INTERVISTA
- IWOLFGANG
HUBER Anche
noi siamo Chiesa
di Sarah Numico
Il presidente della Chiesa evangelica
tedesca critica l’atteggiamento vaticano nei confronti del mondo
riformato, rilancia l’impegno ecumenico di tutte le comunità
cristiane, comprese quelle pentecostali. E invita cattolici e
protestanti a raccogliere la grande sfida della laicità.
Per
il vescovo Wolfgang Huber, rappresentante autorevole del mondo
evangelico a livello internazionale e guida energica in casa tedesca,
il 2009 segnerà la fine del suo ministero come vescovo a Berlino, per
raggiunti limiti di età, e come presidente del Consiglio della Chiesa
evangelica in Germania (Ekd). Nato nel 1942 a Strasburgo, Huber ha
studiato teologia a Heidelberg, Göttingen e Tübingen. Professore di
Teologia sistematica, ha insegnato dal 1980 al 1994, prima a Marburg,
poi ad Heidelberg. Dal 1° maggio 1994 è vescovo della Chiesa
evangelica di Berlino. Dal novembre 2003 è presidente dell’Ekd.
Sposato con Kara Huber dal 1966, è padre di tre figli ed è nonno.

Foto Flussschifferkirche/Epd-Bild.
Sguardo dolce e corporatura asciutta, ascetica, in questi anni ha
riportato in casa evangelica la parola «spiritualità», senza nulla
togliere all’impegno sociale e politico per cui si è speso e per il
quale ha prestato la sua voce e la sua energia, come nel recente
intervento al Sinodo dell’Ekd di inizio maggio: «Il temuto aumento
della disoccupazione è estremamente pesante sia per le persone
colpite, che per la coesione della nostra società», ha detto in
quell’occasione. «Ritengo che la responsabilità sociale sia più
importante che la convocazione di agitazioni sociali. Se reagiamo alla
crisi economica con uno spirito di solidarietà, di cura e di
sostenibilità, allora la crisi avrà veramente una possibilità di
soluzione».
Sulla spiritualità aveva insistito molto anche nel suo intervento
alla terza Assemblea ecumenica europea di Sibiu, nel 2007: «Dobbiamo
renderci consapevoli in modo nuovo del tesoro della spiritualità
cristiana che abbiamo in comune. Poiché molte persone oggi cercano la
spiritualità e a volte il loro sguardo vaga molto lontano,
bisognerebbe far di nuovo risplendere la profondità della tradizione
cristiana e la sua forza di plasmare il nostro continente». E poi
aveva lanciato la proposta: «Per adempiere a questo compito, potremmo
produrre insieme un canone di testi chiave della spiritualità, della
preghiera, del canto e del pensiero cristiano».

Il vescovo evangelico di Berlino,
Wolfgang Huber (foto H.
Gutmann/Epd-Bild).
Ecumenista convinto, conciliante e moderato, non ha però mai fatto
sconti né ha mai accettato compromessi nelle sue aperture al dialogo.
La sua figura di riferimento è il teologo Dietrich Bonhoeffer. Huber,
come Bonhoeffer, è convinto del fatto che la Chiesa debba
"impastarsi" con la vita delle persone ed essere a completa
disposizione della gente. «Anche se, come vescovo, devo partecipare a
molte riunioni e ho il compito di prendere molte decisioni, mi sta
molto a cuore il contatto con le persone nella comunità. Spiegare
loro il Vangelo è per me uno dei compiti più belli del mio
ministero. Molte domeniche, durante l’anno, presiedo due
celebrazioni; a volte in due luoghi molto lontani tra di loro. Ma se
ho un po’ di tempo, alla fine della celebrazione mi piace dedicarlo
ai dialoghi con i membri della comunità. Le esperienze che faccio in
questi incontri sono per me un aiuto importante, quando poi durante la
settimana si tratta di partecipare alle decisioni riguardanti il
futuro della nostra Chiesa».
Huber si è anche speso molto per portare avanti un processo di
rinnovamento delle strutture della Chiesa evangelica tedesca in corso
in questi mesi, con lo scopo di essere adeguati nell’annuncio del
Vangelo alla società odierna. Il vescovo di Berlino è contrario alla
ricerca sugli embrioni ed è molto impegnato nel movimento pacifista.
La sua ultima battaglia, nella sua diocesi, è quella condotta per l’inserimento
dell’insegnamento della religione nelle scuole, in alternativa all’insegnamento
di etica, come materia obbligatoria, e non come materia facoltativa: «La
formazione religiosa è un requisito fondamentale per la tolleranza
nella società», ha detto in più occasioni. Per questo ha
appoggiato, insieme con il cardinale cattolico della capitale tedesca
Georg Sterzinsky, la campagna civica "Pro Reli". Il
referendum del 26 aprile scorso però non ha raggiunto il quorum.

