ATTUALITÀ
- IL CORPO E LE RELIGIONI Elogio
spirituale della carne
di Vittoria Prisciandaro
Da una parte,
la società moderna che ne fa un feticcio di mercato; dall’altra la
vulgata della religione che lo disprezza riducendolo a tempio del
peccato. Ma non è questo ciò che predicano le grandi fedi, a partire
dal cristianesimo, né quello che celebra lo sport onesto e leale,
impegnato a valorizzarne le potenzialità.
Il tam
tam dura tutto l’anno. Ma è agli inizi di primavera che diventa
ossessivo, quando magazine e riviste femminili propongono a tutto
spiano sode e rotonde nudità per pubblicizzare l’ultima dieta miracolosa
che assicuri «forma perfetta, con pochi sforzi e in poche settimane».
Mentre bei ragazzoni palestrati e fanciulle eteree stanno lì a dire che –
dall’auto nuova alla crociera, dall’acquisto di una cucina o di un paio
di scarpe – solo con un corpo rispondente a determinati canoni estetici la
vita ha più gusto. La cosa, evidentemente, ha una sua base di verità. Ma
altrettanto evidentemente non si esaurisce tutta lì, come testimoniano le
immagini che in questi giorni di agosto arrivano dalla Cina. Dove le
Olimpiadi rimandano in mondovisione la bellezza di corpi lavorati dalla
fatica e dalla volontà, e al contempo fanno interrogare sui corpi violati
dal doping, piegati in vista di un risultato estremo,
"innaturale". Su "corpo" e dintorni, insomma,
soprattutto all’estero ci si riflette da tempo, mentre in tutt’Europa
dilaga il franchising delle cliniche di chirurgia estetica a basso
costo.

Foto Cfp/Eidon.
La penna acuta e talvolta perfida di Natalia Aspesi, su Repubblica,
scrive del corpo come di una "moderna ossessione": «Il corpo
sta diventando un’illusione, una fantasia, si stacca dalla vita,
assume una perfezione immaginaria mentre nella realtà dilagano
anoressiche e bulimici, diventa eterno mentre, giovane, muore di guerra,
di crimine, di sabato sera, di malattia, di suicidio. Il corpo si è
trasformato in un’ossessione, ha occupato il pensiero, si è fatto
prodotto: il corpo vende e si vende, compra e si fa comprare. Il corpo
è denaro. Vive molto di più, dura molto meno, racchiuso, per contare,
nello spazio sempre più angusto di una giovinezza che viene promessa
come infinita e che invece tende a privilegiare soprattutto l’adolescenza».
Ostaggio del mercato, oggetto di peccato: sull’altare del moderno
dio-profitto il corpo sale dopo secoli di mortificazione e insulti,
ignorato e vituperato da un pensiero di stampo neoplatonico che lo ha
dipinto come prigione in cui vive l’anima, vera essenza dell’uomo.
Un’impostazione intellettuale che ha fatto guardare al corpo con
sospetto, gravando pesantemente sulla visione cristiana del mondo.
Sebbene «il dualismo platonico non identifichi il proprium dell’orientamento
cristiano e la grande Chiesa abbia sempre ripudiato il dualismo radicale
antisomatico», sostiene Giuseppe Visonà, docente di Filologia, esegesi
neotestamentaria e agiografia alla Cattolica, va pure detto che questa
visione distorta del pensiero cristiano è arrivata fino ai nostri
giorni, veicolata da un dualismo che ha relegato il corpo in secondo
piano, finendo con il considerarlo a volte un imbarazzante accessorio
dell’anima. Un’impostazione che non ha risparmiato il pensiero
islamico perché, come ricorda in queste pagine il professor Paolo
Branca, a motivo dell’incontro con culture diverse, quella greca in
particolare, anche «filosofi come Averroè e Avicenna ne sono stati
influenzati, privilegiando l’anima sul corpo, visto come luogo della
tentazione».
