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UNA CITTÀ, UNA DIOCESI - ISCHIA

Intervista a Filippo Strofaldi
Piccolo gregge pronto a
prendere il largo
di Vittoria Prisciandaro 
foto di A. Giuliani/Catholic Press Photo
  

Filippo Strofaldi ama le croci in legno. Quella che porta al collo viene dagli alberi di Gerusalemme e la alterna con quella d’ulivo di Puglia, una silhouette di Cristo che capovolta diventa una semicroma. Fu intagliata da un ebanista di Alessano, il paese dell’amico vescovo don Tonino Bello. La passione per la musica e il dialogo ecumenico, la mediazione nella fermezza, la ricerca dell’essenzialità accompagnata dal sorriso sulle labbra: «Sono per la reductio ad unum, contro il rischio di dispersione», dice il vescovo. Napoletano, classe 1940, un fegato nuovo dopo il trapianto del 2003, Strofaldi è arrivato a Ischia dieci anni fa con una variegata esperienza ecclesiale e pastorale: rettore del seminario minore, un anno trascorso in preghiera a Montevergine, l’esperienza di parroco e poi quella di assistente diocesano dell’Azione cattolica napoletana. Gli amici di questi anni, i teologi come Bruno Forte e i cardinali come Carlo Maria Martini, sono di casa in questo episcopio che odora d’aria salmastra e di alberi d’agrumi in fiore.

Monsignor Filippo Strofaldi.
Monsignor Filippo Strofaldi.

  • Eccellenza, è vero che, appena arrivato, le hanno chiesto di indire il Sinodo?

«In realtà me lo hanno chiesto prima ancora che mettessi piede sull’isola, nelle telefonate di auguri ricevute. La Chiesa era stata avviata sui sentieri del Concilio dal mio eccellente predecessore, ma si sentiva un bisogno di rinnovamento. Il Sinodo è arrivato soltanto dopo un serio cammino di conoscenza: ho commissionato un’indagine socio-religiosa del territorio; ho incontrato le componenti della diocesi, associazioni, movimenti, gruppi, congreghe; ho fatto la visita pastorale delle 25 parrocchie, a metà della quale abbiamo avuto la visita di Giovanni Paolo II, e poi finalmente si è celebrato il Sinodo. Mi sono recato, con alcuni sinodali, nelle colonie di emigrati ischitani che vivono a Buenos Aires e Mar del Plata in Argentina, e a San Pedro in California: mantengono vivo il contatto con la Chiesa di Ischia dalla quale hanno ricevuto la fede, si riconoscono nei santi patroni, Giovanni Giuseppe e Restituta. Con loro abbiamo trattato i temi del lavoro, della famiglia, dell’identità cristiana. In tre hanno poi partecipato alla fase conclusiva del Sinodo. Il 15 ottobre consegneremo a Benedetto XVI a Roma il liber sinodalis, che scriverò durante l’estate, raccogliendo quanto mi è stato consegnato dai 214 sinodali».

  • Come vive la diocesi la necessità di una duplice pastorale, estate-inverno?

«In inverno c’è una pastorale ordinaria: catechesi nelle parrocchie, scuole di formazione, evangelizzazione. In estate, come scrive qualche chiesa su uno striscione, siamo "aperti per ferie". La pastorale turistica vede iniziative interessanti a cura di alcuni movimenti presenti sull’isola, come i neocatecumenali e il Rinnovamento nello spirito. Anche la pastorale giovanile, che si sta riorganizzando, propone diverse attività, e altre sono in cantiere, anche insieme con la comunità "Nuovi orizzonti"».

Immigrati africani all'imbarco degli aliscafi.
Immigrati africani all’imbarco degli aliscafi.

  • Qualche anno fa, lei chiese che il lavoro non dominasse la vita dell’isola. È ancora attuale quell’appello?

«Il turismo non può asfissiare la vita dei lavoratori. L’estate non deve essere un tempo di abbandono totale della vita spirituale e familiare. "Il dio lavoro non prenda il sopravvento sull’altare della nostra vita", dico sempre agli albergatori quando li incontro. In realtà conoscevo questa realtà già prima di arrivare sull’isola, perché durante l’anno di ritiro trascorso a Montevergine ho ascoltato molte confessioni di ischitani, che nel mese di settembre organizzano pellegrinaggi al santuario della Madonna. Sapevo che in estate, per lavorare, la gente non ha neanche il tempo per la Messa domenicale».

  • La religiosità popolare degli ischitani va, in qualche modo, evangelizzata?

«È vero, c’è una religiosità assai radicata, abbiamo un 42 per cento di partecipazione alla Messa domenicale. La cosa che ho chiesto a tutta la diocesi è di sostanziare le feste secondo il tema che si sta trattando pastoralmente: l’anno eucaristico sui temi eucaristici, il periodo sinodale sui temi del Sinodo e quest’anno, per esempio, ho esortato i sacerdoti a fare le catechesi delle feste patronali tenendo presente l’Anno Paolino; a san Paolo si ispireranno i ritiri mensili dei sacerdoti e gli incontri delle religiose, su questi temi interverranno teologi e biblisti alla scuola di formazione per operatori pastorali».

Negozietto di attrazioni turistiche.
Negozietto di attrazioni turistiche.

  • Come delineerebbe l’identikit della Chiesa ischitana?

«Una religiosità diffusa, in alcuni una sensibilità conciliare, in altri una più tradizionale, molto amore alla Madonna e ai santi patroni. Una carità vissuta bene, una presenza qualificata anche su problemi sociali gravi, come il lavoro. E un po’ di chiusura, dovuta alla topografia del territorio. Un laicato vivace, anche nel movimento dei Focolari e nella vita parrocchiale. E un clero anziano, ma che in questi anni si sta rinnovando con innesti nuovi: dal 2002 a quest’anno ho ordinato 9 nuovi sacerdoti che, su una popolazione di circa 58 mila abitanti, non sono pochi. Contro la mentalità dell’ostrica aggrappata allo scoglio, come diceva Giovanni Verga, resta comunque sempre valido l’invito del Papa: "Chiesa di Ischia, prendi il largo, allarga i tuoi orizzonti"».

  • L’isola, con i suoi turisti provenienti da tutto il mondo, offre la possibilità di vivere un ricco dialogo ecumenico.

«Ho sempre creduto in un qualificato dialogo ecumenico. Vengo, d’altra parte, dall’esperienza della Cappella della Riconciliazione, a Napoli, luogo nato per il dialogo. Lì, nel 1980 iniziammo a vivere in comunità sacerdotale con Bruno Forte, e una volta al mese una diversa tradizione cristiana celebrava il culto».

Vittoria Prisciandaro

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