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REPORTAGE - IL PAPA IN TERRA SANTA

Celeste Gerusalemme
di Alessandro Speciale – foto di Diego Zanetti
  

Accolto con poco entusiasmo e vari timori, Benedetto XVI alla fine ha conquistato i cristiani di Terra Santa con un viaggio calibrato dal punto di vista pastorale e attento agli equilibri interreligiosi più che a quelli diplomatici. Gli unici poco soddisfatti sono i politici israeliani, che dalla visita volevano trarre legittimazione.
  

Pochi giorni prima del suo arrivo ad Amman, alla scontata domanda sulle prospettive del viaggio di papa Benedetto XVI in Terra Santa, un prete del Patriarcato latino di Gerusalemme con una lunga esperienza alle spalle rispondeva: «Il Papa dovrà camminare in mezzo alla pioggia senza bagnarsi». E aggiungeva: «Come se non bastasse, il Santo Padre ha scelto di venire senza portarsi un ombrello». Il paragone rendeva bene l’immagine della difficile opera di equilibrismo che aspettava il Pontefice in Terra Santa, di fronte alle attese incrociate e contraddittorie di cristiani, ebrei e musulmani, palestinesi e israeliani, cattolici, ortodossi e melchiti. C’era chi temeva che Papa Ratzinger dicesse troppo, scatenando una crisi internazionale in una regione che – oggi più che mai – è ancora una volta sul punto di scoppiare; e c’era chi temeva che, costretto dalle esigenze di una diplomatica prudenza, il Papa finisse invece per dire poco o niente, soprattutto nei confronti di una comunità cristiana provata dagli ultimi anni di violenze, blocco economico ed emigrazione.

La spianata della moschea di Al Aqsa.
La spianata della moschea di Al Aqsa.

Alla fine di un tour de force durato otto giorni e 29 discorsi, che hanno portato il corteo papale dall’8 al 15 maggio in Giordania, Israele e Territori palestinesi, chiedo allo stesso sacerdote – che preferisce non vedere divulgato il suo nome – se, alla fine, Papa Ratzinger sia tornato a casa asciutto oppure zuppo: «I cristiani di Palestina hanno sentito di avere dietro di sé una Chiesa veramente universale, e ne sono fieri», mi risponde – anche lui – con malcelato orgoglio. «Anche i giovani che prima del viaggio erano contrari e non volevano questa visita, lo hanno seguito in Tv minuto per minuto e hanno fatto a gara per accaparrarsi i biglietti delle messe pubbliche».

Non è un segreto per nessuno che la gran parte dei cristiani d’Israele e Palestina fosse, in origine, tutt’altro che entusiasta dell’arrivo del Pontefice. Temevano che il tutto si risolvesse in una grande "operazione di immagine" dello Stato israeliano, ansioso di scrollarsi di dosso l’onta della guerra a Gaza, oppure che i riflettori sarebbero stati puntati, ancora una volta, soltanto sulla visita alla Cupola della Roccia e sul dialogo interreligioso con i musulmani, ancora segnato dal discorso di Ratisbona, o ancora che i recenti incidenti tra Santa Sede e comunità ebraica internazionale – dal processo di beatificazione di papa Pio XII al "caso Williamson" – monopolizzassero l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale; temevano, insomma, che in mezzo alle molteplici e conflittuali agende che avrebbero segnato la visita del Papa la comunità cristiana sarebbe stata schiacciata fino quasi a scomparire.

Religiose raccolte in preghiera nella cripta della chiesa della Natività, a Betlemme.
Religiose raccolte in preghiera nella cripta della chiesa
della Natività, a Betlemme.

