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CULTURA - PIO XII E LA SHOAH

Suor Loparco: su Pio XII
ebrei e cattolici a confronto

di Luca Attanasio
  

«Credo che il processo di riavvicinamento tra due fratelli che si erano separati tristemente – gli ebrei e i cristiani – sia misteriosamente ripreso durante il nazismo, nel momento più doloroso possibile. Nello sforzo di salvare, soccorrere, nascondere, ci siamo trovati gli uni vicini agli altri, a volte stretti, chiusi per mesi in conventi gli uni a rischiare la vita per nascondere gli altri; detentori di segreti, accomunati dal terrore e dall’umanità, eravamo lì, a pregare il Dio unico che allontanasse il carnefice e ci salvasse. E penso che, da quel buio assoluto, sia nato un fiore: il dialogo ebraico-cristiano, accelerato enormemente dal Vaticano II, da Papi e rabbini illuminati degli ultimi 50 anni, nella mia visione degli eventi, è sbocciato proprio allora».

Queste parole così meditate e suggestive sono di suor Grazia Loparco, una salesiana che insegna all’Auxilium e che conduce da anni una ricerca sull’impegno dei religiosi romani nel dare ospitalità agli ebrei tra il 1943 e il 1944. Con altri studiosi del Coordinamento storici religiosi offre un originale contributo culturale alla faticosa ricerca di unità e comprensione tra ebrei e cristiani. Si è infatti trovata – «di traverso», dice, «visto che io mi sono occupata di storia degli istituti religiosi, non specificamente di Pio XII» – a far parte della Commissione composta da cinque storici cattolici e cinque ebrei invitati da don Spataro dello Studium Theologicum Salesianum, il nunzio apostolico Antonio Franco e Yael Orvieto, responsabile del Museo dello Yad Vashem, a confrontarsi a Gerusalemme, l’8 e il 9 marzo scorsi, su una delle questioni più spinose del rapporto tra le due fedi: Papa Pacelli.

Pio XII a piazza della Minerva.
Pio XII a piazza della Minerva
(foto International Photo/La Presse).

  • Come è nata e che scopi si è prefissa questa iniziativa?

«Lo scopo era quello di dar vita a un dialogo puramente scientifico tra due linee interpretative sul nodo del rapporto tra Pio XII e gli ebrei. Alcuni studiosi ebrei hanno richiesto di conoscere ulteriori documenti in mano agli storici cattolici, così come noi sentivamo l’esigenza di confrontarci. A questo punto si è deciso di innescare una discussone tra due scuole storiografiche. L’invito da parte dei due enti (Yad Vaschem e Salesianum) è una vera inversione di tendenza, in un momento in cui ogni scintilla rischia di scatenare un incendio; proprio per questo abbiamo scelto di accantonare tutte le polemiche e ci siamo serenamente seduti attorno a un tavolo».

  • Chi era presente e che modello di lavoro si è scelto?

«La delegazione di studiosi invitati dallo Studium Theologicum Salesianum era rappresentata da Thomas Brechenmacher, Jean Dominique Durand, Matteo Luigi Napolitano, Andrea Tornielli e dalla sottoscritta. Gli studiosi invitati da Yael Orvieto erano Paul O’Shea, Michael Phayer, Susan Zuccotti, Dina Porat e Sergio Minerbi. Per quanto riguarda il "format", credo che si sia trattato di una scelta felice. Tutto ruotava attorno a 10 domande, concordate in precedenza. A ognuna è stata dedicata un’ora e mezza: la questione veniva posta da un presenter (che aveva 20 minuti) cui rispondeva un respondent (altri 20 minuti). Al termine di questa fase c’era tempo per chiunque di puntualizzare, aggiungere o chiedere lumi. Il metodo ha avuto innanzitutto il vantaggio di non essere dispersivo, proprio perché i limiti erano ben stabiliti. Ovviamente, sono usciti dei punti controversi che avrebbero meritato molto più approfondimento. Ma, per come la vedo io, questo è un ulteriore aspetto positivo, perché ci obbliga a continuare la ricerca e a incontrarci di nuovo».

  • Possiamo parlare dell’incontro come di un evento storico?