Un’immagine dell’assemblea del
Sinodo della Chiesa evangelica tedesca
a Würzburg, nel maggio di quest’anno
(foto H. Gutmann/Epd-Bild).
- Quali sono le sfide maggiori che la Chiesa evangelica deve
affrontare e quali i contributi più significativi che sta dando
alla società?
«La Chiesa evangelica tedesca si trova attualmente in un ampio
processo di riforma, il cui obiettivo è di rafforzare il lavoro
pastorale e liturgico e attraverso di esso raggiungere anche le
persone che sono lontane dalla Chiesa. Nel nostro Paese, come in
generale in Europa, molti si pongono nuovamente la domanda su Dio e l’interesse
per i temi religiosi sta crescendo. Le persone sono alla ricerca di
spiritualità; contribuisce a ciò anche la drammatica crisi
economica. Ritengo che il principale compito della nostra Chiesa sia
quello di incontrare in modo adeguato ciascuna persona».
- Come sono i rapporti con la Chiesa cattolica in Germania?
«Sono eccellenti, in molti casi. La preparazione del secondo
Kirchentag ecumenico, che si terrà il prossimo anno a Monaco, procede
a pieno ritmo. Teologi cattolici ed evangelici lavorano insieme su
questioni importanti e si stanno impegnando in maniera veramente
esemplare a rivisitare insieme le cause e le conseguenze della
Riforma. Dopo la dichiarazione congiunta sulla Giustificazione nel
1999, questo sarebbe un successivo progetto ecumenico molto
significativo. Affrontiamo gli ostacoli ecumenici, che senza dubbio
esistono, con lo spirito di una immutata responsabilità ecumenica».

Una manifestazione "Pro-reli"
a Berlino (foto P.
Lindoerfer/Epd-Bild).
- Quali sono i passi a suo parere più spiacevoli intrapresi dalla
Chiesa cattolica negli ultimi tempi?
«Il recente dibattito sulla riabilitazione della Fraternità
sacerdotale San Pio X racchiudeva una particolare esplosività
ecumenica. Ha rafforzato l’impressione che si vogliano livellare
alcune diversità tra l’insegnamento della Chiesa cattolica
pre-conciliare e l’insegnamento del Concilio Vaticano II. Questa è
una cosa che rende più difficile la collaborazione ecumenica, come
anche la mancanza di rispetto che a volte si percepisce per la natura
ecclesiologica dei partner ecumenici».
- Quali sono i punti di forza nel rapporto evangelico-cattolico,
che però vengono poco valorizzati per un vero cammino verso l’unità?
«Voglio citare tre ambiti in cui si possono notare sviluppi molto
positivi. Le sfide spirituali e sociali sono praticamente le medesime:
entrambe le Chiese devono affrontare la sfida di continuare a
trasmettere il Vangelo di Gesù Cristo di generazione in generazione,
nell’attuale tensione tra riscoperta delle religioni e
allontanamento di molti dalla fede cristiana. Inoltre, tra le nostre
due Chiese vi è una consonanza molto profonda, che spesso non viene
menzionata, rispetto al fatto che i doni spirituali e le conoscenze
religiose delle nostre rispettive tradizioni si completano e si
arricchiscono reciprocamente. Infine, in Germania è stato molto
positivamente accolto il riconoscimento reciproco del Battesimo, che
è stato firmato nel 2007 da 11 Chiese tedesche, tra cui la Chiesa
cattolica e quella evangelica. Vediamo nel Battesimo un sacramento
dell’unità, a partire dal quale possiamo far crescere la nostra
comunione in Cristo».

