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REPORTAGE
- AUSTRALIA La
Gmg agli antipodi
di Stefano Girola
foto di Image
Alla
Giornata mondiale della gioventù di Sydney 2008, che si svolge dal 15
al 20 luglio prossimi, i grandi protagonisti saranno due: il Paese che
per la prima volta ospita questo evento, una terra strana e
affascinante, aspra eppure ultramoderna; e la "Generazione Y",
giovani lontanissimi dalla pratica e dalle istituzioni ecclesiali, che
però riscoprono la voglia di una forte identità religiosa.
Individualisti,
consumisti e ipertecnologici; ma anche tolleranti, ottimisti e aperti
alle differenze culturali: sono queste le caratteristiche principali dei
membri della Generation Y secondo il più ampio studio mai
realizzato in Australia sulla visione del mondo, le credenze e i valori
dei giovani nati fra il 1976 e il 1990. Saranno loro gli assoluti
protagonisti della prima Giornata mondiale della gioventù mai svoltasi
in questo Paese, certamente uno degli eventi più importanti nella
giovane storia della Chiesa locale.
Quando nel 2003 si celebrarono i primi duecento anni dalla fondazione
del cattolicesimo in Australia, l’arcivescovo di Sydney, il cardinale
George Pell, manifestò il suo ottimismo con queste parole: «Oggi la
comunità cattolica non è più una piccola minoranza, povera e
pressoché perseguitata, bensì una presenza attiva ed energica nella
vita comune australiana; castigata dagli scandali recenti, confrontata
da molte sfide interne ed esterne, ma sostanzialmente fiduciosa e a
proprio agio. Una Chiesa che si sente "a casa" qui in
Australia».

Una chiesa di Brisbane riflessa su un
grattacielo.
Eppure, commentando la pubblicazione dello studio The Spirit of
Generation Y (sottotitolo: Young People’s spirituality in a
changing Australia) in un discorso nel novembre scorso al National
Press Club, lo stesso Pell si è espresso in tono molto diverso,
confessando la sua preoccupazione per i dati relativi ai giovani
cattolici: in particolare, la rapidità con cui molti giovani si stanno
allontanando dalle loro origini cristiane e il fatto che le ragazze non
dimostrino maggiore interesse nei confronti della religione rispetto ai
ragazzi.
Nel primo caso, lo studio ha evidenziato che quando i membri della Generation
Y raggiungono il ventinovesimo anno di età, ben il 25 per cento di
coloro che appartenevano a una Chiesa ne sono già diventati ex membri.
La percentuale sale al 29 per cento per i giovani cattolici, il tasso
più alto fra tutte le denominazioni cristiane.
Ma è soprattutto la sostanziale somiglianza fra maschi e femmine
nell’atteggiamento religioso che secondo Pell potrebbe avere «conseguenze
enormi per il futuro», dal momento che «intere generazioni di bambini
di tutti i gruppi etnici in Australia hanno appreso e poi alimentato la
loro fede grazie alla devozione delle madri. Dovremmo chiederci quante
donne della Generation Y svolgeranno questo ruolo quando
diventeranno madri a loro volta».

Un gruppo di aborigeni si esibisce in
musiche e danze tradizionali
per le vie di Sydney, la più grande metropoli australiana.
Altri dati sottolineano le differenze fra i giovani cattolici di oggi
e le generazioni che li hanno preceduti: il 10 per cento di essi crede
che «solo una religione sia vera», vicini alla media nazionale dell’11
per cento, ma in contrasto con quella del 34 per cento delle altre
denominazioni cristiane (esclusi gli anglicani). Inoltre, il 56 per
cento dei giovani cattolici ritiene che i principi morali siano
relativi, rispecchiando in ciò la media nazionale del 57 per cento, ma
con una percentuale molto più alta rispetto ad altre Chiese (39 per
cento).
Michael
Mason, prete e sociologo, sottolinea che «sono proprio le due
principali denominazioni cristiane del Paese, quella cattolica e quella
anglicana, a suscitare meno interesse fra i giovani, a differenza di
alcuni gruppi evangelici e pentecostali, in forte crescita».
L’aver frequentato le scuole cattoliche dalle elementari alle
superiori non sembra aver alcun impatto sul sentimento di appartenenza
alla Chiesa e sulla pratica religiosa. I dati raccolti fra gli studenti
delle scuole private non si differenziano sostanzialmente da quelli
raccolti negli istituti statali. John Barich, sulla rivista AD2000,
ha ricordato come «solo il 3 per cento dei maschi e il 5 per cento
delle femmine continua a praticare la fede cattolica dopo aver lasciato
la scuola». Questi dati dovrebbero far riflettere i responsabili
educativi delle scuole cattoliche del Paese, in cui studiano circa 680
mila studenti, il 20 per cento dei bambini australiani, con una crescita
di circa 200 mila unità rispetto al 1965.

