Contattaci

  

A tre mesi di distanza dal terremoto del 6 aprile che ha colpito la provincia dell’Aquila, qual è la situazione nelle tendopoli? E come ha reagito la comunità cristiana? Un viaggio tra le parrocchie e i fedeli della diocesi, messa a dura prova dal sisma.

 

Servizio speciale: Una Chiesa tra le macerie

La fede al tempo del Tuono
di Vittoria Prisciandaro – foto di Alessia Giuliani/Cpp
  

Servizio speciale: Una Chiesa tra le macerie.
  

Dal 6 aprile scorso, quando la terra ha tremato, gli abitanti dell’Aquila vivono un’emergenza che è ormai divenuta quotidiana. Rimasta senza chiese agibili, anche la comunità cristiana sperimenta la precaria fragilità dei templi. E riparte dalla condivisione, dalla povertà e dalla pastorale della tenda.
   

  
  
Lo hanno fatto scendere dal cielo in terra. Non è più sospeso in alto, imponente, ad accogliere chi varca la porta principale della chiesa. Il grande Cristo in croce adesso è adagiato sull’altare, con discrezione. Si intravede tra gli scatoloni di scarpe e gli appendiabiti, tra le pile di jeans e t-shirts, il deposito di bermuda e lenzuola. Nello spazio sacro, oggi non meno di ieri, Antonella, Fabrizio e gli altri volontari della parrocchia si muovono sicuri, busta in una mano e lista delle richieste nell’altra, mentre fuori la gente in fila attende il suo turno per ritirare gli aiuti. È icona della chiesa dell’Aquila ai tempi del terremoto la parrocchia di San Francesco a Pettino, una delle due che hanno resistito a quei trenta secondi di morte, che il 6 aprile hanno cancellato vite e storia. Massiccia, in cemento armato, è diventata quartier generale della diocesi. In una tenda sul piazzale laterale si è trasferita la cappella. La chiesa è stata adibita a magazzino Caritas: dove si celebrava l’Eucaristia ora si distribuiscono vestiti, dove ci si ritrovava per giocare e fare riunioni, è nata la "via" degli omogeneizzati e delle prime pappe, quella dei sanitari e dei pannolini, il piano dello scatolame e delle saponette. Negli uffici parrocchiali si aggira il vicario episcopale per il culto; sul cortile antistante la chiesa, tra i container, prosegue l’attività del centro pastorale e quella della Caritas, mentre una tenda più grande funge da spazio riunioni. Da qui è partita la riorganizzazione della diocesi; qui si è progettata una visita papale sobria, essenziale; qui si tenta di fare i conti con un futuro ancora incerto. Da qui muove i passi una Chiesa costretta dall’emergenza a tirar fuori il meglio di sé.

La cupola del duomo dell'Aquila, crollata per il sisma.
La cupola del duomo dell’Aquila, crollata per il sisma
(foto J. de Dios Venegas).

«Oggi la percezione che ho del mio ministero è che bisogna stare fuori dalle chiese. Sono cadute le porte blindate, hanno smesso di suonare gli allarmi e abbiamo incontrato la gente», dice don Dante Di Nardo, parroco di San Francesco e vicario episcopale per la pastorale. Aquilano doc, nato a Barisciano, don Dante ha passato sedici anni a Paganica, una delle frazioni più colpite dal sisma. E quei morti, quei lutti, sono sentiti come di famiglia, perché sono quelli dei suoi ex parrocchiani. La notte del terremoto davanti alla chiesa di San Francesco ha distribuito latte caldo e caffè a chi, nel buio, tra polvere e paura, si è diretto naturalmente verso la parrocchia. La tradizionale raccolta di viveri per i poveri durante la Quaresima ha fatto da serbatoio per il primo aiuto. Poi è arrivato il conto: quartiere "in" alla periferia dell’Aquila, zona ambita, abitata da studenti in affitto e famiglie giovani, all’80 per cento con mutuo, Pettino si è ritrovata con palazzi nuovi inagibili, classificati nella fascia E, quella che precede l’abbattimento. E la gente ha scoperto di aver vissuto per anni in una delle zone a più alto rischio sismico. «Eravamo a rischio 1, poi ci hanno declassati a 2. Così hanno potuto edificare palazzi di cinque piani. Ma la faglia corre proprio lì... Se avessero costruito delle villette, oggi la gente sarebbe già a casa», dice don Dante, indicando un orizzonte di edifici disabitati. Trasferiti in maggioranza sulla costa, alcuni ospitati nelle tendopoli cittadine, i parrocchiani di don Dante sanno che per loro "ritorno" a casa, a breve, significherà trovare sistemazione in un altro quartiere, perché a «Pettino non faranno nessuna costruzione provvisoria, è previsto solo un centro universitario. Gli studenti in affitto non ritorneranno, le famiglie con case inagibili non si sa dove andranno a finire».

