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REPORTAGE - BURUNDI

Cristo si è fermato a Gitega
di Sara Laurenti - foto di Diego Zanetti
  

Dopo la firma del cessate-il-fuoco del maggio scorso, la guerra civile che ha insanguinato il Burundi per 35 anni è cessata. Restano migliaia di rifugiati, l’esplosione demografica, la crescita delle sètte e un’enorme povertà.
     

È di un rosso incandescente la terra. Rosso su rosso: le case di mattoni impastati col fango. Verde su rosso: gli alberi, i bananeti sterminati, la natura esuberante a cavalcioni sull’equatore. Arcobaleno su rosso: i colori dei vestiti delle donne, eleganti e sinuose, con un figlio sul dorso e una tanica sulla testa. Bianco su rosso: i rari musungu (occidentali), sinonimo di quattrini. Nero su rosso: gli occhi delle migliaia di bambini che chiedono molto di più delle loro mani, speranza e debito di questa terra in cammino, tra le più povere al mondo.

Chi è fortunato ha una bicicletta, una bici-taxi, con tanto di targa e di portapacchi rinforzato: le pedalate ininterrotte su e giù per le colline creano addominali scultorei. Chi ha fatto fortuna, invece, ha la moto-taxi e qualche chilo in più. Non mancano nemmeno le auto-taxi, che qui inquinano molto di più che altrove.

Una istantanea alla periferia di Bujumbura, lungo il lago Tanganica.
Una istantanea alla periferia di Bujumbura, lungo il lago Tanganica.

Oltre a essere il Paese di chi va a piedi, il Burundi è la terra dei rifugiati: i suoi che rientrano – tra il 2002 e il 2007 ne sono rientrati oltre 350 mila dalla vicina Tanzania –, ma anche quelli ruandesi, congolesi e ugandesi che ancora, in parte, non se ne sono andati; altri, invece, sono stati massacrati. Vivi o morti, sono tutti vittime incolpevoli della perenne instabilità politica delle regioni dei Grandi Laghi. «Con la mia famiglia siamo fuggiti in Congo, ma anche lì c’era la guerra», racconta Rauha, 19 anni. «Nel 1996 siamo scappati di nuovo e siamo rimasti un anno a Uvira. Poi siamo rientrati in Burundi, ma un anno dopo i ribelli ci hanno ordinato di lasciare le nostre case».

È un groviglio che scappa, si incrocia, si perde; che, se torna, spesso non trova più la casa o la terra, data a qualcun altro da coltivare. «Da poco è stata istituita una commissione per cercare di risolvere i contenziosi: molti profughi reclamano le proprietà già vendute, una, due, tre volte. È successo a tanti, rientrati dopo la guerra iniziata nel 1972, a dieci anni dall’indipendenza (fu colonia tedesca e possedimento belga), quando alcuni ribelli hutu (l’85% della popolazione) tentarono un golpe, rendendosi responsabili di uno dei primi massacri. Il governo tutsi (14%) reagì: vi furono stragi di hutu e decine di migliaia di profughi», racconta padre Cosma, insegnante di filosofia nel seminario maggiore di Gitega, che ci scarrozza ovunque.

Fedeli durante la messa in una chiesa della capitale burundese.
Fedeli durante la messa in una chiesa della capitale burundese.

