|
Servizio
speciale:
Una Chiesa tra le macerie La
fede al tempo del Tuono
di Vittoria Prisciandaro – foto di Alessia Giuliani/Cpp

Dal 6 aprile scorso,
quando la terra ha tremato, gli abitanti dell’Aquila vivono un’emergenza
che è ormai divenuta quotidiana. Rimasta senza chiese agibili, anche la
comunità cristiana sperimenta la precaria fragilità dei templi. E
riparte dalla condivisione, dalla povertà e dalla pastorale della
tenda.
Lo hanno fatto scendere dal cielo
in terra. Non è più sospeso in alto, imponente, ad accogliere chi
varca la porta principale della chiesa. Il grande Cristo in croce adesso
è adagiato sull’altare, con discrezione. Si intravede tra gli
scatoloni di scarpe e gli appendiabiti, tra le pile di jeans e t-shirts,
il deposito di bermuda e lenzuola. Nello spazio sacro, oggi non meno di
ieri, Antonella, Fabrizio e gli altri volontari della parrocchia si
muovono sicuri, busta in una mano e lista delle richieste nell’altra,
mentre fuori la gente in fila attende il suo turno per ritirare gli
aiuti. È icona della chiesa dell’Aquila ai tempi del terremoto la
parrocchia di San Francesco a Pettino, una delle due che hanno resistito
a quei trenta secondi di morte, che il 6 aprile hanno cancellato vite e
storia. Massiccia, in cemento armato, è diventata quartier generale
della diocesi. In una tenda sul piazzale laterale si è trasferita la
cappella. La chiesa è stata adibita a magazzino Caritas: dove si
celebrava l’Eucaristia ora si distribuiscono vestiti, dove ci si
ritrovava per giocare e fare riunioni, è nata la "via" degli
omogeneizzati e delle prime pappe, quella dei sanitari e dei pannolini,
il piano dello scatolame e delle saponette. Negli uffici parrocchiali si
aggira il vicario episcopale per il culto; sul cortile antistante la
chiesa, tra i container, prosegue l’attività del centro pastorale e
quella della Caritas, mentre una tenda più grande funge da spazio
riunioni. Da qui è partita la riorganizzazione della diocesi; qui si è
progettata una visita papale sobria, essenziale; qui si tenta di fare i
conti con un futuro ancora incerto. Da qui muove i passi una Chiesa
costretta dall’emergenza a tirar fuori il meglio di sé.

La cupola del duomo dell’Aquila,
crollata per il sisma
(foto J. de Dios Venegas).
«Oggi la percezione che ho del mio ministero è che bisogna
stare fuori dalle chiese. Sono cadute le porte blindate, hanno smesso di
suonare gli allarmi e abbiamo incontrato la gente», dice don
Dante Di Nardo, parroco di San Francesco e vicario episcopale per la
pastorale. Aquilano doc, nato a Barisciano, don Dante ha passato sedici
anni a Paganica, una delle frazioni più colpite dal sisma. E quei
morti, quei lutti, sono sentiti come di famiglia, perché sono quelli
dei suoi ex parrocchiani. La notte del terremoto davanti alla chiesa di
San Francesco ha distribuito latte caldo e caffè a chi, nel buio, tra
polvere e paura, si è diretto naturalmente verso la parrocchia. La
tradizionale raccolta di viveri per i poveri durante la Quaresima ha
fatto da serbatoio per il primo aiuto. Poi è arrivato il conto:
quartiere "in" alla periferia dell’Aquila, zona ambita,
abitata da studenti in affitto e famiglie giovani, all’80 per cento
con mutuo, Pettino si è ritrovata con palazzi nuovi inagibili,
classificati nella fascia E, quella che precede l’abbattimento. E la
gente ha scoperto di aver vissuto per anni in una delle zone a più alto
rischio sismico. «Eravamo a rischio 1, poi ci hanno declassati a
2. Così hanno potuto edificare palazzi di cinque piani. Ma la faglia
corre proprio lì... Se avessero costruito delle villette, oggi la gente
sarebbe già a casa», dice don Dante, indicando un orizzonte di
edifici disabitati. Trasferiti in maggioranza sulla costa, alcuni
ospitati nelle tendopoli cittadine, i parrocchiani di don Dante sanno
che per loro "ritorno" a casa, a breve, significherà trovare
sistemazione in un altro quartiere, perché a «Pettino non
faranno nessuna costruzione provvisoria, è previsto solo un centro
universitario. Gli studenti in affitto non ritorneranno, le famiglie con
case inagibili non si sa dove andranno a finire».

