REPORTAGE
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BOLIVIA Il volto
indio di Dio
di
Mauro Castagnaro
Con la
presidenza di Evo Morales, il Paese andino è salito alla ribalta
della cronaca internazionale. Allo stesso modo, a livello ecclesiale,
si è ormai consolidata una riflessione teologica che mette l’accento
sull’inculturazione del messaggio evangelico nel mondo quechua e
aymara.
S e
col Governo di Evo Morales, primo presidente indigeno nella sua
storia, la Bolivia pare aver trovato un proprio spazio sullo scenario
politico internazionale, da qualche anno il Paese sembra assolvere un
ruolo significativo anche nel panorama della produzione teologica,
almeno continentale, in particolare contribuendo a una riflessione
cristiana inculturata nella spiritualità e nella religiosità della
regione andina.

Un bimbo all’ombra della bandiera
boliviana, in attesa della visita del presidente nel villaggio di San
Ignacio de Velasco (foto J. Karita/AP).
In principio, cioè negli anni ’70, era naturalmente la Teologia
della liberazione, quella dell’opzione preferenziale per i poveri e
dell’impegno socio-politico per combattere l’ingiustizia sociale e
le dittature militari, in Bolivia soprattutto quelle dei generali Hugo
Banzer (1971-1978) e Luis Garcia Meza (1980-1982). Pur non contando su
personalità di spicco paragonabili a Gustavo Gutierrez o Leonardo Boff,
settori importanti della Chiesa cattolica boliviana, sulla scorta dell’elaborazione
peruviana e brasiliana, si impegnarono per la difesa dei diritti umani e
il ristabilimento della democrazia. Furono perciò protagonisti di
eventi come lo sciopero della fame di 17 giorni iniziato da quattro
operaie delle miniere e dai gesuiti spagnoli padre Xavier Albó e padre
Luis Espinal, che innescò la caduta del regime banzerista, ed ebbero
martiri come l’oblato canadese padre Mauricio Lefevre, vittima del
golpe del 1971, e lo stesso padre Espinal, torturato e ucciso dai
paramilitari di estrema destra nel 1980.

La cerimonia del Thinku, rituale
tradizionale degli indios
della Sierra andina (foto D. Galdieri/AP).
Oggi
a rappresentare questo filone sono due spagnoli: l’oblato padre
Gregorio Iriarte, che da decenni coniuga l’attività pastorale con lo
studio sociologico, pubblicando, tra l’altro, ogni due-tre anni, un
volume di Analisi critica della realtà boliviana che costituisce
un indispensabile strumento per la comprensione della situazione
socioeconomica nazionale, senza disdegnare l’impegno diretto che l’ha
visto nel 1976 tra i fondatori dell’Assemblea permanente dei diritti
umani e negli ultimi anni in prima fila nella mobilitazione contro l’Area
di libero commercio delle Americhe (Alca); e soprattutto il padre
gesuita Victor Codina, che chiese di essere inviato in Bolivia dopo l’assassinio
di padre Espinal.
Proprio Codina traccia un panorama della teologia boliviana, che «segue
le linee comuni a tutto il continente, ma incarnandole nei contesti
culturali e sociali del Paese. E siccome la maggioranza della
popolazione è indigena, appartenente a 33 gruppi etnici, si sta
approfondendo soprattutto il dialogo interculturale, in cui sono
particolarmente impegnati i religiosi di Maryknoll e alcuni giovani
teologi locali, come i laici Jubenal Quispe e Victor Bascopé, oltre al
padre francescano Roberto Tomichà, che a Cochabamba dirige l’Istituto
di missionologia dell’Università cattolica boliviana. Essi si
aggiungono a padre Albó, pioniere della riflessione sul "volto
indio di Dio" a partire dalla religiosità aymara, e a un altro
gesuita, padre Enrique Jordá, che aveva già scritto una tesi
intitolata Teologia del Titikaka, ma dopo 20 anni trascorsi nell’Oriente
boliviano ha forse la visione più completa, avendo unito la cultura
andina e quella amazzonica».