Sulla
necessità di riportare al centro il corpo, per riscoprire un approccio
"comprensivo", uno sguardo "totale" sulla persona,
si è parlato a un convegno organizzato dal Movimento ecclesiale di
impegno culturale (Meic), dalla Fuci e dall’Università Cattolica di
Milano, i cui atti saranno a breve pubblicati dall’editrice
Cittadella. «Troppo a lungo si è ritenuto che fare scienza, produrre
conoscenza, significasse di necessità fare a meno del corpo. E invece
oggi abbiamo riscoperto che il pensiero è serio soltanto grazie al
corpo», dichiara Stefano Biancu, uno degli organizzatori dell’evento,
responsabile del gruppo Meic e laureato alla Cattolica. «Siamo abituati
a considerarci uno sguardo senza corpo, estraneo al suo campo di
osservazione, uno sguardo che possa con un’occhiata onnipotente vedere
tutto in un solo istante. Siamo soliti considerare corpo e sguardo,
materia e spirito come totalmente differenti. Guardare alla concretezza
delle cose con uno sguardo corporeo, senza pretendere di possedere la
totalità del visibile in uno sguardo onnipotente è una riscoperta che
dobbiamo necessariamente fare».

Foto D. Giagnori/Eidon.
Tale
processo necessita di una presa di coscienza anche nelle Chiese: «Bisogna
ammettere», aggiunge Biancu, «che anche noi cristiani siamo troppo
spesso facilmente caduti nella trappola di una finta serietà, fatta di
fughe dalla corporeità e dal suo mondo: il mondo del gioco, della
festa, della musica, della danza e della poesia, dei suoni, dei colori e
dei profumi. Troppo spesso abbiamo confuso ciò che è spirituale con
ciò che è astratto, disincarnato, privo di ogni concretezza: talvolta
ci siamo troppo volentieri allontanati dal pieno della vita, ritenendo
che l’essenziale del cristianesimo fosse di usarne il meno possibile.
Appassionati d’Infinito, abbiamo creduto che per raggiungere questo
Infinito tanto atteso avremmo dovuto rinnegare il finito, il concreto.
Oggi ci rendiamo però conto che, perdute le esperienze fondamentali
della vita, non siamo più capaci di comprendere e di gustare neanche l’Infinito
di Dio». Insomma, conclude Biancu, distinzioni come quella di anima e
corpo sono necessarie per fare "scuola", ma diventano
insopportabili astrazioni se assolutizzate: «Oggi sappiamo che a buttar
via il corpo, ciò che è concretamente materiale e carnale, si rischia
di buttar via anche lo spirito e di ritrovarsi così a mani vuote,
circondati di cose e volti totalmente insignificanti».
Un aiuto a recuperare l’unità della persona viene da uno sguardo a
360 gradi sulle altre tradizioni religiose: è interessante per esempio
scoprire – come propone Elena Lea Bartolini, studiosa di teologia
ecumenica e di giudaismo – che per l’ebraismo «attraverso il corpo
si manifesta l’unicità di ogni essere umano il cui centro vitale è
il cuore, considerato la sede dei sentimenti, della volontà e della
ragione». Una prospettiva che esclude qualsiasi forma di dualismo. Al
contrario, «la tradizione rabbinica insegna che, nell’aldilà, saremo
giudicati non solo per le nostre mancanze ma anche per i "sani
piaceri" dei quali ci siamo privati senza che Dio ce lo abbia
chiesto». Così come apre orizzonti più ampi di comprensione l’analisi
che il padre saveriano Luciano Mazzocchi fa del buddhismo: «A
differenza della cultura occidentale in cui si considera la divisione
tra corpo e spirito fondamentale, nel buddhismo l’essere vivente è il
corpo e lo spirito indivisi». Secondo la tradizione orientale, insomma,
«bisogna superare la contrapposizione che viene fatta tra corpo e
spirito, estinguere questa illusione, procurata dalla mente ma non
reale, e ritornare nell’uomo reale che è uno, indistinto tra corpo e
spirito». Il corpo, secondo il buddhismo, «è ambito di religiosità,
di espressione artistica, di vita nel suo essere indiviso».

Foto D. Giagnori/Eidon.
Una
grande lezione viene anche dal pensiero negro-africano. «Nelle
cosmogonie delle società tradizionali dell’Africa dell’Ovest –
dai Dogons, ai Senoufo, ai Bambara, come in Africa centrale tra i Fang o
i gruppi bantù della pianura della Repubblica democratica del Congo –,
l’esperienza fondamentale dell’uomo non è l’essere in quanto tale
ma la Vita dell’uomo vivente», ha esemplificato nella sua relazione
alla Cattolica il professor Kipoy Pombo, docente di Filosofia e pensiero
sociale della Chiesa. «Il rito africano è incomprensibile per chi non
ha la chiara visione di questa dimensione cosmica dell’uomo. Il corpo
dell’uomo è al tempo stesso del mondo dei viventi e dei morti, è
spiriti, animali, vegetali, minerali; è fuoco, è acqua, è vento.
