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UNA
CITTA', UNA DIOCESI
- AOSTA Le
altezze e la solitudine
di Annachiara Valle – foto di Diego
Zanetti
Un
territorio diocesano che copre l’intera regione; pochi preti per
seguire molte parrocchie sparse tra monti e valli; un numero di fedeli
che varia "a fisarmonica" a seconda della stagione. E,
soprattutto, un certo "male di vivere" segnato dall’alto
numero di suicidi e divorzi. Per far fronte alle tante emergenze, la
comunità cristiana di Aosta riparte dalla "relazione".
Le
montagne sembrano chiudersi sulla strada: una striscia di terra che, da
Pont-Saint Martin al Monte Bianco, taglia trasversalmente la regione. Il
forte di Bard controlla l’ingresso di questa valle che i romani
conoscevano già dai primi secoli avanti Cristo. La Valle d’Aosta, con
la sua fenditura centrale e le tante piccole valli che si nascondono
lateralmente, dà il benvenuto ai visitatori accogliendoli in una
scenografia di castelli e torri. Come in una fiaba, la strada sembra
aprirsi tra i monti fino alla meta centrale, la città di Aosta, dove si
concentra gran parte della popolazione. Poco più di 35 mila abitanti,
su una popolazione complessiva di 124 mila, vivono nel capoluogo, e
altri 50 mila nella valle attorno, mentre il restante è disperso in
decine di paesini, alcuni dei quali con meno di cento abitanti. Non
arriva a 600 il paesino di Introd, che accoglierà Benedetto XVI per le
sue vacanze. La fiaba, però, lascia il posto alla fatica per molte di
queste persone che vivono tutto l’anno sopra i 1.500 metri d’altezza.
E per gli altri, che si misurano con le piene stagionali dei turisti e
con la solitudine del resto dei mesi.

Il castello di Saint-Pierre, in località
Tache.
Anche la Chiesa deve misurarsi con le caratteristiche territoriali di
questa regione. E quando decide, per carenza di preti, di accorpare tre
o quattro parrocchie, deve tenere conto della fatica di sacerdoti che si
trovano a dir Messa a 1.200 metri d’altitudine, a scendere poi a quota
700 per seguire un’altra comunità e poi a risalire oltre i mille
metri. «Rischiamo di diventare preti in macchina, senza contare la
fatica fisica e l’impatto degli sbalzi di pressione», spiega don
Renato Giovanni Tallone, dal priorato di Saint Pierre. Responsabile dell’Ufficio
ecumenismo e dialogo interreligioso, membro del Consiglio pastorale
diocesano, cappellano della casa circondariale di Brissogne,
collaboratore parrocchiale a Aymavilles, accompagnatore spirituale delle
Acli, don Tallone, come tanti altri sacerdoti in Valle d’Aosta,
assomma più incarichi. La carenza di vocazioni si fa sentire, il clero
invecchia e tenere in piedi tutte le parrocchie e tutti gli uffici
diventa sempre più difficile.
Divisa
in cinque zone pastorali, la diocesi di Aosta può contare su 86 preti
diocesani, di cui 72 in piena attività. I più giovani sono impegnati
nella pastorale giovanile. «È stata una scelta del vescovo
privilegiare questa fascia d’età», spiega don Fabio Brédy,
responsabile dell’ufficio della pastorale giovanile e catechesi,
direttore del Centro diocesano vocazioni, vicerettore del seminario
vescovile, membro del Consiglio pastorale diocesano, canonico della
Cattedrale, insegnante di religione, presidente di "Noi Aosta
Oratori valdostani", responsabile della pastorale giovanile del
centro storico della città. Secondo una recente ricerca condotta dall’Università
di Aosta sul mondo giovanile della regione, i giovani valdostani si
interrogano spesso sul senso della vita, ma non pregano; ritengono
importante il riferimento a una Chiesa, ma sono critici verso di essa;
sentono il bisogno di un’appartenenza forte, ma non riescono a
radicarsi. A differenza dei loro coetanei del resto d’Italia, si
dichiarano cattolici in una percentuale superiore (il 78,7 per cento
contro il 68 del resto del Paese), ma poi la percentuale che frequenta
regolarmente la Messa domenicale (15,9 per cento) è drasticamente
inferiore agli altri giovani italiani (21 per cento).

