ATTUALITÀ
- IL SACRO E LE MONTAGNE
Ascesa verso l’alto
incontro con l’Altro
di Enzo Bianchi
Al Forte di Bard, in Val d’Aosta,
si è da poco aperta una prestigiosa mostra internazionale che durerà
fino al mese di agosto, dal titolo "Verso l’Alto. L’ascesa
come esperienza del sacro": un percorso fatto di famosissime
opere e originali installazioni multimediali che conducono il
visitatore a riflettere su un tema antico: quello del rapporto tra le
vette e la spiritualità. Perché da sempre l’uomo ha cercato un
contatto con il divino attraverso il suo legame con la montagna. E
ancora oggi l’esperienza degli alpinisti rivela che la scalata verso
la cima può essere uno spazio di contemplazione.
«Sollevo
i miei occhi verso i monti / da dove mi verrà l’aiuto?» (Salmo
121,1). Il salmista non aveva grandi vette davanti a sé: pellegrino
verso Gerusalemme, il monte Sion, spingeva lo sguardo verso un’altura
spirituale, verso l’Altro che non poteva che trovarsi in alto
rispetto alla comune condizione umana. Invocazione, imprecazione,
distacco, estraniamento, abbandono: tutto questo esprimiamo con il
nostro levare gli occhi al cielo, con lo sguardo proteso che pare aver
bisogno di alture per poter davvero far spiccare il volo al nostro
anelito. In realtà, il nostro sguardo, anche quando si alza, "si
posa" alla ricerca di un luogo in cui sostare per riprendere il
cammino. Quante volte, nell’ascendere verso una vetta fermiamo il
passo, apparentemente per riprendere fiato, in realtà per misurarci
una volta ancora con l’altrove, segno di un Altro che sembra sempre
rinviare l’appuntamento a una cima ulteriore, nascosta rispetto a
quella più a ridosso di noi. Allora i nostri occhi si attardano a
ripercorrere idealmente sentieri che paiono danzare attorno alle falde
della montagna, visitano baite e villaggi, discendono lieti dalle cime
innevate ai pendii boscosi fino ai pascoli verdeggianti, rincorrono
gli irrefrenabili torrenti, si riflettono nelle calme acque di
laghetti alpini...

Un alpinista sul Glossglockner, Austria
(foto K. Joensson/AP
/La Presse).
La montagna invita a una duplice contemplazione, a due prospettive
speculari e complementari: salendo si fissa lo sguardo sulla vetta, ci
si protende verso l’al-di-là, l’ulteriore, quasi a incalzare l’irraggiungibile
di cui pure calchiamo le radici rocciose. Una volta in vetta, invece,
lo sguardo si distende rappacificato in un volgersi che non è
retrospettivo ma piuttosto onnicomprensivo: rileggiamo il percorso
appena compiuto e nel contempo la realtà dalla quale ci siamo
innalzati, abbracciamo con un solo sguardo il mondo che credevamo di
conoscere e a volte, per pura grazia, come san Benedetto poco prima di
morire, ci può essere dato di vedere «davanti agli occhi tutto
intero il mondo, quasi raccolto sotto un unico raggio di sole» (cfr.
Gregorio Magno, Dialoghi II,35). La terra che tanto amiamo è
lì, teneramente abbracciata al cielo cui aneliamo: questa duplice
contemplazione che si dischiude nelle altezze parla alle profondità
del nostro intimo e ci invita a intraprendere un viaggio la cui
lunghezza non si può misurare perché fatto di memorie e di attese,
di radici e di desiderio di spiccare il volo.

Ascesa fiammeggiante del profeta Elia,
icona della Regione del Volga,
XVIII secolo (foto Collezione Banca Intesa).
Capiamo
meglio, allora, come mai la montagna – fosse anche «un’umile
collina» come il monte Sion celebrato nei Salmi o come il dolce
declivio verso il lago di Tiberiade che ha sentito scorrere sulla sua
superficie la pace delle beatitudini e lo sciamare delle folle
benedette – ha sempre simboleggiato il distacco dal quotidiano per
perseguire l’ascesa, una ricerca di sé non autistica ma aperta al
futuro, all’inatteso. Sì, accostarsi alla montagna è un cammino di
ascesa interiore, vissuto con tutto il proprio corpo: i sensi
spirituali si affinano grazie a quanto sperimentano le nostre membra.
Così l’incontro tra il cielo e la terra è evocato dalla
contrapposizione tra l’orizzontale della pianura e il verticale del
monte, le alterne vicende dell’esistenza paiono simboleggiate dalla
sequenza di salite e discese, la leggerezza e la semplicità sono
richieste affinché l’ascesa non sia frenata dall’attaccamento all’inutile
o al superfluo, il discernimento è acuito e l’oblio contrastato dal
non poter tralasciare nulla di essenziale, per quanto apparentemente
trascurabile, la vigilanza è tenuta desta dallo scrutare i segni del
tempo e del cielo... Anche il rarefarsi dell’aria, il repentino
mutare delle condizioni meteorologiche, il brusco contrasto tra
passaggi ombreggiati e accecanti riflessi di sole sulla neve
contribuiscono a una purificazione che nasce dalla sorprendente
scoperta di come la complementarietà degli opposti plasmi il nostro
sentire interiore.

Marc Chagall, Mosè riceve le tavole
della Legge, Museo Chagall, Nizza
(foto Museo Nazionale Messaggio Biblico M. Chagall, Nizza.
Sì, inoltrarsi in montagna – ma anche solo ripercorrere con la
mente e con il cuore le balze che si sono imparate a conoscere dai
racconti biblici e dalle narrazioni di quanti ci hanno preceduto nel
cammino della vita – rappresenta una inesauribile esplorazione
interiore: davvero, come scriveva Dag Hammarskjöld, uomo di fede e
amante della montagna, «il viaggio più lungo è il viaggio interiore».
Un viaggio che richiede e al contempo stimola coraggio e resistenza,
capacità di ascolto e di silenzio, solidarietà e fiducia in sé
stessi e negli altri, attenta valutazione delle proprie forze per
metterle al servizio di un’impresa nata in noi stessi ma destinata a
dilatarsi su quanti ci stanno accanto.
Davvero muoversi «verso l’alto» può essere l’occasione non
di irrefrenabile superbia ma, al contrario, di faticosa e liberante
ascesi verso una dimensione più grande di noi e al contempo alla
nostra portata. Da dove, infatti, ci verrà l’aiuto? «Dal Signore
che ha fatto cielo e terra», canta il salmo, dal Signore che ha
voluto che cielo e terra si toccassero in un abbraccio infinito.
Enzo Bianchi
Segue:
Dalle piramidi al
calvario tutti i simboli del divino
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