Nonostante i venti di guerra da oltre 35 anni, l’accordo del 26 maggio scorso fa sperare. L’Fnl, le Forze nazionali di liberazione, l’ultimo gruppo di ribelli hutu ha firmato un cessate-il-fuoco incondizionato: dall’inizio dell’anno i combattenti avevano causato almeno 95 morti e migliaia di sfollati. L’Fnl non aveva accettato il verdetto delle elezioni del 2005 e aveva abbandonato il tavolo delle trattative nell’estate 2007, accusando il mediatore sudafricano Charles N’qakula di favorire la parte governativa. Ma è dovuto ritornare sui suoi passi: le molte diserzioni degli ultimi mesi hanno probabilmente convinto i vertici dei ribelli a trattare. «Per la prima volta è posta la firma su una dichiarazione di cessate-il-fuoco: le ostilità sono cessate per sempre», ha sottolineato Pasteur Habimana, portavoce del Partito Palipehutu-Fnl, il braccio politico delle Fnl. I morti di questa guerra – certamente non solo per colpa dei rivoltosi – sono stati oltre 300 mila. Le vittime si contano dal 1993, da quando gli hutu hanno reagito prima all’assassinio del presidente Ndadaye, torturato nel corso di un golpe militare in circostanze mai chiarite, e poi a quello di Cyprien Ntaryamira (in volo con il suo omologo ruandese Juvénal Habyarimana), appena eletto a suffragio universale. Almeno due milioni furono gli sfollati: oltre 400 mila non sono ancora rientrati.

«Musungu, musungu», grida una marea di bambini vestiti di niente, additandoci. La velocità dell’auto non ci dà modo di fermare lo sguardo, ma ai lati delle strade scorgiamo decine di minuscole botteghe di coiffeur, saloni di bellezza tappezzati di foto di acconciature impeccabili e un po’ retrò, e sartorie con Singer a pedale o made in China.

Il mercato di Burasira, città nel nord del Burundi.
Il mercato di Burasira, città nel nord del Burundi.

«I burundesi amano apparire e vestirsi bene», racconta Alida, una giovane studentessa di Bujumbura. «Pensare al futuro non è nel nostro dna», sorride sconsolata. Eppure col loro recente passato devono fare i conti. Oggi il Paese arranca e non sa dove trovare le risorse per ricominciare, con una popolazione stimata in oltre otto milioni di abitanti, cresciuta in modo esponenziale nonostante il conflitto. Nel decennio 1995-2005, il Burundi ha avuto la crescita più rapida, dietro solo alla Liberia. A ciò non si è accompagnata però una crescita economica, anzi è stata una tra le più deboli: solo lo 0,4%, per non parlare del Pil pro capite e dell’indice di sviluppo umano.

Salta subito agli occhi la folla di uomini seduti sul ciglio delle strade, indaffarati a ingannare il tempo. «Ha braccia in abbondanza questo Paese, ma non lavoro da elargire: ecco l’economia della guerra», spiega il sacerdote.

La strada che conduce a Ngozi.
La strada che conduce a Ngozi.

«Con il conflitto ho scoperto la storia delle etnie», racconta Haiwa, 22 anni, di Kinama, non lontano dalla capitale. «Nella mia famiglia non ne sapevamo nulla. Io ancora oggi non so dove stare: mio padre era hutu, mia madre tutsi. Io, dunque, sono hutu perché qui si eredita l’etnia del padre, ma ho preso il viso di mia madre. Per il mio aspetto, sono stato rigettato da una parte e dall’altra». Il centro giovanile Kamenge, che frequenta ogni giorno, invece, l’ha accolto senza chiedergli nulla. «Là si incontrano persone di quartieri diversi, si ricostruisce la fiducia, si conoscono grandi uomini che hanno lottato per la pace con mezzi pacifici come Gandhi e Mandela», dice senza esitazione il giovane. «Essere rivoluzionari non significa impugnare un’arma, ma credere nella forza del dialogo».

Il grande centro, alla periferia della capitale, ha accolto finora non meno di 29 mila giovani tra i 16 e i 30 anni. Circa 2 mila, metà dei quali orfani, lo frequentano quotidianamente. 460 sono le associazioni locali con cui collabora, 65 gli animatori full-time e 40 i volontari. «Collaboriamo con le altre Chiese e le altre religioni: vogliamo abituare i giovani a condividere la vita quotidiana con chi è diverso per etnia e provenienza», sintetizza don Claudio Marano, mentre ci accoglie con un tipico abito africano. È detto Simba (leone), questo missionario saveriano, che, più che parlare, ama fare. Alla guida del centro fin dall’inaugurazione del 1993, un mese prima del colpo di Stato, è l’antitesi del burundese: pelle color latte, criniera bianca, imponente. «Per realizzare questo sogno, diamo spazi e occasioni di incontro: una biblioteca di 18 mila volumi – la più grande del Paese – corsi di ogni genere, dalle lingue all’informatica, attività sportive e ricreative (palestra, cineforum, corsi di musica e teatro), momenti di preghiera e catechesi. Unica regola: l’impegno costante e il lavoro con gli altri, chiunque siano».

