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INTERVISTA - MONSIGNOR KARL GOLSER

Conversione ecologica
di
Vittoria Prisciandaro
  

Presidente dei teologi moralisti d’Italia, il nuovo vescovo di Bolzano Karl Golser spiega perché tornare al nucleare è una scelta errata. E perché anche la Chiesa guarda con favore alla nuova "rivoluzione verde" che sta contagiando Stati Uniti ed Europa.
  

È un uomo di confine Karl Golser, classe ’43, vescovo di Bolzano-Bressanone, consacrato l’8 marzo scorso. Confini geografici e amministrativi: pastore in una diocesi trilingue – italiano, tedesco, ladino – dove persiste una tensione tra la maggioranza italiana e la protetta minoranza tedesca. Confini ecclesiali: autorevole teologo, è presidente dei moralisti italiani, consacrato vescovo in una stagione in cui, come emerso anche al recente Sinodo sulla Parola, i rapporti tra pastori e teologi non sono facilissimi. Confini culturali: direttore dell’Istituto per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato di Bressanone, chiamato a intervenire su questioni che ormai dividono la società e la politica. Per esempio l’impiego dell’energia nucleare: in questo caso più che all’Italia, che ha annunciato di voler procedere alla riapertura e alla costruzione di nuove centrali, Golser preferisce guardare oltre confine, alla vicina Austria.

Il vescovo di Bolzano, Karl Golser.
Il vescovo di Bolzano, Karl Golser

(foto A. Giuliani/Catholic Press Photo/Periodici San Paolo)
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  • Eccellenza, lei ha più volte ribadito che il nucleare non è una soluzione al problema energetico. Perché?

«Soprattutto perché non si considera l’impatto delle scorie sulle future generazioni. Non si sa quanto tempo occorra perché le radiazioni vengano smaltite, il loro deposito è una questione irrisolta. L’energia nucleare non può essere definita rinnovabile, perché anche le scorte di uranio finiranno, mentre altre forme di energia lo sono realmente, possono avere una diffusione più capillare e permettere un risparmio energetico. Con il nucleare ci guadagneranno ancora una volta le grande industrie. C’è poi il problema della sicurezza, che non è garantita al cento per cento, come tanti incidenti hanno dimostrato. È vero che importiamo energia dalla Francia e da altri Paesi, ma ci sono anche nazioni come l’Austria che hanno detto no al nucleare. Infine la messa a punto di un piano energetico nucleare richiede tempi lunghi, mentre ci sono altre cose che si potrebbero fare già da adesso e non vengono prese in considerazione».

La centrale nucleare di Romanssur-Isère, in Francia.
La centrale nucleare di Romanssur-Isère, in Francia
(foto Abaca/La Presse).

  • Il nostro Paese partecipa alla cordata per una revisione del protocollo di Kyoto. In generale, come giudica l’operato dei nostri Governi sulle tematiche ambientali?

«Ho l’impressione che l’Italia sia come uno studente che non abbia fatto i compiti a casa. Altre nazioni, come per esempio la Germania, si sono mosse verso le energie rinnovabili, sono riuscite a diminuire le loro emissioni di biossido di carbonio, hanno goduto di alcuni risultati anche economici grazie alle loro innovazioni. Purtroppo in Italia questo non c’è stato, è mancata una politica organica. Attualmente, di fronte alla crisi finanziaria e alla recessione in atto, per aiutare le industrie si differiscono le mete che ci si era prefissati, si mette la testa nella sabbia, ma l’urgenza resta. Ho partecipato a Triuggio all’ultima assemblea della Ecen, la Rete cristiana europea per l’ambiente, dove il vicepresidente del Forum intergovernativo sul mutamento climatico (Ipcc-Intergovernmental panel on climate change) ha ripetuto chiaramente che Kyoto pone un’emergenza non più dilazionabile. Il vicepresidente, tra l’altro, ha collaborato al documento della Commissione degli episcopati cattolici della comunità europea (Comece) dove queste cose vengono ribadite anche dalle Chiese. Il problema dell’ambiente è comunque più ampio: manca una controparte politica alla globalizzazione mondiale, le Nazioni Unite hanno poco potere, e le convenzioni sono difficili da rispettare. Così è per Kyoto: occorre che non siano solo dichiarazioni di buona volontà ma anche decisioni esecutive, con sanzioni per chi non le rispetta. Oggi ha la meglio la politica del più forte e anche certe forme di energia vengono utilizzate come forme di pressione politica, perché alcuni Paesi sono dipendenti dalle risorse energetiche prodotte da altri: basti pensare a quanto accade in Ucraina con il gas della Russia. Comunque, il futuro dipende molto anche dagli Stati Uniti, ma le aperture ambientaliste del presidente Obama fanno ben sperare».

