla nell’alveo di una collaborazione, fedele ma adulta, con
le gerarchie.
Non sono più i tempi degli scontri frontali di monticoniana memoria,
degli interventi pressanti per "normalizzare" l’Ac, degli
"schiaffi" dati all’associazione, per preferire i più
docili movimenti. I vescovi oggi tornano a esprimere simpatia per un’associazione
che ha tenuto vive le parrocchie e si è spesa per l’evangelizzazione.
E chiedono nuova collaborazione. Invito che l’associazione accoglie
"obbediente, ma in piedi", come usa dire.
Non che adesso sia tutto rose e fiori o che non sia costato tenere
dritta la schiena anche in questi tre anni. Appuntamenti non proprio
vicini al modo di esprimersi dell’associazione, come il raduno di
piazza San Giovanni per il Family day, hanno aggiunto altra
fatica. E alla fine Alici ha scelto di non ricandidarsi, primo
presidente a non "bissare" il mandato dagli anni del dopo
Statuto. Passa la mano, però, nel segno della continuità. Lo
sostituisce, infatti, Franco Miano, classe 1960, docente di Filosofia
come il suo predecessore, una vita spesa in Azione cattolica.
Vicepresidente giovani nel triennio difficile 1986-1989, e
vicepresidente adulti dal 2005 al 2008, Miano parla innanzitutto di «comunione,
di bisogno di evitare i particolarismi, di capacità di superare ciò
che divide e far crescere ciò che unisce».
- Lei ha avuto la possibilità, negli ultimi 20 anni, di stare in un
osservatorio importante. Come è cambiata l’Ac e come crede che
essa possa contribuire a rafforzare quella comunione di cui diceva?
«L’associazione è cambiata come sono cambiati il Paese e la
Chiesa. E anche il contesto più generale. Non dobbiamo dimenticare che,
in questi 20 anni, è caduto il muro di Berlino e si è registrata la
fine delle ideologie. In Italia abbiamo assistito alla scomparsa del
Partito comunista e della Democrazia cristiana. Gli assetti politici,
economici, culturali sono cambiati drasticamente e anche l’Azione
cattolica, espressione viva e concreta di questo Paese, ha subito dei
contraccolpi. E poi ci sono stati mutamenti importanti anche nella
Chiesa, nella pastorale, nella vita delle parrocchie, in quella delle
associazioni e dei movimenti in generale. C’è stata, da un lato, la
riscoperta dell’identità religiosa ma, dall’altro, anche la
constatazione che non sempre la fede riesce a trasformare la vita. Molte
volte si registra un riferimento alla religione di tipo identitario,
più di immagine che non di sostanza, senza grande impatto sull’esistenza
delle persone, sulle loro scelte di vita, sulla reale testimonianza
cristiana. Su questo terreno, invece, mi sembra che l’esperienza dell’Azione
cattolica abbia mantenuto una sua coerenza».

Congressisti si registrano alla XIII
assemblea,
che si è svolta dall’1 al 4 maggio.
- Coerenza nel cambiamento?
«Certo. Bisogna dire, però, che non è cambiata solo l’Ac, ma l’associazionismo
in generale. E non solo quello cattolico. È cambiato il ruolo delle
associazioni giovanili dei partiti, il modo stesso di vivere il tempo
libero, la domenica, il rapporto tra svago e lavoro, l’incontrarsi
delle persone. I processi economici e di trasformazione del mercato del
lavoro hanno messo continuamente in discussione le scelte già fatte. Il
precariato, la flessibilità, la trasformazione del lavoro significano
non avere più quella stabilità necessaria per poter pensare a un
progetto di vita chiaro per la propria esistenza. Dall’altra parte c’è
una certa mentalità che porta a voler realizzare subito determinati
obiettivi e a tentare di ottenere un risultato immediato senza
valorizzare quella continuità, quella fedeltà nel tempo, che invece
accompagnano sempre i progetti più solidi. Ecco, in questo il
contributo dell’Azione cattolica è importantissimo. Proprio in virtù
del nostro impegno educativo, ci interessa il tema del futuro perché è
il tema della speranza, il tema della coltivazione paziente del progetto».