Don Gaetano Chibueze Anyanwu, parroco di
Santa Maria Assunta
a Fossa, nella sua tenda.
La
gente, aggiunge il parroco, ha una fede tradizionale, forte. «Ricordo che nella notte del terremoto, nel buio, qualcuno gridava:
"Che cosa t’abbiamo fatto?". Parlava con il Padreterno, ma la
colpa alla fine la gente non la dà a Lui e gli si affida anche nel
dolore, perché sente che questa terra non è nemica. Dobbiamo imparare a
rispettarla». E se oggi «la pastorale è di aiuto e
vicinanza a chi è rimasto senza niente, domani bisognerà inventare
qualcosa di assolutamente diverso. Io faccio la mia parte: accogliere
quelli che rientrano e dire che possono contare su di noi, che non ci
muoviamo». In questi giorni tanti tornano dalla costa, anche solo
per un saluto, e passano per la parrocchia, perché sanno «che qui
trovano qualcuno». Infatti un primo punto fermo don Dante l’ha
già messo. In un terreno vicino alla chiesa ha realizzato un piccolo
campo, dove vive con i volontari e alcune famiglie della parrocchia. Una
trentina di tende donate dal Rotary Scozia, una mensa e una cappella,
tutto autogestito. Da due anni a Pettino, Dante racconta che aveva
impostato il piano pastorale sulla centralità della parrocchia: «Il problema è che adesso non ci sono i parrocchiani», dice
scherzando. Sono le 21, alla mensa del campo si attende il secondo turno
per la cena e in questo spazio familiare, tutto sommato sereno, ci si può
anche scambiare il lusso di un sorriso, davanti alle tende, mentre cala la
sera e la temperatura passa da 30 a 15 gradi.

Ragazzi al lavoro nella tendopoli di Pile.
Ma
non siamo in un campeggio. Le persone raccolte intorno al tavolo dicono
che questo è il momento dell’attesa più snervante: vorrebbero sapere
da dove ricominciare, capire quali saranno i tempi veri della
ricostruzione. C’è affetto e tristezza nelle parole di chi parla dei
vecchi che ieri giravano tranquilli in giacca e cravatta, e oggi sono come
smorti, hanno perso peso e anni di vita, e alcuni, nei campi più grandi,
si rifiutano anche di uscire dalle tende. «La gente sta male, non
è colpa di nessuno, ma non siamo disposti ad andare in crociera a
divertirci», dice il parroco. Anche il G8 viene accolto con un moto
di fastidio: «Avrebbero potuto farlo a Roma e poi portarli all’Aquila
per un giorno. Basta che per motivi di sicurezza non ci chiudano nei
campi: non siamo scimmie da tenere in gabbia né animali da vedere come
allo zoo».
La gente annuisce. Tra di loro anche alcuni volontari della Caritas
Umbria. Sono stati i primi a rispondere all’appello di Caritas Italia
che ha diviso l’Aquila in nove zone, affidandole alle delegazioni
regionali. «Si tratta di accompagnare le persone in tutto il
percorso, dalla prima emergenza al rientro in una quotidianità difficile
in cui va tenuta viva la dimensione di comunità», spiega don
Dionisio Humberto Rodriguez, colombiano, direttore della Caritas
diocesana. L’organizzazione prevede che ogni delegazione regionale invii
tre persone che andranno a costituire un coordinamento permanente di circa
60 operatori che per sette mesi seguirà le attività di volontariato e
gli aiuti sul territorio, coordinando le forze e le risorse che
arriveranno. Il tutto dovrebbe entrare a regime a luglio.

Un anziano nella tendopoli di Onna.
«Al di là dei servizi da garantire, l’importante è stare
vicino a queste persone, non lasciarle sole», dice don Marco
Gasparri, 30 anni, vicedirettore della Caritas di Orvieto-Todi e capo
della delegazione dell’Umbria. "Forti" dell’esperienza del
terremoto che nel 1997 ha infierito sulla loro regione, una settimana dopo
il sisma del 6 aprile gli umbri erano già a l’Aquila con le idee
chiare: fare un campo-scuola permanente, come a Nocera Umbra, dove in
quattro anni si sono alternati migliaia di volontari da tutt’Italia.
Dodici anni fa l’idea per quel tipo di esperienza, rivelatasi vincente,
nacque da un incontro. Don Lucio Gatti, ex responsabile regionale della
Caritas umbra, in una strada deserta, subito dopo il sisma, chiese più
volte a un anziano di cosa avesse bisogno: cibo, coperte, vestiti... e
alla fine questi gli rispose: «Abbiamo bisogno di vedere gente in
questa strada».
Non
solo tende o prefabbricati, non solo clown o concerti, non solo Messe e
rosari, ma amicizia e ascolto: don Marco dice che il campo si farà vicino
alla chiesa di Sant’Antonio, a Pile, che con Pettino è nell’area
affidata alle delegazioni Umbria-Piemonte-Valle d’Aosta. «Sarà
un campo base di volontari, dove vivremo affiancando le fasce deboli della
popolazione. È tutto da costruire, ma l’esperienza fatta a Nocera ci
dà le coordinate giuste per muoverci». Per il momento si parte con
l’animazione estiva per un centinaio di ragazzi, un Grest che si farà a
Pettino, e si continua nell’ordinaria emergenza. Don Marco racconta
degli incontri fatti in questi due mesi, delle decine di confessioni
ascoltate in tenda, ma anche dell’esasperazione di chi è abituato a
costruirsi tutto con le sue mani e ora non vuole più aspettare, non crede
ai tempi e ai numeri dati dalle autorità, e sta cercando di attrezzarsi
da solo. Basta passeggiare nelle strade secondarie dei paesi per vedere
anziani con seggiole in paglia seduti sulla strada, come un tempo, dando
le spalle alle macerie; e roulotte e tende spuntate come funghi accanto
alla case lesionate o distrutte. La Protezione Civile ha ordinato di
toglierle, ma sarà difficile far accettare l’idea che occorre
rinunciare anche a una finzione di normalità.