Un indio quechua sulla strada per il
villaggio boliviano
di Macha (foto D. Galdieri/AP).
Tutto ciò, continua padre Codina, «a livello ecclesiale ha fatto
prendere coscienza del valore delle culture e delle religioni indigene,
per secoli escluse e disprezzate, anche se siamo ancora lungi dal trarne
tutte le conseguenze, nonostante alcuni sforzi, per esempio, a livello
liturgico. Un altro risultato pastorale è costituito dalla formazione
di diaconi permanenti aymara e quechua, che integrano fede e cultura in
modo naturale. Oggi sono loro a portare avanti la riflessione teologica;
scrivono pochi libri, piuttosto animano riunioni, per cui si collocano a
livello di una teologia popolare più che professionale».
Ma
quali sono i tratti caratteristici della teologia andina? Padre Albó ne
individua almeno tre: «Prima di tutto la relazione col cosmo e con la
natura: si parlerà dei santi, ma molta importanza avranno gli achachilas,
gli spiriti tutelari delle comunità, o i riti della Pacha mama, la
Madre-terra, che non può essere danneggiata, ecc. In secondo luogo le
figure personali (Cristo, la Vergine Maria, ecc.) rimangono un po’ in
secondo piano rispetto a questa dimensione cosmica. Un terzo elemento è
l’enfasi su tutto ciò che è spirito, lo Spirito Santo, lo spirito
del morto, ecc.».

Alcuni indios durante una manifestazione a
sostegno del presidente
Morales nella capitale boliviana La Paz (foto D. Galdieri/AP).
Victor Bascopé, dirigente quechua del Segretariato delle culture
della Conferenza episcopale boliviana e autore di Spiritualità
originaria nella pacha («il tempo e lo spazio di esistenza nell’universo
vitale» nella cosmovisione aymara e quechua, ndr) andina.
Approssimazioni teologiche, sottolinea l’importanza di «recuperare
e valorizzare i principi del sumaq kawsay, il "ben
vivere" inteso come relazione cooperativa tra le persone nella
comunità in armonia con l’ambiente, che possono dare un contributo
anche alla cultura postmoderna. In Bolivia, inoltre, non si può
condividere il Vangelo senza conoscere la saggezza, la spiritualità e i
progetti di vita dei popoli indigeni. In questo alcuni vedono una
relativizzazione del cristianesimo o addirittura un ritorno ad antiche
superstizioni che mette da parte la fede, ma altri sperano che un vero
dialogo interreligioso o interculturale apra la strada a un nuovo modo
di essere Chiesa autenticamente andino». Bascopé testimonia in prima
persona la possibilità di professare la fede cristiana senza
abbandonare la cultura ayamara o quechua: «Io partecipo consapevolmente
all’eucaristia, ma presento pure le mie offerte alla Pacha mama e agli
achachilas. Se il Vangelo è Vangelo di vita, tutto ciò che è
vita ne fa parte, anzi in questo senso le culture indigene possono dare
contributi importanti a partire dal loro senso della vita. Certo è
necessario un approccio meno razionale, per sentire col cuore ciò che
la nostra gente vive e celebra. La teologia occidentale fatica a capire,
per esempio, l’immagine andina di Dio, che è uno solo, ma due
persone, Pacha kama (Dio padre) e Pacha mama (Dio madre), ma cresce poco
a poco la conoscenza e l’accettazione di una visione di Dio frutto
della millenaria evoluzione del popolo. E molti oggi difendono la
propria esperienza del Dio andino e al contempo la fede in Gesù e nel
Vangelo».

Processione per un funerale in un
villaggio del nord della Bolivia.
I riti cristiani, in questa regione, si mescolano con quelli indigeni
(foto D. Galdieri/AP).
Nelle
comunità cattoliche aymara questo sta facendo sorgere i primi germi di
una «Chiesa autoctona», conclude Bascopé: «Per esempio, un diacono
permanente come Calixto Quispe ha progressivamente sviluppato il suo
servizio fino a scoprire di essere anche un yatiri, un saggio che
ha contatto con gli achachilas, per cui adesso svolge il proprio
ministero ordinato nella Chiesa gerarchica, ma anche quello di leader
spirituale aymara».
D’altro canto, riprende padre Albó, «in questa regione, a
differenza da quanto accade in Amazzonia, la popolazione è stata
evangelizzata da molto tempo e vive un sincretismo tra cristianesimo e
spiritualità andina. Nella comunità aymara in cui vivo, per esempio, c’è
uno yatiri che viene sempre a Messa, ha fatto battezzare sua
figlia, accetta di fare da padrino, ecc. con grande naturalezza. A
storcere il naso è chi conduce una riflessione teorica al margine della
vita quotidiana e a volte qualche vescovo preoccupato da espressioni
differenti da quelle della tradizione occidentale, ma proprio questa
unione vitale rende molto elitarie le posizioni di quanti predicano un
ritorno puro e semplice alla religione precolombiana, epurando tutti gli
elementi e i simboli cristiani».