Perciò la liturgia africana è il cosmo che prende in prestito la voce
dell’uomo per adorare Dio e celebrare la vittoria della vita sulla
morte. Poiché l’uomo», conclude Pombo, «è la ricapitolazione del
cosmo, il destino umano esprime il destino del cosmo».
Chiavi interpretative affascinanti trovano spazio anche nella lettura
trasversale della Bibbia. È l’operazione proposta, al convegno
organizzato da Fuci e Meic, da Gianantonio Borgonovo, docente di Esegesi
e Teologia biblica alla Cattolica. il quale ha cercato di recuperare il
significato originario del corpo secondo il disegno del Dio biblico.
Oltre a sei cose di cui l’uomo non può fare a meno per vivere
(respirare, bere, mangiare, orinare, evacuare, dormire), Borgonovo ne
cita una settima che, comunque la si chiami, attiene al corpo: la
tenerezza divina. «Il suo luogo è il corpo perché essa è sguardo,
voce, presenza, è cura e nutrimento, è pulizia, sgombero, liberazione
di ciò che è morto e imputridito. In essa tutte le funzioni del corpo
restano e mutano. In lei si annuncia l’altro corpo, in cui il corpo di
dolore e d’assenza trova salvezza dalla sua umiliazione. L’altro
corpo è dimora della divina tenerezza».

Foto M. Pinca/AP.
Nella visione biblica, spiega Borgonovo, il corpo è il luogo di
culto e di preghiera, in cui si vive appieno la relazione con Dio: «Se
il pio ebreo ancora oggi prega dondolando il corpo, è proprio per
esprimere la sua totale partecipazione alla lode divina». Anche i Salmi
«ci insegnano che la corporeità è un elemento essenziale dell’invocazione;
attraverso carne e sangue, angoscia e gioia aprono l’uomo al Tu, per
essere esaudito». La lettura dei Salmi, spiega il biblista, mette in
evidenza come il corpo sia il luogo dell’incontro tra l’uomo e Dio.
È quanto sostiene anche il biblista Paul Beauchamp: «Senza il corpo
non esisterebbe nulla di ciò che minaccia la serenità della lode:
guerre, prigioni, malattie. Il fragile strumento della preghiera, la
più sensibile delle arpe, il più tenue ostacolo alla malvagità dell’uomo,
ecco, questo è il corpo. Il Salterio è la preghiera del corpo, gli
stati dell’anima vi sono indicati attraverso i cambiamenti del corpo.
La meditazione si esteriorizza nel corpo e prende il nome di
"mormorio", "sussurro". Essendo il corpo il luogo
dell’anima, la preghiera attraversa tutto ciò che in esso avviene. È
il corpo stesso che prega: "Tutte le mie ossa diranno: chi è come
te Signore?" (Sal. 35, 10)».
«La valenza simbolica della corporeità nella riflessione biblica è
molto più di un semplice rimando a un significato che sta al di là del
mero fenomeno fisico», sostiene Borgonovo, proponendo un parallelo
molto interessante con il nostro contesto culturale
"ossessionato" dal corpo. «La modernità esibisce l’evidenza
della fisicità come se fosse qualcosa in sé tutto compiuto, detto,
assoluto. Mai come ora si registra l’annullamento del simbolismo del
corpo, l’eliminazione dell’evocazione, del suo essere tramite e
pellegrinaggio. La sua identificazione con il tutto esibito coincide con
l’annichilimento di ogni via "altra" a cui esso conduce. La
fisicità sostituisce le relazioni; il possesso prende il posto dei
legami; il corpo che è linguaggio diventa muto...».

Foto L. Pitarakis/AP .
