ANNO
PAOLINO - SAN PAOLO
E LE DONNE Amiche, sorelle,
apostole
di Elena Bosetti
L’idea che
Paolo avesse un pregiudizio negativo nei confronti delle donne è
contraddetta dalle Lettere dell’apostolo, che cita spesso figure
femminili con responsabilità di rilievo nelle prime comunità
cristiane.
È
ancora diffusa l’idea che tra Paolo e le donne non sia corso buon
sangue. Non si possono negare alcune aperture, ma in fondo serpeggia il
sospetto che l’Apostolo abbia contribuito a frenare la carica
rivoluzionaria del Vangelo. È davvero così? Trova fondamento questo
sospetto nelle Lettere dell’Apostolo? Paolo non ha certamente bisogno
di essere difeso, ma semmai compreso. Troppe volte infatti è stato e
viene ancora frainteso e usato contro le donne.
In prima istanza gli dobbiamo l’affermazione della fondamentale
uguaglianza e dignità battesimale. Nella Lettera ai Galati (3,27-28)
risuona un forte grido di libertà, contro ogni discriminazione di tipo
razziale, sociale e sessuale: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è
schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi
siete uno in Cristo Gesù». Questa dichiarazione suona decisamente
antitetica ai pregiudizi sottesi al triplice ringraziamento di una
preghiera di origine rabbinica, ancora vigente: «Benedetto sei tu
Signore... perché non mi hai fatto pagano, perché non mi hai fatto
donna, perché non mi hai fatto schiavo». In Cristo, insomma, cessano
le discriminazioni, non è più rilevante l’identità etnica o il
prestigio sociale, e nemmeno l’essere maschio o femmina.

Paolo consegna a Febe la lettera per i
cristiani di Roma, miniatura
del XII secolo, Parigi, Biblioteca nazionale
(foto L. Riva/Periodici San Paolo).
Questa nuova consapevolezza trovava piena espressione nella prassi
liturgica dove uomini e donne, indipendentemente dal loro ceto sociale,
si riunivano per celebrare insieme la cena del Signore. Tale
consapevolezza della fondamentale uguaglianza e dignità era in se
stessa rivoluzionaria e l’Apostolo non l’ha certo soffocata. Egli
teneva in grande conto la dignità e i carismi della donna. La «corsa
della Parola» non deve forse molto alla capacità femminile di tessere
reti di comunicazione? Paolo non è cieco nei confronti della
"fatica" delle donne, si rende perfettamente conto del loro
prezioso ministero nell’opera di evangelizzazione e lo apprezza. Al
riguardo sono eloquenti le sezioni conclusive delle sue Lettere,
riservate ai saluti. Non hanno il prestigio dei brani dottrinali, ma
sono fonti di prima mano per la ricostruzione storica del ruolo delle
donne nelle comunità missionarie del primo cristianesimo. Inoltre
dicono chiaramente i sentimenti di stima, di gratitudine e affetto
grande per numerose donne che Paolo chiama per nome. Traspare la ricca
umanità dell’Apostolo, la sua vasta rete di conoscenze e di relazioni
femminili.
Febe,
Prisca, Trifena e Trifosa, Perside: una fitta sequenza di nomi femminili.
Piuttosto trascurate perché non rilevanti sotto il profilo dottrinale,
le liste dei saluti costituiscono una sorta di spaccato del vissuto
ecclesiale e una preziosa miniera di informazioni. Nell’ultimo
capitolo della Lettera ai Romani sono menzionate undici donne. Un
femminile concreto. Dietro i nomi ci sono i volti e le personalissime
vicende di ognuna di queste donne coinvolte nella diffusione del
Vangelo. In primo piano Febe, il cui nome significa «luminosa,
splendente». È lei che porta personalmente a Roma la lettera dell’Apostolo,
il quale si premura che la comunità l’accolga nel modo più
ragguardevole: «Vi raccomando Febe, sorella nostra, che è anche
diacono della chiesa che si trova a Cencre» (Rm 16,1).