Una donna quechua davanti alla porta di
casa in un villaggio boliviano
(foto D. Galdieri/AP).
La riflessione cristiana inculturata viene condotta spesso in forma
interconfessionale e ha uno dei luoghi privilegiati di sistematizzazione
nell’Istituto superiore ecumenico andino di teologia (Iseat), un
centro di elaborazione e formazione a servizio delle Chiese e dei
movimenti sociali che non dipende da strutture ecclesiastiche, ma è
stato fondato da singoli cristiani (soprattutto cattolici, luterani e
metodisti) impegnati a favore del riscatto dei valori indigeni.
Da questo punto di vista, interessante è l’esperienza di una
comunità ecclesiale relativamente piccola come la Chiesa evangelica
metodista in Bolivia (Lemb) – 10 mila membri tra i quali l’attuale
ambasciatore in Italia, Elmer Catarina, di cui oltre l’80 per cento
indigeni, ma una rete di collegi molto prestigiosi con quasi 20 mila
studenti. Fondata, infatti, un secolo fa da missionari statunitensi,
dagli anni ’70 si è configurata come una Chiesa autoctona, contando
tutti vescovi indigeni.

Il presidente boliviano Evo Morales con
una delle Madri argentine
di Plaza de Mayo (foto N. Pisarenko/AP).
«Noi
abbiamo interpretato l’incontro tra il metodismo e la cultura aymara
come la wipala - la bandiera del movimento indigeno che
rappresenta l’arcobaleno: un incontro di colori», spiega Carlos Poma,
vescovo di La Paz. «I primi missionari», prosegue il prelato, «sostenevano
l’incompatibilità tra la cultura aymara e quella cristiana, per cui
avrei dovuto abbandonare la prima per convertirmi al cristianesimo.
Nella misura in cui progrediamo nella lettura della Bibbia, a partire
dal nostro contesto, capiamo invece che la Scrittura dialoga con la
nostra cultura. Perciò ci interroghiamo su come la cultura cristiana e
quella aymara possono essere complementari. Per esempio il Nuovo
Testamento dice che gli apostoli vivevano in comune e si aiutavano, e
questo accade anche nelle comunità indigene: quando si deve edificare
una casa, tutti danno una mano a costruirla e il lavoro comune si
conclude con un rituale di festa. Oppure, nella cultura andina prima di
tutto viene la coca, che deve ottenere il permesso dagli achachilas e
delle awichas (le divinità femminili) per cominciare una
riunione o una semina, quindi si inizia con l’acullicu (il
rituale di masticazione della foglia di coca). Nel cristianesimo prima
di tutto viene la preghiera e ogni azione si comincia con un’orazione.
Nelle aree rurali gli indigeni fanno già entrambe le cose: pregano e
masticano la foglia di coca perché ciò non contraddice la loro cultura
e nel mondo aymara tutto ciò che non reca danno, ma beneficio, è
benvenuto».
Conclude Poma: «L’aymara considera la creazione di Dio come un
qualcosa di integrale, di cui si sente parte; egli non è padrone di
tutte le cose, con le quali invece deve convivere. È la
complementarietà della coppia primigenia (chacha huarmi), uomo (chacha)
e donna (huarmi) che si completano, e da ciò deriva la vita
dolce e armoniosa (sumaq kawsay). Oggi questi concetti contagiano
pure il mondo non indigeno, dove si parla apertamente di sumaq kawsay,
di convivere con la pacha, con la terra, gli antenati, i monti. Noi
aymara pensiamo sempre che uno convive con gli altri, per cui chi muore
passa a una vita più bella, diventa protettore degli altri esseri umani».

