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Servizio
speciale:
Una Chiesa tra le macerie Il
potere e la gloria
di una diocesi senza tetto
di Vittoria Prisciandaro – foto di Alessia Giuliani/Cpp
Monsignor Giuseppe
Molinari, vescovo dell’Aquila, per i primi giorni ha dormito in una
tenda montata in giardino. E ora, passata la prima emergenza, ci
racconta come sta tentando di rimettere in piedi una Chiesa rimasta
senza sicurezze materiali.
Un
caffè nell’attesa, cioccolatini e biscotti. Un’ospitalità discreta
quella della signora Gabriella. È la sorella del vescovo, e casa sua è
diventata l’ufficio provvisorio di monsignor Giuseppe Molinari. In
questa villetta nella zona ovest della città sono stati portati la
mattina del 6 aprile alcuni preti, scioccati, anziani in pigiama, dal
volto ferito e le mani sporche di calcinacci. Qui, in una tenda montata
in giardino, il vescovo ha dormito le prime settimane, perché la casa
è in parte lesionata. Poi, insieme ad altri, ha deciso di trasferirsi
per la notte a 40 chilometri da qui, a Carsoli. Aquilano di nascita,
classe ’38, vescovo a Rieti nell’89, e dal ’96 a l’Aquila,
Molinari cita un romanzo al quale ha pensato spesso in questi mesi: «Il
potere e la gloria di Graham Green. È ambientato in Messico e
racconta di un sacerdote che vive serenamente prima che scoppi la guerra
civile. Poi tutto diventa più difficile... In passato a volte anche io
mi sono chiesto se tutto poteva continuare così, senza grandi problemi».

Il vescovo dell’Aquila, Giuseppe
Molinari, nella piazza del Duomo.
- Com’era organizzata la diocesi?
«Siamo una diocesi di medie dimensioni con un clero giovane, al 50
per cento non originario dell’Italia. Seguiamo il progetto pastorale
della Chiesa italiana adattandolo alla nostra situazione. Un grosso
lavoro culturale lo svolgeva il nostro Istituto superiore di scienze
religiose, Fides et Ratio, che per un periodo è stato l’unico
istituto in Abruzzo e Molise. Avevamo alunni che venivano da tutta la
regione, una collana di pubblicazioni, una rivista teologica, una
biblioteca. L’istituto era in centro, è stato seriamente danneggiato,
ma pensiamo di ricominciare al più presto i corsi in un’area vicino
Pile. Due anni fa avevo eretto la parrocchia universitaria di San
Giuseppe Artigiano».
- La presenza di tanti sacerdoti stranieri cosa significa per la
diocesi?
«Molti li ho trovati già qui, qualcuno l’ho accolto io. Ho sempre
visto questa situazione come un fatto positivo. Giustamente siamo
esortati dalla Congregazione del clero a vagliare bene le domande,
perché c’è sempre il rischio che un sacerdote proveniente da Paesi
molto poveri possa essere attirato più da un livello di vita migliore
che dall’apostolato. Alcuni erano in congregazioni religiose, molti
hanno completato gli studi nel seminario regionale di Chieti. Abbiamo
cercato di ridimensionare il fenomeno e negli ultimi tempi stiamo
cercando di ricostituire il Centro diocesano vocazioni. Comunque, va
detto che molti si sono inseriti bene portando vivacità e una cultura
diversa».

Crocifisso nella parrocchia di San
Francesco a Pettino.
- Qual è stata la reazione della gente?
«Buona, la nostra gente non è razzista. Per essere benvoluti basta
non fare niente di male. La gente riconosce ancora un’autorevolezza al
parroco, anche se dico sempre che il sacerdote non serve solo per
processioni e messa, ma per far crescere la comunità...».
- La religiosità popolare è un punto di forza o un nodo irrisolto?
«Penso sia una grande ricchezza, da purificare ed evangelizzare. Mi
piace raccontare ciò che è avvenuto a Onna a fine maggio. Hanno voluto
fare lo stesso la tradizionale festa della Madonna delle Grazie. La
statua, che si è salvata per miracolo, è stata messa davanti all’altare.
Gente molto provata – su 250 persone il paese ha avuto 40 morti sotto
le macerie e uno in ospedale – stava lì a partecipare all’Eucaristia
e a pregare. Ho visto una fede profonda, non fanatica».

Una veduta di Onna.
- Come ci si è organizzati dopo il sisma?
«Abbiamo fatto un incontro con un padre Camilliano che ha spiegato
ai preti qual era il modo più giusto per avvicinarsi alle persone in
questa situazione. Per il resto, stiamo vedendo come definiranno la aree
abitative. Nelle realtà più piccole la parrocchia è rimasta unita. Il
problema è la città, dove la gente delle varie parrocchie si è
mischiata. I parroci del centro stanno girando per incontrare i loro
parrocchiani nelle tendopoli. Per quelli che stanno lungo la costa,
alcuni sono andati a trovarli, e un paio di sacerdoti si sono
trasferiti. Inoltre i parroci di Teramo stanno dando una mano. Per il
futuro abbiamo chiesto che in ognuna delle aree previste ci sia uno
spazio per un servizio religioso».
- A Pentecoste, il giorno delle cresime, lei ha pregato lo Spirito
Santo perché porti in abbondanza la fortezza a questi giovani che
tra pochi anni dovranno prendere in mano il destino della città.
Dalla politica cosa si aspetta?
«Fin dall’inizio ho detto a tutti che bisognava puntare sull’Università.
Se si possono recuperare le vecchie sedi bene, altrimenti meglio sarebbe
fare strutture all’avanguardia, che possano attirare gli studenti. Non
sono d’accordo con la proposta avanzata da qualcuno di trasferire l’Università
nelle caserme: chi è quel genitore che dopo un terremoto manda di nuovo
il figlio qui, a studiare in caserma? Una bella università è un aiuto
grande agli universitari dell’Aquila, un invito a tornare per i fuori
sede e un incentivo a nuovi studenti. E anche un sostegno all’economia,
perché l’Università è stata il primo motore economico della città.
Perciò siamo lieti di poter contribuire a creare una Casa dello
studente mettendo a disposizione un terreno su cui la Regione Lombardia
costruirà una struttura di 200 posti».

Una coppia di anziani nel campo di Camarda.
- Sulla ricostruzione ci sono tante polemiche. Come dovrà avvenire
secondo lei?
«Non sono un tecnico, non posso dare consigli. Ma se siamo uniti,
riusciamo a risolvere meglio tutti i problemi. La contrapposizione fa
perdere tempo».
- G8: a quali condizioni potrà essere un’opportunità e non una
complicazione?
«Mi sembra una cosa positiva perché ormai quasi nessuno parla più
del terremoto: il G8 riporterà l’attenzione sui problemi. Inoltre, se
è vero che i Paesi saranno invitati a sponsorizzare le nostre opere d’arte,
sarà un bene».
Vittoria Prisciandaro
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