Santa Prisca, affresco nella cripta
della chiesa omonima a Roma
(foto R. Ottria/Periodici San Paolo).
Febe è donna che emerge per responsabilità e impegno in una
comunità complessa e multietnica quale era Cencre, il porto orientale
di Corinto. Paolo la presenta ai Romani come «sorella nostra», vale a
dire sorella sua e loro, nella medesima fede. Le attribuisce inoltre il
titolo di «diacono» (diakonos) che tanto fa discutere; con il
medesimo termine Paolo designa il proprio ministero a servizio del
Vangelo. Egli invita ad accogliere Febe secondo lo stile dell’ospitalità
cristiana – «nel Signore» – e aggiunge: «Assistetela in qualunque
cosa possa aver bisogno di voi; anch’essa infatti è stata protettrice
di molti e anche di me» (Rm 16,2). La parola «protettrice» (prostátis)
ricorre solo qui nel Nuovo Testamento. Paolo non si vergogna di
confessare che ha beneficiato dell’aiuto di una generosa patrona, anzi
le riserva profonda gratitudine. Nel contesto delle difficoltà
incontrate dall’Apostolo durante sua permanenza a Corinto (più di un
anno e mezzo) Febe si è rivelata una vera amica, degna del nome che
porta: luminosa, splendente.
Paolo saluta quindi una formidabile coppia missionaria, Prisca e
Aquila. Non è un dettaglio casuale che menzioni il nome della moglie
prima di quello del marito. Di questa benemerita coppia giudeo-cristiana
si parla sei volte nel Nuovo Testamento e in quattro casi il nome di
Prisca (o Priscilla) precede quello di Aquila. Segno di rispetto o
qualcosa di più? Sembra che Prisca, di origine aristocratica, fosse la
proprietaria della casa in cui si radunava una delle comunità
giudeo-cristiane di Roma. Costretti a lasciare la capitale in seguito
all’editto dell’imperatore Claudio che ordinava l’espulsione da
Roma di tutti i giudei, i due coniugi incontrano Paolo a Corinto. Nella
loro casa l’Apostolo trova ospitalità e anche lavoro, poiché erano
del medesimo mestiere, fabbricatori di tende (Atti 18,2-3).

Il martirio di santa Prisca,
affresco del XVI secolo
nella chiesa omonima di Roma
(foto R. Ottria/Periodici San Paolo).
Nasce così una profonda intesa e durevole amicizia. I due sono al
fianco di Paolo anche a Efeso dove si prendono cura della comunità.
Colpisce il loro comportamento nei confronti di Apollo, un neoconvertito
proveniente da Alessandria, dotato di vasta conoscenza delle Scritture e
di notevole comunicativa, che però aveva ricevuto soltanto il battesimo
di Giovanni: «Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé
e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio» (Atti 18, 26).
Bella questa capacità di ascolto e di valorizzazione del positivo, che
non rinuncia a prendersi cura della piena formazione! Si capisce che
Paolo è molto legato a questi due coniugi, che saluta cordialmente come
suoi «collaboratori» ricordando che per salvargli la vita «hanno
rischiato la loro testa» (Rm 16,3-4).
Giunia:
donna tra gli apostoli. La lista dei saluti menziona un’altra
coppia benemerita, Andronico e Giunia: «Miei parenti», scrive Paolo, «e
compagni di prigionia: sono insigni tra gli apostoli ed erano in Cristo
già prima di me» (Rm 16,7). La qualifica di «parenti» può essere
interpretata in senso ampio, come appartenenti etnicamente al medesimo
popolo dei giudei. Non può avere invece semplice valenza metaforica il
dettaglio «compagni di prigionia». Non ci è detto in quale carcere,
ma è più importante sapere che in carcere c’era anche lei, Giunia, e
Paolo deve esserne rimasto talmente edificato che non trova difficoltà
alcuna ad attribuirle il titolo di «apostolo». Bello il commento di
Giovanni Crisostomo: «Essere tra gli apostoli è già una gran cosa, ma
essere insigni tra di loro, considera quale grande elogio sia; ed erano
insigni per le opere e per le azioni virtuose. Accidenti, quale doveva
essere la "filosofia" di questa donna, se è stimata degna
dell’appellativo degli apostoli!» (citato da R. Penna).