- Ma una proposta come quella dell’Ac fa ancora presa?
Interessa ancora?
«Siamo in un tempo costitutivamente al plurale. Proprio per questo
vi sono molteplici proposte di modelli educativi e di esperienze
ecclesiali. Ciò non toglie, però, che, secondo me, il "modello Ac"
ha ancora una forte presa. D’altra parte, lo dimostra anche il gran
numero di tesserati. Certo non sono più i numeri del passato, però la
tenuta è significativa in un momento in cui neanche più i partiti
hanno un’adesione che si esprime con una tessera, una quota da
versare, un’appartenenza così identificata. Inoltre l’attualità è
anche rispetto all’emergenza educativa indicata come priorità da più
parti e sottolineata anche dal Papa. Per superarla occorre un
investimento di lungo periodo, non operazioni congiunturali o di
facciata. C’è bisogno di un costante lavoro di formazione dal basso
che tocchi vari aspetti della vita, che sappia integrare le diverse
dimensioni dell’esistenza: quella religiosa, spirituale, sociale,
culturale. Credo che da questo punto di vista il lavoro paziente dell’Ac,
anche se non sempre conosciuto, sia un modello insuperato. È un lavoro
che passa dai bambini, che crede nella partecipazione dal basso e nel
patto tra le generazioni».

Un incontro tra ragazzi dell’Acr.
- Che cosa ha l’Azione cattolica in più in questo campo?
«L’Ac garantisce una dimensione intergenerazionale perché è un’associazione
non specialistica, non fatta di soli bambini o di soli giovani o di soli
adulti. È un luogo in cui le generazioni si mettono insieme. E poi, da
una parte c’è il rispetto della persona in quanto tale e l’offerta
di un cammino a sua misura, e dall’altra c’è l’idea che quel
cammino rientra in una proposta ampia, generale. Si è all’interno di
un’associazione che, a prescindere da età, condizioni professionali e
sociali, ha per tutti una proposta unica e popolare».
- Nel corso dell’ultima assemblea, la parola "popolare"
è risuonata più volte.
«L’elemento popolare è importante per l’Azione cattolica di
oggi ed è un obiettivo da riscoprire con ancora più forza. Occorre
dire che quella della popolarità non è una dimensione sociologica ma
ecclesiale, così come ci spiegava il Concilio. La popolarità
corrisponde a quel senso di Chiesa che è dato dal popolo di Dio
radunato attorno al vescovo. L’Ac esprime in piccolo questo popolo di
Dio ed educa a un cammino personale di responsabilizzazione, aiutando,
nel contempo, a cogliere questo percorso personale in un’ottica più
grande: quella di un’associazione, di una parrocchia. Non solo: non si
chiude nella parrocchia infatti, ma apre alla dimensione diocesana e
nazionale. Questo immunizza dal campalinismo e dal separatismo. Da un
lato dice: stai al tuo posto, accogli il dono che il Signore ti ha fatto
di vivere in quel luogo. Dall’altro dice anche: apriti al resto della
vita. L’Azione cattolica ha un ruolo fondamentale nel mettere in
relazione queste sfere del personale e del comunitario, ma anche del
locale e dell’universale. Benedetto XVI, ricevendoci in piazza San
Pietro nell’incontro nazionale del 4 maggio, sottolineava proprio il
fatto che l’Ac vive nell’equilibrio fecondo fra Chiesa locale e
Chiesa universale, nello stare con il proprio vescovo nella propria
terra, ma con questa grande apertura cattolica all’interezza dei
problemi della vita e del mondo».

L’udienza in piazza San Pietro il 4
maggio scorso.
- L’Azione cattolica è molto legata alla parrocchia.
Ne segue anche la crisi e la fragilità?
«Le parrocchie rimangono un riferimento per la vita della nostra
gente, anche se sono cambiate per una serie complessa di fattori.