La Bibbia invece, spiega Borgonovo, «fa diventare ciascun membro del
corpo uno strumento di relazione, un’espressione di legame, una voce
del linguaggio comunicativo. Al di fuori di tale valore simbolico, la
corporeità si riduce a evidenza, ostentazione e alla fine chiusura; la
parola sul corpo, menzogna; e il corpo stesso, inganno e seduzione,
promessa inadempiuta». Leggendo la valorizzazione simbolica della
corporeità nella Bibbia, il biblista esamina tre testi, dai generi
letterari molto diversi – Giobbe, Qohelet e Cantico dei Cantici –
che «con percorsi antropologici istituiscono sentieri di riflessione
sul senso del corpo nella sua tragica finitudine, nel suo imperfetto
benessere e nel suo rilancio relazionale». La riflessione di Borgonovo
chiama in causa le riflessioni di autori contemporanei che, con toni
diversi, hanno espresso analisi interessanti sull’argomento,
soprattutto in relazione al rapporto corpo-alimentazione,
tavola-banchetto eucaristico. È il caso della femminista storica Luce
Irigaray: «Il nostro corpo è uno straordinario mediatore per entrare
in relazione con noi stessi, con l’altro, con il mondo. La voce
consente di sentirci più di ogni parola. Attraverso il tatto possiamo
creare legami completi tra di noi, essendo la pelle l’organo più
vicino al cervello. Le nostre labbra sono la soglia tra l’apparenza
esterna del nostro corpo e la sua misteriosa intimità. Il silenzio ci
permette di tornare a noi stessi mediante il toccarsi delle nostre
labbra; un bacio sulle labbra è una ricerca di avvicinamento tra due
intimità; le labbra aprono anche al mondo del gusto tramite il quale
comunichiamo con il mondo. Le nostre labbra offrono un incrocio di
legami di cui il nostro linguaggio non ha un equivalente. Però la
nostra cultura ha sostituito le potenzialità mediatrici del nostro
corpo con codici arbitrari metafisici che ci esiliano da noi stessi e ci
separano dal nostro ambiente di vita e dagli altri. Oggi il corpo è
ovunque e da nessuna parte. Si tratta solo di un corpo-animale, di un
corpo-oggetto, di un corpo-immagine, di un corpo-robot e di un corpo
malato o morto. Non è ancora il nostro corpo!».
Altro
autore citato a proposito del rapporto corpo-alimentazione è il
filosofo psiconalista Umberto Galimberti: «Non esiste comportamento
umano più carico di simbolismo (e di ricadute psichiche anche gravi
come l’anoressia e la bulimia) del comportamento alimentare». Il
mangiare, dice il biblista sottoscrivendo l’affermazione di Galimberti,
«è atto comune, comunitario e comunionale: la tavola condivisa è il
luogo in cui si stringe alleanza, si crea fraternità, si fondano e si
"nutrono" rapporti familiari e sociali, si realizza comunione
e amicizia. Il mangiare non si limita alla funzione di sostentare la
vita, ma è segno di festa, e perciò avviene nella convivialità, nella
condivisione: a tavola non ci si scambia solo il cibo, ma anche parole,
sorrisi, sguardi, ovvero prendono corpo le relazioni che danno senso al
vivere sostenuto dal cibo. Anche a questo riguardo si deve riconoscere
che il senso si innesta sui sensi».

Foto V. Tersigni/Eidon.
Il
nostro modo di mangiare dice qualcosa sulla nostra identità profonda e
sulla nostra affettività. «La nostra storia personale è anche la
storia della nostra alimentazione: si pensi all’importanza dei sapori
dell’infanzia, alle sensazioni legate soprattutto al gusto e all’olfatto
(i sensi più arcaici e animali dell’uomo) che si imprimono in maniera
indelebile nel bambino e risuscitano nell’adulto come emozioni al
contatto con sapori e odori che gli fanno ricordare il passato. È
altresì evidente come frustrazioni affettive possano determinare (o
contribuire a determinare, assieme ad altri fattori sociali e culturali)
disturbi e patologie alimentari. E il discorso sul mangiare non può non
sfociare nel simbolismo eucaristico».
Borgonovo sottolinea il parallelismo tra "credere" e
"mangiare" e "ascoltare la parola", chiudendo la sua
riflessione con un accenno al corpo della resurrezione, come «caso
estremo del valore simbolico della corporeità umana». Pista di
riflessione su cui torna nelle pagine di questo dossier Luciano
Manicardi, monaco di Bose, che nel volume Il corpo. Via di Dio verso
l’uomo e dell’uomo verso Dio, scrive: «Alcuni rabbini hanno
istituito un’analogia tra il sostantivo basar, che indica il
corpo, e il verbo bisser, che significa "annunciare, dare
una buona notizia", tradotto in greco con euanghelíze-s-thai: nel
corpo dell’uomo è insito un annuncio, anzi una buona notizia, un
evangelo. Certamente i sensi hanno bisogno di purificazione, il rapporto
con il corpo è spesso sotto il segno di paure e di angoscia, e tuttavia
il corpo ha in sé un messaggio che è già, in nuce, evangelo. E questo
è tanto più evidente dopo che Gesù Cristo ha compiuto l’opera della
salvezza nel corpo, mediante l’offerta del suo corpo».

