ATTUALITÀ
- FIRENZE Il
piccolo Sinodo dei cattolici
adulti
di
Giovanni Ferrò
In risposta a una lettera-appello,
il 16 maggio scorso si sono ritrovate nel capoluogo toscano oltre 400
persone da tutta Italia. A muoverle, il disagio per una vita
ecclesiale in cui ci si confronta poco, il Vangelo sembra messo ai
margini, e il messaggio cristiano sembra fatto solo di proibizioni.
Amore
e sofferenza. Passione per il Vangelo e la Chiesa, da una parte. Ma
anche disagio per il modo in cui la comunità ecclesiale viene
guidata, gestita e percepita. È tutto qui, in questo binomio di amore
e sofferenza, il senso profondo dell’incontro che si è svolto il 16
maggio a Firenze, sul tema Il Vangelo che abbiamo ricevuto. Un
incontro radicalmente nuovo e potenzialmente centrale, per il futuro
della Chiesa italiana. Eppure un appuntamento sottovalutato e
trascurato, sia dai grandi media sia dagli organi di stampa
ecclesiali.

Uno scorcio di Firenze con le splendide
architetture del Battistero
e della Cattedrale (foto P. Ferrari/Periodici San
Paolo).
E dire che non mancava la materia per intuire il valore della
notizia. Nella sede della parrocchia di Santo Stefano in Pane, a
Rifredi, si sono ritrovate oltre quattrocento persone da tutta Italia,
mobilitatesi spontaneamente in risposta a una lettera-appello di
autoconvocazione. I firmatari della lettera – teologi, sacerdoti,
laici impegnati, monaci e religiose, semplici parrocchiani o membri di
piccoli gruppi ecclesiali – scrivevano: «Il motivo ultimo che ci
spinge a questo invito è la convinzione che il Concilio Vaticano II
sia stato e sia ancora una grande grazia, la grazia maggiore donata
alla Chiesa del nostro tempo, perché essa riscopra la forza del
Vangelo nella storia vissuta. Ma con molti che nella Chiesa cattolica
oggi stentano ad avere voce, avvertiamo la sofferenza di non vedere al
centro della comune attenzione proprio il Vangelo del Regno annunciato
da Gesù ai poveri, ai peccatori, a quanti giacciono sotto il dominio
del male, mentre cresce a dismisura la predicazione della Legge». Il
testo aggiungeva: «Il Signore ci ha chiamati a edificare non una
Chiesa che condanna, ma una Chiesa che manifesti la misericordia del
Padre, viva nella libertà dello Spirito, sappia soffrire e gioire con
ogni donna e con ogni uomo che le è dato di incontrare. Il nostro
invito non è volto pertanto alla creazione di un movimento o alla
contestazione o chissà che altro, come una Chiesa alternativa, ma
nasce dal desiderio che la libertà dei figli di Dio, il confronto sine
ira, la comunione e lo scambio non si spengano».

Un’immagine dei funerali di
Piergiorgio Welby, a piazza San Giovanni
a Roma (foto M. Merlini/La Presse).
Non un gesto di protesta, dunque, o la stanca riedizione di
manifestazioni di dissenso ecclesiale, ma il desiderio di confrontarsi
sullo stato di salute della comunità cristiana, di condividere le
proprie fatiche nel cammino, di «confermarsi a vicenda nella fede».
Che una tale impostazione fosse quella giusta, in sintonia con i
sentimenti e il vissuto di ampi strati del mondo cattolico italiano,
lo si è visto dalla mole di risposte all’invito, fatto circolare in
maniera piuttosto artigianale via e-mail: decine di gruppi locali, di
realtà diocesane, parrocchie e anche singoli fedeli hanno aderito con
entusiasmo all’idea dell’appuntamento fiorentino. E oltre 40 sono
stati gli interventi scritti inviati da ogni parte d’Italia come
contributi alla riflessione per l’incontro.
Tra
le preoccupazioni maggiormente condivise, quella di una
"strumentalizzazione" del messaggio cristiano a fini
politici e uno schiacciamento dell’identità della Chiesa sul ruolo
di agenzia di consenso: «Il Vangelo», hanno scritto gli aderenti al
"Gruppo Galilei", «non può ridursi a una morale e nemmeno
a un bivio identitario che decide una volta per tutte chi è dentro e
chi è fuori». I cristiani, ha sottolineato Maria Pia Cavaliere della
rivista Il Gallo di Genova, «non sono arroganti depositari di
una Verità, ma umili e responsabili testimoni di una Speranza, capaci
di cercare assieme a chi ha altri credi, senza per questo rinunciare
alla propria fede». Al contrario, spesso si afferma – come nota il
gruppo "Chiesa oggi" di Parma – «l’immagine esclusiva
di una Chiesa che non ascolta ma è condizionata dalla paura e che
perciò reagisce con la condanna e impegnandosi più sul piano
politico che su quello pastorale».

