ANNO
PAOLINO - UN PRIMO
BILANCIO Quel che resta di Paolo
di Giuseppe Pulcinelli
Durante quest’anno
si sono moltiplicate le iniziative "paoline". Uno stimolo
per i cristiani affinché attingano all’esempio dell’Apostolo: non
una superficiale imitazione, dunque, ma una conformazione al modello
di chi ha sposato totalmente la causa di Cristo.
È
forse presto per trarre dei bilanci dall’Anno Paolino appena concluso,
e tuttavia si può già tentare qualche riflessione sulle possibili
prospettive che esso ha aperto.
Sicuramente ha fornito tantissime occasioni per ripensare alla figura
dell’Apostolo: pellegrinaggi, catechesi, spettacoli, mostre, convegni,
simposi internazionali, ma anche programmi diocesani e parrocchiali; si
può dire che ogni realtà ecclesiale è stata direttamente o
indirettamente coinvolta in qualche iniziativa "paolina". E
soprattutto ha stimolato molti cristiani a riprendere in mano i suoi
scritti, come ha incitato a fare anche Benedetto XVI al termine delle
catechesi che gli ha dedicato: «Proprio questo può ancora e sempre
fare l’apostolo Paolo. Attingere a lui, tanto al suo esempio
apostolico quanto alla sua dottrina, sarà quindi uno stimolo, se non
una garanzia, per il consolidamento dell’identità cristiana di
ciascuno di noi e per il ringiovanimento della Chiesa» (4 febbraio
2009; il terzo volume che raccoglie le sue catechesi viene ora
pubblicato dalla San Paolo, Paolo e il suo insegnamento).

San Paolo, particolare di un
affresco conservato nella chiesa di
S. Andrea a Sommacampagna (Vr - foto S. Castignani/Alinari).
Molti hanno detto giustamente che se anche l’Anno Paolino avesse
ottenuto quest’unico scopo, avrebbe visto ampiamente giustificata la
sua indizione. E accostare personalmente i suoi scritti – oltre alle
occasioni offerte dalla liturgia (troppo raramente i testi paolini
vengono commentati nelle omelie!) – non può mai lasciare
indifferenti: la perenne freschezza e radicalità dell’Evangelo da lui
predicato è davvero un grande stimolo per ripensare il nostro essere
cristiani del XXI secolo. Di fatto tantissimi aspetti del suo pensiero,
del suo insegnamento, trovano facile connessione con l’attualità: la
ministerialità (maschile e femminile) nella Chiesa, la tensione tra
carisma e autorità, la rilevanza del dono della profezia, il rischio
delle fazioni-divisioni, il rapporto tra fede e morale, l’universalismo
e l’inculturazione dell’Evangelo, la parresìa come stile
ecclesiale... solo per nominarne alcuni.
Un aspetto che potrebbe suscitare imbarazzo se non è ben compreso,
è quello della "imitazione" dell’Apostolo, di cui Paolo
stesso parla in vari passaggi delle sue lettere: «Fatevi miei imitatori»
(1Cor 4,16; cf. 1Ts 1,6; 2,14; Fil 3,17; 4,9; Gal 4,12; ecc.). Non è un
invito da presuntuosi o esaltati, come potrebbe sembrare; è invece il
segno di un rapporto intimo, profondo, da collocare nell’ottica
familiare della genitorialità (cfr. 1Cor 4,14-17), in cui ci si mette
in gioco con tutto sé stessi a favore di chi, entrando a far parte
della Chiesa nascente, non aveva ancora antenati nella fede a cui
guardare per orientarsi nella vita.

Domenico Beccafumi (1486-1551), San
Paolo, particolare de
Lo sposalizio mistico di Santa Caterina, Collezione Chigi
Saracini,
Siena (foto Scala, Firenze).
Ultimamente,
in quella che viene definita una situazione di emergenza educativa, si
parla molto della mancanza di modelli positivi nella formazione dei
giovani, e dell’antitetico dilagare di modelli che poco o nulla hanno
a che fare con la prospettiva cristiana o più in generale con i valori
etici; e ci si è pure interrogati se è ancora effettivamente
praticabile la metodologia pedagogica del "conformarsi al
modello", per i rischi che essa potrebbe comportare, non ultimo
quello della riproduzione pedissequa e tutto sommato sterile degli
atteggiamenti esteriori del modello. Di fatto però l’avere dei
modelli è connaturale all’essere umano; questo vale già nell’ambito
familiare, con il bambino che impara imitando i genitori, e poi in
quello scolastico, professionale... Ciò continua a valere nel campo
religioso-ecclesiale. Ogni credente ha fatto l’esperienza di quanto
siano state decisive per il proprio cammino di maturazione nella fede e
nelle scelte di vita alcune figure di riferimento: genitori, maestri,
sacerdoti, suore, catechisti, ecc. Volti, parole, gesti significativi
che ci sono rimasti impressi, quando in certi frangenti abbiamo avuto
come l’illuminazione: «Questo è il modo giusto di reagire, il modo
per aderire alla realtà e coglierne la sua verità più profonda». È
in questo senso che conserva tutta la sua validità la pedagogia dell’esempio,
il "conformarsi al modello". Nell’ottica paolina, l’imitazione
(in greco: mìmesis) è tutt’altro che un "mimare"
atteggiamenti esteriori di chi si trova in una posizione preminente come
modello-testimone, e ancor meno un mitizzare la figura dell’apostolo:
Paolo si oppone drasticamente a ogni minimo insorgere di qualcosa che
assomigli al culto della personalità: «Che cosa è mai Apollo? Che
cosa è Paolo? Servitori... Né chi pianta né chi irriga vale qualcosa,
ma solo Dio, che fa crescere... Nessuno ponga il suo vanto negli uomini!»
(cfr. 1Cor 3,5.7.22).
D’altra parte si sbaglierebbe di grosso se si esaltasse – come a
volte si è fatto – la figura di Paolo come quella del supereroe, dell’uomo
perfetto, sempre all’altezza, che non sperimenta mai sconfitte e
delusioni: non dimentichiamo che Nietzsche, alla ricerca di supporti
alle sue idee sul superuomo, proprio per la mancanza di queste
caratteristiche si scagliava furiosamente contro Paolo e il suo
pensiero.