Una madonnina nella chiesa di San Biagio,
all’Aquila
(foto J. de Dios Venegas).
L’ordinarietà
nella straordinarietà è diventata modus vivendi anche per la
pastorale. Secondo le stime dei Beni culturali, su 625 chiese monitorate
nei Comuni colpiti dal sisma, il 25 per cento è risultato agibile, altre
200 lo saranno in tempi brevi, e il restante 45,5 per cento necessiterà
di interventi più consistenti. Sepolti sotto quintali di detriti gli
archivi parrocchiali, i documenti, le pissidi, i paramenti liturgici e gli
arredi sacri, le parrocchie senza muri sono ripartite da zero. I primi
aiuti sono arrivati nell’immediato da Benedetto XVI e dai confratelli
vescovi: Tettamanzi da Milano ha inviato per esempio vestiario e camici,
Paglia da Terni kit portatili di oli santi... Si sono mosse le
aggregazioni ecclesiali, le congregazioni religiose, le parrocchie. Poi
piano piano si è passati a una lenta riorganizzazione. La difficoltà
più grande per le parrocchie della città è stato lo smembramento delle
comunità tra tendopoli diverse e l’esodo delle famiglie più giovani
sulla costa, dove negli alberghi sull’Adriatico, tra Giulianova, Teramo
e Pescara, hanno trovato ospitalità circa 30 mila persone, su un totale
di 70 mila abitanti. «Nella tendopoli costruita a ridosso della mia
chiesa ci sono soltanto tre o quattro famiglie della parrocchia, quasi
tutti i miei parrocchiani sono finiti sulla costa», dichiara per
esempio padre Candido Bafile, parroco a San Sisto, nel centro dell’Aquila.
Così, ospitata dai Frati minori, nelle scorse settimane la comunità di
San Sisto si è ritrovata presso l’istituto Stella Maris di Pescara,
mentre per i dispersi nelle tendopoli gli incontri parrocchiali sono
proseguiti sotto i capannoni di un centro sportivo della città. «La gente non vede l’ora di rientrare. E noi non vediamo l’ora
di riaprire: la chiesa non è molto danneggiata, appena ho l’ok faccio
iniziare i lavori» dichiara determinato il parroco francescano.

L’abitato di Gignano dopo il sisma.
Per
le comunità dei paesi più piccoli, dove in genere è stata allestita un’unica
tendopoli, è stato più facile rimanere unite. Chi ha potuto, ha
celebrato Battesimi, Prime comunioni e Cresime al campo, perché la
sostanza del sacramento non cambia, anche se per l’emergenza la
preparazione catechistica non è stata completata. Chi non aveva più una
chiesa né una comunità ha convogliato i ragazzi e i giovani alla caserma
della Finanza a Coppito, in due date simboliche: a Pentecoste sono state
celebrate 160 Cresime e il giorno del Corpus Domini 90 bambini, con i
vestiti forniti da una ditta del Nord, hanno fatto la Prima comunione. In
tutt’e due le occasioni due istituti alberghieri – uno di Teramo e un
altro di Trento – hanno offerto il pranzo per le migliaia di persone
convenute per le celebrazioni.