Una veduta notturna di Melbourne.
A parere dei critici dell’istruzione religiosa impartita nelle
scuole cattoliche, in nome del multiculturalismo, del rispetto per
"l’altro" (il 23 per cento degli studenti delle scuole
cattoliche non sono cattolici) e del politically correct, queste
scuole avrebbero sempre più annacquato la propria specifica identità
confessionale, rinunciando al compito primario per cui erano state
fondate, ossia la trasmissione della fede cattolica alle nuove
generazioni.
Sarah Flook e Nathaniel Hutton, giovanissimi parrocchiani di Brisbane
in procinto di recarsi a Sydney, concordano sul fatto che è stata la
famiglia l’influenza principale nella loro scelta di fede. Le scuole
cattoliche che hanno frequentato li hanno esposti più a una
spiritualità di tipo interreligioso che ai precetti della fede: «D’altronde
molti insegnanti erano laici non cattolici, quindi difficilmente
avrebbero potuto trasmetterci qualcosa in cui non credevano». Eppure è
proprio da qui che bisogna ripartire, secondo Pell: «Specialmente in
questo difficile frangente, la catechesi e l’evangelizzazione non sono
solo un dovere, ma un’avventura e una sfida, una grande opera dello
Spirito Santo».
Che
il compito sia difficile lo sostiene anche il missionario scalabriniano
Antonio Paganoni, uno studioso del fenomeno migratorio che ha speso gran
parte della sua vita pastorale al servizio degli emigrati italiani in
Australia: «I giovani di oggi non desiderano essere evangelizzati e non
sono neppure pronti a ricevere il dono della Buona Novella. Siamo di
fronte a una svolta epocale: i cambiamenti vertiginosi e l’appiattimento
dei valori tradizionali in un mondo sempre più globalizzato, sono ormai
entrati a fondo nella vita quotidiana dei giovani. Inventare strategie
pastorali adeguate è diventato estremamente difficile».

Uno scorcio della città di Sydney, con la
modernissima monorotaia
che sfiora i grattacieli del centro.
Eppure alcune Chiese evangeliche o pentecostali, come le cosiddette
mega-Chiese di Hillsong a Sydney e la Paradise Church di Adelaide
attraggono un numero crescente di giovani alle loro funzioni, animate da
musica dal vivo e tecnologia ultrasofisticata, celebrate da giovani
pastori più simili ai telepredicatori americani che ai pacati sacerdoti
australiani.
Per Andrew Singleton, sociologo alla Monash University di Melbourne,
il segreto del successo di queste Chiese va ricercato nell’enfasi
posta sulla dottrina «secondo cui Dio è disperatamente interessato
alla tua sicurezza economica, al tuo benessere personale, alla
situazione dei tuoi affari. È vero che queste nuove Chiese offrono
anche elementi di supporto comunitario a giovani molto spesso soli e
alienati. Ma sembra che la prima preoccupazione di molti sia quella di
chiedersi: "Che cosa sta facendo Dio per me, nella mia vita?"».
Le Chiese che predicano un vangelo della prosperità fanno presa su
giovani cresciuti in tempi di eccezionale crescita economica, con
opportunità di istruzione e di lavoro impensabili nei decenni
precedenti. Inoltre, per una generazione in cui il 75 per cento naviga
quotidianamente in internet e che invia il 74 per cento di tutti i
messaggi sms scambiati sui cellulari d’Australia, il richiamo di
Chiese che hanno pienamente adottato i nuovi mezzi di comunicazione è
più suggestivo di quello di denominazioni cristiane con un clero
mediamente anziano e sospettoso nei confronti di molti sviluppi della
post-modernità.

