EUROPA
Ucraina
SETTIMANA SOCIALE ECUMENICA
La
prima Settimana sociale ecumenica dell’Ucraina, dal titolo
"Sostieni il tuo prossimo", si è tenuta a Leopoli lo scorso
giugno, promossa dall’Istituto di studi ecumenici dell’Università
cattolica dell’Ucraina e dal Comune di Lviv, in collaborazione con
il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) e con il Pontificio
consiglio Giustizia e pace. I lavori si sono aperti con un colloquio
internazionale sul movimento ucraino di cooperazione, durante il quale
è stato letto un messaggio del presidente del Pontificio consiglio,
cardinale Renato Raffaele Martino. Altri momenti dell’iniziativa
sono stati dedicati all’esperienza dell’Europa occidentale in
materia di politica sociale cristiana e all’approccio spirituale
alla vita economica e sociale. A concludere la riflessione, una tavola
rotonda con esponenti cattolici, ortodossi, evangelici e della Chiesa
apostolica armena.
a.sp.
ITALIA
Un Decalogo per l’ambiente
Rispetto
dell’uomo, che deve accompagnarsi a un doveroso atteggiamento di
rispetto nei confronti delle altre creature viventi; necessità di
armonizzare le politiche dello sviluppo con le politiche ambientali;
cambiamento di mentalità che induca ad adottare nuovi stili di vita
ispirati alla sobrietà, alla temperanza, all’autodisciplina. Sono
questi alcuni dei punti del Decalogo per la salvaguardia del creato che
monsignor Giampaolo Crepaldi, segretario del Pontificio consiglio
giustizia e pace, ha illustrato durante il Festival internazionale dell’ambiente,
tenutosi a Milano dal 5 all’11 giugno. Un decalogo che sta a cuore al
Vaticano e che, riprendendo il testo del Compendio della dottrina
sociale, sprona i credenti a impegnarsi per il rispetto e la cura
delle risorse della terra.
«Un tema del genere», ha detto monsignor Crepaldi anticipando il
testo nel corso dell’assemblea del Centro turistico giovanile (Ctg),
tenutasi a Campora San Giovanni, in provincia di Cosenza, dal 30 maggio
al 2 giugno, «è legato anche all’utilizzo del tempo e al modo di
fare turismo. La mia presenza in questo convegno dice proprio di quanto
occorra educarsi, anche nel tempo di vacanza, a quegli stili di vita
sobri e rispettosi del creato di cui parla il decalogo».
«È un tema che ci sta a cuore», gli ha fatto eco, introducendo i
lavori, la presidente del Ctg, Maria Pia Bertolucci,«e lo
abbiamo voluto sottolineare dedicando una parte del dibattito proprio
all’ecologia, anche se l’attenzione principale è stata puntata
sulla famiglia». L’assemblea del Ctg, alla quale hanno partecipato
circa 200 soci, quest’anno aveva per tema "Tempo di vacanza,
tempo di famiglia". Dai lavori dell’incontro è emerso che le
famiglie italiane, in realtà, fanno sempre più fatica ad andare in
vacanza: per motivi economici, di lavoro, di tempo che non basta. E
quando vanno in vacanza, il tempo sembra vuoto: «La nostra associazione»,
ha detto Maria Pia Bertolucci, «ha sempre cercato di far uscire uomini
e donne da questo vuoto e dall’isolamento, per fare turismo in modo
consapevole, rispettando l’ambiente e valorizzando persone e culture».
Nata nel 1949 dall’Azione cattolica, l’associazione gestisce in
Italia circa tremila case per ferie con quasi 200 mila posti letto.
a.v.
AMERICA DEL NORD
I vescovi Usa ribadiscono il loro "no" agli esperimenti sulle
staminali
Sullo
sfondo di una campagna elettorale che segna la fine dell’era Bush, i
vescovi degli Stati Uniti concentrano la loro attenzione sugli
esperimenti sulle cellule staminali per ribadire un "no" fermo
a ogni distruzione degli embrioni in laboratorio. Riunito dal 12 al 14
giugno nell’annuale assemblea primaverile, a Orlando (Florida), l’episcopato
cattolico sottolinea così l’attenzione costante che dedicherà al
tema anche col nuovo inquilino della Casa Bianca.