Don Gaetano Chibueze Anyanwu, parroco di Santa Maria Assunta a Fossa, nella sua tenda.
Don Gaetano Chibueze Anyanwu, parroco di Santa Maria Assunta
a Fossa, nella sua tenda.

La gente, aggiunge il parroco, ha una fede tradizionale, forte. «Ricordo che nella notte del terremoto, nel buio, qualcuno gridava: "Che cosa t’abbiamo fatto?". Parlava con il Padreterno, ma la colpa alla fine la gente non la dà a Lui e gli si affida anche nel dolore, perché sente che questa terra non è nemica. Dobbiamo imparare a rispettarla». E se oggi «la pastorale è di aiuto e vicinanza a chi è rimasto senza niente, domani bisognerà inventare qualcosa di assolutamente diverso. Io faccio la mia parte: accogliere quelli che rientrano e dire che possono contare su di noi, che non ci muoviamo». In questi giorni tanti tornano dalla costa, anche solo per un saluto, e passano per la parrocchia, perché sanno «che qui trovano qualcuno». Infatti un primo punto fermo don Dante l’ha già messo. In un terreno vicino alla chiesa ha realizzato un piccolo campo, dove vive con i volontari e alcune famiglie della parrocchia. Una trentina di tende donate dal Rotary Scozia, una mensa e una cappella, tutto autogestito. Da due anni a Pettino, Dante racconta che aveva impostato il piano pastorale sulla centralità della parrocchia: «Il problema è che adesso non ci sono i parrocchiani», dice scherzando. Sono le 21, alla mensa del campo si attende il secondo turno per la cena e in questo spazio familiare, tutto sommato sereno, ci si può anche scambiare il lusso di un sorriso, davanti alle tende, mentre cala la sera e la temperatura passa da 30 a 15 gradi.

Ragazzi al lavoro nella tendopoli di Pile.
Ragazzi al lavoro nella tendopoli di Pile.

Ma non siamo in un campeggio. Le persone raccolte intorno al tavolo dicono che questo è il momento dell’attesa più snervante: vorrebbero sapere da dove ricominciare, capire quali saranno i tempi veri della ricostruzione. C’è affetto e tristezza nelle parole di chi parla dei vecchi che ieri giravano tranquilli in giacca e cravatta, e oggi sono come smorti, hanno perso peso e anni di vita, e alcuni, nei campi più grandi, si rifiutano anche di uscire dalle tende. «La gente sta male, non è colpa di nessuno, ma non siamo disposti ad andare in crociera a divertirci», dice il parroco. Anche il G8 viene accolto con un moto di fastidio: «Avrebbero potuto farlo a Roma e poi portarli all’Aquila per un giorno. Basta che per motivi di sicurezza non ci chiudano nei campi: non siamo scimmie da tenere in gabbia né animali da vedere come allo zoo».

La gente annuisce. Tra di loro anche alcuni volontari della Caritas Umbria. Sono stati i primi a rispondere all’appello di Caritas Italia che ha diviso l’Aquila in nove zone, affidandole alle delegazioni regionali. «Si tratta di accompagnare le persone in tutto il percorso, dalla prima emergenza al rientro in una quotidianità difficile in cui va tenuta viva la dimensione di comunità», spiega don Dionisio Humberto Rodriguez, colombiano, direttore della Caritas diocesana. L’organizzazione prevede che ogni delegazione regionale invii tre persone che andranno a costituire un coordinamento permanente di circa 60 operatori che per sette mesi seguirà le attività di volontariato e gli aiuti sul territorio, coordinando le forze e le risorse che arriveranno. Il tutto dovrebbe entrare a regime a luglio.

Un anziano nella tendopoli di Onna.
Un anziano nella tendopoli di Onna.

«Al di là dei servizi da garantire, l’importante è stare vicino a queste persone, non lasciarle sole», dice don Marco Gasparri, 30 anni, vicedirettore della Caritas di Orvieto-Todi e capo della delegazione dell’Umbria. "Forti" dell’esperienza del terremoto che nel 1997 ha infierito sulla loro regione, una settimana dopo il sisma del 6 aprile gli umbri erano già a l’Aquila con le idee chiare: fare un campo-scuola permanente, come a Nocera Umbra, dove in quattro anni si sono alternati migliaia di volontari da tutt’Italia. Dodici anni fa l’idea per quel tipo di esperienza, rivelatasi vincente, nacque da un incontro. Don Lucio Gatti, ex responsabile regionale della Caritas umbra, in una strada deserta, subito dopo il sisma, chiese più volte a un anziano di cosa avesse bisogno: cibo, coperte, vestiti... e alla fine questi gli rispose: «Abbiamo bisogno di vedere gente in questa strada».