Una scuola alla periferia di Ngozi, una città burundese nel nord del Paese, al confine con il Ruanda.
Una scuola alla periferia di Ngozi, una città burundese
nel nord del Paese, al confine con il Ruanda.

«A un certo punto abbiamo deciso di coinvolgere chi non frequentava il centro. Sei animatori si sono impegnati nei quartieri nord di Bujumbura, ancora oggi poco sicuri, per far lavorare insieme persone diverse, organizzando molte attività, dalla partita di calcio alla pulizia delle strade. Tutto questo impegno», ricorda don Claudio, «ha dato già i suoi frutti. Per esempio, quando mesi fa alcuni quartieri sono stati presi di mira dai ribelli, chi scappava si rifugiava nei quartieri vicini di etnia diversa. Ormai si è creato un clima di fiducia, maturato proprio nel lavorare e nel celebrare momenti di festa insieme. Tutti hanno compreso: la guerra riguarda solo giochi di potere di politici e militari. Per la gente comune è solo un danno. Anche se i problemi non mancano e le sofferenze non sono state del tutto superate, come potremmo non continuare?», si anima. «Per superare il dolore è importante eliminarne le cause».

Sulla strada che costeggia il lago Tanganica e che conduce alla capitale.
Sulla strada che costeggia il lago Tanganica e che conduce alla capitale.

Recentemente il centro ha consegnato al presidente hutu Pierre Nkurunziza e ad altri 27 rappresentanti locali, una petizione con 20 mila firme per chiedere il disarmo. Secondo fonti accreditate, dalle 100 alle 300 mila armi, residuo della guerra, sono ancora in circolazione tra i civili. Per tutte le iniziative originali e partecipate, nel 2002 il Parlamento svedese ha assegnato al centro Kamenge il premio Right Livelihood, il Nobel alternativo, un riconoscimento a chi nel Sud del mondo si batte per una società migliore. «Oggi siamo chiamati», continua il saveriano, «a rafforzare l’educazione dei leader per costruire un Paese diverso. Se vogliamo uscire dall’isolamento e dalla povertà cronica, dobbiamo continuare a formare giovani onesti, che pensino al bene comune. Alcuni segni sono già presenti: due dei sindaci dei sei quartieri di Bujumbura si sono formati qui e qualcuno degli ex ragazzi siede in Parlamento», dice soddisfatto mentre ci fa da guida per il vasto centro. «Il burundese è un uomo che considera Dio suo compagno di viaggio, è sempre nelle sue parole», sospira il sacerdote. «Forse la Chiesa dovrebbe essere più aperta ai laici e coinvolgere di più le comunità di base, ma è impegnata a riempire le parrocchie, a far tornare i numeri. Solo se le cifre sono cospicue, riceve sovvenzioni da Roma», dice senza esitazione.

Un ragazzo sulla strada per Bujumbura.
Un ragazzo sulla strada per Bujumbura.

Nonostante l’avanzare di sètte, per lo più dagli Usa, e culti animisti, ovunque le cattedrali sono gremite: il 64 percento della popolazione è cattolico, con punte del 90 percento. «Le parrocchie sono ancora troppo grandi: 80-100 mila abitanti per comunità: posso disporre di cento preti soltanto, per una popolazione di oltre un milione di abitanti. Servirebbero più sacerdoti e una formazione permanente per i laici», spiega preoccupato ma sereno monsignor Simon Ntamwana, vescovo di Gitega, la seconda città del Paese. Nonostante le difficoltà, ancora per un po’ la Chiesa burundese può dormire sonni tranquilli. Durante le messe, si ha la sensazione che Gesù sia africano, tanto è l’entusiasmo e l’energia che scaturisce dai canti e dai ritmi. Si ha l’impressione che il celebrante potrebbe non esserci. Una messa media dura tre ore, ma il tempo sembra volare. La sensazione alla fine è di profonda vitalità.