Per i vescovi la ricerca che distrugge le staminali embrionali per
possibili trattamenti medici futuri è «gravemente immorale» e «non
necessaria». La questione della ricerca sulle cellule staminali «non
ci obbliga a scegliere tra scienza ed etica, e ancor meno tra progresso
scientifico e medico», afferma il documento approvato quasi all’unanimità
(un solo voto contrario su 192) dopo un dibattito breve. L’episcopato
Usa confuta gli argomenti favorevoli a questo tipo di ricerca diffusi
nell’opinione pubblica con un rifiuto di principio che vale sia per i
laboratori privati che per quelli pubblici, e sostiene, invece, l’utilizzo
delle staminali adulte e del sangue del cordone ombelicale: «Non vi
sono obiezioni morali alle ricerche e alle terapie di questo genere
quando non danneggiano nessun essere umano e vengono condotte con l’opportuno
consenso informato».
Sebbene i vescovi siano già intervenuti varie volte su questo tema,
singolarmente o collettivamente, è la prima volta che la Conferenza
episcopale mette, con un documento "ad hoc", tutto il suo peso
sulla bilancia del pubblico dibattito d’Oltreoceano. «Anche i nostri
oppositori ammettono che la nostra è una delle voci più efficaci
contro la distruzione degli embrioni umani per la ricerca sulle cellule
staminali», rileva con soddisfazione il relatore, l’arcivescovo Joseph
F. Naumann. Nei prossimi mesi verrà stilato un secondo documento,
più pastorale, per spiegare perché la Chiesa cattolica si oppone ad
alcune tecnologie riproduttive.
Nel corso dell’incontro di primavera i vescovi hanno poi affrontato
altri temi. I presuli hanno preso visione dei primi risultati di uno
studio che analizza le cause della pedofilia nel clero. Il John Jay
College of Criminal Justice dell’Università di New York, a cui è
stato commissionato, ha rinvenuto una correlazione, nel corso degli
anni, tra la frequenza di casi di questo scandalo scoppiato
Oltreatlantico nel 2002 e la diffusione di divorzio, sesso
pre-matrimoniale e uso di droghe nel complesso della società. I
vescovi, infine, hanno approvato alcune modifiche alle traduzioni delle
preghiere del Messale romano. Tra le 700 pagine del documento, è
sancito il passaggio, in spagnolo, dal più formale «vosotros» al più
famigliare «ustedes». Decisione presa per rispecchiare un uso
linguistico proprio dell’America latina e dei Caraibi e venire
incontro ai tanti fedeli di origine ispanica che riempiono ormai le
parrocchie a stelle e strisce.
Iacopo Scaramuzzi
AMERICA LATINA
Le Chiese del Centroamerica si impegnano
nella lotta alle miniere
«Nessuna
attività industriale è tanto aggressiva dal punto di vista ambientale,
sociale e culturale come le miniere a cielo aperto. L’inquinamento di
aria, acqua e terra produce malattie che non compaiono subito, ma dopo un
certo tempo deteriorano la salute e provocano persino la morte. I progetti
minerari più noti sono quelli di Cerro Quema, Cerro Colorado, Santa Rosa,
Remance e Cerro Petaquilla. È preoccupante che siano proposti come parte
dei piani di sviluppo, quando in realtà deteriorano profondamente l’ambiente
naturale e umano». Nonostante questa chiara presa di posizione della
Conferenza episcopale panamense (Cep), contenuta nella lettera pastorale La
giustizia a Panama del 2001, attorno alla miniera d’oro e rame di
Petaquilla, nella provincia di Colon, da un paio d’anni si sta
consumando un aspro conflitto intraecclesiale.
Nell’agosto 2006, qualche settimana prima del referendum sull’ampliamento
del Canale di Panama, monsignor Pablo Varela, vescovo ausiliare di
Città di Panama e da due anni presidente del Dipartimento di pastorale
sociale - Caritas della Cep, dichiarando «di essere stato nominato per
tagliare teste», aveva licenziato in tronco, dopo 16 anni di servizio, il
coordinatore nazionale Hector Endara. Stessa sorte era toccata, nel
marzo 2007, ad altri dieci dipendenti (su 14), di fatto
"normalizzando" un organismo ecclesiale che era noto per l’impegno
a fianco delle comunità contadine e indigene, in particolare quelle
minacciate dalle inondazioni previste dal progetto governativo di
allargamento della via d’acqua, e per le denunce contro i danni
provocati dall’attività estrattiva. Le comunità indigene e contadine
si sono così trovate senza il sostegno della gerarchia anche nella lotta
contro la Petaquilla Minerals, multinazionale con sede in Canada. Anzi,
quando nel luglio del 2007 i loro rappresentanti (tra cui molti catechisti
e delegati della Parola), giunti a Coclesito per denunciare la distruzione
dell’ecosistema provocata dal progetto estrattivo, si sono concentrati
nella chiesa, il vescovo di Colon y Kuna Yala, monsignor Audilio
Aguilar, che qualche mese prima aveva destituito la coordinatrice
diocesana della Pastorale sociale - Caritas, Elvira Barraza, ha
intimato loro di uscire dal tempio, minacciando di far intervenire la
polizia e scomunicarli. Alla fine dell’anno ha poi deciso di allontanare
i missionari claretiani presenti nella Costa Abajo de Colon da 81 anni. «Come
Provincia claretiana del Centroamerica», aveva chiarito padre Luis
Gonzalo Mateo, «non volevamo andarcene in questo momento, in cui nel
cuore della regione si sta depredando, distruggendo, inquinando,
trasformando in un deserto parte di questa montagna per colpa dell’attività
mineraria a cielo aperto a Petaquilla».
