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CULTURA
- RELIGIOSE E RESISTENZA Partigiane
in tonaca
di Silvio Mengotto
La Resistenza italiana al
nazifascismo è stata studiata da mille prospettive. Resta ancora troppo
in ombra, però, il contributo offerto da decine di suore e religiose,
che rischiarono la vita per proteggere e aiutare ebrei, ricercati e
militanti antifascisti.
Tra
le tante prospettive storiche che hanno studiato la Resistenza, la più
dimenticata è forse quella del contributo offerto dalle religiose: un
ruolo che non fu mai di secondaria importanza e si concretizzò senza
mai abbracciare un’arma se non quella della carità, del coraggio,
della resistenza civile all’oppressione e alla violenza. Per questo
nascosero nei loro conventi ebrei, sfollati, ricercati, sbandati,
renitenti alla leva, perseguitati politici, feriti e anche partigiani.
Suor Albarosa Bassani, autrice di Le suore Dorotee durante la Seconda
guerra mondiale, dice: «Di questo tema si conosce ancora molto
poco. Durante la guerra le suore Dorotee hanno compiuto atti di valore
civile finora rimasti sconosciuti anche alla storia locale. Centinaia di
donne consacrate misero a repentaglio la propria vita per aiutare chi
aveva bisogno, dai malati, alle povere pazze, alle orfanelle, all’umile
gente dei quartieri romani».
Anche per suor Wandamaria Clerici, studiosa della figura di suor
Enrichetta Alfieri, il contributo delle religiose nella Resistenza «non
ha ricevuto la dovuta attenzione, perché le suore non sono abituate a
far rumore, consumano la loro vita in modo umile e nascosto, anche se,
alcune volte, le loro azioni riescono a raggiungere punte di eroismo
ammirevole». Secondo monsignor Ennio Apeciti, «sembra che il
contributo delle religiose non solo alla Resistenza, ma più ampiamente
all’aiuto a migliaia di oppressi, prigionieri, profughi, ebrei che
vissero quel tempo drammatico sia coperto da uno strano
"silenzio"».

Una suora con alcuni bimbi dell’asilo
sul Lungarno a Firenze
(foto L. Voliani/Alinari).
Oggi però questo ruolo sta emergendo da molti studi, come è apparso
evidente anche al convegno organizzato lo scorso aprile dall’Associazione
culturale Ambrosianeum, in collaborazione con l’Azione Cattolica
ambrosiana, sul tema Le suore e la Resistenza che si è concluso
con l’approvazione della proposta di monsignor Giovanni Barbareschi
affinché nelle città e nei paesi in cui vi sia stato un istituto di
suore che ha collaborato alla lotta di Liberazione in vario modo sia
dedicata una «Via Suore della Resistenza».
Dopo
l’8 settembre 1943 in molte località italiane si registrarono gesti
significativi nei conventi e negli istituti religiosi femminili che
esprimevano l’intento di contenere la violenza, assistere in varie
forme la popolazione, i partigiani, militanti in clandestinità. Le
religiose si fanno carico del destino di estranei, sconosciuti, ebrei,
sfamando e proteggendo, nascondendo persone messe a rischio dalla
guerra. Un autentico maternage. Suor Grazia Loparco, docente alla
Pontificia facoltà di Scienze dell’educazione, ha pubblicato uno
studio sull’assistenza prestata dalle religiose di Roma agli ebrei
durante la Seconda guerra mondiale, in cui per la prima volta si
documenta che a Roma furono circa 4 mila gli ebrei salvati nei 200
istituti religiosi nella città. Di questi, 133 erano conventi femminili
preservati dalle incursioni naziste da appositi cartelli della Santa
Sede. La ricerca mette in evidenza «l’apporto singolare» delle
religiose per nascondere gli ebrei a Roma tra l’autunno del 1943 e il
4 giugno 1944: «La Santa Sede aveva provveduto a garantire gli stabili
dinanzi al Governo e poi incoraggiò l’ospitalità e la misericordia».