Una celebrazione ecumenica a Lüneburg
(foto R. Niemz/Epd-Bild).
- A che cosa sarebbe disposto a rinunciare del suo essere
evangelico, in nome dell’unità con la Chiesa cattolica?
«Il cammino verso l’unità delle Chiese non consiste in un
commercio o un gioco, in cui uno deve rinunciare affinché l’altro
possa vincere. Se la Chiesa evangelica sia una Chiesa in senso proprio
o meno, non lo si valuta sulla base del riconoscimento che le viene
attribuito dalla Chiesa cattolica, bensì dalla fedeltà al Vangelo di
Gesù Cristo. Perciò, il rispetto reciproco è un’attesa che in
generale le Chiese riformate hanno verso la comunione con le altre
Chiese».
- Quali sono stati i frutti del primo Kirchentag ecumenico di
Berlino? E che cosa si aspetta dal secondo, nel 2010?
«In occasione del Kirchentag ecumenico di Berlino nel 2003 è
emerso con chiarezza con quale gioia e convinzione sia vissuto l’ecumenismo
nelle comunità, a livello di base. Non per questo sono state escluse
le questioni teologiche che rappresentano le differenze che ancora
permangono tra le due Chiese. Perciò è stata una festa comune, che
ha ridato lo slancio per lavorare a una più profonda cooperazione tra
le nostre due Chiese. Io spero che un segnale ancora più forte in
questa direzione ci giunga dal prossimo appuntamento a Monaco».

Momento di preghiera serale alla chiesa
di St. Agnes durante il Kirchentag evangelico di Colonia
(foto G. Schiefer/Epd-Bild).
- Riguardo al cammino ecumenico delle Chiese, qual è il modello
di unità che lei pensa perseguibile?
«Il cammino verso l’unità visibile tra le Chiese è senza
dubbio molto lungo. Questa è però una meta irrinunciabile, poiché
è l’unico fine spirituale valido dell’Ecumene cristiana. Dal
punto di vista evangelico sono buone tappe intermedie nel cammino la
formulazione di posizioni comuni fondamentali nella comprensione del
Vangelo. Le diverse forme istituzionali, in cui le due Chiese
presentano il Vangelo di Gesù Cristo all’umanità, saranno ancora
per molto tempo segnate da differenze, anche per quel che riguarda la
diversa comprensione dei ministeri. Tuttavia il cammino verso la
diversità riconciliata non è per questo impossibile».
- Qual è il più grande ostacolo al cammino per l’unità che
lei vede oggi? E quale la più grande risorsa?
«L’espressione "ostacolo" è irritante. La nostra
generazione ha il compito di affrontare con lealtà e con fatica le
differenze che abbiamo ereditato per raggiungere le verità
teologiche. Per questo preferisco parlare dei compiti prioritari. Le
Chiese della Riforma hanno fatto nella loro storia l’esperienza che
le persone, nonostante le differenze che permangono e le diverse
prospettive, possono vivere in pace le une con le altre sulla base
dell’unica verità del Vangelo. Nel 2017 festeggeremo il 500°
anniversario della Riforma. Rivolgiamo l’invito a vivere questa
celebrazione ecumenicamente. Ci troveremo di fronte il compito di
comprendere la visione della Riforma rispetto alla giustificazione
delle persone per sola grazia come un passo nella libertà della
coscienza. La Chiesa cattolica ha compiuto questo passaggio alla
modernità in modo programmatico con il Concilio Vaticano II; per
questo il confronto attuale sul significato e la portata del Vaticano
II, che si è infervorato nella vicenda della Fraternità San Pio X in
maniera esemplare, ha un significato fondamentale».

Il Sinodo evangelico di Würzburg
(foto H. Gutmann/Epd-Bild).
- Un macigno nel rapporto tra le Chiese riguarda le diverse
posizioni sull’aborto, l’omosessualità, l’eutanasia... Su
questi temi il dialogo sembra assai difficile. Che fare?
«Le diversità riguardano solo una parte di questa domanda; per la
questione della cosiddetta "morte assistita", dal mio punto
di vista non esiste proprio nessuna differenza. In altri casi vi sono
differenze non solo tra le Chiese, ma anche all’interno delle Chiese
medesime, ad esempio per quel che riguarda le questioni della
sessualità umana, inclusi il tema della paternità responsabile e
della relazione con l’omosessualità. Questi dibattiti hanno però
una base comune nel fatto che entrambe consideriamo la intangibile
dignità dell’essere umano come criterio decisivo delle prese di
posizione bioetiche e siamo convinti che questo criterio sia
determinante non solo per il comportamento rispetto alla vita nata ma
anche alla vita che non è nata».
- Quali passi pensa si debbano e possano compiere oggi per far
progredire l’unità tra i cristiani?
«Io vedo tre priorità: consolidare la comune comprensione della
fede cristiana e mettere più in evidenza le fonti comuni della
spiritualità cristiana; trattare le differenze in uno spirito di
reciproco rispetto; affrontare insieme le grandi sfide del nostro
tempo e, là dove ciò è possibile, parlare con una voce sola».