Non solo tende o prefabbricati, non solo clown o concerti, non solo Messe e rosari, ma amicizia e ascolto: don Marco dice che il campo si farà vicino alla chiesa di Sant’Antonio, a Pile, che con Pettino è nell’area affidata alle delegazioni Umbria-Piemonte-Valle d’Aosta. «Sarà un campo base di volontari, dove vivremo affiancando le fasce deboli della popolazione. È tutto da costruire, ma l’esperienza fatta a Nocera ci dà le coordinate giuste per muoverci». Per il momento si parte con l’animazione estiva per un centinaio di ragazzi, un Grest che si farà a Pettino, e si continua nell’ordinaria emergenza. Don Marco racconta degli incontri fatti in questi due mesi, delle decine di confessioni ascoltate in tenda, ma anche dell’esasperazione di chi è abituato a costruirsi tutto con le sue mani e ora non vuole più aspettare, non crede ai tempi e ai numeri dati dalle autorità, e sta cercando di attrezzarsi da solo. Basta passeggiare nelle strade secondarie dei paesi per vedere anziani con seggiole in paglia seduti sulla strada, come un tempo, dando le spalle alle macerie; e roulotte e tende spuntate come funghi accanto alla case lesionate o distrutte. La Protezione Civile ha ordinato di toglierle, ma sarà difficile far accettare l’idea che occorre rinunciare anche a una finzione di normalità.

Una madonnina nella chiesa di San Biagio, all'Aquila.
Una madonnina nella chiesa di San Biagio, all’Aquila
(foto J. de Dios Venegas).

L’ordinarietà nella straordinarietà è diventata modus vivendi anche per la pastorale. Secondo le stime dei Beni culturali, su 625 chiese monitorate nei Comuni colpiti dal sisma, il 25 per cento è risultato agibile, altre 200 lo saranno in tempi brevi, e il restante 45,5 per cento necessiterà di interventi più consistenti. Sepolti sotto quintali di detriti gli archivi parrocchiali, i documenti, le pissidi, i paramenti liturgici e gli arredi sacri, le parrocchie senza muri sono ripartite da zero. I primi aiuti sono arrivati nell’immediato da Benedetto XVI e dai confratelli vescovi: Tettamanzi da Milano ha inviato per esempio vestiario e camici, Paglia da Terni kit portatili di oli santi... Si sono mosse le aggregazioni ecclesiali, le congregazioni religiose, le parrocchie. Poi piano piano si è passati a una lenta riorganizzazione. La difficoltà più grande per le parrocchie della città è stato lo smembramento delle comunità tra tendopoli diverse e l’esodo delle famiglie più giovani sulla costa, dove negli alberghi sull’Adriatico, tra Giulianova, Teramo e Pescara, hanno trovato ospitalità circa 30 mila persone, su un totale di 70 mila abitanti. «Nella tendopoli costruita a ridosso della mia chiesa ci sono soltanto tre o quattro famiglie della parrocchia, quasi tutti i miei parrocchiani sono finiti sulla costa», dichiara per esempio padre Candido Bafile, parroco a San Sisto, nel centro dell’Aquila. Così, ospitata dai Frati minori, nelle scorse settimane la comunità di San Sisto si è ritrovata presso l’istituto Stella Maris di Pescara, mentre per i dispersi nelle tendopoli gli incontri parrocchiali sono proseguiti sotto i capannoni di un centro sportivo della città. «La gente non vede l’ora di rientrare. E noi non vediamo l’ora di riaprire: la chiesa non è molto danneggiata, appena ho l’ok faccio iniziare i lavori» dichiara determinato il parroco francescano.

L'abitato di Gignano dopo il sisma.
L’abitato di Gignano dopo il sisma.

Per le comunità dei paesi più piccoli, dove in genere è stata allestita un’unica tendopoli, è stato più facile rimanere unite. Chi ha potuto, ha celebrato Battesimi, Prime comunioni e Cresime al campo, perché la sostanza del sacramento non cambia, anche se per l’emergenza la preparazione catechistica non è stata completata. Chi non aveva più una chiesa né una comunità ha convogliato i ragazzi e i giovani alla caserma della Finanza a Coppito, in due date simboliche: a Pentecoste sono state celebrate 160 Cresime e il giorno del Corpus Domini 90 bambini, con i vestiti forniti da una ditta del Nord, hanno fatto la Prima comunione. In tutt’e due le occasioni due istituti alberghieri – uno di Teramo e un altro di Trento – hanno offerto il pranzo per le migliaia di persone convenute per le celebrazioni.

Il prete ortodosso rumeno Iulian Stoica, con la moglie Raluca e, in braccio a una fedele, il figlio Andrea.
Il prete ortodosso rumeno Iulian Stoica, con la moglie Raluca
e, in braccio a una fedele, il figlio Andrea.