È anzi «probabile che l’accoglienza negli istituti fosse cominciata
senza attendere direttive esplicite dalla Santa Sede, sebbene vari
testimoni facciano riferimento ad alcune comunicazioni e richieste
giunte oralmente attraverso canali ecclesiastici».

Manifestanti inneggiano al Papa dopo la
liberazione di Roma,
il 25 aprile 1945 (foto Roma
Presse Photo/La Presse).
La permanenza degli ebrei negli istituti religiosi romani «variò da
pochi giorni a parecchi mesi (anche nove o più). Alcuni passarono da un
convento all’altro». Se prima del 16 ottobre 1943 era difficile
procurarsi un documento falso, «in seguito le Benedettine di Priscilla
si prestarono alla distribuzione di tessere false e documenti d’identità,
portati da Giulio Andreotti». Non mancò neppure la fantasia e l’ingegno:
le suore Compassioniste di Maria «accolsero sessanta signore ebree con
le figlie, regolarmente registrate come suore, con nomi convenzionali
ben pensati e capaci di pregare come le altre». Per suor Grazia Loparco
il motivo che spinse le religiose al rischio fu «l’appello alla
carità che proviene dal Vangelo. Pressate dalle richieste di donne,
bambini, talora anche uomini ricercati, molte sentirono che dovevano
aprire le porte e il cuore, condividere il poco che avevano e anche la
paura delle perquisizioni».
Nel 1953 il Parlamento israeliano crea il titolo di Giusto tra le
nazioni con lo scopo di ricordare coloro che hanno salvato la vita a
uno o più ebrei. Tale titolo è stato attribuito anche a una ventina di
religiosi e religiose. Tra questi, si trovano i nomi di suor Marta
Folcia, suor Benedetta Vespignani, suor Virginie Radetti, suor Emilia
Benedetti, suor Margherita (Claire) Bernès, suor Ferdinanda (Maria)
Corsetti, suor Emerenziana (Anna) Bolledi, suor Maria Maddalena Cei,
suor Maria Angelica Ferrari, madre Giuseppina Lavizzàri, suor Elis
Esselblad, suor Sandra (Ester) Busnelli, madre Marie Xauvier Marteau.

Truppe americane a piazza del Popolo a
Roma (foto
AP).
In un recente articolo sulla rivista Segno, Barbara Garavaglia
documenta una scheggia di storia sconosciuta. Ad Assisi gli ebrei in
fuga, soldati allo sbando, sfollati, partigiani, perseguitati politici,
trovarono rifugio nei sotterranei delle clarisse di San Quirico di
Assisi. Nel suo Libro delle memorie, madre Maria Giuseppina
Biviglia annota: «Le persone che si rifugiavano da noi furono, per
grazia di Dio, nei nostri riguardi tutte oneste, rette, buone e anche
religiose, tanto i cattolici quanto gli ebrei. Venne qualche fascista
durante il Governo Badoglio e dopo l’entrata degli americani; qualche
socialista... Era proprio un’arca di Noè». Sempre nelle memorie di
San Quirico è registrato il nome del campione di ciclismo Gino Bartali
che, nel telaio della propria bicicletta, portava a Firenze – altra
città che si distinse per l’aiuto prestato agli ebrei, grazie al
cardinal Elia Dalla Costa – le fotografie dei clandestini, e riportava
a San Quirico documenti falsi.
L’attività
di soccorso e protezione a sbandati, sfollati ed ebrei in particolare
coinvolse la Chiesa italiana a macchia di leopardo. Nella Chiesa toscana
il cardinal Dalla Costa svolse un ruolo centrale nella copertura e nella
promozione delle iniziative di soccorso. Le diocesi più direttamente
coinvolte furono Firenze, Lucca, Siena, Pescia, Arezzo. A Firenze furono
coinvolti 41 tra conventi, istituti e parrocchie e 12 erano conventi o
monasteri femminili.