Negli ultimi mesi l’opposizione alle miniere a cielo aperto, che
interessano oltre il 40 per cento del territorio panamense, si è saldata
con le lotte contro i progetti di costruzione di dighe per la produzione
di energia elettrica, anch’esse dal devastante impatto sociale e
ambientale. È quindi nato il Coordinamento nazionale per la difesa di
terre e acque e in maggio una manifestazione di indigeni nella
provincia di Chiriqui è stata duramente repressa dalla polizia con
numerosi arresti. Immediata, questa volta, la condanna della Chiesa
locale, attraverso i religiosi e le religiose dell’Equipe missionaria di
Soloy.
Nelle stesse ore, riferendosi al progetto El Dorado per l’apertura
di una miniera di oro e argento nel dipartimento di Cabañas da parte
della compagnia canadese Pacific Rim, l’arcivescovo di San Salvador,
monsignor Fernando Saenz Lacalle, ha chiesto ancora una volta «al
governo salvadoregno di non autorizzare lo sfruttamento con l’uso di
cianuro, che ha effetti irreversibili di inquinamento e serissime
conseguenze per la salute» e ha ricordato che «questa non è una
posizione mia, ma della Conferenza episcopale, al pari di altre Conferenze
episcopali del Centroamerica». Anche quelle dell’Honduras e del
Guatemala si sono infatti schierate a fianco delle proteste popolari, in
alcuni casi addirittura guidate da presuli come, in Honduras, il cardinale
Oscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, o monsignor Luis
Santos, vescovo di Santa Rosa de Copan, e, in Guatemala, monsignor Alvaro
Ramazzini, vescovo di San Marcos, gli ultimi due proprio per questo
minacciati di morte.
Mauro Castagnaro
AFRICA
Monsignor Mazzolari: in Sud Sudan il futuro comincia nelle scuole
Da
quando è scoppiato il conflitto nel Darfur, di Sud Sudan non si parla
più molto. La pace siglata nel 2005 ha messo fine a una guerra durata
22 anni, ma la firma degli accordi era solo il primo passo per
ricostruire un Paese devastato dal lunghissimo conflitto. È ciò che
sottolinea monsignor Cesare Mazzolari, vescovo comboniano della
diocesi di Rumbek. «La priorità oggi per noi è l’istruzione»,
spiega. «Nel Sud Sudan mancano scuole e insegnanti. La
scolarizzazione si aggira attorno al 12-15% per i ragazzi e al 6-7%
per le ragazze. E chi studia, lo fa sotto gli alberi, senza strutture
e materiali». Le chiamano "scuole comunitarie" o
"satellitari" e cercano di reinserire i tantissimi profughi
che tornano dal Nord del Paese. «Dobbiamo ripartire da lì», dice il
religioso, che è venuto in Italia con Gordon Maker Abol,
ministro per l’Educazione della regione sudanese dei Laghi. Insieme
hanno messo in piedi un grande progetto educativo, una scuola con
dormitorio e un seminario, per cui occorre trovare finanziamenti. Ma
prima di tutto, cercano fondi per formare gli insegnanti: «Non
chiediamo aiuti per creare dipendenza, ma per lo sviluppo», ci tiene
a spiegare monsignor Mazzolari. Un ventennio di guerra ha distrutto
tutto, infrastrutture, famiglie e lo spirito del popolo. «Il Sud
risente della fuga dei tantissimi sfollati che durante la guerra
andarono al Nord o nei Paesi confinanti. Ora tornano e trovano un
Paese più povero di prima e le loro famiglie disperse. Puntiamo sull’educazione
perché da lì nasceranno i nuovi leader che potranno ricostruire il
Paese, perché da lì può nascere una pace vera e un amalgama sociale
che ora non c’è. La gente è traumatizzata, non si fida di nessuno.
