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UNA CITTA', UNA DIOCESI - AOSTA

Intervista a Giuseppe Anfossi
Oratori, famiglie e solidarietà
di Annachiara Valle – foto di
Diego Zanetti
  

«Abbiamo bisogno di laici impegnati che affianchino i sacerdoti, di coppie di sposi che sostengano le altre coppie, di volontari che coltivino progetti e condividano le fatiche delle persone, di relazioni solide e di accoglienza, di antidoti alla solitudine». Monsignor Giuseppe Anfossi, dal dicembre 1994 vescovo di Aosta, individua da buon psicologo i mali della montagna e dell’isolamento. E svela i pregi di una diocesi ancora radicata nelle sue tradizioni e nella sua cultura. Altoatesino di nascita, il vescovo conosce bene le fatiche e la bellezza delle vette. E sa quanta cura pastorale richiedano soprattutto i paesini più isolati e dispersi. Dal 2005, per la seconda volta, presidente della Commissione episcopale della Cei per la Famiglia e la Vita, monsignor Anfossi sottolinea il grande attaccamento dei valdostani alla propria terra, l’amore per l’arte e per la propria cultura, ma si rammarica per due emergenze dolorose: quella dei suicidi e quella delle separazioni.

Il vescovo di Aosta, Giuseppe Anfossi.
Il vescovo di Aosta, Giuseppe Anfossi.

  • Cosa può fare su questo la Chiesa?

«Ho sempre cercato, anche se con qualche fatica, di dare impulso alla pastorale familiare, di far nascere gruppi famiglia, di valorizzare ritiri per coppie e di intervenire sulla preparazione dei fidanzati al matrimonio, che sono quasi tutti conviventi. Sono temi che affrontiamo anche attraverso l’oratorio, tentando di far capire quanto sia importante curare le relazioni umane, quella con sé stessi, con la propria coscienza, con i propri valori. A me sembra di incidere ancora poco rispetto a quanto vorrei, però dei segnali positivi cominciano a vedersi. Adesso stiamo anche mettendo in piedi un centro di ascolto. Un luogo in cui operino insieme sia le coppie che a livello diocesano si occupano di pastorale familiare, sia i responsabili degli oratori e sia i consulenti di un istituto di psicologia di Torino. Il nostro è un ambiente piccolo, per cui è importante che ci si possa confrontare anche con consulenti che non siano conosciuti in Valle».

  • Ha parlato di oratori. Anche qui c’era una grande tradizione?

«Gli oratori li ho introdotti io in diocesi. Mi sembrava che bisognasse fare qualcosa in più per la pastorale giovanile. Abbiamo creato oratori per gruppi di parrocchie. In alcuni di essi lavorano laici sposati, con figli. Sono impegnati a tempo pieno, in parte a carico della parrocchia e in parte della diocesi. Ci sono, però, molte difficoltà. Sia perché una delle caratteristiche del mondo giovanile valdostano è quella di muoversi moltissimo sul territorio, sia per il fatto che c’è una scarsa predisposizione all’associazionismo. I numeri dell’Azione cattolica e degli scout sono piuttosto bassi. I giovani sono molto sollecitati dal turismo e dallo sport e la Chiesa ha poca possibilità di organizzare altri momenti aggregativi. Inoltre la maggior parte degli studenti frequenta le università di Torino, di Milano o va a studiare in Francia. Questo, se da un lato allarga gli orizzonti, dall’altro significa anche che perdiamo sistematicamente gli animatori dei gruppi di Azione cattolica o di oratorio nel momento in cui diventano studenti universitari».

L'Arco di Augusto, eretto nel 25-23 a.C.
L’Arco di Augusto, eretto nel 25-23 a.C.

  • Qui ci sono le montagne più alte d’Europa. Che impegno comporta?

«Le nostre parrocchie sono quasi tutte di montagna. Su 93, oltre dieci sono parrocchie con fedeli che vivono tutto l’anno sopra i 1.500 metri. Comunità piccolissime, ma che non possiamo lasciare sole. A differenza dell’Alto Adige, le nostre valli non comunicano tra di loro perché la montagna è molto alta. I nostri sacerdoti sono relativamente giovani perché l’età media dei parroci è di 61 anni e questo consente loro di spostarsi e curare più comunità. Sono 56 le parrocchie che hanno il parroco in comune e 35 quelle che non hanno un parroco residente. Soprattutto d’inverno ciò pone qualche problema di animazione. Un grande aiuto possono darlo, e già in parte lo fanno, i laici. Abbiamo 500 catechisti, un bel numero di coppie che si occupa della preparazione al matrimonio, 14 diaconi. Il clero da solo non può coprire un territorio così vasto: ha bisogno di laici e di laiche impegnati. Stiamo lavorando molto sulla formazione e abbiamo aperto delle scuole per operatori pastorali. Occorre creare maggiore collaborazione attorno alla parrocchia e alla comunità. Certo, noi non possiamo, in pieno inverno, muovere le persone, fare raduni su un territorio di montagna come il nostro. Bisogna tener conto delle limitazioni che sono proprie della montagna».

  • Siete molto impegnati anche sul fronte della pastorale del turismo?

«Le nostre chiese e le nostre comunità sono molto aperte e accoglienti. Anche se il turismo retto da un progetto fondamentalmente economico, è un progetto incompiuto. Andrebbero maggiormente valorizzati alcuni aspetti culturali delle nostre terre che, invece, sono sempre subordinati agli aspetti economici. Credo però che le parrocchie siano abbastanza attrezzate per coinvolgere e seguire i turisti. Anche perché, di solito, è un turismo di affezionati, che passa in Valle periodi piuttosto lunghi. Ci sono, quindi, proposte di animazione e progetti mirati. È più difficile invece seguire le persone residenti. Anche perché molte delle offerte culturali e delle proposte sono concentrate quando arrivano i turisti e i residenti sono impegnati nel lavoro. Succede così che gran parte dell’anno si vive in solitudine e senza stimoli; poi, quando ci sono delle iniziative, i residenti sono impossibilitati a parteciparvi. Tutto questo ha un costo psicologico abbastanza elevato».

Un anziano seduto sotto i portici di piazza Chanoux.
Un anziano seduto sotto i portici di piazza Chanoux.

  • La crisi economica ha toccato anche il turismo?

«Per nulla. Quest’anno abbiamo avuto molta neve e quindi non ci sono state flessioni di sciatori. Abbiamo superato l’inverno con una notevole tranquillità. La crisi si vede in altri settori. Ci sono alcune piccolissime industrie che chiudono o mettono in cassa integrazione. Gli italiani sono abbastanza tutelati dalle istituzioni, ma gli immigrati, soprattutto quando si tratta di donne sole, patiscono molto. La diocesi, avvalendosi dell’8 per mille e di altri contributi spontanei, sta mettendo in piedi un progetto che dovrebbe portare, a settembre, alla creazione di posti di lavoro soprattutto per quelle persone alle quali il pubblico non può provvedere».

  • Nota molta solidarietà?

«All’apparenza potrebbe sembrare di no, ma, come ha dimostrato anche l’alluvione del 2000, il popolo valdostano ha nel proprio inconscio una disponibilità rapidissima a mettersi al lavoro insieme. La testimonianza di solidarietà data in quell’occasione, e che si ripete nei momenti di crisi, dimostra che l’eredità della montagna, in questo senso, non è priva di valore».

Annachiara Valle

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