Alla vigilia erano in molti a credere che le cose sarebbero andate proprio così. Per la piccola comunità dei cristiani di Terra Santa – 150 mila i cattolici dei diversi riti, 300 mila al massimo quelli di tutte le confessioni, in larghissima maggioranza arabi –, in mezzo a una regione instabile e a stragrande maggioranza musulmana, l’importanza della visita del Pontefice è stata quindi soprattutto quella di non sentirsi "soli", "abbandonati". Negli ultimi anni, soprattutto a partire dalla seconda Intifada e dall’assedio israeliano della Basilica della Natività di Betlemme del 2002, si è continuato a ripetere che c’era il rischio concreto che questa presenza cristiana scomparisse. Un rischio così grave, si diceva nelle dichiarazioni della vigilia, da giustificare la scelta del Papa di partire pur in un momento in cui, a ogni livello, da quello dei rapporti Israele-Santa Sede a quello geopolitico, tutto sembrava sconsigliare il viaggio. Il Papa, spiegava il nunzio vaticano in Israele, monsignor Antonio Franco, vuole venire come «pellegrino di pace» proprio per confortare i cristiani della Terra Santa.

Cristiani che, però, non ne vogliono sapere di vedersi ridotti al ruolo di "minoranza" da proteggere, di terzo incomodo tra le grandi forze che si scontrano nella regione: come racconta padre Raed Abusahlia, ex-segretario del patriarca latino di Gerusalemme Michel Sabbah, «in arabo, la parola "minoranza" ha la stessa radice di "deboli" e "perseguitati" e qui, se non ve ne siete accorti, vive gente coraggiosa». Un concetto ribadito anche dal portavoce della Chiesa cattolica in Giordania, padre Rifat Bader: «I cristiani, anche se in minoranza per numero, sono molto rispettati e non hanno alcun complesso di inferiorità. Non viviamo come una condanna il fatto di essere cristiani nel mondo arabo. Anzi, è il nostro destino e il nostro orgoglio».

Una veduta del Muro del Pianto.
Una veduta del Muro del Pianto.

Ad accogliere il Pontefice nella primissima tappa del suo viaggio dopo la cerimonia di benvenuto all’aeroporto di Amman, c’era l’ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme per la Giordania, monsignor Salim Sayegh, che ha scelto di aspettare Papa Ratzinger sulla soglia della chiesa del centro per disabili Our Lady Queen of Peace avvolto in un’enorme bandiera giordana: un segno, anche questo, dell’orgoglio nazionale della piccola comunità cattolica del Paese, che si sente parte integrante della vita e della storia di questo Paese. È un punto sottolineato anche dal principe Ghazi, l’ideatore della Lettera dei 138 che, ricevendo il Papa nella moschea di Stato Al-Hussein Bin Talal, ricorda, forse con una sottilissima punta di ironia, che i cristiani di Giordania combatterono fianco a fianco con le prime armate musulmane, ancora ai tempi di Maometto, per scacciare i bizantini oltre il Giordano. Un episodio che ha dato il nome tradizionale di «Rinforzi» a una importante tribù cristiana del Paese, da cui discende la famiglia dello stesso attuale patriarca di Gerusalemme, monsignor Fouad Twal, giordano di nascita.

L’orgoglio di essere parte di questo Paese è palpabile tra i cristiani. La comunità, 250 mila persone, rappresenta il 3% della popolazione del Paese, e di questi circa 80 mila sono i cattolici. Malgrado la ridotta consistenza numerica, padre Bader ci tiene a sottolineare che i cristiani sono regolarmente presenti nel Governo in proporzione molto maggiore alla loro consistenza numerica e che persino il braccio politico dei Fratelli Musulmani, l’Islamic Action Front, ha aperto loro le sue porte. Ci sono, secondo quanto stabilito dalla Costituzione, nove cristiani tra i 110 membri del Parlamento giordano. Nel corso dei suoi tre giorni nel Paese arabo, Papa Ratzinger ripete più volte l’ammirazione per questa nazione araba e in gran parte musulmana che sa essere «modello» di convivenza tra cristiani e musulmani e «avanguardia» di un islam capace di coniugare tradizione e modernità, resistendo ai fanatismi. La famiglia reale giordana, le cui origini risalgono fino a Maometto stesso, ricambia accogliendo il Pontefice con tutti gli onori, e organizzando per lui un bagno di folla nello stadio di Amman.