Anche i Matrimoni non si sono fermati. «Nonostante la situazione la gente si sposa lo stesso», spiega Alberto Fossati, diacono della provincia di Milano, incardinato a l’Aquila, che dal container di Pettino dà informazioni sulle Prime comunioni. Qualcuno ha scelto la tendopoli come spazio per la celebrazione, in abito bianco recuperato da sotto le macerie e scarpe da ginnastica. Altri hanno optato per il giardino del ristorante dove festeggiavano l’evento: è il caso di Francesco e Valentina che hanno detto il loro sì proprio a due mesi esatti dal sisma, e aiutati dall’Ufficio liturgico diocesano hanno allestito nel giardino di una villa uno spazio idoneo alla celebrazione del sacramento, benedetti dall’arcivescovo Molinari. Più in generale, le richieste che oggi dalle parrocchie arrivano alla diocesi sono di tre tipi. «La prima riguarda l’arredo liturgico, perché se in un primo momento ci si arrangiava, adesso si vuole ridare dignità alla celebrazione, che diventa un momento aggregativo importante per quel che resta delle comunità». Al momento, spiega don Alberto, le tendopoli sono le case degli aquilani: passata l’emergenza dei primi giorni, dove si faceva a gara tra le associazioni di volontariato per proporre momenti di divertimento e festa, oggi è come se la gente avesse bisogno di ritrovarsi anche nel silenzio, con calma e in una condivisione più profonda.

Don Gaetano, prete originario della Nigeria, nella tendopoli di Fossa.
Don Gaetano, prete originario della Nigeria, nella tendopoli di Fossa.

La seconda preoccupazione è per le comunità disgregate. «Cambiata la fisionomia delle parrocchie, i sacerdoti si sono ritrovati con i fedeli dispersi. I parroci seguono il campo dove soggiornano e poi visitano i fedeli che risiedono altrove». Infine la domanda di fondo resta quella sul futuro: secondo i piani per la ricostruzione, dovrebbero sorgere 20 villaggi satelliti intorno alla città, casette in legno in grado di ospitare 15 mila persone. «Il commissario Bertolaso ha assicurato che ci saranno le strutture per le chiese in ogni campo. E dove non ci sono villaggi ci sarà una chiesa in legno vicino a quella distrutta».

La cattedrale provvisoria per un po’ dovrebbe essere, appena ultimata, l’erigenda chiesa dedicata a san Mario, nella zona della Torretta. Mentre, se per motivi logistici la Settimana liturgica programmata è stata dirottata in Puglia, ad agosto si celebrerà comunque la tradizionale festa della Perdonanza, che quest’anno coincide con gli 800 anni dalla nascita di papa Celestino V. Sarà il segretario di stato, cardinal Tarcisio Bertone che il 28 agosto aprirà la porta santa della basilica di Collemaggio.

Un'immagine delle macerie del terremoto alla periferia dell'Aquila.
Un’immagine delle macerie del terremoto alla periferia dell’Aquila.

Al di là degli eventi eccezionali, nell’ordinario il rimescolamento delle comunità richiederà uno sforzo di inventiva e di lungimiranza pastorale; ennesima sfida per i tanti preti che stanno mettendo a dura prova la resistenza fisica e verificando una scelta di vita, una vocazione, fatta in un tempo che improvvisamente appare lontano anni luce. «Sei costretto a rivedere tutto: tempi, orari, modi. Non puoi più essere il prete che eri prima. In questi mesi ho riletto il mio ministero alla luce della fortezza e agli amici chiedo di pregare perché abbia perseveranza». Gli occhi azzurri di don Ramon Mangili sono stanchi, la camicia stazzonata. Parroco di San Giovanni Battista a Pile, 36 anni, origini bergamasche, ordinato a l’Aquila due anni fa, don Ramon ha visto i suoi 7 mila parrocchiani dispersi in cinque campi. Molti degli universitari fuori sede che abitavano in zona sono tornati a casa. Alcune famiglie sono sulla costa. Alterna le sue giornata saltando da un campo all’altro. Ogni giorno, secondo un calendario di turni concordati con gli altri parroci dei campi cittadini, celebra in un paio di tendopoli. Qui a Pile, nel campo indicato come Italtel 2, il tendone donato dal sindaco di Roma è diventato spazio per la mensa e le celebrazioni, sala televisione e area gioco. Sotto lo sguardo vigile della Madonna e del crocifisso recuperati dalla chiesa inagibile, i volontari stanno preparando l’altare per la celebrazione dell’Eucaristia. Una signora chiede un certificato per i Battesimi della domenica successiva e dall’automobile di don Ramon, ufficio parrocchiale volante, esce fuori la pratica giusta.