Nei saluti della Lettera ai Romani Paolo ricorda anche donne singole:
Maria, Trifena e Trifosa, accomunate dal riconoscimento «che hanno
lavorato/faticato per il Signore». Con il medesimo verbo Paolo indica
il proprio lavoro di predicazione e insegnamento. Un posto speciale nei
saluti è riservato alla «diletta Pèrside»: anche lei «ha molto
faticato nel Signore». L’ultima serie di saluti menziona la madre di
Rufo, che Paolo considera come sua stessa madre. Evidentemente in
qualche parte dell’Oriente, in Grecia o in Asia, deve averne
sperimentato l’affettuosa accoglienza. E poi ancora saluti (il verbo
utilizzato include anche il senso di «abbracci») per Patroba e Giulia,
per la sorella di Nereo e Olimpas. Impressiona questo fitto elenco di
nomi femminili, dietro i quali ci sono volti e ruoli, e soprattutto
amore e dedizione incondizionata al Vangelo.

Un’icona che raffigura Priscilla
(o Prisca), cristiana di Roma, moglie di Aquila.
La Chiesa nasce essenzialmente come domus ecclesiae, «chiesa
domestica». Il suo ambiente d’origine non è il tempio e neppure la
sinagoga, ma la casa (vedi Atti 2,46). E all’interno della casa, anche
se non menzionata, troviamo la donna. È lei che favorisce un ambiente
accogliente e un clima di ospitalità. E talvolta anche un servizio di
animazione e una funzione di guida. I missionari del Vangelo debbono
molto a donne come Lidia, la ricca commerciante di porpora che a Filippi
insiste per accogliere Paolo e compagni: «Li costrinse ad accettare»,
annota Luca (Atti 16,14). La casa di questa donna europea diventa grembo
della chiesa di Filippi e centro propulsore del Vangelo.
Nella lettera a Filemone l’Apostolo esorta due donne di spicco,
Evodia e Sintiche, a trovare un accordo nel Signore. Non sappiamo la
ragione del loro dissenso, forse divergenze pastorali. Paolo ricorda che
«hanno combattuto per il Vangelo» al suo fianco. Sono dunque
missionarie convinte e generose, fino a esporre la vita per la causa del
Vangelo. Mi piace notare un altro dettaglio: in questa lettera, unico
caso nel Nuovo Testamento, Paolo fa il nome di una donna già nell’intestazione.
La lettera non è indirizzata soltanto a Filemone (come abitualmente si
dice) ma anche «alla sorella Apfia», probabilmente moglie di lui.
Colpisce il tono caldo e personalissimo di questo scritto e la forza
persuasiva delle ragioni affettive: una schietta amicizia lega Paolo a
questa casa in cui si raduna la Chiesa e in cui desidera anche lui
trovare alloggio appena uscirà dal carcere.
Elena Bosetti
| Un segno di
autorità
Perché
Paolo chiede alle donne cristiane – oranti e profetesse – di
avere il capo coperto nell’assemblea liturgica? Egli pretende
che le donne siano femminili, ma non usa mai la parola «velo».
La copertura di cui parla è il «velo» naturale dei capelli
(non quello di stoffa). Non si tratta di un segno di dipendenza
ma piuttosto di «autorità» (exousia), come viene reso
nella nuova versione della Bibbia della Cei: «La donna deve
avere sul capo un segno di autorità» (1Cor 11,10). Non quella
del potere patriarcale o clericale, ma l’autorità che Dio
stesso le ha conferito nella nuova creazione.
|
|