Federation Square, centro culturale e
artistico della città di Melbourne.
Ma, al di là delle opinioni degli esperti del mondo giovanile, quali
sono le motivazioni espresse dai giovani stessi sul loro progressivo
allontanarsi dalle principali Chiese cristiane, inclusa la Chiesa
cattolica? Gli studi condotti negli ultimi dieci anni hanno messo in
luce prima di tutto le analogie fra le motivazioni date dai membri della
Generation Y e dai loro genitori, i cosiddetti baby boomers,
giovani negli anni della rivoluzione sessuale post-sessantottina: il
disaccordo con gli insegnamenti morali della Chiesa, l’insoddisfazione
nei confronti delle funzioni religiose e la non accettazione dell’obbligatorietà
di andare a Messa settimanalmente. Hanno avuto un forte impatto anche lo
scandalo degli abusi sessuali commessi da sacerdoti e la crescente
competizione di attività sportive, ricreative e commerciali nei
week-end, un tempo dedicati solo alla famiglia e alla pratica religiosa.
Tuttavia,
sono state riscontrate anche delle differenze significative.
Innanzitutto, il tema ricorrente nelle risposte dei giovani di oggi è
la supremazia dell’esperienza personale e del giudizio individuale su
tutti i principi dottrinali e morali. A ciò si accompagna un convinto
rifiuto dell’autorità delle istituzioni religiose e del loro diritto
di imporre i loro insegnamenti ai fedeli o alla società in generale.
Sebbene
non vi sia niente di nuovo nel conflitto fra autorità e individuo, gli
autori del libro The Spirit of Generation Y sostengono che «le
tendenze anti-autoritarie hanno raggiunto con la Generazione Y un grado
di assoluta completezza, il livello di una verità assoluta e ormai
avvertita come scontata». La priorità data alle scelte e alle esigenze
individuali spiegherebbe come mai il problema del ricambio generazionale
affligga non solo molte Chiese ma anche i partiti politici australiani e
le principali associazioni di volontariato o sportive. Se tanti baby
boomers abbandonarono la pratica religiosa per dedicarsi ad
attività politico-sociali, la maggior parte dei loro figli non sembra
intenzionata a imitarli.

Studenti seduti sull’erba del giardino
che circonda la State Library
of Victoria, nella città di Melbourne.
Un’altra ragione spesso addotta per spiegare l’alienazione nei
confronti della Chiesa è l’«irrilevanza» della Chiesa rispetto alla
vita contemporanea. In parecchi hanno lamentato l’incapacità
ecclesiale di entrare in sintonia con il mondo contemporaneo. Un esempio
è quello illustrato da Gary Bouma, illustre sociologo del fenomeno
religioso: «Uno dei cambiamenti più influenti e profondi nella
struttura sociale australiana è il fatto che l’età media del primo
matrimonio per i maschi è adesso oltre i 30 anni. Negli anni Ottanta la
media era 23. Le Chiese sono state totalmente spiazzate da questi
sviluppi. La loro etica sessuale è pensata per un matrimonio che
avveniva nella tarda adolescenza, e che richiedeva quindi un periodo
relativamente breve di astinenza. Tale etica è totalmente inadatta a
una generazione che non si sposa prima dei 30 anni».
Anche l’insistenza della Chiesa sulla difesa dei valori familiari
sembra non tenere conto, secondo Bouma, che ormai la nazione australiana
vive in un’era «post-familiare». Le statistiche sembrano suffragare
questa analisi: «Meno della metà delle case australiane (43 per cento)
è abitata da una coppia eterosessuale con bambini. Se si dovesse
insistere che madre e padre siano sposati e non conviventi de facto,
che non si siano mai sposati precedentemente e che i bambini siano figli
di entrambi e non di uno solo dei coniugi, questa percentuale
scenderebbe ulteriormente. A partire dagli anni Cinquanta, il mito della
famiglia nucleare ha sostituito la realtà di tale struttura sociale».
Gli
insegnamenti della Chiesa sull’omosessualità o sul sacerdozio
femminile risultano poi inaccettabili a molti membri della Generation
Y, che sono in genere aperti a forme alternative di unione
sentimentale o matrimoniale e in tema di rapporti fra i sessi sembrano
aver accettato una piena eguaglianza. Bouma sintetizza questi sviluppi
sostenendo che la società australiana è ormai una società
post-patriarcale: «Il patriarcato è morto nei giovani australiani
sotto i 40 anni. Tuttavia la Chiesa, come l’esercito, continua a
essere un’organizzazione patriarcale. Anche l’uso di un linguaggio
patriarcale, il riferirsi a Dio come Padre, fa sempre meno presa sulle
giovani generazioni, che preferirebbero vedere Dio come un amico, un
fratello o un compagno».