Benedetto XVI celebra la Messa nella valle di Josafat, di fronte al Monte degli Ulivi.
Benedetto XVI celebra la Messa nella valle di Josafat, di fronte
al Monte degli Ulivi
(foto O. Balilty/AP).

La Giordania offre anche a Papa Ratzinger l’occasione per guardare, al di là del confine, alla grande tragedia irachena. Non a caso, la comunità cristiana giordana è cresciuta negli ultimi anni grazie all’arrivo di un gran numero di profughi dall’Iraq. In una parrocchia della zona occidentale di Amman, il numero dei fedeli è praticamente raddoppiato. Tra di loro, però, accanto alla delusione per non aver avuto la possibilità di un incontro con il Pontefice c’è la gioia per le parole che il papa dedica nella moschea alla situazione del travagliato Paese. «Ho chiesto più volte per loro un incontro con il Papa, perché potessero spiegare la situazione e raccontare la loro storia», racconta padre Khalil Jaar, parroco della chiesa di Notre Dame di Nazaret. «Ma anche se ci sono stati mugugni per il rifiuto, tutti hanno voluto i biglietti per la Messa allo stadio».

Pure l’attesa dei cristiani di Gerusalemme è stata nel segno del chiaroscuro: nei giorni che avevano preceduto l’arrivo del Pontefice, serpeggiava il malumore per l’ennesimo sgarbo delle autorità israeliane. A spiegare la situazione era il parroco della Città Santa, padre Ibrahim Faltas, uno che le critiche al Governo di Tel Aviv non le ha mai risparmiate. «Diversamente dagli arabi israeliani della Galilea, nel nord, che hanno passaporto israeliano, e da quelli della Cisgiordania, che ne hanno uno palestinese, quelli di Gerusalemme est, che vivono nel limbo legale di un Governo israeliano de facto mai riconosciuto dal resto del mondo, non hanno nessun passaporto, ma soltanto una carta d’identità da "residenti permanenti". Il problema è che da circa tre mesi, non si sa bene perché, questi permessi non vengono rinnovati».

Alcune religiose davanti all'ingresso della chiesa del Santo Sepolcro.
Alcune religiose davanti all’ingresso della chiesa del Santo Sepolcro.

Dal Comune hanno immediatamente rassicurato che si trattava solo di un disguido burocratico, per disinnescare subito il rischio di proteste che potessero far andare storta l’accoglienza al Pontefice. Ma il piccolo episodio è utile per capire la condizione di perenne instabilità in cui vivono i cristiani di Gerusalemme, circondati dalla progressiva, strisciante normalizzazione israeliana della città. Il cahier de doleances dei cristiani della Città Santa è lungo: ci sono le coppie in cui un coniuge è di Gerusalemme e l’altro della Cisgiordania e per cui ogni spostamento è praticamente impossibile, ci sono le demolizioni di case "per motivi di sicurezza" che minacciano 13 famiglie cristiane, ci sono gli affitti troppo alti che stanno lentamente ma inesorabilmente scacciando i cristiani dalla Città Vecchia, ci sono intere zone minacciate di smantellamento perché costruite abusivamente. «Ma ottenere i permessi», rispondono gli abitanti, «è praticamente impossibile». Padre Faltas snocciola qualche dato: «Dal 2000 al 2005 solo nella mia parrocchia sono emigrate 3 mila persone». Parlando con i proprietari dei negozi di souvenir del quartiere latino, le conclusioni sono drastiche: «Fanno tutto per renderci la vita impossibile».