Foto A. Niedringhaus/AP .
Forse
la riflessione più controcorrente e originale che arriva da ambiente
laico è quella di James Hillman, psicologo e discepolo indipendente di
Jung. Nel volume La forza del carattere, Hillman legge la voglia
di eterna giovinezza come una manifestazione della paura della morte: «Il
bisogno di tenere duro», scrive, «diventa resistenza di tipo
regressivo, generata più che dalla voglia di vivere dalla paura di
morire». Riguardo all’invecchiamento, lo studioso svizzero ipotizza «l’esistenza
di una intelligenza della vita, la quale vuole l’invecchiamento
esattamente come vuole la crescita durante la giovinezza». Gli ultimi
anni della vita, sostiene Hillman, non sono vani, ma servono a portare a
compimento il carattere. Invece di guardare alla vecchiaia come a un
processo che porta all’inutilità, allora, perché non considerarla
una struttura che possiede una sua natura essenziale? Perché non
pensare «che l’anima prima di andarsene debba essere invecchiata al
punto giusto?».
La faccia di una persona matura, suggerisce Galimberti richiamando
Hillman, «è un atto di verità, mentre la maschera dietro cui si
nasconde un volto trattato con la chirurgia è una falsificazione che
lascia trasparire l’insicurezza di chi non ha il coraggio di esporsi
alla vista con la propria faccia». "Mettere la faccia" dice
la saggezza popolare, a proposito dell’essere sinceri e impegnarsi con
tutto se stessi; riconoscere il volto dell’altro come istanza etica,
sostiene la filosofia di Levinas; non nascondere i segni del tempo, che
sono parte della nostra storia, dicono i saggi. Si racconta che la
grande Anna Magnani abbia detto a un truccatore prima di andare in
scena: «Non mi togliere neanche una ruga. Le ho pagate tutte care».
Vittoria Prisciandaro

Foto F. Wahidy/AP/La
Presse.
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Il corpo, «soggetto» della
redenzione
«Il
Creatore ha assegnato come compito all’uomo il corpo»: le
parole di Giovanni Paolo II (8 aprile 1981) ricordano al cristiano
che egli non "ha" un corpo, ma lo è, e che sua
vocazione è divenirlo. Nell’antropologia cristiana il corpo è
rinvio alla dinamica – teologale, spirituale ed etica al tempo
stesso – del dono e della responsabilità. Il Dio biblico è
divenuto un corpo, il corpo di Gesù di Nazareth. Al cuore del
cristianesimo vi è l’inaudito dell’incarnazione: «Il Verbo
si fece carne» (Gv 1,14). Ormai il corpo è patrimonio comune di
Dio e dell’uomo e tempio vivente dell’incontro tra i due.
Questo nucleo paradossale, che contesta ogni spiritualismo,
afferma l’infinita dignità che il cristianesimo attribuisce al
corpo umano, che appare il più degno luogo della presenza di Dio.
Nel cristianesimo il corpo non è solo redento, ma soprattutto
"soggetto" della redenzione.
Sempre sul corpo si gioca la novità cristiana rispetto al
mondo pagano: «Non ci accorgiamo che ci volgiamo indietro quando
sentiamo che l’anima è immortale, ma il corpo è corruttibile e
non può rivivere più? Questo lo sentivamo anche da Pitagora e da
Platone» (Pseudo-Giustino, Sulla resurrezione, II sec. d.