Il prete ortodosso rumeno Iulian Stoica, con
la moglie Raluca
e, in braccio a una fedele, il figlio Andrea.
Anche i Matrimoni non si sono fermati. «Nonostante la situazione
la gente si sposa lo stesso», spiega Alberto Fossati, diacono della
provincia di Milano, incardinato a l’Aquila, che dal container di
Pettino dà informazioni sulle Prime comunioni. Qualcuno ha scelto la
tendopoli come spazio per la celebrazione, in abito bianco recuperato da
sotto le macerie e scarpe da ginnastica. Altri hanno optato per il
giardino del ristorante dove festeggiavano l’evento: è il caso di
Francesco e Valentina che hanno detto il loro sì proprio a due mesi
esatti dal sisma, e aiutati dall’Ufficio liturgico diocesano hanno
allestito nel giardino di una villa uno spazio idoneo alla celebrazione
del sacramento, benedetti dall’arcivescovo Molinari. Più in generale,
le richieste che oggi dalle parrocchie arrivano alla diocesi sono di tre
tipi. «La prima riguarda l’arredo liturgico, perché se in un
primo momento ci si arrangiava, adesso si vuole ridare dignità alla
celebrazione, che diventa un momento aggregativo importante per quel che
resta delle comunità». Al momento, spiega don Alberto, le
tendopoli sono le case degli aquilani: passata l’emergenza dei primi
giorni, dove si faceva a gara tra le associazioni di volontariato per
proporre momenti di divertimento e festa, oggi è come se la gente avesse
bisogno di ritrovarsi anche nel silenzio, con calma e in una condivisione
più profonda.

Don Gaetano, prete originario della Nigeria,
nella tendopoli di Fossa.
La
seconda preoccupazione è per le comunità disgregate. «Cambiata la
fisionomia delle parrocchie, i sacerdoti si sono ritrovati con i fedeli
dispersi. I parroci seguono il campo dove soggiornano e poi visitano i
fedeli che risiedono altrove». Infine la domanda di fondo resta
quella sul futuro: secondo i piani per la ricostruzione, dovrebbero
sorgere 20 villaggi satelliti intorno alla città, casette in legno in
grado di ospitare 15 mila persone. «Il commissario Bertolaso ha
assicurato che ci saranno le strutture per le chiese in ogni campo. E dove
non ci sono villaggi ci sarà una chiesa in legno vicino a quella
distrutta».
La cattedrale provvisoria per un po’ dovrebbe essere, appena
ultimata, l’erigenda chiesa dedicata a san Mario, nella zona della
Torretta. Mentre, se per motivi logistici la Settimana liturgica
programmata è stata dirottata in Puglia, ad agosto si celebrerà comunque
la tradizionale festa della Perdonanza, che quest’anno coincide con gli
800 anni dalla nascita di papa Celestino V. Sarà il segretario di stato,
cardinal Tarcisio Bertone che il 28 agosto aprirà la porta santa della
basilica di Collemaggio.

Un’immagine delle macerie del terremoto
alla periferia dell’Aquila.
Al di là degli eventi eccezionali, nell’ordinario il rimescolamento
delle comunità richiederà uno sforzo di inventiva e di lungimiranza
pastorale; ennesima sfida per i tanti preti che stanno mettendo a dura
prova la resistenza fisica e verificando una scelta di vita, una
vocazione, fatta in un tempo che improvvisamente appare lontano anni luce.
«Sei costretto a rivedere tutto: tempi, orari, modi. Non puoi più
essere il prete che eri prima. In questi mesi ho riletto il mio ministero
alla luce della fortezza e agli amici chiedo di pregare perché abbia
perseveranza». Gli occhi azzurri di don Ramon Mangili sono stanchi,
la camicia stazzonata. Parroco di San Giovanni Battista a Pile, 36 anni,
origini bergamasche, ordinato a l’Aquila due anni fa, don Ramon ha visto
i suoi 7 mila parrocchiani dispersi in cinque campi. Molti degli
universitari fuori sede che abitavano in zona sono tornati a casa. Alcune
famiglie sono sulla costa. Alterna le sue giornata saltando da un campo
all’altro. Ogni giorno, secondo un calendario di turni concordati con
gli altri parroci dei campi cittadini, celebra in un paio di tendopoli.
Qui a Pile, nel campo indicato come Italtel 2, il tendone donato dal
sindaco di Roma è diventato spazio per la mensa e le celebrazioni, sala
televisione e area gioco. Sotto lo sguardo vigile della Madonna e del
crocifisso recuperati dalla chiesa inagibile, i volontari stanno
preparando l’altare per la celebrazione dell’Eucaristia. Una signora
chiede un certificato per i Battesimi della domenica successiva e dall’automobile
di don Ramon, ufficio parrocchiale volante, esce fuori la pratica giusta.