Innanzitutto sono cambiate perché è mutata, in termini numerici e di
approccio alla vita della parrocchia stessa, la presenza dei sacerdoti.
Inoltre la parrocchia, specie in alcune realtà di provincia, in passato
costituiva per i giovani una opportunità quasi unica. Oggi, invece, è
chiamata a riconquistarsi un suo spazio tra tanti luoghi di aggregazione
giovanile. La parrocchia, però, può fare ancora molto perché i
credenti hanno bisogno di sentirsi con gli altri, di vivere la fede non
da soli. Essa quindi rimane un punto di riferimento prezioso per la
gente. Naturalmente a condizione – e questo è compito anche della
nostra associazione – che vi siano in parrocchia persone dedite a
questa cura della relazione e della trasmissione della fede».
- Impegno solo in parrocchia o anche al di fuori di essa?
«L’Azione cattolica si è sempre occupata anche della cosiddetta
"pastorale d’ambiente". Per questo sono nati i movimenti,
come quello studenti e lavoratori, più organici all’Ac, e quelli che
appartengono alla famiglia allargata, come la Fuci, il Meic, il Mieac.
Essi sono un piccolo ma prezioso strumento di evangelizzazione. L’associazione
parrocchiale non perde dalla loro presenza, anzi ne esce arricchita per
quel bisogno che essa ha di realizzare sempre di più lo scambio tra la
vita e la fede. Per leggere la realtà con gli occhi del Vangelo occorre
uno scambio continuo con la realtà, e dunque la capacità di immergersi
in essa secondo lo stile dell’incarnazione. Allora questi piccoli
nuclei, che sono i movimenti, possono dare all’intera Azione
cattolica, e anche alla comunità ecclesiale, un apporto prezioso. Ma
non solo. I movimenti valorizzano e fanno crescere la partecipazione».

I delegati dell’associazione durante la
XIII assemblea.
- In passato l’Azione cattolica è stata anche al servizio del
Paese. E oggi?
«Penso che l’Ac possa ancora essere un luogo che aiuta a credere
nel valore del bene comune. Per rilanciare la vita del nostro Paese
abbiamo bisogno di riscoprire innanzitutto ciò che ci unisce per poi
legittimamente dividerci anche su scelte specifiche. Dobbiamo ritrovare
con forza l’unità che dà senso alla vita del nostro Paese, una
piattaforma di valori condivisi nella linea del bene comune. L’Ac, da
questo punto di vista, ha sempre impegnato le sue energie migliori. E
questa esperienza continua a tutti i livelli ancora adesso».
- Si riferisce all’impegno politico?
«Non solo, anche a quello di ordine sociale e culturale. L’Ac si
è sempre caratterizzata per la passione per il nostro Paese. Una grande
passione innanzitutto per le istituzioni, perché esse rappresentano il
luogo in cui vengono tutelati tutti e in particolare i più deboli.
Inoltre l’Ac è un fattore di unità all’interno del nostro Paese
perché è un’associazione nazionale sparsa sul territorio in modo
capillare e nella quale persone di ogni regione hanno sempre collaborato
insieme per una finalità comune. Senza demonizzare nulla, l’Ac
insiste sulla necessità di valorizzare tutti gli aspetti che, pur nella
legittimità di riforme di autonomie locali, salvaguardino l’unità
nazionale. Noi saremo vigili su questo punto e sulle derive
particolaristiche che intravediamo. Vi sono valori fondamentali che, se
toccati, minerebbero l’unità stessa del nostro Stato e del nostro
Paese. Inoltre penso che tutto ciò che possiamo fare oggi, come argine
e superamento di forme individualistiche, giovi anche alla stessa
comunità cristiana, che non è immune da qualche tentazione
particolaristica. C’è la necessità di esperienze che siano fattori
di aggregazione, occorrono realtà che dissodino il terreno per renderlo
capace poi di accogliere il dono della comunione. E per concorrere,
tutti insieme, all’annuncio del Vangelo agli uomini di oggi».
Annachiara Valle