Celebrazione nella cappella della tendopoli di Gignano.
Celebrazione nella cappella della tendopoli di Gignano.

Pile, campo che ospita 400 persone, ha di recente accolto anche il camper delle suore Maestre Pie Filippine. È qui che le religiose hanno chiesto di stabilire la direzione didattica del loro istituto: i 180 alunni delle scuole paritarie e la trentina di universitari che vivevano nel pensionato delle suore sono tutti salvi. Gli edifici, collocati in piena zona rossa, via Venti Settembre, accanto alla casa dello studente, sono però inagibili. «Siamo scappate mentre la casa crollava. E per 3-4 anni non potremo fare nulla in quelle strutture» dice suor Lucia. Insieme a un altro paio di religiose, ha scelto di rientrare in città per riprendere i contatti con le famiglie degli alunni: come le altre decine di scuole cattoliche, tutte danneggiate e rese inagibili dal sisma, anche loro contano su una struttura prefabbricata per riprendere le attività.

Sotto un sole implacabile, ci dirigiamo verso le ludoteca donata a Pile dalla Caritas umbra, usata fino a giugno come aula scolastica e oggi spazio gioco e feste, come dimostra il cartellone e i palloncini che augurano «Buon compleanno, Chiara». Ramon saluta Fernanda, 82 anni, sola, salvatasi dalle macerie della casa di famiglia, costruita all’inizio del secolo scorso con i risparmi inviati dal padre emigrato in America. Siede e aspetta. «Oltre agli anziani e ai bambini, dei quali tutti si preoccupano, bisogna pensare anche agli adulti». Il sacerdote racconta delle conversazioni più disparate fatte in questi mesi, dell’enorme peso che si porta dentro chi ha estratto i cadaveri dalla macerie e li ha imbustati, scrivendo con un pennarello nero un nome su una sacca bianca. «Ho dovuto sostenere tanti che vivevano questo ricordo come un peso, sentendo quasi di aver mancato di rispetto ai morti. Alcuni volontari sono ancora sconvolti e faticano nel cammino personale, anche se non se la sono presa con Dio».

Un ragazzino alle prese con gli aiuti nella tendopoli di Pile.
Un ragazzino alle prese con gli aiuti nella tendopoli di Pile.

Anzi, persone che prima sembravano chiuse nel loro mondo, oggi guardano gli altri con occhi diversi, sembrano aver apprezzato il gusto della vita, delle relazioni, degli affetti. «C’è chi mi ha detto che appena possibile avrebbe portato la moglie a cena fuori». Tutti i parrocchiani hanno il numero di cellulare di Ramon. I primi tempi riceveva anche 400 telefonate, giorno e notte. Adesso un po’ di meno. «Ma qualunque cosa succeda, è bene che mi chiamino. Ora lo sforzo maggiore è tirare fino a settembre, sperando fermamente che per allora si riesca ad avere una sistemazione più dignitosa». E se il G8 servirà a riaccendere i riflettori, a portare infrastrutture e soldi, ben venga dice il parroco. Nel frattempo si lavora al progetto del campo volontari con le delegazione dell’Umbria, che interesserà L’Aquila Ovest e si continua ad ascoltare la gente. Ma don Ramon con chi parla? «Con me stesso, la notte. E mi arrabbio perché non ce la faccio più». Eppure, aggiunge il sacerdote, anche se avrebbe potuto chiedere ospitalità a Bergamo, dove è nato, o in altre Chiese locali, «dal terremoto mi si è confermata la voglia e il desiderio di lavorare qui».

L'esterno della chiesa di Santa Maria Assunta a Gignano.
L’esterno della chiesa di Santa Maria Assunta a Gignano.

Una percezione confermata dai racconti dei tanti preti che, dall’Italia e da varie parti del mondo, sono approdati all’Aquila seguendo le strade più diverse. Basta dare un’occhiata all’annuario diocesano, ai nomi di chi guida le 146 parrocchie, per scoprire la particolarità di una Chiesa locale che ha oltre la metà dei sacerdoti "incardinati", provenienti dall’estero o da altre diocesi italiane. Una presenza scaturita non solo dalla mancanza di vocazioni, poche qui come in altre parti d’Italia, ma anche da un’urgenza determinatasi negli anni passati, quando l’Aquila si è trovata improvvisamente sprovvista di preti in seguito alla rottura con la Congregazione dei Figli di Maria. L’organizzazione tradizionalista di origine canadese, accolta in diocesi dal precedente arcivescovo Peressin, con i suoi sacerdoti aveva ricoperto decine di sedi parrocchiali, spesso in frazioni lontane e con pochi fedeli. Per vari motivi, i rapporti tra i "canadesi", come li chiamava la gente, e la diocesi si erano deteriorati, mentre Roma decideva di non riconoscere e considerare scismatica l’Armata di Maria, la Congregazione principale di cui i Figli sono una diramazione. Insomma, l’esodo canadese da l’Aquila aveva spinto l’arcivescovo Peressin a dare avvio a una "campagna acquisti" che ha portato in diocesi preti e giovani seminaristi provenienti da culture, situazioni personali ed ecclesiali molto diverse tra loro. Ai quali, negli anni più recenti, si sono aggiunti altri sacerdoti invitati dall’attuale arcivescovo. «Ci sono diversità culturali che vanno contemperate», dice don Dionisio Rodriguez. «Ai miei confratelli dico sempre che il prete straniero deve entrare nelle comunità in punta di piedi, deve farsi amare e poi dare tutta la ricchezza della sua diversità».