Nel "bigliettino" che il Papa infila in una fessura del Muro del Pianto, Gerusalemme è chiamata «città della pace». Quasi un paradosso quando, quello stesso giorno, il Pontefice aveva sentito prima il Gran Muftì di Gerusalemme che, accogliendolo sulla Spianata delle Moschee e accompagnandolo nella Cupola della Roccia da cui, secondo la tradizione, Maometto prese il volo verso il cielo, gli chiedeva un impegno contro «l’aggressione» di Israele; poi, qualche ora più tardi, il rabbino capo Shlomo Amar gli fa la richiesta di dire al mondo che Israele appartiene agli ebrei, mentre il ministro del Turismo ripete che Gerusalemme è la sua «capitale eterna».

Un pastore beduino conduce il suo gregge assetato attraverso il deserto di Gerico.
Un pastore beduino conduce il suo gregge assetato
attraverso il deserto di Gerico.

Il Papa è venuto in mezzo a tutte queste paure, a questi rancori, a queste ferite incancrenite. Nella Messa celebrata nella Valle di Josafat, davanti alla basilica del Getsemani e al Monte degli Ulivi, dice: «a Gerusalemme non dovrebbe esserci posto» per «la chiusura, la discriminazione, la violenza e l’ingiustizia» e «i credenti in un Dio di misericordia – si qualifichino essi ebrei, cristiani o musulmani – devono essere i primi a promuovere questa cultura della riconciliazione e della pace, per quanto lento possa essere il processo e gravoso il peso dei ricordi passati». L’appello sembra quasi raccolto dalle bandiere di Israele e della Palestina, portate da alcuni dei 6 mila fedeli, che sventolano l’una accanto e non contro l’altra.

Pochi chilometri più in là, oltre il muro di separazione, ci sono i Territori palestinesi. Il fitto programma papale dedicava alla Palestina soltanto un giorno, il 13 maggio, da passare a Betlemme, tra la Messa nella piazza della Mangiatoia, di fronte alla basilica della Natività, e la visita al campo profughi di Aida, proprio all’ombra del Muro. Un tempo ristretto, ma da quelle dieci ore i cristiani palestinesi non avevano nascosto di voler trarre il massimo vantaggio simbolico: l’occasione per aprire gli occhi del miliardo di cattolici del mondo sulle umiliazioni inferte dall’occupazione, dal «muro di separazione», dai suoi checkpoint e dagli interminabili controlli di sicurezza.

Preghiere al Santo Sepolcro.
Preghiere al Santo Sepolcro.

La Messa a Betlemme, così, è l’occasione per i cristiani di Palestina, per cui l’ingresso in Israele e a Gerusalemme è praticamente impossibile, di venire a incontrare Papa Ratzinger. Per alcuni, anzi, è la prima occasione di uscire "nel mondo" dopo oltre un anno: sono i 48 cristiani di Gaza che, alla fine, dopo un’interminabile trattativa con il Governo israeliano, hanno ottenuto i permessi per partecipare alla celebrazione. I loro nomi sono stati scelti dal Governo in maniera apparentemente casuale dalla lista dei 250 cattolici della Striscia preparata dal parroco, don Julio Hernandez. Tra loro ci sono anche alcuni ortodossi. Ma la confessione, in questo caso, non fa differenza. Molti hanno sfruttato il permesso "papale" per andare a trovare amici a parenti e per fare incetta di quei beni che a Gaza, con l’embargo israeliano, sono introvabili: un’occasione che si ripresenterà chissà quando.

«Siamo pochi e senza diritti, ma è una benedizione che un piccolo gruppo sia qui e possa testimoniare cosa significa stare davanti al Santo Padre», racconta il parroco, nato in Argentina 33 anni fa, che da pochi mesi ha sostituito il palestinese padre Manuel Musallam. Può far strano immaginare un prete straniero nell’ambiente così particolare della parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza. Eppure, racconta, gli basta fare quattro tiri al pallone con i ragazzi per sentirsi a casa, accettato da tutti.

Il chiostro della chiesa francescana di Santa Caterina a Betlemme.
Il chiostro della chiesa francescana di Santa Caterina a Betlemme.