Il duomo di Bressanone, che insieme a Bolzano dà il nome alla diocesi altoatesina.
Il duomo di Bressanone, che insieme a Bolzano dà il nome alla diocesi
altoatesina (foto A. Giuliani/Catholic Press Photo/Periodici San Paolo).

  • La tematica ambientale è stata in passato contrapposta all’antropocentrismo cristiano. Un conflitto sanato?

«La religione cristiana non è antropocentrica, come dice una vecchia accusa. È invece teocentrica, nel senso che ci riferiamo alla creazione come espressione della carità di Dio. Anche se l’uomo è visto come il coronamento della creazione, è sempre posto in relazione con gli altri esseri creati, che hanno la loro dignità e il loro valore. Fino al Medioevo l’uomo si sentiva inserito in un grande cosmo; poi, con l’era moderna, si è messo al centro del mondo, ha prodotto progresso ma senza rispettare le leggi della natura e si è creata una frattura. Adesso abbiamo due correnti: una panteistica, che vorrebbe ritornare alle religioni primitive, quelle indiane o africane, in cui tutto è sacro e la natura viene quasi divinizzata; e poi un antropocentrismo relazionale, in cui la responsabilità è concentrata sulla persona, libera e in grado quindi di sentire l’urgenza di una conversione ecologica, di cambiare rotta per arrivare alla sostenibilità. Già alla fine degli anni ’70 il Papa diceva che la teologia aveva dimenticato la creazione, concentrandosi sulla storia della salvezza, sull’Esodo. Adesso l’esegesi è attenta anche al creato, a quello che Dio ha benedetto e ci ha affidato».

  • Quanto è diffusa tra i cattolici questa sensibilità?

«Sulla tematica ambientale negli ultimi dieci anni c’è stata una crescita continua. All’assemblea ecumenica di Graz si era cercato di costituire una Rete europea di responsabili dell’ambiente e nelle Chiese cattoliche, a parte la Germania e i Paesi scandinavi, non c’erano responsabili nazionali né uffici dedicati all’ambiente. Dal ’99 al 2004 abbiamo avuto sei consultazioni, convocando un vescovo e un esperto di ogni nazione, e qualcosa è cresciuto. Nel ’99 la Cei ha istituto il gruppo di lavoro Responsabilità per il creato, che ha fatto incontri nazionali, pubblicazioni e sussidi per le scuole. Stiamo lavorando perché l’ambiente non sia solo interesse di alcuni teologi moralisti. All’interno della Cei mi impegnerò perché questa dimensione venga accolta da un maggior numero di diocesi e sempre di più approfondita».

Un operatore di borsa nella sede della New York Stock Exchange.
Un operatore di borsa nella sede della New York Stock Exchange
(foto R. Drew/
AP).

  • L’Associazione dei moralisti italiani ha discusso di recente su "Carità e giustizia per il bene comune". Che cosa significa questo slogan in un Paese che difficilmente riesce a ritrovarsi unito?

«Il termine "bene comune" non è considerato nelle teorie economiche. Si parte sempre dall’individuo orientato al proprio profitto e si vedono i singoli operatori. L’apporto delle piccole comunità, della famiglia ma anche delle associazioni, non viene tenuto in conto, si ignora il principio della sussidiarietà. Un giudice della Corte costituzionale tedesca diceva che la società liberal-democratica vive di presupposti che essa stessa non può darsi. La solidarietà è necessaria per assicurare la convivenza, il rispetto, le virtù. Il bene di tutti non è garantito da una maggioranza se questa è costituita da egoisti che, attraverso il lobbismo, fanno passare le loro vedute. Lo Stato che si è ritirato e vuole solo regolamentare i rapporti sociali, ha dunque bisogno dell’impegno culturale che nasce dal basso, dalle Chiese, dalle religioni, dalle famiglie, perché tutto questo costruisce il tessuto sociale».

  • La teologia morale viene interpellata dalle tante domande nuove che nascono dalla nostra società. Lei come interpreta questa disciplina?

«Il compito della teologia morale è stato descritto molto bene dal Concilio Vaticano II che, al numero 16 del decreto Optatam Totius, dice che la sua funzione è illuminare la vocazione dei cristiani di portare frutti di carità per il bene dell’umanità. Non si tratta dunque di puntare sui peccati, di dare giudizi, ma di aiutare in positivo le persone a sviluppare la vita di fede nel quotidiano. È un duplice compito: verso i fedeli, in aiuto al Magistero della Chiesa, e verso l’umanità intera, proponendo norme universali. Nel sessantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il Papa ha puntato sul problema della legge morale naturale, che è base comune per tutta l’umanità».