C.). Il corpo è la cifra che da sola è capace di dare
intelligibilità all’intero messaggio cristiano: «Il
cristianesimo è un trattato e una pratica del corpo» (Adolphe
Gesché). Il corpo fisico in cui Gesù ha narrato Dio e vissuto la
sua pratica di umanità vedendo e ascoltando poveri e peccatori,
toccando e curando malati nel corpo e nella mente; il corpo che è
la Chiesa; l’eucaristia che, mediante la partecipazione alle
"cose sante" attraverso l’atto corporeo di mangiare,
consente la partecipazione al corpo di Cristo e costituisce i
credenti in un corpo fraterno e solidale (1Cor 10,17): tutto dice
la corporeità della fede cristiana. La stessa "logica"
dei sacramenti è incarnata: la fede la si vive nel corpo, vero
soggetto della vita spirituale; la preghiera, come insegnano i
Salmi, è preghiera del corpo, e la liturgia coinvolge i sensi
nella celebrazione del mistero. Tutto nel cristianesimo è
comprensibile grazie al corpo e a partire dal corpo: la Chiesa e
la resurrezione, l’escatologia e la redenzione. La rivelazione
di Dio nel corpo di Gesù di Nazareth significa anche la sua
presenza nel corpo dell’altro, soprattutto di quei poveri e
piccoli con cui il Risorto si è identificato e che ha dotato di
autorità escatologica nei confronti della Chiesa: «Ciò che
avete fatto a uno solo di questi piccoli, lo avete fatto a me» (Mt
25,40). La vita teologale chiede di credere l’incredibile: la
resurrezione del corpo morto; chiede di sperare l’insperabile:
la morte della morte, la morte di ciò che rende caduco il corpo;
chiede di amare il corpo non amabile, il corpo sfigurato, che «non
ha apparenza né bellezza» (Is 53,2), il corpo del nemico. Sì,
il messaggio cristiano si può sintetizzare nell’espressione
paolina: «Il corpo è per il Signore e il Signore è per il corpo»
(1Cor 6,13). Ma allora perché i tradimenti verificatisi nella
storia del cristianesimo nei confronti di questa sublime dignità
assegnata al corpo? Alcuni elementi che vi hanno contribuito sono
stati l’allontanamento dall’unitaria antropologia ebraica, l’influenza
della metafisica greca e dell’etica stoica che promuove il
dominio dello spirito sul corpo, la cattiva lettura dei testi
paolini sulla carne e il peccato, che in verità condannano la
cupidigia e la chiusura egoistica, non la sessualità. Per Paolo
il corpo è tempio dello Spirito e il peccato è «contro il corpo»
(1Cor 6,18). Tuttavia resta di gran lunga predominante la
valorizzazione radicale del corpo operata dal cristianesimo: la
salvezza avviene grazie al corpo e tramite esso.
Luciano Manicardi
monaco di Bose
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| Ebraismo: nella
carne l’esperienza del divino
L’antropologia
ebraica, profondamente ancorata alla visione biblica dell’uomo,
comprende il corpo nell’orizzonte dell’unità della persona
creata a immagine di Dio, dove corpo e spirito costituiscono i
due aspetti di un’unica realtà inscindibile: l’essere umano
definito come nefesh chajiah, «essere che vive», del
quale il corpo (in ebraico basar) costituisce l’aspetto
visibile. Quando si parla di nefesh nella Scrittura si
intende sempre l’essere vivente, l’essere che «respira»,
quindi la creatura nella sua unità di corpo (basar) e
spirito (ruach): il termine nefesh infatti designa
l’essere stesso dell’uomo (e della donna), non qualcosa che
egli possiede, e quando lo si utilizza non ci si riferisce a una
sua parte specifica, bensì all’uomo determinato, inteso come
soggetto, individuo, persona, tutto l’essere umano capace di
"anelito" verso Dio (cfr. Sal 41,2) perché ha in sé
il "respiro", il "soffio" che Egli stesso
gli ha dato creandolo come "unità" irripetibile (cfr.
Genesi Rabbah XIV,9). Attraverso il corpo, pertanto, si
manifesta l’unicità di ogni essere umano il cui centro vitale
è il cuore, considerato la sede dei sentimenti, della volontà
e della ragione.