Celebrazione liturgica in piazza San
Pietro
(foto R. Monaldo/La Presse).
Altra nota dolente ampiamente condivisa dai partecipanti al meeting
fiorentino, quella dell’emarginazione del laicato: «Per i laici»,
ha spiegato Christian Albini, del Consiglio pastorale della diocesi di
Crema, «mancano spazi e occasioni di discernimento comunitario alla
luce della Parola, di confronto libero, di riflessione, di autentico
dibattito. Il che comporta il permanere di un’ecclesiologia troppo
sbilanciata sulla gerarchia». Secondo Renzo Bonaiuti di Firenze, «l’autonomia
delle realtà temporali e dell’impegno dei laici nelle questioni
politiche sono spesso contraddette da interventi di quegli esponenti
della gerarchia ecclesiastica che pretendono di rappresentare tutti i
cristiani. Si corre così il rischio di far apparire la Chiesa come un
soggetto politico che vuole affermare il proprio potere». D’altronde,
ha rimarcato Mario Cantilena di Venezia, «se la Chiesa non è una
democrazia, non può nemmeno essere una monarchia». Per discernere la
voce dello Spirito, i vescovi hanno il dovere di ascoltare il popolo
di Dio. «Eppure al laico non è istituzionalmente riconosciuta alcuna
sede ecclesiale ove potersi esprimere».
Insomma, «il disagio ecclesiale è profondo ed esteso, anche in
ambienti semplici e non critici», hanno sintetizzato Enrico Peyretti
e Ugo Rosenberg, di Torino. «Il rifiuto del funerale religioso a
Piergiorgio Welby è stato avvertito come uno scandalo». In questa
situazione, perciò, «il popolo cristiano deve assumersi
collegialmente le sue responsabilità, non può più demandarle
soltanto a un gruppo ristretto di dirigenti ecclesiastici».
In definitiva, dunque, questo è stato l’incontro di Firenze: un’assunzione
di responsabilità di fronte alla comunità ecclesiale, e in
particolare nei confronti del numero sempre maggiore di fedeli che non
si sente più a suo agio in una Chiesa tutta "legge e
ordine" e che, di conseguenza, si sente emarginato, se non
espulso, dalla comunità. «Il silenzio deve preoccupare più di una
protesta e il disagio segnala che c’è qualcosa che non va», ha
detto don Paolo Giannoni, oblato camaldolese dell’Eremo di Mosciano,
che ha tenuto una delle due relazioni centrali al convegno fiorentino.
«Alcuni trasformano questo disagio in una decisione di secessione,
che dà luogo a una sorta di scisma strisciante. Noi qui ne facciamo
invece uno stimolo per un cammino sinodale».

Un’immagine della Camera dei Deputati
(foto M. Scrobogna/La Presse).
Cosa
intendesse don Giannoni lo ha spiegato nel dettaglio il secondo
relatore di Firenze, il teologo catanese don Pino Ruggieri: «Esiste
oggi nella Chiesa italiana», ha detto, «uno scollamento tra il
Magistero e la vita vissuta di gran parte del popolo di Dio e degli
stessi preti. Per superare questa impasse attuale della vita
ecclesiale, l’unica strada mi sembra quella della ripresa della
prassi sinodale a tutti i suoi livelli, cominciando dalle parrocchie
fino alle assemblee diocesane e a quelle episcopali. E la prassi
sinodale non è riservata ai quadri, all’Azione Cattolica, agli
esponenti dei movimenti, ma a tutti coloro che partecipano alla stessa
mensa eucaristica. È stato questo spesso il peccato originale di
tanti sinodi postconciliari in Italia, ridotti a espressione delle
varie centrali pastorali. La prassi sinodale inoltre», ha proseguito
don Ruggieri, «non è da configurarsi sotto la categoria della
democrazia nella Chiesa. Certo, i sinodi, lungo la storia della
Chiesa, hanno sempre accolto le prassi della formazione del consenso
vigenti nelle società del loro tempo: da quella del sinedrio e del
senato a quella delle corporazioni medievali, fino ai moderni criteri
delle maggioranze qualificate dei due terzi o assolute. Ma più
profondamente il sinodo resta un evento sponsale, dove il consenso
supera la materialità dei contenuti, che possono restare anche non
del tutto perfetti, ed è invece il vero senso della Chiesa come sacramentum
unitatis reso possibile dallo Spirito: sinfonia spirituale». E
allora, ha spiegato Ruggieri, «si esige una conversione da tutti,
pastori e fedeli. Il futuro della Chiesa e della sua vitalità
evangelica non sta in una religione civile, ma in una Chiesa della
partecipazione nella comune responsabilità verso il Vangelo che
abbiamo ricevuto».

Celebrazione eucaristica in San Pietro
(foto M. Ricci/La Presse).
Sull’onda di queste relazioni, e dopo un ampio e vivace
dibattito, a Firenze è emersa l’idea di dare continuità a questo
primo incontro, creando una sorta di "forum permanente" di
cristiani, quasi un sinodo autoconvocato, ma senza ansia di
istituzionalizzare troppo tale assemblea né tantomeno con uno spirito
di contrapposizione nei confronti della gerarchia. Perché, come è
stato detto bene, la questione centrale che si pone oggi ai credenti
non è il consenso o il dissenso verso l’autorità
ecclesiastica, ma piuttosto il senso del Vangelo di Gesù
Cristo.
Giovanni Ferrò
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