Scorcio di piazza Chanoux, la principale
di Aosta, dove sorge il municipio.
«È un universo complesso», insiste don Brédy, «che ha bisogno di
molto ascolto e partecipazione. Registriamo una difficoltà a
coinvolgere i giovani. Ma non ci scoraggiamo. In questi ultimi anni, con
l’episcopato di monsignor Anfossi, abbiamo fatto la scelta degli
oratori. In questa regione non c’era una tradizione in tal senso.
Abbiamo cominciato a lavorare con più parrocchie insieme, cercando di
coinvolgere anche i laici in questa esperienza». Avvicinare i ragazzi
non è semplice. Anche la ricerca sottolinea una difficoltà di
aggregazione unita però a una grande voglia di stare insieme. «I
giovani valdostani», spiega il sociologo Giuseppe Giordan, curatore
dello studio pubblicato dalla Franco Angeli con il titolo Giovani
allo specchio. Una ricerca in Valle d’Aosta, «frequentano gli
amici e i gruppi con più assiduità dei loro coetanei italiani. Si
tratta però di gruppi informali che rispondono più a un bisogno
espressivo che non al desiderio di un impegno sociale. Le associazioni
più frequentate diventano così quelle di fruizione mentre quelle di
impegno religioso rimangono ai margini».
Gli
oratori vogliono, dunque, puntare all’accoglienza, creare dei luoghi
dove i ragazzi possano incontrarsi e instaurare rapporti di amicizia con
"adulti significativi". «Sono ormai diversi anni che
lavoriamo su questo terreno», aggiunge don Brédy, «e ci siamo accorti
che "perdere" del tempo con i giovani è la scelta migliore
che si possa fare. Non si tratta di trovare delle strategie per farne
venire di più alla Messa domenicale, ma di entrare in relazione. E se
anche, come spesso accade, i giovani si allontanano dall’oratorio
quando diventano più grandi e i genitori li lasciano uscire con più
facilità, notiamo poi che si fanno rivedere quando hanno scelte
importanti da compiere o quando sono in difficoltà. I semi che gettiamo
in qualche modo danno frutti, anche se possiamo non vederli nell’immediato.
La cosa che conta è stare con loro, ascoltarli, passare insieme del
tempo».

Un viticultore sul pendio accanto alla
chiesa di Saint-Pierre,
che si vede nello sfondo.
L’ascolto è la prima cosa che i giovani chiedono. In una regione
ricca, dove il benessere è evidente e dove le generazioni più anziane
hanno faticato molto, ai giovani si vorrebbero risparmiare sforzi,
difficoltà, delusioni. «Succede così che li si riempie di cose, di
oggetti, si va incontro a tutti i loro desideri», continua il
sacerdote, «ma poi si nega loro l’unica cosa che sarebbe necessaria,
cioè la presenza. Con gli oratori stiamo tentando di capovolgere questa
impostazione. Non vogliamo creare delle strutture efficienti, dove non
manca niente, ma dove mancano figure di riferimento. Al contrario, è la
relazione personale che vogliamo curare in special modo. Per questo
stiamo anche sperimentando laici con le loro famiglie che vivono in
oratorio. Per noi, la prima cosa, è creare un luogo di accoglienza».
E di relazioni personali hanno bisogno un po’ tutti, in una regione
che ha il pil più alto, la migliore qualità di vita e come rovescio
della medaglia tragiche emergenze: le separazioni, gli aborti, l’alcolismo,
i suicidi. «Accade così in molte zone di montagna», sottolinea
Fabrizio Favre, direttore del settimanale diocesano Corriere della
Valle. «Da fuori si vedono solo gli aspetti positivi, il turismo,
le bellezze naturali, ma vivendo qui ci si accorge della fatica, dell’isolamento,
delle difficoltà. Sui suicidi, in particolare, vediamo che è un
fenomeno antico. In astratto possiamo dire che venuti meno certi valori
si fanno strada l’individualismo, la secolarizzazione. Poi, però,
ciascuno di noi ha fatto esperienza di amici o conoscenti che si sono
suicidati e, guardando i casi concreti, non si può certo dire che siano
stati gesti dettati dalla mancanza di valori. Nonostante i tanti studi,
è difficile dire perché questo fenomeno sia così diffuso. Certo,
coltivare relazioni personali forti è certamente un antidoto».

L’interno della cattedrale
dedicata all’Assunta.
La depressione non risparmia nessuna fascia d’età e nessun ceto
sociale. E si fa più acuta in quelle zone che decuplicano la loro
popolazione con l’arrivo dei turisti. «Spesso i locali vivono,
durante l’anno, una totale assenza di stimoli culturali e di
iniziative e poi, nel periodo estivo, quando le cittadine si animano non
possono usufruire delle offerte perché impegnati nel lavoro negli
alberghi e nelle strutture per i nuovi arrivati». Anche la Chiesa fa
fatica a portare avanti una pastorale ordinaria e a rispondere alle
emergenze. Nei paesini più piccoli, che hanno un turismo di affezionati
che passa gran parte dell’estate in montagna con le famiglie, diventa
più facile pensare di coinvolgere le persone in qualche progetto ampio.
Per il turismo mordi e fuggi, più comune in località come
Cervinia o Courmayer, ci si limita all’accoglienza domenicale
moltiplicando le messe per far entrare tutti in chiesette pensate per
molti meno abitanti.
«Noi
sacerdoti siamo abituati a questa "pastorale occasionale"»,
sottolinea don Tallone, «e a questa doppia faccia dei nostri paesi e
delle nostre chiese: c’è una vita ordinaria molto povera di presenze,
con una partecipazione alle celebrazioni e alle catechesi molto ridotta.
E poi c’è l’altra, fatta della massa di turisti. È una presenza
che non possiamo trascurare. Tra l’altro, molte di queste persone,
approfittando del clima di vacanza, si avvicinano di più alla
confessione, alla preghiera, alla spiritualità. A volte, lo vediamo
anche con le confessioni in cattedrale, i turisti si avvicinano per un
colloquio e poi si instaura un rapporto più profondo che continua nel
tempo».