Un'immagine del campo di Camarda.
Un’immagine del campo di Camarda.

«Un vecchio del paese, quando arrivai a Onna, mi disse in dialetto: "Sei venuto da lì a qui per comandare?"»: fu questo uno dei primi incontri di don Cesare Cardozo, venezuelano, dal ’93 in Italia e dal ’98 a l’Aquila. Undici anni fa l’asprezza del clima e del carattere dei suoi concittadini sono stati gli ostacoli principali con cui ha dovuto fare i conti. Poi, con il tempo, è venuta «la scoperta di una fede dalle radici cristiane profonde, fatta di belle tradizioni che però necessitano di un approfondimento alle luce della Parola, per non rimanere solo folklore». Una vita tutto sommato tranquilla, tra San Pietro Apostolo a Onna e San Nicola, nel vicino paese di Monticchio. Fino al 6 aprile scorso, quando con il suo carico di 41 morti, i suoi sacchi bianchi allineati sull’erba accanto alla chiesa diroccata, Onna è diventata simbolo della tragedia, su cui si sono accesi i riflettori della stampa nazionale ed estera. «È una realtà che ti cambia, un passaggio violento. Siamo come una barca nelle tempesta, ma sappiamo come arrivare all’altra riva», dice don Cesare. Ha appena finito di celebrare la Messa sotto la tenda dove il 28 aprile ha accolto Benedetto XVI. Sul prato la campana recuperata dalla chiesa distrutta, dietro l’altare un san Pietro dal piede mutilato e un crocifisso in cuoio, dono di Tiziana, che nel sisma ha perduto due figlie.

A pochi chilometri di distanza, lungo la Statale dei paesi dal cuore antico infartuato, bendato e chiuso dai nastri bianchi e rossi, ci aspetta don Gaetano Chibueze Anyanwu. La sua tenda, numero 56, è a uno degli ingressi del campo di Fossa. La pisside con l’Eucaristia è posata su una sedia di plastica bianca sulle pareti della tenda, sbilenco, è appoggiato il crocifisso di San Damiano. «È un po’ come a Betlemme», commenta Gaetano. In questi giorni, racconta, gli torna incessante sulle labbra il canto francescano Dolce sentire, quella strofa che fa «dolce capire che non sono più solo», che illumina il dolore e la rabbia. Come parroco, dice, ha dovuto cambiare il suo stile, puntare soprattutto «all’ascolto del disagio, della disperazione che diventa anche bestemmia. Occorre trovare una strada nel deserto, come ha fatto Giovanni Battista».

Un'immagine del campo di Gignano.
Un’immagine del campo di Gignano.

Il paese, che ha dato natali a numerosi santi, è chiuso come in un abbraccio dai conventi del Santo Spirito e di S. Angelo d’Ocre. Della parrocchia Santa Maria Assunta non è rimasto quasi nulla. Il campanile crollato ha tirato giù il resto dell’edificio. Dei 650 abitanti di Fossa, alcuni hanno trovato sistemazione altrove, ma quelli rimasti sono tutti in questo campo, dove don Gaetano vive come se fosse in una grande famiglia. Se all’inizio, infatti, «Fossa è stata la mia porta stretta», con il passare del tempo ha imparato ad amare questa gente, è entrato nella vita del paese, dove tutti si conoscono e tutti parlano con il parroco, anche chi non crede o è lontano per motivi ideologici. Tenendo fede a un’antica passione Gaetano, insieme ad alcuni musicisti professionisti dell’Aquila, ha dato vita a un gruppo musicale, La barca mosaica, che propone gospel e canti tradizionali. Per lui, nigeriano, la strada verso l’Aquila è stata lunga e tortuosa. Arrivato in Italia come seminarista di una congregazione religiosa, dopo due anni ha lasciato l’istituto e si è ritrovato clandestino, a Napoli. Ha vissuto con i suoi connazionali nelle baracche sul litorale domizio, lavorando 10-12 ore al giorno nei campi di pomodori o a raccogliere frutta. Ha fatto il vu’ cumprà a Padova, ha conosciuto le ragazze del suo Paese che si prostituiscono nelle periferie italiane. «Ho capito cosa vuol dire essere immigrati. Ho fatto l’esperienza del buio, potevo perdermi. Adesso so che anche nell’oscurità c’è un cammino».

