
Testimoni giunti dal
futuro
di
Antonio Tarzia
«Se
si comprendesse bene il sacerdote qui in terra, si morirebbe non di
spavento, ma di amore», è un famoso detto di Giovanni Maria Vianney,
il santo curato d’Ars, citato dal Catechismo della Chiesa
cattolica (p. 408, n. 1589, Lev, 1992). Benedetto XVI il 19 giugno
del 2009 ha indetto ufficialmente l’Anno Sacerdotale, affidandolo
alla protezione del santo curato d’Ars di cui ricorre quest’anno
il 150° della morte. Dopo l’anno giubilare di san Paolo, un altro
anno di grazia si intreccia con il primo da cui coglie l’avvio e
alla cui riserva di spiritualità attinge. Tre lettere del corpus paolino
(le cosiddette "Lettere pastorali") sono rivolte non alle
comunità cristiane, ma a dei singoli presbiteri: due a Timoteo e una
a Tito. In esse troviamo un vademecum pratico dell’attività
pastorale oltre alla chiara esposizione della teologia sacramentaria
del sacerdozio ministeriale. Anche se gli esegeti moderni tendono ad
attribuire non direttamente a Paolo le missive, esse sono il più
antico testo cristiano sulla figura del sacerdote: leggerle e
meditarle è particolarmente indicato per l’esercizio personale di
presa di coscienza, di scoperta con stupore della tanta santità che
ancora oggi viaggia per il mondo. «Il titolo felicemente scelto dal
Santo Padre, Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote, indica
il primato assoluto della grazia e, nel contempo l’indispensabile
cordiale adesione della libertà amante, memori che il nome dell’amore
nel tempo, è: fedeltà». Così, nella lettera inviata dalla
Congregazione per il clero a tutti i vescovi del mondo in occasione
dell’Anno Sacerdotale.
Gli
Atti degli apostoli ci riferiscono di Pietro e Giovanni davanti al
Sinedrio: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e
ascoltato». E Paolo in sintonia scrive: «Annunciare il Vangelo non
è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a
me se non annuncio il Vangelo!» (1Cor 9,16). La verità e la carità
di Dio scoppiano nel petto degli evangelizzatori e chiede di essere
comunicata. Il versetto finale degli Atti ci lascia con Paolo a Roma
dive vive «annunciando il regno di Dio e insegnando le cose
riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza
impedimento».
Noi
preti dovremmo tutti essere (quest’anno festeggio i miei 40 anni di
sacerdozio) costruttori di pace, uomini di preghiera, amici e
discepoli di Gesù, sentinelle della speranza. Tonino Bello che teneva
più al suo "don" che al titolo vescovile, scrisse ai suoi
preti: «Voi non siete esseri venuti dal passato, ma testimoni giunti
dall’avvenire, costretti a raccontare l’inedito di Dio» e ancora:
«Carissimi presbiteri, il Signore ci ha parlato di lieti annunzi
offerti ai poveri... che aspettiamo, allora, a mutare il nostro
lamento in danza?... ai sacerdoti è affidato il mistero dell’Eucaristia
che è il banchetto della festa. Su di loro incombe l’obbligo di
essere profeti del sabato eterno, dove "non ci sarà né pianto,
né lutto e tutte le lacrime saranno asciugate per sempre dagli occhi
dell’uomo"» (don Tonino Bello, Un testimone giunto dall’avvenire.
Il sacerdote oggi, 2009, Ed. Insieme).
Antonio Tarzia
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