Celebrazione nella cappella della tendopoli
di Gignano.
Pile,
campo che ospita 400 persone, ha di recente accolto anche il camper delle
suore Maestre Pie Filippine. È qui che le religiose hanno chiesto di
stabilire la direzione didattica del loro istituto: i 180 alunni delle
scuole paritarie e la trentina di universitari che vivevano nel pensionato
delle suore sono tutti salvi. Gli edifici, collocati in piena zona rossa,
via Venti Settembre, accanto alla casa dello studente, sono però
inagibili. «Siamo scappate mentre la casa crollava. E per 3-4 anni
non potremo fare nulla in quelle strutture» dice suor Lucia.
Insieme a un altro paio di religiose, ha scelto di rientrare in città per
riprendere i contatti con le famiglie degli alunni: come le altre decine
di scuole cattoliche, tutte danneggiate e rese inagibili dal sisma, anche
loro contano su una struttura prefabbricata per riprendere le attività.
Sotto un sole implacabile, ci dirigiamo verso le ludoteca donata a Pile
dalla Caritas umbra, usata fino a giugno come aula scolastica e oggi
spazio gioco e feste, come dimostra il cartellone e i palloncini che
augurano «Buon compleanno, Chiara». Ramon saluta Fernanda,
82 anni, sola, salvatasi dalle macerie della casa di famiglia, costruita
all’inizio del secolo scorso con i risparmi inviati dal padre emigrato
in America. Siede e aspetta. «Oltre agli anziani e ai bambini, dei
quali tutti si preoccupano, bisogna pensare anche agli adulti». Il
sacerdote racconta delle conversazioni più disparate fatte in questi
mesi, dell’enorme peso che si porta dentro chi ha estratto i cadaveri
dalla macerie e li ha imbustati, scrivendo con un pennarello nero un nome
su una sacca bianca. «Ho dovuto sostenere tanti che vivevano questo
ricordo come un peso, sentendo quasi di aver mancato di rispetto ai morti.
Alcuni volontari sono ancora sconvolti e faticano nel cammino personale,
anche se non se la sono presa con Dio».

Un ragazzino alle prese con gli aiuti nella
tendopoli di Pile.
Anzi,
persone che prima sembravano chiuse nel loro mondo, oggi guardano gli
altri con occhi diversi, sembrano aver apprezzato il gusto della vita,
delle relazioni, degli affetti. «C’è chi mi ha detto che appena
possibile avrebbe portato la moglie a cena fuori». Tutti i
parrocchiani hanno il numero di cellulare di Ramon. I primi tempi riceveva
anche 400 telefonate, giorno e notte. Adesso un po’ di meno. «Ma
qualunque cosa succeda, è bene che mi chiamino. Ora lo sforzo maggiore è
tirare fino a settembre, sperando fermamente che per allora si riesca ad
avere una sistemazione più dignitosa». E se il G8 servirà a
riaccendere i riflettori, a portare infrastrutture e soldi, ben venga dice
il parroco. Nel frattempo si lavora al progetto del campo volontari con le
delegazione dell’Umbria, che interesserà L’Aquila Ovest e si continua
ad ascoltare la gente. Ma don Ramon con chi parla? «Con me stesso,
la notte. E mi arrabbio perché non ce la faccio più». Eppure,
aggiunge il sacerdote, anche se avrebbe potuto chiedere ospitalità a
Bergamo, dove è nato, o in altre Chiese locali, «dal terremoto mi
si è confermata la voglia e il desiderio di lavorare qui».

L’esterno della chiesa di Santa Maria
Assunta a Gignano.
Una percezione confermata dai racconti dei tanti preti che, dall’Italia
e da varie parti del mondo, sono approdati all’Aquila seguendo le strade
più diverse. Basta dare un’occhiata all’annuario diocesano, ai nomi
di chi guida le 146 parrocchie, per scoprire la particolarità di una
Chiesa locale che ha oltre la metà dei sacerdoti "incardinati",
provenienti dall’estero o da altre diocesi italiane. Una presenza
scaturita non solo dalla mancanza di vocazioni, poche qui come in altre
parti d’Italia, ma anche da un’urgenza determinatasi negli anni
passati, quando l’Aquila si è trovata improvvisamente sprovvista di
preti in seguito alla rottura con la Congregazione dei Figli di Maria. L’organizzazione
tradizionalista di origine canadese, accolta in diocesi dal precedente
arcivescovo Peressin, con i suoi sacerdoti aveva ricoperto decine di sedi
parrocchiali, spesso in frazioni lontane e con pochi fedeli. Per vari
motivi, i rapporti tra i "canadesi", come li chiamava la gente,
e la diocesi si erano deteriorati, mentre Roma decideva di non riconoscere
e considerare scismatica l’Armata di Maria, la Congregazione principale
di cui i Figli sono una diramazione. Insomma, l’esodo canadese da l’Aquila
aveva spinto l’arcivescovo Peressin a dare avvio a una "campagna
acquisti" che ha portato in diocesi preti e giovani seminaristi
provenienti da culture, situazioni personali ed ecclesiali molto diverse
tra loro. Ai quali, negli anni più recenti, si sono aggiunti altri
sacerdoti invitati dall’attuale arcivescovo. «Ci sono diversità
culturali che vanno contemperate», dice don Dionisio Rodriguez. «Ai miei confratelli dico sempre che il prete straniero deve
entrare nelle comunità in punta di piedi, deve farsi amare e poi dare
tutta la ricchezza della sua diversità».

