INTERVISTA
- CARD. PHILIPPE BARBARIN Dialogo
a Lione
di Enzo Romeo
L’antica sede
primaziale di Francia è oggi una città moderna dove convivono ebrei,
cristiani e islamici. E alla guida della diocesi c’è un giovane
cardinale che ha fatto dell’amicizia con gli altri credenti,
musulmani compresi, il suo punto di forza.
Se
cercate lo spirito perduto di Assisi andate a Lione. Fondata dai romani
e patria dei primi martiri cristiani di Francia, Lione è un centro
dinamico, culturalmente vivace e aperto, dove convivono protestanti,
ortodossi, armeni, ebrei, musulmani. È normale che qui si cerchi una
sintesi fra tradizione e modernità, fra patrimonio identitario e
diversità multirazziale.
La regia del dialogo è affidata all’arcivescovo Philippe Barbarin,
sorta di enfant prodige della Chiesa cattolica. Il "primate
dei Galli" è nato a Rabat, in Marocco, in una famiglia numerosa
(ha sei sorelle, di cui due suore, e quattro fratelli), ed è stato
sacerdote fidei donum in Madagascar. Giovanni Paolo II lo creò
cardinale a soli 52 anni, nel 2003. Ama il jogging e la maratona. Per il
suo dinamismo i giornalisti lo hanno soprannominato «Monseigneur
100.000 Volts». «La Chiesa è addormentata, io voglio svegliarla»,
disse arrivando a Lione 6 anni fa e ai giovani si rivolse con questo
slogan: «Spegnete la Tv, accendete il Vangelo».

Il cardinale Barbarin insieme a un gruppo
di giovani
per una «catechesi fluviale» sul Rodano (foto J. Cousin/Ciric).
Barbarin non si è fatto incollare etichette alla talare ed è
apprezzato da tutti. Con l’abbé Pierre ha condiviso la battaglia per
i senzatetto, Chirac lo nominò cavaliere della Legion d’onore e
qualche mese fa il presidente Sarkozy gli ha conferito il titolo di
ufficiale dell’Ordre national du Mérite. Il cardinale ha
voluto che la decorazione gli venisse consegnata da Kamel Kabtane,
rettore della Grande Moschea di Lione. «Eminenza, lei è mio fratello»,
disse Kabtane nell’appuntargli la medaglia al petto, nella moschea
stracolma di musulmani e cristiani. A Lione perfino un tema difficile
come le conversioni dall’islam al cattolicesimo ha rappresentato
finora un’occasione di confronto sereno. Ci spiega il cardinale: «Ogni
anno nella mia diocesi ci sono da 80 a 100 adulti che chiedono il
battesimo e tra questi una decina sono ex musulmani. C’è stato anche
il caso di una coppia di sposi musulmani che si è convertita insieme e
insieme ha ricevuto il battesimo».
- Queste persone non vogliono che sia data pubblicità alla loro
conversione. Perché?
«Ci sono spesso delle difficoltà, perché nelle loro famiglie d’origine
questo è percepito male, specie se la decisione riguarda i giovani. Ho
ricevuto lettere con frasi tipo: "Mio padre, mio fratello mi ha
detto che se mi converto mi ucciderà". E allora io ho molta paura.
Ma queste persone vogliono davvero essere battezzate. Ne abbiamo
discusso parecchio nella nostra Chiesa di Lione e alla fine mi sono
detto: è un po’ come il martirio e non posso interdire il battesimo a
qualcuno per il solo fatto di mettere in pericolo la sua vita. Allora
abbiamo scelto di celebrare i battesimi con discrezione, senza
coinvolgere la parrocchia e facendo apparire il catecumeno solo col nome
cristiano».
- Lei ha parlato di questo problema con il rappresentante musulmano
della provincia di Lione...