Nella sua ricerca storica, suor Albarosa Bassani documenta gli atti
di coraggio compiuti dalle suore Dorotee. A Venezia , nella casa S.
Filippo in sestiere Dorsoduro, le suore avevano un laboratorio di ricamo
dove «suor Pier Damiana Cadorin accolse e nascose tre signore ebree,
inserendole tra le donne sordomute del laboratorio». La comunità
israelitica veneziana nel 1955 conferì a suor Damiana un attestato di
riconoscenza per quanto aveva fatto, a nome di tutti quegli ebrei che
avevano «conservato intatto nel cuore il ricordo del bene che, fra
tanto male, era stato compiuto in quei tristissimi anni».

Suore distribuiscono abiti a Fondi, nel
Lazio (foto Alinari).
Nel Vicentino, invece, le suore «nascosero in soffitta il capo dei
partigiani che lavorava in pianura. Un’ispezione della SS tedesca
irruppe nell’asilo, che fu rovistato e messo sossopra in ogni luogo.
La superiora, con un bambino per mano, accompagnava gli intrusi e in
cuore suo tremando invocava le Anime Sante del Purgatorio e il Signore
che, per l’innocenza di quel bimbo, risparmiasse la casa e la loro
vita. Infatti, sconfitti e confusi, quelli si allontanarono minacciando
altre e più terribili ispezioni. Quel capo partigiano, a notte fonda,
trovò la sua salvezza nella fuga».
Se le suore, continua suor Albarosa Bassani, «hanno aiutato i
tedeschi e i fascisti quando questi erano ammalati o feriti, è perché
in essi vedevano soprattutto "l’uomo da salvare". Tuttavia,
quando si è trattato di scegliere da che parte stare, di agire
direttamente, correndo rischi che implicavano la perdita della vita,
queste suore sparse in tante parti d’Italia, senza comunicare tra di
loro, come guidate da un sesto senso, scelsero di aiutare soprattutto
gli ebrei e i partigiani. La loro, dunque, fu istintivamente una scelta
di libertà».

Una suora e altri volontari scavano tra le
macerie di Berlino
dopo un bombardamento (foto
AP).
Nelle
carceri di San Biagio di Vicenza, suor Demetria Strapazzon era chiamata «l’angelo
di San Biagio e la mamma dei detenuti» perché vigilava «sulle donne,
preparava alla morte i condannati alla fucilazione, raccoglieva i loro
desideri per trasmetterli alla famiglia. Ai detenuti partigiani che
ritornavano torturati, fra questi qualche sacerdote, lei preparava un
caffè o un calmante, medicava loro le piaghe e li incoraggiava».
La figura di suor Demetria è incredibilmente simile a quella di suor
Enrichetta Alfieri, che operava nel carcere di San Vittore a Milano,
chiamata dai detenuti «l’angelo e la mamma di San Vittore». Suor
Enrichetta passava tra le stanze dell’infermeria del carcere e nelle
profonde tasche del suo grembiulone di infermiera teneva medicinali, ma
soprattutto "biglietti" preziosi, che riuscivano a salvare
vite umane. Venne scoperta e arrestata, rischiando la fucilazione e l’internamento
nei lager nazisti. Nelle testimonianze raccolte durante il processo di
beatificazione, spiccano quelle di Mike Bongiorno e di Indro Montanelli.
Mike Bongiorno, incarcerato a San Vittore nel 1943, perché oriundo
americano, disse: «Suor Enrichetta era effettivamente un personaggio
incredibile. In carcere parlavano tutti di quest’angelo, che nel
Reparto femminile aiutava le prigioniere e si faceva in quattro per
alleviare ogni pena. Ella rappresenta un poco la storia di tutti quelli
che hanno sofferto in San Vittore durante quegli anni terribili. Chi
lavorava dentro era un eroe».
Indro
Montanelli venne arrestato con la moglie nel carcere di San Vittore per
l’attività giornalistica. Di lei disse commosso: «Suor Enrichetta
era una stupenda figura di religiosa. Una suora buonissima e coraggiosa.