Una donna in preghiera all'interno del campo di Onna.
Una donna in preghiera all’interno del campo di Onna.

Il buio ha avvolto don Juan de Dios Vanegas Gallego quando i Vigili del Fuoco l’hanno chiamato per dirgli che stavano per demolire la sua parrocchia. Un amico gli ha scattato una foto che lo ritrae in lacrime sul marciapiede antistante Santa Maria, a Gignano, mentre la ruspa si abbatte sulla facciata dell’edificio dei primi del Novecento. Juan è colombiano, ha 39 anni, ed è figlio di un vigile del fuoco. Il quartiere in cui sorgeva la chiesa è nell’immediata periferia dell’Aquila, in una zona residenziale, classe medio-alta, villette a schiera e palazzi nuovi, abitati in prevalenza da famiglie di carabinieri, guardia di finanza, forestale. Una realtà piccola, con molti giovani. «In otto anni ho celebrato nove funerali e 90 battesimi» esemplifica. I palazzi gravemente danneggiati, categoria E, necessiteranno di seri lavori di ristrutturazione. Chi è rimasto a Gignano è confluito nella tendopoli dove all’unanimità si è deciso che Juan fosse anche il capo-campo, cioè la persona incaricata di tenere i rapporti con le autorità. Sulla tendopoli sventolano la bandiera colombiana e quella italiana, mentre nel piazzale i giovani hanno aperto il "Sisma bar".

Messa nella tendopoli di Onna celebrata dal parroco, don Cesare Augusto Cardozo.
Messa nella tendopoli di Onna celebrata dal parroco,
don Cesare Augusto Cardozo.

Nel tendone all’ingresso del campo sono stati portati i banchi della chiesa, il crocifisso e la splendida Madonna in legno, opera di un artista di Ortisei. La cappella occupa metà tenda, dall’altro lato i tavoli della mensa e una cucina da campo regalata dalla Caritas di Reggio Emilia. «La chiesa che avevamo era piccola, 80 metri quadri, e lì facevamo le nostre attività: dalle riunioni alle feste. Lì abbiamo visto i mondiali di calcio tutti insieme. Per questo motivo, oggi che la nostra parrocchia è qui, non ci sembra strano vivere tutto nello stesso spazio, dalla Messa, ai pasti al gioco».

Fotografo appassionato, Juan ha un racconto per immagini dei principali momenti di questa nuova storia che gli tocca vivere con la sua comunità: il recupero dei beni dalla chiesa, la demolizione dell’edificio e le varie fasi della nascita del campo. Gli amici che nelle settimane si sono alternati, i vigili del fuoco e i militari, le feste con i volontari di Frascati intorno alla porchetta e al vino rosso, le grigliate serali, le Prime Comunioni gemellate con i ragazzi di una parrocchia romana, i Matrimoni, le partite a calcetto, la laurea di Veronica e le prove del nascente gruppo musicale, messo su grazie alla disponibilità di due musicisti locali e alla generosità di un benefattore della provincia di Gorizia. Mentre scorriamo insieme le foto, alcuni ragazzi giocano con le macchinine, su un’improvvisata pista delimitata da forchette di plastica, tra i banchi della chiesa e i tavoli dei pasti. Si respira un clima sereno. In questa zona, secondo i piani, non ci saranno casette in legno, la gente dovrà spostarsi al campo di Sant’Elia. «Io di qua non mi muovo» dice Juan. «Come sacerdote ho sentito di dover rimanere. È il Vangelo. Arriva il lupo e te ne vai? Adesso bisogna pensare alle persone. La chiesa in pietra è l’ultima cosa».

Vittoria Prisciandaro

Immagine della tendopoli di Pile.
Immagine della tendopoli di Pile.

Il sisma, occasione di dialogo ecumenico

Il 7 aprile il piccolo Andrea Stoica, sette mesi, è partito con il papà alla volta di Bucarest. Una volta consegnato il figlio ai nonni materni, Iulian è ritornato all’Aquila, temendo di dover provvedere ai funerali di qualche fedele. Timore poi rivelatosi infondato. Padre Iulian è il parroco della comunità ortodossa rumena dell’Aquila. Ha 30 anni, è sposato con Raluca, da 4 anni è in Italia e la sua parrocchia conta circa 200 famiglie, dislocate tra la città e la provincia. Poiché la casa dove abita, a Pettino, è inagibile, con la famiglia ha preferito spostarsi a Porto Sant’Elpidio. Ogni domenica Iulian torna per la celebrazione della Messa ad Arischia, in tendopoli, dove vivono alcune famiglie ortodosse; e per far visita, a Pizzoli, all’amico Flavio Ioana, rumeno di Vilcea, da dodici anni in Abruzzo, membro del consiglio parrocchiale e impreditore edile.