In queste foto, dall'alto: l'ospedale di Rutana; pesca sul lago Tanganica; militari nelle campagne intorno a Bujumbura; preparazione dell'olio di palma.
In queste foto, dall’alto: l’ospedale di Rutana; pesca sul lago Tanganica;
militari nelle campagne intorno a Bujumbura; preparazione dell’olio di palma.

Qui a Gitega sono dislocati il seminario maggiore, oltre che quello minore presente in tutte le sette diocesi del Burundi. Quelli maggiori, interdiocesani, sono anche a Burasira (nord) e nella capitale Bujumbura: ospitano circa 200 studenti ciascuno. Numeri che oggi in Italia sono impensabili: bisognerebbe tornare agli anni Cinquanta e Sessanta. «Il Vaticano non ci sostiene più come un tempo: solo per il 30 per cento delle spese. La priorità sono le nuove Repubbliche ex sovietiche», spiega il rettore del seminario di Burasira. «Dobbiamo quindi trovare altri finanziamenti: per questo alleviamo bestiame e coltiviamo la terra». A Gitega, oltre a bananeti e altre colture, la diocesi si è organizzata con un bar e un piccolo ristorante. «Dal punto di vista spirituale la Chiesa burundese è impegnata a diffondere il perdono con testimonianze, incontri sulla riconciliazione tra etnie», spiega il vescovo, che parla senza remore dell’incapacità dell’élite al governo di prendersi a cuore i problemi dei più poveri. «Com’è possibile che un ministro faccia sparire 14 miliardi di franchi burundesi?», incalza il vescovo, che non risparmia critiche nemmeno ai ribelli: «Oltre a non volersi riappacificare, rubano, sono corrotti come gli altri e vogliono solo diventare ricchi. Le istituzioni internazionali non investono perché questo Paese è ancora inaffidabile. Intanto l’inflazione aumenta: in meno di cinque anni una birra è passata da 400 a 1000 franchi (da 30 a 80 centesimi) e in meno di due la benzina da 450 a 1600» (circa un euro).

In queste foto, dall'alto: una donna raccoglie acqua sul lago Kirundo; giochi di bambini; una messa a Bujumbura; venditore di riso al mercato di Ngozi.
In queste foto, dall’alto: una donna raccoglie acqua sul lago Kirundo; giochi
di bambini; una messa a Bujumbura; venditore di riso al mercato di Ngozi.

Nonostante questi problemi, il neo eletto presidente rende gratuita la scuola primaria, le cure mediche per i bambini fino ai cinque anni e le donne incinte. «Non voglio pensar male, ma da dove vengono tutti questi soldi?», si chiede il vescovo. «Dobbiamo farlo coincidere con l’ingresso dell’islam integralista nel Paese o di qualche altra frangia estremista? Spero di sbagliarmi», aggiunge, «ma il sospetto è forte. Chiedere ad altri di pagare per noi non ci renderà ancora più schiavi?».

Monsignor Ntamwana è convinto che nella società burundese si debba dare spazio e formazione alla donna: «È l’unica a essere affidabile e a recepire il bisogno di cambiamento», spiega il presule. «Grazie al microcredito, la donna potrebbe veramente trasformare la sua vita e quella delle nuove generazioni».

«Sì, solo così potrà uscire dal ruolo in cui la società l’ha relegata: quello di moglie e madre», conferma don Claudio. Eppure c’è anche chi non ha nemmeno più quel ruolo: Chantal è una delle migliaia di donne costrette a lasciare la Tanzania quando le autorità hanno deciso che alcuni profughi del Burundi dovevano tornare. Minacciata, torturata, obbligata ad abbandonare i propri figli e il marito, oggi è sola, in cerca di aiuto. Se la meriterebbe una possibilità? Scommettiamo?

Sara Laurenti

Jesus n. 9 settembre 2008 - Home Page