«Sì, si chiama Azzedine Gaci ed è un uomo straordinario. Gli ho
detto: "Guarda un po’ che mi succede". E lui: "Queste
minacce sono scandalose". Certo, anche tra i cristiani è difficile
accettare una conversione all’islam, c’è sempre una sofferenza. Ma
in ogni caso – mi ha detto il rappresentante musulmano – va
rispettato il cammino spirituale di ognuno. Io gli ho fatto presente che
è scritto nel Corano che non ci può essere conversione. "Lo so,
ma non è così che va interpretato", mi ha detto lui. "Questo
vale solo se qualcuno lascia l’islam in odio ai suoi fratelli
musulmani". Gli ho detto che è difficile per l’arcivescovo di
Lione invitare dei musulmani a disubbidire alla lettera del Corano, e
gli ho chiesto se poteva spiegarlo lui stesso alla sua comunità. Mi ha
assicurato: "Dirò e spiegherò ai miei che quando qualcuno della
famiglia vuol cambiare religione bisogna rispettare questa scelta"».
- È così che è nata tra voi una solida amicizia?
«Sì, è un’amicizia profonda, che viene dalla stima reciproca e
dalla discussione fra noi. Per esempio, certe volte lo interrogo sulla
preghiera, sul digiuno... Gli dico: "Gesù afferma che quando ci si
rivolge al Padre si deve chiudere la porta della propria camera e
pregare nel segreto. Voi musulmani, invece, pregate cinque volte al
giorno a orari prefissati, non è una forma di ostentazione della
fede?". Mi ha risposto che non è così: "Anche noi, se
possibile, ci svegliamo di notte per pregare nel segreto". E so che
c’è davvero chi lo fa tutte le notti! Io invece non lo faccio, non mi
sveglio di notte per pregare! Da questa conoscenza nasce il rispetto.
Azzedine a sua volta mi interroga sulla Trinità, sulla vita dei
cristiani, sulla morale cattolica; su eutanasia, bioetica, aborto,
contraccezione. Ed è stupefatto e ammirato che la Chiesa cattolica osi
presentare con coraggio la sua verità alla società di oggi. Gaci
ammira la chiarezza della nostra dottrina sul principio e la fine della
vita, sulla fedeltà coniugale, sull’etica sessuale... Dunque, c’è
molta mutua ammirazione».

L’arcivescovo a pranzo con i musulmani
della Grande Moschea di Lione in occasione della rottura del digiuno del
Ramadan, nell’ottobre del 2006
(foto J. Cousin/Ciric).
- Questo vi ha portato a organizzare un pellegrinaggio molto
speciale...
«Un giorno Gaci, che è algerino, ha visto una videocassetta sul
martirio dei monaci di Tibhirine. Rimase molto impressionato della fine
dei sette monaci trappisti rapiti trucidati nel ’96 dai
fondamentalisti islamici. Lo colpì soprattutto la storia di frère Luc,
il più anziano fra loro. Venne a trovarmi e mi disse: "Ciò che è
successo a Tibhirine è orribile! Questo monaco era un medico, un
vecchio che aveva dato tutta la sua vita all’Algeria, curava i
musulmani gratuitamente. Il suo assassinio è uno scandalo". Mi
propose se volevo fare un pellegrinaggio con lui in Algeria per chiedere
a Dio misericordia. Io chiesi: "La misericordia per chi?". Mi
rispose: "Non per i monaci, perché loro sono già in paradiso, ma
per gli assassini, che sono ancora vivi e che non conosciamo. Se sono
arrivati a decapitare i monaci, allora bisogna pregare perché Dio cambi
il loro cuore e mostri la sua misericordia". Io fui molto toccato e
dissi: "Partiamo anche domani stesso". Detto fatto: eravamo
otto cattolici e otto musulmani. Siamo andati sulla tomba dei monaci e
abbiamo pregato: lettura del Corano, lettura del Vangelo e silenzio. Poi
abbiamo celebrato la Messa. Io ho detto: "Se volete, durante la
Messa potete andare a prendere un caffè". "No", hanno
risposto, "noi saremo alla Messa". E hanno pregato insieme a
noi per i monaci uccisi».
- Che altri ricordi ha di quella giornata?