Secondo tale prospettiva, che esclude qualsiasi forma di
dualismo, il benessere psicofisico è un valore positivo che va
raggiunto, secondo un sano equilibrio, evitando sia gli eccessi
che le inutili privazioni: la tradizione rabbinica insegna che,
nell’aldilà, saremo giudicati non solo per le nostre mancanze
ma anche per i "sani piaceri" dei quali ci siamo
privati senza che Dio ce lo abbia chiesto (cfr. Talmud
Palestinese, Qiddushin 66d). Il corpo è pertanto considerato
una realtà positiva in quanto creato da Dio e, se utilizzato
secondo i Suoi insegnamenti, costituisce un aiuto prezioso nel
cammino di comunione con Lui: lo spirito non solo non ha bisogno
di separarsi dalla carne per sperimentare il divino, ma si serve
della medesima per farne esperienza in maniera completa. Un
esempio significativo al riguardo è il Cantico dei Cantici,
testo biblico nel quale il Nome di Dio non compare, tuttavia,
secondo l’interpretazione rabbinica, Egli è presente nel
rapporto d’amore sponsale che viene celebrato attraverso il
linguaggio sia verbale che corporeo, mostrando come l’amore
coniugale possa diventare un’esperienza mistica, tanto da
spingere maestri come Rabbi Aqiva a paragonare il Cantico dei
Cantici al "Santo dei Santi", cioè alla parte più
sacra del Tempio di Gerusalemme (cfr. Mishnah, Jadajim III,5), e
questo non in virtù della sua possibile lettura allegorica ma
proprio per il suo essere un canto d’amore autentico che nasce
dal sapersi incontrare attraverso il dono reciproco del corpo,
la cui "bellezza" non è riferibile soltanto a canoni
estetici ma scaturisce dalla capacità di mostrare quella
interiore poiché, come ricorda Rabbi Nachman di Breslav: «In
tutte le cose materiali ci sono scintille spirituali».
Elena Lea Bartolini
docente di Giudaismo al Centro studi
del Vicino Oriente di Milano |
Islam, una fede
senza sessuofobie
Difficile
unificare la visione del corpo nell’islam: la religione
musulmana abbraccia nel mondo – dal Marocco all’Indonesia
– un miliardo e 300 milioni di persone, ricorda Paolo Branca,
docente di Lingua e letteratura araba all’Università
Cattolica di Milano, premettendo: «L’islam gode di cattiva
fama sulle questioni relative al corpo, specialmente femminile,
influenzate dalla situazione attuale in cui il fondamentalismo
ha ripreso vigore».
Le donne velate dal chador o dal burqa, dunque, seguono
tradizioni locali o prescrizioni religiose? «Le indicazioni del
Corano in proposito sono equilibrate: non si tratta di una
religione sessuofobica, che punta alla mortificazione del corpo,
ma di una religione del giusto mezzo, che invita alla modestia e
alla castità, ma anche a non eccedere nel digiuno del Ramadan»,
spiega Branca. Che aggiunge: «Oggi molte ragazze più istruite
e consapevoli indossano il foulard per scelta; da solo, un velo
non può dire tutto riguardo all’appartenenza religiosa».
Lo stesso profeta Maometto si fa testimone di una
"scaletta" valoriale: «Afferma lui stesso che, tra le
cose più amate, al primo posto viene la preghiera, seguita
subito dopo dai profumi e dalle donne, di cui si può godere
senza alcun senso di colpa; la sessualità, quindi, non è vista
negativamente, anzi: secondo il Corano, ogni volta che ci si
unisce alla moglie si fa un’opera buona. Addirittura, la gioia
del paradiso viene paragonata a un orgasmo infinito e per l’uomo
lo stato naturale consiste nell’essere sposato; non avere una
famiglia significa essere stupidi, non santi, e la castità non
è accettabile perché Dio ha creato l’uomo sessuato». Il
tutto, sempre e comunque, con moderazione: un ideale non sempre
seguito, anzi, sbilanciato verso derive intellettualistiche, a
motivo dell’incontro con diverse culture, quella greca in
particolare. «Filosofi come Averroè e Avicenna ne sono stati
influenzati, privilegiando l’anima sul corpo, visto come luogo
della tentazione», riferisce Branca, ricordando: «L’islam è
stato ed è ancora usato per giustificare pratiche su basi
morali arcaiche, come quella delle mutilazioni genitali
femminili, subendo l’influenza dell’Africa orientale».
Resta vero, comunque, che la religione musulmana ha in sé un’idea
di totalità: «L’islam determina l’esistenza concreta non
solo nel credo, ma nelle pratiche: la tradizione indica come
mangiare e vestirsi, anche se le abluzioni parziali o totali del
corpo prima della preghiera non sono legate a un concetto di
purificazione». I richiami all’astenersi dalla carne di
maiale e dall’alcol, ad esempio, sono legati a una
salvaguardia della salute, tuttavia vige sempre la regola del
buon senso e della misura: «Il bisogno, a volte, rende lecito
il cibo proibito. Il Corano dice che, se non si ha da mangiare,
si può ricorrere anche agli alimenti non leciti, nel caso in
cui siano gli unici disponibili. Ma spesso, per motivi
culturali, il gruppo è pervasivo: prevale sul singolo credente».
