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Jesus n. 7 luglio 2008 - Home Page


Editoriale.

 
Educare alla non violenza
di Antonio Tarzia
  

La violenza ha rotto gli argini e dai telegiornali, come un bollettino di guerra, invade le nostre case. I volti dei violenti sono sempre più giovani: ragazzi armati come Rambo sono i 300 mila baby-soldato, cui è stata rubata l’infanzia e marciano tristi e stralunati per le piste polverose d’Asia, d’Africa e del Sudamerica. Giovanissimi sono i teppistelli delle scuole che, per vincere la noia e cercare emozioni forti, seviziano i compagni più deboli: a uno incendiano i capelli, a un altro infliggono oltraggi, per poi filmare con il telefonino la bravata. Il pericolo latente è questa esposizione quotidiana ai media, che rischia di scivolare in abitudine passiva, diluendo il senso tragico del comportamento violento e illegale. Il bullismo, figlio della noia e del benessere, in una società consumistica che ha logorato i valori e le regole, senza punti di riferimento e limiti comportamentali, si organizza in branco e degenera nell’autoesaltazione sempre più negativa.

Per scongiurare questa malattia epidemica che la scuola e la famiglia riescono solo a diagnosticare a fatti avvenuti, quando l’eversione è già esplosa in comportamento asociale e violento, da più parti si sta tentando una terapia preventiva. In America sta dando buoni risultati la danza-terapia, in Germania la musico-terapia: sono nati così, da Berlino a Norimberga, dei corsi di musica che permettono di fare, organizzare, creare qualcosa insieme, imparando l’uno dall’altro. I metodi "Orff" e "Bastian" a Caracas si sono trasformati in metodo "Abren", fondando 135 orchestre scolastiche sparse per l’America latina. Intanto a New York la American Ballroom Theater Dancing organizza i ragazzi della periferia più emarginata e problematica in corpi di ballo che si esercitano nei garage e nelle strade, disinnescando i comportamenti violenti e promuovendo la solidarietà di gruppo e il lavoro di squadra.

A Milano il Forum della solidarietà, in combinata con il Coni, la Questura e le squadre cittadine Milan e Inter, ha portato in campo 15 mila ragazzi al grido "Diamo un calcio alla violenza", dopo aver fatto un corso attivo di pacificazione e non violenza per un’intera stagione, facendo incontrare i poliziotti con i ragazzi delle scuole: lo stadio, infatti, deve essere un luogo di festa, non un recinto di guerra.

In occasione dell’anniversario della strage di Capaci, abbiamo visto partire da Civitavecchia, il porto di Roma, una nave di studenti testimoni della scuola italiana che dice "no" alla mafia, alla violenza, all’illegalità. Si chiamava "Nave della legalità" ed è approdata a Palermo, dove un corteo di 10 mila studenti e innumerevoli cittadini siciliani ha visitato i luoghi del martirio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e poi l’aula bunker, dove si è celebrato il maxiprocesso che ha condannato i padrini di Cosa nostra. Non è stata una gita, ma una lezione-laboratorio di civiltà. Alla scuola del rispetto per la dignità dell’uomo e dell’affermazione della libertà.

Antonio Tarzia