Huber in visita a Costantinopoli
(foto A. Skowronek/Epd-Bild).
- Vede dei profeti viventi oggi su questo cammino?
«Considero persone profetiche coloro che nella quotidianità
restano fedeli alla visione ecumenica. Conosco molte coppie
ecumeniche, che restano fedeli al proprio credo, anche se per questo
devono lottare contro alcuni ostacoli ecclesiali. Nel nostro Paese
esistono partenariati tra le comunità evangeliche e cattoliche che
resistono al vento e alla pioggia. E vi sono comunità di vita
cristiana in cui si pratica l’ecumenismo. Queste esperienze comuni
sono importanti; perché nella prospettiva ecumenica nessuna persona
da sola può essere guida, c’è sempre bisogno di una comunità».
- All’Assemblea ecumenica di Sibiu, nel settembre 2007, l’intervento
del cardinale Kasper e il suo sono tornati sulla polemica circa
che cosa si debba intendere per «Chiesa in senso proprio», tema
che costituisce uno dei nodi del dialogo ecumenico. Come è
possibile sbloccare una situazione che, su questo scoglio, appare
cristallizzata e rischia di ripresentarsi periodicamente nei
termini di una sterile controversia?
«Una simile disputa sterile si può evitare efficacemente non
prendendo in considerazione quella formulazione».

Celebrazione conclusiva del Sinodo
evangelico di Würzburg
(foto H. Gutmann/Epd-Bild).
- A quasi due anni dall’Assemblea di Sibiu, che valutazione dà
di quell’evento? Quali i suoi frutti?
«L’Assemblea di Sibiu ha conseguenze ecumeniche importanti. I
partecipanti hanno incontrato la spiritualità ecumenica in modo
nuovo. Abbiamo riconosciuto la sostenibilità delle nostre azioni come
impegno ecumenico comune. L’Europa è stata riconosciuta come un
progetto cristiano importante. Insieme siamo convinti del fatto che la
fede cristiana non è solo un elemento importante del passato, ma
anche del futuro dell’Europa. Ma il modello di Sibiu non è facile
da portare avanti. Gli sforzi di convergenza continuano a essere
importanti, ma non possono da soli far avanzare l’ecumenismo. Il
processo conciliare da cui sono nate le Assemblee ecumeniche europee,
a partire da Basilea nel 1989, è stato un impulso significativo, ma
ha bisogno di essere ampliato. Un fondamento importante per l’ecumenismo
del futuro sta in una spiritualità comune».
- Che cosa augura al nuovo patriarca della Chiesa ortodossa russa,
Kyrill I? Che cosa si attende dalle Chiese ortodosse?
«Auguro al patriarca innanzitutto la benedizione di Dio, la salute
e molta forza per i suoi compiti di responsabilità. Il patriarca
Kyrill dispone di ampie esperienze ecumeniche e conosce la varietà
delle tradizioni cristiane. Io spero che, sotto la sua guida, la
Chiesa ortodossa russa leghi in modo ancora più forte la propria
tradizione spirituale, etica e morale con la storia europea nata dall’Illuminismo
e dalla modernità. Inoltre, auguro con tutto il cuore alla Chiesa
ortodossa russa una grande capacità nelle relazioni con le molteplici
tradizioni cristiane».

Huber e altri vescovi evangelici e
cattolici riuniti a Lüneburg
(foto R. Niemz/Epd-Bild).
- Sulla scena del cristianesimo mondiale sono sempre più
consistenti le Chiese pentecostali, che però sono poco presenti
agli appuntamenti dell’ecumenismo "tradizionale". Come
coinvolgerle maggiormente nel cammino ecumenico?
«Le Chiese pentecostali non sono un blocco monolitico. In America
latina ho incontrato rappresentanti di Chiese pentecostali che
cercavano il dialogo con le Chiese riformate, poiché vedevano la
propria collocazione nella tradizione riformata. Lì ci si può
agganciare. In questo modo può nascere una nuova disponibilità al
dialogo anche in altre correnti pentecostali. E comunque, sarebbe
opportuno affrontare seriamente le critiche che le Chiese pentecostali
avanzano nei confronti del movimento ecumenico. Anche nelle relazioni
con le Chiese ortodosse il movimento ecumenico ha percorso questo
cammino. Potrà contribuire a ciò il fatto che il Consiglio ecumenico
delle Chiese recuperi importanza».