Laura Badaracchi |
| Buddhismo: un’unità
perfetta di corpo e spirito
Si
pronunciano nello stesso modo anche se hanno scritture
differenti. Corpo e anima, in giapponese, si dicono «shin», a
indicare una fusione talmente profonda da non poter considerare
l’uno senza l’altra. «Nel buddhismo non si parte mai dalla
separazione tra corpo e spirito», spiega padre Luciano
Mazzocchi, missionario saveriano. Grande conoscitore del mondo
orientale e buddhista in particolare per aver vissuto in
Giappone 19 anni, fondatore con il monaco buddhista Jiso Forzani
della comunità "Vangelo e Zen", attualmente
cappellano della comunità giapponese di Milano, padre Mazzocchi
insiste sul fatto che «a differenza della cultura occidentale
in cui si considera la divisione tra corpo e spirito
fondamentale, in quella orientale questo non suscita interesse.
Nel buddhismo ciò che è davanti a te è l’essere vivente nel
suo complesso. E l’essere vivente è il corpo e lo spirito
indivisi». Shin di carne e shin di spirito
costituiscono l’unità, l’insieme. «La fonte, la culla dell’essere
vivente è quell’uno indiviso», dice ancora Mazzocchi. «In
seguito si possono distinguere gli elementi, che però sono
aspetti di un fondo che è l’insieme. Secondo l’orientale
bisogna superare la contrapposizione tra corpo e spirito ed
estinguere questa illusione, procurata dalla mente ma non reale,
ritornando nell’uomo reale che è uno, indistinto tra corpo e
spirito».
Il corpo, secondo il buddhismo «è ambito di religiosità,
di espressione artistica, di vita nel suo essere indiviso. È
per questo che in Oriente non esiste un ambito specifico di
studio sul corpo che prescinda dallo spirito. Il Buddha storico
fa la sua esperienza della vita e del dolore. Un’esperienza
che avviene grazie al fatto che nel suo essere umano l’elemento
corporeo e spirituale sono uno. Quando il Buddha sperimenta il
dolore, non lo percepisce come conseguenza negativa che viene
dal corporeo. Tutte le esperienze che compie, sia quella del
dolore che quella della liberazione da esso sono esperienze
insieme corporee e spirituali». Padre Luciano sgombra il campo
anche da alcune false interpretazioni che la cultura occidentale
attribuisce a quella orientale: «La meditazione che porta ad
astrarsi dal piacere e dalla sofferenza, per esempio, non fa
parte del pensiero buddhista. Il punto è che l’orientale, nel
momento in cui prova piacere, non è minimamente disturbato dal
trattenersi da questo. Se è il momento del piacere egli è
tutto – corpo e spirito – in questo momento. La via
buddhista è che dopo arriva anche il momento del non piacere e
anche lì si sta insieme corpo e spirito. Non è la negazione
dei sentimenti, tutt’altro. Lo Zen ha creato tante forme
artistiche, espressioni di bellezza e di piacevolezza che
sarebbero impossibili senza i sentimenti. Però non c’è
questa separazione. Come dicevo prima corpo e spirito sono il
tutto in quell’attimo e poi, come quell’attimo scorre, sono
tutto nell’attimo che viene. In questa immedesimazione, nell’essere
tutto nell’attimo, è il cuore del buddhismo. Il vero
buddhista non cerca emozioni, si predispone a essere vigilante
per essere presente al presente. Se poi quel presente è la
pioggia e non il sole come aveva previsto, il buddhista non si
rammarica, ma gusta la pioggia che cade».
E ancora, conclude padre Mazzocchi, «bisogna considerare
che, per il buddhismo, il corpo viene dall’universo, l’universo
diventa io e l’io si scioglie e comunica con l’universo. Il
corpo è nel buddhismo quel passaggio che consente di essere
presente al presente che scorre, facendo percepire che in quell’attimo,
quasi come nel cristianesimo, c’è il richiamo all’eternità».
Annachiara Valle |
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