«Sì, sia perché è la prima e unica Commissione mista a incontrarsi (nel 1998 ce ne fu una che non aveva sortito effetti di rilievo) e a proporre uno studio rigorosamente scientifico, ma anche perché abbiamo respirato un clima di grande apertura da entrambe le parti, una disponibilità a studiare senza preclusioni. L’interesse scientifico è libero, e quando si è studiosi non si è né cattolici né ebrei. I documenti che studiamo sono storia, non esiste una storia ebrea e una cattolica. Lo sforzo a questo punto è di giungere il più possibile a una visione condivisa perché, comunque, è vero che si interpreta partendo da posizione molto diverse. Vi sono documenti, ad esempio, presentati sia dalla parte ebrea che da quella cattolica ma che sono stati usati per dire due realtà opposte. Al termine di quei due giorni si è avvertita comunque la necessità di comprendere meglio il funzionamento della Santa Sede in un preciso contesto in cui alcuni atti o frasi, a seconda di dove venissero fatti, dette o scritte, cambiavano completamente valenza. E le confesso che è stata una sorpresa molto bella vedere persone che da anni fanno ricerca e hanno giudizi radicati, tra queste io stessa, cambiare parere su alcune questioni, insomma presentarsi completamente disponibili in un clima di fiducia. Si sono smussate posizioni radicali. Un po’ di distacco ha aiutato a guardare le cose con maggiore libertà».

Roma all'indomani della Liberazione.
Roma all’indomani della Liberazione
(foto Publifoto/La Presse).

  • È da questa sede, quindi, che ci si può aspettare qualcosa di nuovo sulla annosa querelle che ruota intorno a Pacelli?

«Direi di sì, ovviamente senza alcun esclusivismo. Pio XII non c’è più e ci dobbiamo affidare alle fonti. Ma le fonti devono essere un po’ scoperte. Non è più sufficiente basarsi su quelle ufficiali. Ci possono aiutare documenti narrativi, cronache, atti di congregazioni; dobbiamo tener presente la discrezione, la diplomazia. Ma, soprattutto, conoscere il contesto. Questo è il compito degli storici: studiare ma anche ricostruire il clima del tempo».

  • Come è entrata a far parte del gruppo che ha partecipato all’incontro? E come ne è uscita?

«Sono entrata perché da anni studio e quantifico l’opera di accoglienza di ebrei negli istituiti religiosi durante il nazifascismo. Il mio lavoro è utilizzato anche da studiosi ebrei. Per questo sono stata invitata e per me è stata un’occasione estremamente positiva. Ho incontrato direttamente persone di cui avevo letto molto, come Susan Zuccotti o Minerbi, le loro sono sempre state posizioni nette. Mi ha colpito, però, la loro disponibilità, la reale apertura verso affermazioni supportate da metodologia scientifica e storica. Un po’ tutti siamo arrivati con il desiderio di trovare un po’ più di verità e ne siamo usciti arricchiti e forse, su qualche punto, più dubbiosi. Ma il dubbio, nella scienza, è un bene».

  • Come procederà il lavoro? E che cosa ci si può aspettare riguardo alla famosa didascalia dello Yad Vashem o sulla posizione degli ebrei nei confronti della beatificazione di Pio XII?

«La didascalia o altri temi caldi rimangono sullo sfondo. Qualora si dimostrasse storicamente la sua invalidità, il museo deciderà cosa fare. Detto tra noi, dovendo fare un dialogo scientifico non si poteva partire dalla didascalia che sintetizza con parzialità i fatti. Ovviamente l’incontro di marzo è stato un primo momento, dal quale non siamo usciti tutti concordi, anzi. Però c’è la volontà non solo di incontrarci di nuovo, ma anche di riconsiderare alcuni punti».

  • Su che cosa c’è ampio consenso e su che cosa no?

«Le dieci domande ripercorrevano l’iter biografico di Pacelli e i suoi rapporti con l’ebraismo dall’adolescenza (aveva un amico ebreo al liceo) fino al papato. Su alcuni atteggiamenti personali di Pacelli si sono avvicinate molto le posizioni, si è smussata l’idea che fosse dichiaratamente antisemita, mentre su cosa ha oppure non ha fatto, per il momento, si rimane fermi. Di una cosa, però, possiamo essere certi: il dibattito ufficiale su Pio XII si è aperto».

Luca Attanasio

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