Nelle poche ore che passa nei Territori, e malgrado l’evidente stanchezza che lo rende impacciato nei movimenti, nello stringere le mani dei bambini che lo vengono a salutare nel campo profughi di Aida, Papa Ratzinger riesce a trovare le parole giuste per ridare speranza, per far sentire – anche qui – meno "soli" i cristiani. Tocca, in termini inaspettatamente limpidi, tutti i temi che stanno a cuore ai palestinesi: dall’affermazione esplicita che «la Santa Sede appoggia il diritto del popolo a una sovrana patria palestinese nella terra dei vostri antenati, sicura e in pace con i suoi vicini, entro confini internazionalmente riconosciuti», all’appello per la fine dell’embargo israeliano a Gaza, dal sostegno alle «famiglie divise a causa di imprigionamento di membri della famiglia o di restrizioni alla libertà di movimento» fino alla condanna del «tragico» muro israeliano e all’affermazione che «benché i muri si possano con facilità costruire, noi tutti sappiamo che essi non durano per sempre. Possono essere abbattuti».

È proprio sotto il muro che si consuma il momento più intenso emotivamente dell’intera visita. I profughi del campo di Aida preferiscono non parlare, ma affidare alle immagini il loro messaggio, centrato su un simbolo, la "chiave del ritorno", che sta a significare la volontà dei palestinesi di tornare nelle case perse nel 1948 e che ritorna continuamente nella "scenografia" allestita per la visita pontificia, nelle danze eseguite davanti a Ratzinger, nel ciondolo che gli viene donato. Il Papa incontra brevemente una delle 13 famiglie cristiane del campo. E mentre saluta dalla papamobile che si allontana costeggiando il muro, è ancora padre Faltas a parlare di un «popolo palestinese conquistato dal Papa» e di un Pontefice «amico dei rifugiati».

Una veduta di Gerusalemme: in primo piano, la cupola della chiesa della Flagellazione.
Una veduta di Gerusalemme: in primo piano,
la cupola della chiesa della Flagellazione.

Paradossalmente, la tappa alla fine meno "riuscita" del viaggio è quella israeliana, sulla quale, agli inizi, si era concentrata maggiormente l’attenzione, quella che aveva fatto storcere il naso di molti cristiani, che rimproveravano un’agenda troppo schiacciata sulle esigenze di Tel Aviv. Ben consapevole del momento complesso che attraversano i rapporti tra cattolicesimo ed ebraismo, Papa Ratzinger affronta i nodi più difficili da subito, non appena atterrato all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. «Sfortunatamente», dice, «l’antisemitismo continua a sollevare la sua ripugnante testa in molte parti del mondo. Questo è totalmente inaccettabile». Il momento più simbolico, più atteso, più carico di significati è la visita al memoriale dell’Olocausto Yad Vashem. Lì il papa offre ai suoi ascoltatori una evocativa riflessione sul valore dei «nomi» e sull’impossibilità, per gli uomini, di cancellarli agli occhi di Dio. Parole in cui si riconosce inconfondibile l’impronta e lo stile personale del Pontefice, in cui Ratzinger ha voluto veramente mettere qualcosa di sé – ma che tuttavia, sono suonate «tiepide», «astratte» e troppo intellettuali agli israeliani, che avrebbero preferito se non una esplicita e completa richiesta di scuse, almeno un’assunzione di responsabilità del Papa tedesco.

Alessandro Speciale

Il Papa durante la Messa a Nazaret.
Il Papa durante la Messa a Nazaret
(foto T. Todras-Whitehill/
AP).
  

Taybeh: una radio per sentirsi meno soli

Sta nascendo a Taybeh, l’unico villaggio interamente cristiano della Terra Santa, dove convivono fianco a fianco la Chiesa cattolica di rito latino, quella di rito melchita e quella ortodossa: si chiama Holy Land Radio e sarà la prima radio cattolica della Palestina. Un progetto nato dall’iperattiva fantasia di padre Raed Abusahlia, parroco latino di Taybeh e per molti anni segretario del patriarca di Gerusalemme, monsignor Michel Sabbah. La radio, spiega, vuole offrire una «voce a tutti i cristiani della Terra Santa, non solo ai cattolici».