Un’immagine del campo di Camarda.
«Un
vecchio del paese, quando arrivai a Onna, mi disse in dialetto: "Sei
venuto da lì a qui per comandare?"»: fu questo uno dei primi
incontri di don Cesare Cardozo, venezuelano, dal ’93 in Italia e dal ’98
a l’Aquila. Undici anni fa l’asprezza del clima e del carattere dei
suoi concittadini sono stati gli ostacoli principali con cui ha dovuto
fare i conti. Poi, con il tempo, è venuta «la scoperta di una fede
dalle radici cristiane profonde, fatta di belle tradizioni che però
necessitano di un approfondimento alle luce della Parola, per non rimanere
solo folklore». Una vita tutto sommato tranquilla, tra San Pietro
Apostolo a Onna e San Nicola, nel vicino paese di Monticchio. Fino al 6
aprile scorso, quando con il suo carico di 41 morti, i suoi sacchi bianchi
allineati sull’erba accanto alla chiesa diroccata, Onna è diventata
simbolo della tragedia, su cui si sono accesi i riflettori della stampa
nazionale ed estera. «È una realtà che ti cambia, un passaggio
violento. Siamo come una barca nelle tempesta, ma sappiamo come arrivare
all’altra riva», dice don Cesare. Ha appena finito di celebrare
la Messa sotto la tenda dove il 28 aprile ha accolto Benedetto XVI. Sul
prato la campana recuperata dalla chiesa distrutta, dietro l’altare un
san Pietro dal piede mutilato e un crocifisso in cuoio, dono di Tiziana,
che nel sisma ha perduto due figlie.
A
pochi chilometri di distanza, lungo la Statale dei paesi dal cuore antico
infartuato, bendato e chiuso dai nastri bianchi e rossi, ci aspetta don
Gaetano Chibueze Anyanwu. La sua tenda, numero 56, è a uno degli ingressi
del campo di Fossa. La pisside con l’Eucaristia è posata su una sedia
di plastica bianca sulle pareti della tenda, sbilenco, è appoggiato il
crocifisso di San Damiano. «È un po’ come a Betlemme»,
commenta Gaetano. In questi giorni, racconta, gli torna incessante sulle
labbra il canto francescano Dolce sentire, quella strofa che fa «dolce capire che non sono più solo», che illumina il
dolore e la rabbia. Come parroco, dice, ha dovuto cambiare il suo stile,
puntare soprattutto «all’ascolto del disagio, della disperazione
che diventa anche bestemmia. Occorre trovare una strada nel deserto, come
ha fatto Giovanni Battista».

Un’immagine del campo di Gignano.
Il paese, che ha dato natali a numerosi santi, è chiuso come in un
abbraccio dai conventi del Santo Spirito e di S. Angelo d’Ocre. Della
parrocchia Santa Maria Assunta non è rimasto quasi nulla. Il campanile
crollato ha tirato giù il resto dell’edificio. Dei 650 abitanti di
Fossa, alcuni hanno trovato sistemazione altrove, ma quelli rimasti sono
tutti in questo campo, dove don Gaetano vive come se fosse in una grande
famiglia. Se all’inizio, infatti, «Fossa è stata la mia porta
stretta», con il passare del tempo ha imparato ad amare questa
gente, è entrato nella vita del paese, dove tutti si conoscono e tutti
parlano con il parroco, anche chi non crede o è lontano per motivi
ideologici. Tenendo fede a un’antica passione Gaetano, insieme ad alcuni
musicisti professionisti dell’Aquila, ha dato vita a un gruppo musicale,
La barca mosaica, che propone gospel e canti tradizionali. Per lui,
nigeriano, la strada verso l’Aquila è stata lunga e tortuosa. Arrivato
in Italia come seminarista di una congregazione religiosa, dopo due anni
ha lasciato l’istituto e si è ritrovato clandestino, a Napoli. Ha
vissuto con i suoi connazionali nelle baracche sul litorale domizio,
lavorando 10-12 ore al giorno nei campi di pomodori o a raccogliere
frutta. Ha fatto il vu’ cumprà a Padova, ha conosciuto le
ragazze del suo Paese che si prostituiscono nelle periferie italiane. «Ho capito cosa vuol dire essere immigrati. Ho fatto l’esperienza
del buio, potevo perdermi. Adesso so che anche nell’oscurità c’è un
cammino».