Visitatori tra gli stand di una fiera dedicata al Sud del mondo e al commercio equo e solidale.
Visitatori tra gli stand di una fiera dedicata al Sud del mondo
e al commercio equo e solidale (foto A. Rossi/Eidon).

  • È anche sull’interpretazione della legge naturale che il dibattito è acceso...

«Per "legge naturale" intendiamo la natura dell’uomo e non quella fuori da lui, non la biologia, la medicina o l’evoluzione. Si tratta di investigare la persona umana, libera, con alcuni tratti che però sono inalienabili. Già la differenza tra maschio e femmina, la malattia, la morte, sono cose comuni a tutte le persone e sulle quali bisogna riflettere. Ci sono alcuni assunti di base, dai quali però non sempre è facile far discendere delle norme concrete. D’altra parte, proprio perché non è detto che ogni cosa debba essere sempre immutabile, è richiesto uno studio continuo. Lo stesso Santo Padre ha più volte invitato i teologi moralisti ad approfondire i problemi della legge naturale. E prossimamente la Commissione teologica internazionale pubblicherà un nuovo documento dedicato proprio alla legge naturale e alla ricerca di un’etica universale».

  • Sono tante le tematiche delicate. Partiamo dalla relazione omosessuale: non può essere vero amore?

«L’amore ha diverse forme. Il problema è se questo amore debba trovare un’espressione sessuale. C’è differenza tra l’unione maschio-femmina, da cui nascono dei figli, e il rapporto tra persone di uno stesso sesso. Le quali avranno sicuramente bisogno di una qualche tutela giuridica, che però non può essere definita matrimonio. Penso a un tipo di tutela individuale riguardo l’eredità, la visita ai malati, la casa. Quando si tratta quest’argomento si rischia di fare subito un discorso ideologico, da una parte e dall’altra, ma un "no" su tutti i fronti non penso sia sempre utile. Alcune cose devono crescere in maniera più organica».

Il reparto di rianimazione all'ospedale San Giacomo di Roma.
Il reparto di rianimazione all’ospedale San Giacomo di Roma

(foto A. Rossi/Eidon)
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  • Che cosa pensa a proposito del dibattito sul testamento biologico?

«Ritengo che ci sia una certa politica che vuole utilizzare alcuni casi – come quello di Welby o di Eluana Englaro – per arrivare a determinate conseguenze. Ci sono e ci saranno sempre dei casi limite, ma partire da questi per mobilitare l’opinione pubblica e cambiare le leggi è sbagliato. In alcune situazioni di "coscienza perplessa", ritengo che si debba lasciare l’ultima scelta al medico, se veramente è in buona comunicazione con i familiari. È difficile definire cos’è accanimento terapeutico e cosa no. Il problema è questa giuridicizzazione della medicina che viene importata dagli Stati Uniti: il medico ha sempre paura che gli si possa fare causa e allora applica tutte le terapie possibili. Così l’alleanza terapeutica, il rapporto di fiducia con il paziente, non viene più considerato. Dopo il caso Englaro e le sentenze della Corte di Cassazione e di Appello, anche la Cei si è mossa per dire che ci vuole una qualche legislazione sulla dichiarazione anticipata di trattamento. Il clima attuale del dibattito non mi piace, avrei preferito un maggiore silenzio, come aveva chiesto il cardinale Tettamanzi, e vicinanza ai familiari».

  • Quali priorità si dà come vescovo?

«Sono nel mio motto, "Cristo nostra pace". Mi collego al motto del mio predecessore, il vescovo Egger, "Syn" (insieme), e lo allargo a tutte le dimensioni delle società, la giustizia, l’ecologia, i problemi sociali, le nuove sfide. Puntando su Cristo, sul nostro Battesimo. Partiamo da un’identità chiara anche per affrontare la sfida della convivenza e dell’accoglienza, tra italiani, tedeschi, ladini e immigrati».

  • Vescovo e teologo. Come pensa di vivere questo doppio ruolo?

«I teologi devono accogliere il Magistero e collaborare con i vescovi. Ma possono anche essere avanti, come profeti che aprono piste che poi il Magistero percorre. A volte abbiamo troppa presenza del Magistero, dichiarazioni un po’ precipitose dei vescovi su argomenti che richiederebbero prima un dibattito più approfondito tra i teologi. Occorrerebbe avere degli spazi in cui le cose potessero maturare serenamente, per poi giungere a un pronunciamento del Magistero. In una società mediatica c’è forte pressione a fare esprimere i pastori. Ora dovrò anche considerare la collegialità con gli altri vescovi. E sarà interessante vedere le cose da quest’altro versante».

Vittoria Prisciandaro

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