«Il brano del Vangelo era quello della lavanda dei piedi, dal
capitolo 13 di Giovanni. È stato letto anche un testo di frère
Christophe e un altro di frère Christian, il priore assassinato. Faceva
freddo, ma un raggio di sole illuminava le tombe e si sentiva il canto
degli uccelli sugli alberi. Nel viaggio verso Tibhirine il gruppo si era
fermato nel luogo dove erano state trovate le teste mozzate dei monaci:
gli assassini le avevano sospese ai rami di un albero, in sacchi di
plastica. Pensando a quel martirio è stata recitata la Fatiha (la
preghiera coranica per eccellenza) e il Padre Nostro. Una volta
arrivati, Azzedine mi ha portato davanti alla tomba di frère Luc e mi
ha detto: "È lui il vero iniziatore di questo viaggio". Un’esperienza
straordinaria e profonda, che non dimenticherò mai. Quest’anno per l’anniversario
del pellegrinaggio ho inviato a Gaci un album di foto di Tibhirine con
una semplice dedica: "Conservo tutto nel mio cuore"».
- Partendo da esperienze come questa, può crescere il rispetto e il
dialogo religioso tra cristianesimo e islam?
«Le racconto un altro episodio del nostro viaggio in Algeria. Ad
Annaba, l’antica Ippona di cui fu vescovo sant’Agostino, la domenica
mattina ci siamo ritrovati a colazione molto presto. Tra noi cristiani
ci siamo salutati amichevolmente nella sala da pranzo scambiando qualche
chiacchiera su come avevamo trascorso la nottata. Poi ci hanno raggiunto
i musulmani. Venivano direttamente dalla moschea, dove s’erano
ritrovati spontaneamente: il richiamo della preghiera era stato
sufficiente a raccoglierli insieme a inizio di giornata per mettersi
sotto lo sguardo di Dio. A noi cattolici non era venuta l’idea di
riunirci per cantare le lodi, nonostante fosse il giorno del Signore!
Yves Congar diceva che non bisogna dare nessun giudizio sulla religione
di un altro prima di aver ascoltato la spiegazione che lui stesso dà
alla sua fede e alle sue pratiche religiose. A questo punto io vado
oltre e penso a gesti comuni di solidarietà. Perché musulmani e
cristiani non ci lanciamo, insieme ai nostri fratelli ebrei, nella
realizzazione di un centro di cura per i malati di Aids o di altri
"feriti dalla vita" in un Paese povero? In questo modo ciò
che noi viviamo con i nostri cuori e le nostre intelligenze diverrebbe
una testimonianza per tutto il mondo».
Nel dicembre scorso Barbarin inviò una lettera ai sacerdoti della
sua diocesi per comunicare di avere un cancro alla prostata. Un annuncio
che lasciò sconcertati: gli ultimi tre arcivescovi lionesi (Albert
Decourtray nel 1994, Jean Balland nel 1998 e Louis-Marie Billé nel
2002) sono morti a causa di un tumore. «Cerchi di non fare come i suoi
predecessori», gli aveva detto papa Wojtyla dopo avergli consegnato la
berretta cardinalizia. Per fortuna l’intervento chirurgico è
perfettamente riuscito e il pericolo per il momento è scampato.
- È vero che i musulmani hanno pregato per la sua guarigione?
«Sì certo, e anche gli ebrei. Il rabbino di Lione mi ha detto:
"Abbiamo pregato per lei". E lo stesso è avvenuto alla
moschea, oltre che ovviamente tra i cattolici. Azzedine Gaci mi ha
mandato un biglietto con su scritto: "Anche per noi musulmani è
molto importante che guarisca". Mi ha scritto anche in occasione
della Pasqua e le sue parole sono un programma: "Il dialogo
interreligioso attraversa attualmente dei momenti difficili. Ma non
abbiamo altra scelta che quella di continuare sulla via che abbiamo
tracciato insieme e che ci porterà verso un mondo dove potremo vivere
insieme nella giustizia, tranquillamente e in pace"».
Enzo Romeo
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