Le sarò grato per sempre. Tutti noi ricevevamo, grazie alla sua regia,
bigliettini e informazioni. Così grande era il conforto di quegli
incontri furtivi, così immensa la gratitudine per chi con grande
rischio personale li rendeva possibili, che ancora oggi il ricordo di
suor Enrichetta e della sua veste frusciante suscita in me la devota
ammirazione che si deve ai santi o agli eroi. In questo caso, a entrambi».

Suor Enrichetta Alfieri (a destra).
A Milano operarono nel nascondimento altre religiose sconosciute,
come per esempio suor Teresa Scalpellini e suor Giovanna Mosna,
infermiere all’Ospedale Maggiore di Niguarda. Tramite una rete
clandestina di partigiani e antifascisti, le suore collaboravano con
medici e infermiere allo scopo di assistere i detenuti politici,
organizzare la loro fuga, raccogliere materiale sanitario per partigiani
ed ebrei. Madre Donata Castrezzati, superiora delle Poverelle dell’Istituto
Palazzolo di Milano, è un’altra figura di religiosa sconosciuta.
Sotto la sua guida, con il tacito consenso delle autorità
ecclesiastiche, il Palazzolo di Milano divenne il soggiorno obbligato
degli ebrei che transitavano da Milano avviati clandestinamente in
Svizzera. Madre Donata venne scoperta e incarcerata a San Vittore.
Sempre a Milano, nell’istituto Casa di Nazaret, nel massimo segreto
gli ebrei venivano seguiti da una suora. In qualche circostanza,
collaborando con sacerdoti, fu possibile accompagnare gli ebrei oltre
confine. Ma la Casa di Nazaret ospitò anche il Comando dei Volontari
della Libertà che aveva lo scopo di organizzare e gestire le ultime
fasi dell’insurrezione. Dalla cronaca della Casa Nazaret, datata
proprio 25 aprile 1945, si legge: «Quante grazie per il nostro
Istituto, per le nostre Case e specialmente per la nostra diletta
Nazaret! La nostra rev.ma madre generale Rosa Chiarina Solari, certo per
ispirazione divina, fine strumento che Dio adoperò per compiere i suoi
disegni di misericordia. Fu richiesto un locale ove di tanto in tanto i
capi dello Stato maggiore del Comitato di Liberazione si radunavano per
studiare i loro piani di rivolta. In casa nessuno era a conoscenza di
ciò».
A
Viggiù operò suor Lina Manni, che per trent’anni fu a capo della
congregazione varesina fondata da monsignor Carlo Sonzini: «Questa
suora insieme a monsignor Sonzini ebbe un ruolo decisivo nel salvataggio
di molte famiglie di ebrei, che le autorità avevano confinato in Casa
San Giuseppe».
Nelle vicende complesse della lotta di Liberazione non mancarono
episodi di segno contrario, ma per suor Grazia Loparco la presenza delle
religiose nella guerra fu «un’esperienza concreta della carità di
donne che si sono chinate sulle povertà, sulle debolezze e sulle
infermità di persone bisognose di aiuto. Quasi mai le religiose, per
quanto ne sappiamo, agirono per motivi politici. Erano piuttosto spinte
dalla carità, che imponeva in tempi di emergenza di aiutare chiunque ne
avesse bisogno. Per questo si trovarono talvolta sotto lo stesso tetto
renitenti alla leva, ricercati per motivi politici, ebrei, sfollati,
orfani... In alcuni casi offrirono una base di appoggio ai partigiani.
Dinanzi alle ingiustizie palesi del nazifascismo e alla durezza della
guerra diedero un contributo di umanità, superando antichi steccati.
Basti pensare agli ebrei: dal punto di vista religioso non c’era
dialogo, ma prevalse il buon senso di rischiare per persone che forse
non si sarebbero salutate per strada».
Silvio Mengotto
Segue:
Suor
Loparco: su Pio XII ebrei e cattolici a confronto
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