Processione religiosa nel villaggio
boliviano di Macha durante la settimana
di festività tradizionali indigene denominata Thinku (foto D. Galdieri/AP).
Questo
processo supera comunque i confini delle Chiese cristiane storiche,
tanto che all’Iseat lavora anche Ismael Leon, pastore del Concilio
latinoamericano in Bolivia della Chiesa di Dio pentecostale (nata mezzo
secolo fa negli Stati Uniti e presente in una trentina di Paesi
latinoamericani ed europei). «La teologia andina», spiega, «sta
muovendo i primi passi, perché solo l’emergere dei popoli indigeni
come soggetti negli ultimi 20 anni ha stimolato una riflessione che
cerca di collegare la fede cristiana con l’immaginario religioso di
queste genti, al cui centro c’è la relazione con l’ambiente nella
sua totalità: persone, valli, laghi, fiumi, animali, ecc. L’aymara è
molto in sintonia con la Madre-terra, sulle cui spalle la comunità si
sente caricata, e vive in relazione con le montagne, che sono gli
spiriti tutelari dell’ayllu (l’unità politica di base nella
cultura incaica, ndr.) e la memoria storica del popolo. C’è un
forte senso del proprio inserimento nel flusso della vita, per cui
quanto l’individuo fa, si ripercuote in bene o in male su tutta la
comunità. Il cristianesimo si è organizzato sulla base di sistemi
concettuali occidentali, coi quali non si può neppure sentire Dio nelle
Ande e il grande errore degli evangelizzatori, cattolici durante l’epoca
coloniale e protestanti nel periodo neocoloniale, è stato impedire l’incontro
con questo immaginario locale, imponendo un nuovo sistema religioso».
Secondo Leon, inoltre, «nel pensiero andino contano molto le logiche
rituali: per l’aymara la religiosità è parte della vita di tutti i
giorni, per cui fa un’offerta alla Pacha mama per la semina, per il
maggese, ecc. e bacia la prima patata che raccoglie. Non si tratta di
panteismo o animismo, ma di riconoscere la presenza di Dio in tutto e
celebrarla in ogni momento. Invece di catalogare questo come pratiche
occulte o sataniche, dovremmo ammettere che noi siamo rimasti molto
indietro, quanto a ricchezza spirituale. Comprendere questa
spiritualità resta per noi una sfida, perché bisogna entrare nel mondo
dei simboli, delle utopie, delle tradizioni ancestrali, dei miti, delle
leggende, di una sapienza tramandata dagli anziani, il cui parere è
molto ricercato nell’ayllu. Questo è significativo per la
nostra società individualista, dove nessuno vuole ascoltare consigli.
Importantissimo è anche il senso comunitario: basti pensare che lo jilacata,
cioè l’autorità politica (può anche essere un’autorità
religiosa, cioè uno yatiri), ha un mandato a tempo, dopo il
quale torna a essere un semplice membro dell’ayllu, il che
evita il formarsi di un’élite e responsabilizza tutti».

Contadini boliviani in viaggio sulla
Sierra andina
(foto D. Galdieri/AP).
Antonietta
Potente, suora domenicana italiana e teologa che da anni vive a
Cochabamba, riassume tutto in parole che disegnano una prospettiva piena
di fascino e di incognite: «La nostra generazione di teologi e teologhe
ha la responsabilità di lasciare in eredità l’interculturalità e l’interreligiosità,
non solo l’inculturazione e il dialogo, perché questo è il nuovo
mondo possibile, la forma per imparare a vivere insieme e dare un futuro
alla storia. Perché le religioni possano continuare a essere vere e non
semplicemente istituzioni statiche, ciascuna nel proprio contesto, credo
che debbano contaminarsi, avere meno certezze e più affetto per quello
che non sanno ancora. Perché non ammettere che Dio potrebbe chiamarsi
in un altro modo e stare sottoterra invece che nei cieli? In questo
cammino, lo specifico del cristianesimo sta nel suo universalismo come
capacità di includere, di riconoscere le identità e riconciliare le
differenze, di non perdere neppure il più piccolo tassello del mosaico,
perché se è il messaggio della pienezza, ci stanno tutti».
Mauro Castagnaro
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