Gli studi, realizzati anche grazie a 150 mila euro dei fondi dell’8 per mille della Cei, sono già pronti, in un edificio incastrato tra la chiesa di Cristo Redentore e la scuola frequentata anche da un centinaio di ragazzi musulmani; l’antenna è stata montata in cima al campanile e le trasmissioni saranno in grado di raggiungere buona parte del territorio del patriarcato latino, «da Gerusalemme ad Amman, da Nazaret a Tel Aviv fino anche a Gaza». Il debutto è previsto nel giro di qualche settimana, non appena la redazione avrà completato un corso di formazione all’Università di Birzeit, vicino Ramallah.

E da Ramallah verrà anche la direttrice dell’emittente, Diana Bro: «Accanto agli studi», spiega il sacerdote, «abbiamo anche ristrutturato un piccolo appartamento, così chi lavora o è ospite della radio potrà fermarsi a dormire in caso di coprifuoco o di blocco dei checkpoint». Il tutto non sarebbe stato possibile senza la collaborazione della Radio Vaticana, di cui Holy Land Radio trasmetterà il bollettino in lingua araba. «Ma cercheremo anche di produrre contenuti e programmi nostri. Vogliamo diventare la prima fonte di notizie cristiane della Terra Santa».

La radio è solo l’ultimo tassello della strategia disegnata da padre Raed una volta arrivato a Taybeh, tre anni fa: assicurare l’indipendenza economica, per dare ai giovani un motivo di restare nel piccolo villaggio palestinese e fermare l’emigrazione, che in pochi anni ha ridotto la popolazione da 3.400 a 1.300 persone. Così, sono nati prima il frantoio che produce un olio esportato anche in Europa, poi una casa di riposo per anziani sacerdoti. In totale, le attività della parrocchia danno lavoro a una cinquantina di persone: una goccia nel mare in un’economia che ha dovuto reinventarsi "autarchica" da quando, con la costruzione del muro, per i palestinesi è diventato impossibile arrivare a Gerusalemme, che dista solo 30 chilometri.

«Però», mette in guardia padre Raed, «non bisogna dire che i cristiani di Terra Santa rischiano di scomparire». Chi lancia questi allarmi, sottolineando magari il degrado delle relazioni con i musulmani, per il sacerdote «proietta qui l’incapacità europea di trovare un modo di vivere insieme all’islam». I cristiani di Terra Santa lo fanno da secoli e, malgrado l’emigrazione, continueranno a farlo. Ma, aggiunge, l’identità di Taybeh come villaggio "cristiano" è importante e viene preservata attivamente dalla popolazione, che ha deciso collettivamente di non vendere o affittare case a chi venga da fuori: «Noi siamo qui sin dagli inizi del cristianesimo, e saremo qui fino alla fine dei tempi. Siamo le pietre vive che tengono su le pietre morte dei luoghi santi».

a.sp.

L'interno del monastero di Mar Saba.
L’interno del monastero di Mar Saba.

Quel "piccolo resto" di giudeo-cristiani

La sua biografia sembra un compendio della storia del XX secolo: nato in Sudafrica da una coppia di ebrei tedeschi fuggiti dal nazismo, negli anni Settanta viene mandato dai genitori in Israele per allontanarlo dalle tensioni legate all’apartheid; qui studia all’università ebraica ma impara anche l’arabo e, dopo l’incontro con il cristianesimo grazie a una suora ortodossa russa, inizia un lungo percorso che lo porterà a battezzarsi e, già trentenne, a entrare nella Compagnia di Gesù. Oggi, padre David Neuhaus, è il vicario di una comunità di frontiera, quella dei cattolici che vivono «nel cuore della società israeliana ebraica».

  • Come è la sua comunità?