Noi cerchiamo di rieducarli alla fiducia e lavoriamo sulla rimozione
del trauma. La guerra ha lasciato in eredità l’istinto alla
violenza: i nostri catechisti e consiglieri li aiutano a capire che
non sono cattivi, ma sono stati riempiti d’odio. Ingiustizia e
oppressione producono una ribellione violenta contro tutto e tutti».
Si pensa a ricostruire, ma intanto anche la pace è precaria. Gli
accordi stabiliscono che i proventi del petrolio siano equamente
divisi tra Nord e Sud, ma nella pratica ciò non avviene. Resta quasi
tutto al Nord. Il prossimo passo fissato dai trattati sarà, nel 2011,
il referendum sull’indipendenza del Sud cristiano dal Nord islamico.
L’esito non dovrebbe registrare sorprese. Le conseguenze, qualcuno
teme di sì. Intanto il governo di Khartoum continua a vendere il
petrolio del Sud all’estero, in particolare alla Cina, che spesso
paga con forniture di armi. E nello Stato di Abyei, ponte fra Nord e
Sud Sudan, ricominciano gli scontri.
Giusy Baioni
ASIA e OCEANIA
Polemiche in Kerala tra vescovi e
governo sulla "libertà" delle suore
Ai
primi di giugno il governo del Kerala, Stato sulla costa sud-occidentale
dell’India, sembrava volersi intromettere nella vita dei conventi
femminili cattolici. A indurre l’esecutivo a maggiore prudenza è
bastata una pronta levata di scudi della gerarchia ecclesiastica. Tutto ha
preso il via da un’iniziativa della Commissione per le donne. L’organismo
d’emanazione governativa il 3 giugno scorso raccomandava ai ministri
competenti di intervenire per vietare l’ammissione di ragazze minorenni
alla vita religiosa e tutelare i diritti patrimoniali delle singole suore.
All’origine di questa raccomandazione, ha spiegato la signora D.
Sreedevi, giudice in pensione e presidente della Commissione, la
denuncia di un cittadino cattolico che deplorava la consuetudine di
mandare in convento ragazze non ancora abbastanza mature per una scelta
libera e consapevole. Oltretutto, osservava l’organismo governativo, se
una suora decide di abbandonare la vita religiosa, difficilmente rientra
in possesso dei beni patrimoniali di cui era titolare al momento dell’ingresso
in convento e che la famiglia ha messo a disposizione della comunità che
l’ha accolta. La misura di tutela chiesta al governo, secondo la
Commissione, servirebbe a scongiurare che le ex religiose si ritrovino da
un giorno all’altro isolate e prive di ogni sostentamento economico.
Pronte le reazioni dei vescovi del Kerala. Tra le altre, l’agenzia
Uca News riporta quella di monsignor Andrews Thazhath, arcivescovo della
diocesi siro-malabarese di Trichur. Il presule ha definito ingiustificate
le richieste della Commissione e spiegato che le suore sono libere e la
Chiesa non interferisce se dovessero decidere di lasciare l’abito
religioso. Analogamente esse possono disporre come desiderano dei beni
eventualmente ereditati dalla famiglia. Padre Stephen Kulakayathil,
segretario della Conferenza episcopale regionale di rito latino, ha
rimarcato che la Chiesa ammette alla vita religiosa solo ragazze che
abbiano compiuto i 18 anni d’età e che perciò le raccomandazioni della
commissione governativa «sono del tutto assurde».
A questo punto il governo del Kerala, che dal 2006 è controllato dal
Partito comunista, ha preso le distanze dalla Commissione invitandola a
studiare più a fondo la questione e a consultare i responsabili
ecclesiastici. Resta il fatto che vi sono non poche famiglie povere che
chiedono di affidare le figlie alle suore. Secondo qualche testimonianza,
alcune congregazioni si spingerebbero ad accogliere anche quindicenni, che
però da un punto di vista formale non entrano a far parte dell’istituto,
neppure come giovani in formazione, fino alla maggiore età. I cristiani
in Kerala sono in lento calo: oggi rappresentano il 19%. Rispetto a una
popolazione di 31 milioni di abitanti, i cattolici sono 5 milioni e mezzo,
suddivisi in tre riti: siro-malabaresi (3,5 milioni), siro-malankaresi
(mezzo milione), latini (1,5 milioni).
Giampiero Sandionigi
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