Un parco giochi di Aosta.
Nelle strutture turistiche, così come negli alpeggi e nell’agricoltura,
lavorano soprattutto gli immigrati. I ragazzi che studiano all’università
difficilmente, d’estate, hanno voglia di aiutare i genitori a produrre
fontina, a curare vigneti, a lavorare in ristoranti e alberghi. Un’immigrazione
che oggi è soprattutto composta da marocchini, rumeni, ucraini e
moldavi. L’immigrazione italiana, incoraggiata da Mussolini per "defrancizzare"
la regione, è oggi pienamente integrata. La comunità più numerosa,
circa 20 mila persone, originaria di San Giorgio Morgeto, in Calabria,
è così radicata che ogni anno, in agosto, festeggia con i valdostani
le proprie ricorrenze religiose.
«Non ci sono difficoltà di relazioni, né problemi di sicurezza
sociale, né fenomeni di intolleranza», sottolinea Fabrizio Favre.
Abituata a essere terra di passaggio fin dalla sua fondazione nel 25 a.C.,
Augusta Praetoria coltiva a un tempo la sua identità e la sua ricerca
di dialogo. Ogni giorno l’Angelus suona alle 11.30 per ricordare, dice
la leggenda, la cacciata di Calvino dalla città. Poi però, con i
seguaci di Calvino ci si siede vicino in tante attività ecumeniche. «I
numeri sono piccoli», dice don Tallone, «ma il nostro gruppo ecumenico
e interreligioso, "Insieme per la pace", lavora con uno stile
di amicizia reso possibile forse anche dal fatto di essere in pochi».

Il presidente della Regione, Augusto
Rollandin, e monsignor
Francesco Anfossi, vescovo di Aosta, inaugurano al Forte di Bard
la mostra internazionale L’ascesa come esperienza del sacro.
L’amicizia, qui, è il bene più richiesto. «Nei nostri centri d’ascolto»,
conclude don Aldo Armellin, direttore della Caritas, «sperimentiamo che
la vera povertà di cui le persone si lamentano è la solitudine. Dietro
la facciata di benessere e ricchezza si nasconde un tessuto sociale
sfilacciato, disgregato, che fatica ad andare avanti. Ci sono sussidi e
aiuti, ma senza al proprio fianco persone che ci stimano e ci vogliono
bene la vita non è completa. La Regione, forte del suo statuto
autonomo, ha la capacità di offrire molto. Ma non tutto. E di relazioni
significative si avverte la mancanza».
Annachiara Valle

L’interno del bar Gekoo, di fronte al
municipio,
punto di ritrovo dei giovani aostani.
| La regione che
"fa" diocesi Poco
più di 124 mila abitanti in tutta la Regione, con 93 parrocchie
a disposizione. La diocesi di Aosta, costituita da un gran
numero di Comuni sparsi sulla montagna, vanta solo quattro
parrocchie con più di 5 mila fedeli. Sono 12, invece, quelle
che non arrivano a 200 abitanti e 48 che ne hanno da 200 a
mille. Fondata nel IV secolo per volontà del vescovo Eusebio di
Vercelli, fu legata per i primi tre secoli a Milano. Oggi,
invece, è suffraganea di Torino. Guidata dal dicembre del 1994
dal vescovo Giuseppe Anfossi, la diocesi conta 86 sacerdoti
diocesani e 24 sacerdoti religiosi. 
Il monumento ad Anselmo eretto nel
1909,
nell’ottavo centenario della morte del Santo.
I
due seminaristi frequentano la Facoltà di teologia a Torino.
Sono presenti anche sei famiglie religiose maschili con un
totale di 33 religiosi. Tra essi i canonici regolari del Gran
San Bernardo, a Saint-Oyen, noti per essersi a lungo occupati
dell’allevamento dei cuccioli del cane simbolo della zona. Le
suore, invece, sono 104, divise in otto istituti religiosi di
vita attiva. Sono presenti, inoltre, 9 carmelitane scalze e 14
monache benedettine. |
Segue:
Oratori, famiglie e
solidarietà
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