Una donna in preghiera all’interno del
campo di Onna.
Il
buio ha avvolto don Juan de Dios Vanegas Gallego quando i Vigili del Fuoco
l’hanno chiamato per dirgli che stavano per demolire la sua parrocchia.
Un amico gli ha scattato una foto che lo ritrae in lacrime sul marciapiede
antistante Santa Maria, a Gignano, mentre la ruspa si abbatte sulla
facciata dell’edificio dei primi del Novecento. Juan è colombiano, ha
39 anni, ed è figlio di un vigile del fuoco. Il quartiere in cui sorgeva
la chiesa è nell’immediata periferia dell’Aquila, in una zona
residenziale, classe medio-alta, villette a schiera e palazzi nuovi,
abitati in prevalenza da famiglie di carabinieri, guardia di finanza,
forestale. Una realtà piccola, con molti giovani. «In otto anni ho
celebrato nove funerali e 90 battesimi» esemplifica. I palazzi
gravemente danneggiati, categoria E, necessiteranno di seri lavori di
ristrutturazione. Chi è rimasto a Gignano è confluito nella tendopoli
dove all’unanimità si è deciso che Juan fosse anche il capo-campo,
cioè la persona incaricata di tenere i rapporti con le autorità. Sulla
tendopoli sventolano la bandiera colombiana e quella italiana, mentre nel
piazzale i giovani hanno aperto il "Sisma bar".

Messa nella tendopoli di Onna celebrata dal
parroco,
don Cesare Augusto Cardozo.
Nel
tendone all’ingresso del campo sono stati portati i banchi della chiesa,
il crocifisso e la splendida Madonna in legno, opera di un artista di
Ortisei. La cappella occupa metà tenda, dall’altro lato i tavoli della
mensa e una cucina da campo regalata dalla Caritas di Reggio Emilia. «La chiesa che avevamo era piccola, 80 metri quadri, e lì facevamo
le nostre attività: dalle riunioni alle feste. Lì abbiamo visto i
mondiali di calcio tutti insieme. Per questo motivo, oggi che la nostra
parrocchia è qui, non ci sembra strano vivere tutto nello stesso spazio,
dalla Messa, ai pasti al gioco».
Fotografo appassionato, Juan ha un racconto per immagini dei principali
momenti di questa nuova storia che gli tocca vivere con la sua comunità:
il recupero dei beni dalla chiesa, la demolizione dell’edificio e le
varie fasi della nascita del campo. Gli amici che nelle settimane si sono
alternati, i vigili del fuoco e i militari, le feste con i volontari di
Frascati intorno alla porchetta e al vino rosso, le grigliate serali, le
Prime Comunioni gemellate con i ragazzi di una parrocchia romana, i
Matrimoni, le partite a calcetto, la laurea di Veronica e le prove del
nascente gruppo musicale, messo su grazie alla disponibilità di due
musicisti locali e alla generosità di un benefattore della provincia di
Gorizia. Mentre scorriamo insieme le foto, alcuni ragazzi giocano con le
macchinine, su un’improvvisata pista delimitata da forchette di
plastica, tra i banchi della chiesa e i tavoli dei pasti. Si respira un
clima sereno. In questa zona, secondo i piani, non ci saranno casette in
legno, la gente dovrà spostarsi al campo di Sant’Elia. «Io di
qua non mi muovo» dice Juan. «Come sacerdote ho sentito di
dover rimanere. È il Vangelo. Arriva il lupo e te ne vai? Adesso bisogna
pensare alle persone. La chiesa in pietra è l’ultima cosa».
Vittoria Prisciandaro