«I cattolici di espressione ebraica sono per la maggior parte ebrei israeliani, anche se ci sono anche immigrati russofoni, arrivati in Israele grazie alla "legge del ritorno", che solo con il tempo diventeranno ebreofoni e si integreranno nella società israeliana. È difficile fornire un dato preciso su quanti siano questi cattolici: molti non sanno nemmeno della nostra esistenza. In occasione delle grandi feste siamo circa 400, anche se per la vita quotidiana e per la Messa domenicale siamo intorno alle 200-250 persone. Ma credo che il numero dei cattolici che parlano ebraico e vivono nella società ebraica sia maggiore».

  • E la vita degli ebrei cattolici?

«È una vita un po’ speciale, perché viviamo in una società definita dalla tradizione ebraica e i nostri fedeli, pur in maggioranza israeliani, non sono tutti di nascita ebraica: alcuni hanno sposato ebrei, altri sono arrivati qui per vari motivi e sono diventati israeliani, altri non hanno nemmeno la cittadinanza. Ma il fatto di vivere in Israele influenza la nostra comunità, a cominciare dalla lingua: la nostra vita cristiana è totalmente in ebraico, tutte le preghiere sono in ebraico e l’unica lingua che abbiamo in comune, pur venendo da tradizioni molto diverse, è proprio l’ebraico».

  • La comune radice ebraica si riflette sulla vita della comunità?

«Per noi, è molto importante rispettare la tradizione ebraica, specialmente nella misura del tempo, nel calendario, nelle feste. Qui il giorno di riposo è il sabato e per molti fedeli è più facile venire a pregare il sabato, piuttosto che la domenica. Quindi, celebriamo la Messa il sabato sera. Allo stesso modo, le feste israeliane sono importanti per i nostri fedeli e per i nostri bambini, che vanno alle scuole laiche israeliane».

Il Papa nella cripta della Natività.
Il Papa nella cripta della Natività
(foto Osservatore Romano/AP ).

  • La Chiesa cattolica in Terra Santa è una Chiesa in larghissima parte araba. Come sono i rapporti degli ebrei cattolici con il resto della comunità cristiana?

«In città come Tel Aviv-Jaffa e Haifa i rapporti sono abbastanza normali e naturali. Ad esempio, a Be’er Sheva l’unica parrocchia cattolica è quella di lingua ebraica e gli arabi, che vengono prevalentemente dalla Galilea per lavorare, in chiesa pregano in ebraico. Per loro, il parroco ha aperto un centro, gestito da una donna araba, che fa catechismo in arabo. I problemi sono a Gerusalemme, dove c’è un po’ più di tensione. Anche qui, però, i capi della Chiesa dettano il "tono" alla vita dell’intera comunità, un tono di unità e di testimonianza. È molto importante che la Chiesa e i cristiani, sia di provenienza araba sia ebraica, siano uniti e facciano "un solo corpo" in Cristo. Anche se sul piano politico, culturale, sociale non sempre c’è unità, è importante che nella fede questa unità ci sia. E tocca a noi dare questo messaggio».

  • In che modo?

«Le racconterò un episodio recente. Abbiamo avuto un’ordinazione per il nostro vicariato, il che è abbastanza raro: un giovane di origine polacca, che vive qui da un certo tempo e parla ebraico, è diventato prete e servirà nella comunità ebreofona. Alla sua ordinazione un diacono arabo giordano ha letto il Vangelo in ebraico. Quindi, il giovane prete ha detto una parola di ringraziamento in arabo. Io stesso sono molto impegnato nella Chiesa araba, insegno al seminario del Patriarcato latino, che è nei Territori, e all’Università cattolica di Betlemme, dove tutti i miei studenti sono arabi, palestinesi o giordani».

  • Come valuta il viaggio di Benedetto XVI?

«È stato lo stesso Papa a dare il tono della sua visita, dicendo "Io vengo per pregare per la pace e l’unità". Noi vogliamo camminare su questa strada. Abbiamo sempre in mente quanto è scritto nella lettera di Paolo agli Efesini: "Ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione" (2,14). Certo, è una sfida in una terra come questa. Ma la Chiesa può dare un tono diverso a quello che domina nella società».

a.sp.