La villa a due piani che Flavio ha costruito con le sue mani non l’ha tradito ed è un luogo sereno dove riposarsi. Con Anyela, la moglie, per serenità ha mandato i due bambini dai nonni, in Romania. Ma presto torneranno. «Lì ormai ci sentiamo ospiti, la nostra casa è qui». Flavio sogna di costruire la chiesa parrocchiale appena le autorità civili o quelle religiose cattoliche troveranno un terreno disponibile. Prima del sisma la comunità si riuniva nella Chiesa dell’Immacolata concezione, concessa dal vescovo Molinari, nel centro storico della città. Salvate le icone, i Vangeli e alcuni arredi sacri, della struttura non è rimasto nulla. «Ci serve una chiesa perché è punto di riferimento per una comunità dispersa, ma anche spazio di aggregazione, che contribuisce a farci crescere nella fede», dice Iulian.

Una donna nella tendopoli di Pile.
Una donna nella tendopoli di Pile.

La comunità ortodossa rumena è la più numerosa dopo quella cattolica. All’inizio i rapporti con la popolazione sono stati un po’ difficili, a causa di un precedente increscioso: un sacerdote, don Antonio Di Rosso, si era autoproclamato vescovo di una fantomatica Chiesa ortodossa d’Italia, aveva portato dalla sua parte alcuni preti rumeni, non era stato riconosciuto dall’arcivescovo Molinari e aveva creato un po’ di trambusto. Di Rosso è morto di recente. I rapporti con gli ortodossi rumeni procedono in serenità, come conferma don Claudio Tracanna, parroco di Santo Stefano a Pizzoli, che aggiunge: «La nostra si percepisce come una comunità tradizionale. Da qualche parte gli uomini partecipano alle funzioni ancora divisi dalle donne. Ma la fede è radicata». Don Claudio è tornato in canonica su invito di un vigile del fuoco: «Se non dà lei il buon esempio...». La chiesa ha invece subito danni e per il momento il parroco celebra in tendopoli.

Al di là dei rumeni, l’Aquila non ha altre comunità religiose dai grandi numeri. Ma nei campi in questi mesi hanno lavorato numerose associazioni di volontariato di ispirazione religiosa. Nella tendopoli di Centicollella, per esempio, per una settimana sono stati presenti dieci studenti della Facoltà teologica avventista di Firenze. «La sera ci ritrovavamo a dormire in una grande palestra, insieme ad alcuni pentecostali e ai ragazzi dell’Agesci. Si leggeva un salmo, si cantava al suono delle chitarre e la mattina si riprendeva il servizio in mensa», racconta Luca Faedda, 28 anni, architetto che studia teologia per fare il missionario.

Una volontaria della Protezione civile aiuta un'anziana donna nel campo di Camarda.
Una volontaria della Protezione civile aiuta un’anziana donna
nel campo di Camarda.

A Onna da due mesi sono state piantate alcune tende dell’Islamic Relief. Da Milano arrivano infatti Said, egiziano, e Mustafa, marocchino campione di maratona, che in queste settimane hanno distribuito gli aiuti messi a disposizione dall’organizzazione umanitaria di ispirazione islamica e oggi lavorano come volontari: organizzano corsi di arabo, servono alla mensa, puliscono i bagni. Per mesi hanno lavorato con gli studenti della Lega Missionaria dei gesuiti, i quali si sono poi trasferiti sul litorale campano dove stanno tenendo campi estivi per i ragazzi aquilani. «Grazie a padre Massimo Nevola siamo riusciti tra la folla a salutare il Santo Padre», racconta Said.

La Federazione delle Chiese evangeliche ha invece messo il suo camper nel campo di Camarda, un paesino di 600 abitanti arroccato sulla montagna. Appena arrivate, l’11 giugno, Elisa Carri, metodista di Pescara, e Giovanna Mei, battista di Roma, hanno aperto le porte e sono andate in giro a incontrare la gente. Gli anziani, che non hanno voluto lasciare il paese, preferendo agli alberghi le tende sotto casa, vicino all’orto e agli animali, sono stati i primi a raccogliere l’invito delle due assistenti sociali. Così è nata l’amicizia con Annina, di 102 anni, e con le altre signore. Si chiacchiera, ci si informa sulle pratiche da sbrigare, si vive insieme il tempo dell’attesa. E qualcuno, quando arriva l’ora, va nella tenda-cappella di fronte al camper a recitare una posta di Rosario.

Segue: Il potere e la gloria di una diocesi senza tetto

Jesus n. 7 luglio 2009 - Home Page