La cattedrale cattolica di Sydney,
dedicata a St. Mary.
Le recenti ricerche hanno confermato quelle tendenze del mondo
giovanile che già da tempo preoccupano le gerarchie cattoliche, ma sono
emersi anche dei segnali in contro-tendenza. Se solo il 19 per cento dei
giovani cattolici fra i 13 e i 24 anni si reca a Messa settimanalmente,
si tratta comunque di una percentuale più alta rispetto ai loro
genitori (16 per cento). Una minoranza significativa di giovani continua
a considerare la vita ecclesiale come un fatto che ha un’influenza
positiva sulla propria vita. Il pellegrinaggio della Crocesimbolo della
Gmg in tutte le diocesi australiane è stato accompagnato da
manifestazioni di entusiasmo e di devozione da parte dei giovani delle
parrocchie e delle scuole cattoliche.
Al di là delle differenze locali, in molte diocesi si sta
manifestando la convinzione comune che la Chiesa deve reinventare
strategie capaci di parlare a una generazione cresciuta nell’era di
internet, degli i-pod e della Tv digitale.
Una costante di molti piani pastorali è quella di considerare i
giovani come protagonisti nella vita della parrocchia. Nel piano
pastorale per il triennio 2008-2011 dell’arcidiocesi di Sydney, sono
previste varie iniziative per la formazione e il continuo sostegno a
nuovi leader, come l’istituzione di un diploma in "Youth Ministry".
Si sottolinea anche l’importanza di «identificare e addestrare
musicisti per servire nelle Messe per i giovani», mentre entro il 2009
verrà creato un sito web per informare le nuove generazioni sulla vita
e l’insegnamento cattolici.

Il display luminoso che scandisce il conto
alla rovescia in vista dell’evento.
Nel suo ultimo libro sulla situazione religioso-spirituale dell’Australia
nel XXI secolo Gary Bouma ha individuato parecchi segni di rinnovata
vitalità all’interno della Chiesa cattolica, soprattutto nei gruppi
che richiedono più alti livelli di sacrificio e di impegno. Molti
giovani sembrano infatti cercare offerte religiose più esigenti
rispetto a quelle proposte da vescovi o ordini religiosi più liberal.
Lo dimostrerebbe anche il fatto che dopo molti anni di continuo calo
delle vocazioni, c’è stato un aumento di candidati al sacerdozio solo
in quelle diocesi dove i vescovi locali hanno cercato di ripristinare
pratiche devozionali cadute in disuso negli anni post-conciliari.
A
conclusione dell’analisi sulla pratica religiosa dei giovani
cattolici, gli autori dello studio The Spirit of Generation Y suggeriscono
che si sta avverando una previsione del più importante sociologo
australiano delle religioni. Nel 1985 Hans Mol, nel suo libro The
Faith of Australians, aveva infatti scritto: «Le Chiese che hanno
deboli confini fra se stesse e la cultura secolare che le circonda non
hanno un grande impatto su quella cultura, ma esse stesse diventano
secolarizzate, perdono la loro distinzione e non sono più attraenti per
i loro aderenti. Il contrario è vero per le Chiese che hanno confini
più forti».

Un gruppo di giovani cattolici australiani
che partecipano alla Gmg.
In sostanza, se tanti giovani rifiutano o abbandonano la Chiesa
perché giudicano il suo insegnamento morale irrilevante nei confronti
delle esigenze della post-modernità, molti altri vorrebbero che la
Chiesa tornasse a una più stretta fedeltà ai dogmi e alla morale
tradizionale, con un atteggiamento se non di chiusura certo di
differenziazione nei confronti della cultura laica dominante.
Davanti al dilemma di come rispondere a spinte così divergenti, le
gerarchie ecclesiastiche e i responsabili della pastorale giovanile
dovrebbero innanzitutto riflettere su una esigenza trasversale
manifestata da moltissimi giovani: quella di essere ascoltati e capiti e
di non essere trattati semplicemente come un «problema». Almeno in
questo, l’enigmatica Generation Y non si distingue dalle
generazioni che l’hanno preceduta nel difficile cammino verso l’età
adulta.
Stefano Girola
University of Queensland
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