El Greco (1541-1614), Santi Pietro e
Paolo, Museo dell’Ermitage,
San Pietroburgo (foto Scala,
Firenze).
Paolo,
al contrario, è profondamente cosciente della limitatezza, di quella
propria e di coloro ai quali annuncia il Dio cristiano; la sua non è
una teologia della trionfalistica onnipotenza e onniscienza, bensì
quella della debolezza e stoltezza della croce, cioè la rivelazione del
volto di Dio nel Cristo crocifisso: «Quello che è stolto per il mondo,
Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il
mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti» (1Cor 1,27). E anzi,
con una forte dose di ironia, egli stigmatizza con l’appellativo di «superapostoli»
(cfr. 2Cor 11,5; 12,11) coloro che presumono di essere «ministri di
giustizia» (2Cor 11,15), probabilmente dei giudaizzanti che si
consideravano in perfetta coerenza con i precetti della Legge e che
avevano avuto molto seguito tra quei credenti di Corinto, sviandoli
dalla giusta ermeneutica dell’Evangelo.
Al contrario, di sé stesso Paolo non afferma la forza, la capacità
e l’efficienza, ma la limitatezza e l’imperfezione nell’essere
umile strumento della grazia: «Mi presentai a voi nella debolezza e con
molto timore e trepidazione» (1Cor 2,3); e se di qualcosa bisogna
vantarsi, egli si vanta unicamente della grazia che viene dalla croce di
Cristo (cfr. Gal 6,14) e della propria debolezza (cfr. 2Cor 12,5),
perché essa fa in modo che sia unicamente la grazia di Dio a
risplendere: «Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché
dimori in me la forza di Cristo... quando sono debole è allora che sono
forte» (2Cor 12,9.10).
Per Paolo il discernimento non avviene in base a precetti esteriori.
Il cristiano infatti per le sue scelte deve confrontarsi con quelle
paradossali che Dio ha compiuto in Cristo e che continua a compiere
ancora oggi: scelte di tutt’altro segno rispetto all’ottica mondana
della ricerca del potere, di cui un tratto caratteristico è quello che
porta a farsi deboli con i forti e forti con i deboli; prima di
concludere con la celebre frase «mi sono fatto tutto a tutti per
salvare a ogni costo qualcuno», Paolo scrive: «Mi sono fatto debole
con i deboli, per guadagnare i deboli» (1Cor 9,22); e non aggiunge,
come ci si sarebbe aspettato: «Mi sono fatto forte con i forti», tanto
meno «mi sono fatto forte con i deboli».

Maestro de Soriguerola (XIII secolo), Laterale
d’altare con i santi Pietro
e Paolo, capolavoro gotico conservato al Museo episcopale
di Vich (Spagna - foto
Scala, Firenze).
«Siate
miei imitatori come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1): imitare Paolo
per imitare Cristo, questa è la finalità della mìmesis,
arrivare ad avere lo stesso sentire di Cristo (cfr. Fil 2,5), cioè
sposare la stessa causa, avere i suoi intenti, il suo stile, in
particolare la sua umiltà e obbedienza (cfr. Fil 2,8); a questo serve l’imitazione
di Paolo e dei suoi collaboratori.
Alla scuola di Paolo, scopriamo che essere modelli per gli altri (in
un modo o nell’altro, anche se non lo scegliamo, lo siamo) non
significa essere perfetti, ma essere convinti di permanere nella
condizione di chi continua a imparare, anche dagli errori (Fil 3,12: «Non
sono arrivato alla perfezione, ma mi sforzo di correre per conquistarla,
perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù»). Non si deve
temere di perdere credibilità nel rivelarsi vulnerabili e deboli: è
invece un grande incoraggiamento per chi ci è affidato vedere
qualcuno/a che continua a imparare; tra l’altro a livello psicologico
chi è "perfetto" risulta inavvicinabile, suscita antipatia,
ma soprattutto rischia moltissimo l’ipocrisia: «Quando pretendiamo di
fare gli educatori con la presunzione di essere uomini arrivati che non
hanno più bisogno di essere educati dalla vita, diventiamo ipocriti»
(C. M. Martini).
E in questo processo, che potremmo inquadrare nell’ottica della
"formazione permanente", un grande aiuto ci viene in primo
luogo da chi per noi è modello di vita evangelica, ma anche da
chiunque, credente o meno, è cercatore di verità e di senso, da tutti
coloro che lottano per la giustizia, dai pensatori, dai poeti, dagli
artisti... Da ogni persona e situazione può venirci una parola feconda
per il presente. In questo Paolo ci insegna davvero a pensare in grande:
«In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile,
quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello
che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia
oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto,
ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace
sarà con voi!» (Fil 4,8-9).
Giuseppe Pulcinelli
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