
Educare alla non violenza
di Antonio Tarzia
La
violenza ha rotto gli argini e dai telegiornali, come un bollettino di
guerra, invade le nostre case. I volti dei violenti sono sempre più
giovani: ragazzi armati come Rambo sono i 300 mila baby-soldato, cui
è stata rubata l’infanzia e marciano tristi e stralunati per le
piste polverose d’Asia, d’Africa e del Sudamerica. Giovanissimi
sono i teppistelli delle scuole che, per vincere la noia e cercare
emozioni forti, seviziano i compagni più deboli: a uno incendiano i
capelli, a un altro infliggono oltraggi, per poi filmare con il
telefonino la bravata. Il pericolo latente è questa esposizione
quotidiana ai media, che rischia di scivolare in abitudine passiva,
diluendo il senso tragico del comportamento violento e illegale. Il
bullismo, figlio della noia e del benessere, in una società
consumistica che ha logorato i valori e le regole, senza punti di
riferimento e limiti comportamentali, si organizza in branco e
degenera nell’autoesaltazione sempre più negativa.
Per
scongiurare questa malattia epidemica che la scuola e la famiglia
riescono solo a diagnosticare a fatti avvenuti, quando l’eversione
è già esplosa in comportamento asociale e violento, da più parti si
sta tentando una terapia preventiva. In America sta dando buoni
risultati la danza-terapia, in Germania la musico-terapia: sono nati
così, da Berlino a Norimberga, dei corsi di musica che permettono di
fare, organizzare, creare qualcosa insieme, imparando l’uno dall’altro.
I metodi "Orff" e "Bastian" a Caracas si sono
trasformati in metodo "Abren", fondando 135 orchestre
scolastiche sparse per l’America latina. Intanto a New York la American
Ballroom Theater Dancing organizza i ragazzi della periferia più
emarginata e problematica in corpi di ballo che si esercitano nei
garage e nelle strade, disinnescando i comportamenti violenti e
promuovendo la solidarietà di gruppo e il lavoro di squadra.
A
Milano il Forum della solidarietà, in combinata con il Coni, la
Questura e le squadre cittadine Milan e Inter, ha portato in campo 15
mila ragazzi al grido "Diamo un calcio alla violenza", dopo
aver fatto un corso attivo di pacificazione e non violenza per un’intera
stagione, facendo incontrare i poliziotti con i ragazzi delle scuole:
lo stadio, infatti, deve essere un luogo di festa, non un recinto di
guerra.
In
occasione dell’anniversario della strage di Capaci, abbiamo visto
partire da Civitavecchia, il porto di Roma, una nave di studenti
testimoni della scuola italiana che dice "no" alla mafia,
alla violenza, all’illegalità. Si chiamava "Nave della
legalità" ed è approdata a Palermo, dove un corteo di 10 mila
studenti e innumerevoli cittadini siciliani ha visitato i luoghi del
martirio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e poi l’aula bunker,
dove si è celebrato il maxiprocesso che ha condannato i padrini di
Cosa nostra. Non è stata una gita, ma una lezione-laboratorio di
civiltà. Alla scuola del rispetto per la dignità dell’uomo e dell’affermazione
della libertà.
Antonio Tarzia
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