La Grotta del Latte, a Betlemme.
La Grotta del Latte, a Betlemme.

Il salesiano "memoria storica" d’Israele

L’uomo che si appoggia a un bastone e cammina a piccoli passi nei lunghi corridoi del monastero di Bet Gemal è una reliquia vivente del cristianesimo in Terra Santa. Nato nel 1922 a San Benigno Canavese, il padre salesiano Domenico Dezzutto è arrivato in Medio Oriente nel 1937 e da allora non l’ha più lasciato. Ora vive in cima a questa collina, distante una trentina di chilometri da Gerusalemme, in un luogo silenzioso circondato da palme, cipressi e ulivi. «Sono arrivato in Terra Santa quando avevo solo 15 anni», racconta, «per compiere il noviziato al monastero di Cremisan. Mentre studiavo ci fu la Seconda guerra mondiale e insieme ad altri 115 salesiani fui internato dagli inglesi in un campo presso Betlemme, dove riuscii a continuare i miei studi di teologia. Così nel 1948 sono divenuto sacerdote».

Domenico Dezzutto diventa prete nello stesso anno in cui nasce lo Stato di Israele. Vari incarichi lo portano a viaggiare per tutto il Medio Oriente: Istanbul, Aleppo, il Cairo e Betlemme. Poi arriva a Bet Gemal, dove il monastero ha ospitato per molto tempo una scuola agricola. All’esterno dell’edificio si trova anche la più antica stazione meteorologica d’Israele, del quale padre Dezzutto è stato responsabile per diversi anni. Dal 1937 a oggi padre Domenico è stato testimone diretto della diaspora delle comunità cristiane del Medio Oriente. «Quando sono arrivato qui», ricorda, «eravamo undici novizi, ora invece siamo a corto di vocazioni. Anche i laici cristiani se ne vanno. Fino al 1948 molti di loro magari andavano all’estero a studiare, poi però tornavano nella regione. Ormai, invece, chi parte non torna più». Vanno via perché non vedono un futuro: «Se uno pensa all’avvenire dei figli non può che andarsene. Non c’è futuro per le famiglie. Come si fa a vivere e lavorare in un luogo come Betlemme, ormai trasformato in una prigione a cielo aperto?».

Il Papa alla Moschea della Roccia.
Il Papa alla Moschea della Roccia
(foto Osservatore Romano/AP ).

Padre Domenico rimpiange il tempo in cui la convivenza fra cristiani, ebrei e musulmani era più facile. «C’erano i problemi, ma si superavano per convenienza (tutti facevano affari con tutti) e con il rispetto reciproco. Ora invece è cresciuto l’estremismo di chi grida "è tutto mio!"». Dall’ampio giardino che circonda il monastero padre Domenico punta il bastone verso la valle di fronte, dove si sta espandendo la città di Bet Shemesh. In uno dei quartieri periferici si notano le nuove abitazioni, tutte uguali, di una comunità di ebrei ultraortodossi. «Una volta», aggiunge, «ci si capiva meglio. Gli ebrei arrivati qui dall’Europa orientale conoscevano bene i cristiani e il cristianesimo. Molti di loro dovevano la loro salvezza proprio all’aiuto delle famiglie cattoliche. Adesso è diverso. Gli ultraortodossi provengono tutti da New York, hanno uno spirito più patriottico, mirano ad affermare una identità». Nonostante le difficoltà, padre Domenico e i suoi confratelli continuano a praticare l’accoglienza, soprattutto verso gli ebrei, che vengono numerosi a visitare il monastero. «L’anno scorso abbiamo accolto fra gli 80 e i 100 mila visitatori». Padre Dezzutto, che cosa racconta a chi la viene a trovare? «Non mi stanco di gettare semi», risponde, «e ai giovani ricordo sempre di tenere il cuore aperto verso Dio e verso tutti gli uomini».

Roberto Zichittella

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