Contattaci

  

Jesus n. 7 luglio 2009 - Home Page


Editoriale.

 
Testimoni giunti dal futuro
di
Antonio Tarzia
  

«Se si comprendesse bene il sacerdote qui in terra, si morirebbe non di spavento, ma di amore», è un famoso detto di Giovanni Maria Vianney, il santo curato d’Ars, citato dal Catechismo della Chiesa cattolica (p. 408, n. 1589, Lev, 1992). Benedetto XVI il 19 giugno del 2009 ha indetto ufficialmente l’Anno Sacerdotale, affidandolo alla protezione del santo curato d’Ars di cui ricorre quest’anno il 150° della morte. Dopo l’anno giubilare di san Paolo, un altro anno di grazia si intreccia con il primo da cui coglie l’avvio e alla cui riserva di spiritualità attinge. Tre lettere del corpus paolino (le cosiddette "Lettere pastorali") sono rivolte non alle comunità cristiane, ma a dei singoli presbiteri: due a Timoteo e una a Tito. In esse troviamo un vademecum pratico dell’attività pastorale oltre alla chiara esposizione della teologia sacramentaria del sacerdozio ministeriale. Anche se gli esegeti moderni tendono ad attribuire non direttamente a Paolo le missive, esse sono il più antico testo cristiano sulla figura del sacerdote: leggerle e meditarle è particolarmente indicato per l’esercizio personale di presa di coscienza, di scoperta con stupore della tanta santità che ancora oggi viaggia per il mondo. «Il titolo felicemente scelto dal Santo Padre, Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote, indica il primato assoluto della grazia e, nel contempo l’indispensabile cordiale adesione della libertà amante, memori che il nome dell’amore nel tempo, è: fedeltà». Così, nella lettera inviata dalla Congregazione per il clero a tutti i vescovi del mondo in occasione dell’Anno Sacerdotale.

Gli Atti degli apostoli ci riferiscono di Pietro e Giovanni davanti al Sinedrio: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato». E Paolo in sintonia scrive: «Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1Cor 9,16). La verità e la carità di Dio scoppiano nel petto degli evangelizzatori e chiede di essere comunicata. Il versetto finale degli Atti ci lascia con Paolo a Roma dive vive «annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento».

Noi preti dovremmo tutti essere (quest’anno festeggio i miei 40 anni di sacerdozio) costruttori di pace, uomini di preghiera, amici e discepoli di Gesù, sentinelle della speranza. Tonino Bello che teneva più al suo "don" che al titolo vescovile, scrisse ai suoi preti: «Voi non siete esseri venuti dal passato, ma testimoni giunti dall’avvenire, costretti a raccontare l’inedito di Dio» e ancora: «Carissimi presbiteri, il Signore ci ha parlato di lieti annunzi offerti ai poveri... che aspettiamo, allora, a mutare il nostro lamento in danza?... ai sacerdoti è affidato il mistero dell’Eucaristia che è il banchetto della festa. Su di loro incombe l’obbligo di essere profeti del sabato eterno, dove "non ci sarà né pianto, né lutto e tutte le lacrime saranno asciugate per sempre dagli occhi dell’uomo"» (don Tonino Bello, Un testimone giunto dall’avvenire. Il sacerdote oggi, 2009, Ed. Insieme).

Antonio Tarzia