Immagine della tendopoli di Pile.
| Il sisma,
occasione di dialogo ecumenico
Il
7 aprile il piccolo Andrea Stoica, sette mesi, è partito con il
papà alla volta di Bucarest. Una volta consegnato il figlio ai
nonni materni, Iulian è ritornato all’Aquila, temendo di dover
provvedere ai funerali di qualche fedele. Timore poi rivelatosi
infondato. Padre Iulian è il parroco della comunità ortodossa
rumena dell’Aquila. Ha 30 anni, è sposato con Raluca, da 4 anni
è in Italia e la sua parrocchia conta circa 200 famiglie,
dislocate tra la città e la provincia. Poiché la casa dove
abita, a Pettino, è inagibile, con la famiglia ha preferito
spostarsi a Porto Sant’Elpidio. Ogni domenica Iulian torna per
la celebrazione della Messa ad Arischia, in tendopoli, dove vivono
alcune famiglie ortodosse; e per far visita, a Pizzoli, all’amico
Flavio Ioana, rumeno di Vilcea, da dodici anni in Abruzzo, membro
del consiglio parrocchiale e impreditore edile.
La villa a due piani che Flavio ha costruito con le sue mani
non l’ha tradito ed è un luogo sereno dove riposarsi. Con
Anyela, la moglie, per serenità ha mandato i due bambini dai
nonni, in Romania. Ma presto torneranno. «Lì ormai ci
sentiamo ospiti, la nostra casa è qui». Flavio sogna di
costruire la chiesa parrocchiale appena le autorità civili o
quelle religiose cattoliche troveranno un terreno disponibile.
Prima del sisma la comunità si riuniva nella Chiesa dell’Immacolata
concezione, concessa dal vescovo Molinari, nel centro storico
della città. Salvate le icone, i Vangeli e alcuni arredi sacri,
della struttura non è rimasto nulla. «Ci serve una chiesa
perché è punto di riferimento per una comunità dispersa, ma
anche spazio di aggregazione, che contribuisce a farci crescere
nella fede», dice Iulian.

Una donna nella tendopoli di Pile.
La comunità ortodossa rumena è la più numerosa dopo quella
cattolica. All’inizio i rapporti con la popolazione sono stati
un po’ difficili, a causa di un precedente increscioso: un
sacerdote, don Antonio Di Rosso, si era autoproclamato vescovo di
una fantomatica Chiesa ortodossa d’Italia, aveva portato dalla
sua parte alcuni preti rumeni, non era stato riconosciuto dall’arcivescovo
Molinari e aveva creato un po’ di trambusto. Di Rosso è morto
di recente. I rapporti con gli ortodossi rumeni procedono in
serenità, come conferma don Claudio Tracanna, parroco di Santo
Stefano a Pizzoli, che aggiunge: «La nostra si percepisce
come una comunità tradizionale. Da qualche parte gli uomini
partecipano alle funzioni ancora divisi dalle donne. Ma la fede è
radicata». Don Claudio è tornato in canonica su invito di
un vigile del fuoco: «Se non dà lei il buon
esempio...». La chiesa ha invece subito danni e per il
momento il parroco celebra in tendopoli.
Al di là dei rumeni, l’Aquila non ha altre comunità
religiose dai grandi numeri. Ma nei campi in questi mesi hanno
lavorato numerose associazioni di volontariato di ispirazione
religiosa. Nella tendopoli di Centicollella, per esempio, per una
settimana sono stati presenti dieci studenti della Facoltà
teologica avventista di Firenze. «La sera ci ritrovavamo a
dormire in una grande palestra, insieme ad alcuni pentecostali e
ai ragazzi dell’Agesci. Si leggeva un salmo, si cantava al suono
delle chitarre e la mattina si riprendeva il servizio in
mensa», racconta Luca Faedda, 28 anni, architetto che
studia teologia per fare il missionario.

Una volontaria della Protezione
civile aiuta un’anziana donna
nel campo di Camarda.
A Onna da due mesi sono state piantate alcune tende dell’Islamic
Relief. Da Milano arrivano infatti Said, egiziano, e Mustafa,
marocchino campione di maratona, che in queste settimane hanno
distribuito gli aiuti messi a disposizione dall’organizzazione
umanitaria di ispirazione islamica e oggi lavorano come volontari:
organizzano corsi di arabo, servono alla mensa, puliscono i bagni.
Per mesi hanno lavorato con gli studenti della Lega Missionaria
dei gesuiti, i quali si sono poi trasferiti sul litorale campano
dove stanno tenendo campi estivi per i ragazzi aquilani. «Grazie a padre Massimo Nevola siamo riusciti tra la folla
a salutare il Santo Padre», racconta Said.
La Federazione delle Chiese evangeliche ha invece messo il suo
camper nel campo di Camarda, un paesino di 600 abitanti arroccato
sulla montagna. Appena arrivate, l’11 giugno, Elisa Carri,
metodista di Pescara, e Giovanna Mei, battista di Roma, hanno
aperto le porte e sono andate in giro a incontrare la gente. Gli
anziani, che non hanno voluto lasciare il paese, preferendo agli
alberghi le tende sotto casa, vicino all’orto e agli animali,
sono stati i primi a raccogliere l’invito delle due assistenti
sociali. Così è nata l’amicizia con Annina, di 102 anni, e con
le altre signore. Si chiacchiera, ci si informa sulle pratiche da
sbrigare, si vive insieme il tempo dell’attesa. E qualcuno,
quando arriva l’ora, va nella tenda-cappella di fronte al camper
a recitare una posta di Rosario. |
Segue:
Il potere e la
gloria di una diocesi senza tetto
|