Un’immagine del centro di Brema
(foto Akg-Images/Epd-Bild).
- Molti leader cristiani mettono in cima alle proprie
preoccupazioni la secolarizzazione, il relativismo e il venir meno
del consenso etico intorno a valori che in passato erano ritenuti
evidenti. Altri, invece, pensano che le Chiese debbano prima di
tutto misurarsi con i problemi della pace, della giustizia sociale
e della crisi ambientale planetaria. Quali pensa siano le sfide
principali per la fede cristiana oggi?
«Non si può ridurre il messaggio della Chiesa alla questione dei
valori. Il fondamento delle Chiese è la fiducia nella misericordia di
Dio; sulla base di questa fiducia i cristiani testimoniano la
misericordia nel mondo. Chi vive nella libertà della fede, difende
anche le condizioni che rendono possibile sperimentare quella
libertà. La fede in Dio e la difesa della pace, della giustizia e
della salvaguardia del Creato sono inseparabili per i cristiani; sono
le due facce della medesima medaglia».

Un particolare della chiesa che ha
ospitato la celebrazione conclusiva
del Sinodo di Würzburg (N. Neetz/Epd-Bild).
- Negli ultimi anni è riemerso in Europa il tema della laicità e
del rapporto tra Chiese e Stato, come nel campo della formazione e
della scuola. Come pensa debba configurarsi questa relazione,
anche tenuto conto della trasformazione dell’Europa in un
continente plurireligioso?
«Rispettare il prossimo nella sua religiosità, con la sua
cultura, nella sua diversità, è possibile solo quando io stesso
appartengo in maniera salda a una cultura e a una religione. Chi non
possiede un solido fondamento, considera velocemente il vicino come
una minaccia. L’Europa ha perciò bisogno di un sistema formativo
che offra contemporaneamente due aiuti: a trovare la propria identità
e a garantire la capacità di relazione. Per questo è indispensabile
che la formazione religiosa ed etica abbiano una collocazione precisa
nelle scuole europee, anche se non in tutti i Paesi vi sono i medesimi
presupposti».
- Il Sinodo della Chiesa evangelica, nella riunione di Brema del
novembre scorso, si era confrontato sul tema dell’ambiente. Qual
è il messaggio specifico cristiano con il quale le Chiese possono
dare il proprio contributo di fronte all’emergenza ecologica del
nostro pianeta?
«La Chiesa ha innanzitutto il compito di comprendere il Creato
come dono di Dio e di vivere in primo luogo la gratitudine per questo
dono. Non si tratta quindi solo di ottimizzare le modalità di
esercitare la signoria sulla natura. Il Sinodo dell’Ekd ha formulato
dieci passi concreti per un rapporto rispettoso verso il Creato; credo
che, in questo ambito, siano particolarmente importanti il risparmio
energetico e l’innalzamento dell’efficienza energetica. Per quel
che le compete, anche la Chiesa può fare molto in questa direzione
nei propri ambiti (per esempio nella gestione degli edifici e
costruzioni ecclesiali). Così sarà anche un modello nella società».
Sarah Numico

Il vescovo Huber in visita al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli
(foto A. Skowronek/Epd-Bild).
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La Ekd, una Chiesa evangelica e
ambientalista
La
Chiesa evangelica in Germania (Ekd, Evangelische Kirche
in Deutschland) è una struttura istituzionale che esprime
la comunione tra 22 Chiese luterane e riformate presenti sul
territorio tedesco. È una struttura federale, a tutti i suoi
livelli, a cui fanno riferimento circa 25 milioni di tedeschi
(in misura quasi uguale ai cattolici) su 82 milioni di
abitanti della Germania. Il suo compito è di offrire linee di
impegno comuni, nella fedeltà al Vangelo, senza limitare l’autonomia
delle singole Chiese regionali (che riuniscono circa 16 mila
comunità locali). Le strutture-guida dell’Ekd,
democraticamente elette e costituite, sono il Sinodo (che
funge da parlamento), il Consiglio e la Conferenza delle
Chiese. Esse hanno la responsabilità di verificare che i
compiti definiti nello statuto dell’Ekd, in vigore dal 1933,
vengano fedelmente portati avanti. Tra i temi che attualmente
occupano la Chiesa evangelica tedesca si annoverano la
salvaguardia del Creato, con particolare attenzione ai
mutamenti climatici, la formazione religiosa nelle scuole e la
lotta contro la povertà dei bambini. Una critica che i membri
muovono alle strutture è che sempre più spesso vengono
elette persone con impegni politici di rilievo: se per un
verso queste rendono l’Ekd più visibile politicamente, dall’altra
sono persone che hanno meno tempo ed energie da dedicare al
lavoro ecclesiale. Al momento, la crisi più grave che scuote
la Ekd è quella dell’emorragia di fedeli e di risorse
finanziarie.
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