EUROPA
Abusi sessuali in Irlanda:
la Chiesa cattolica chiede perdono
Un
«fatto endemico»: è questa la drammatica conclusione della
Commissione d’inchiesta del Governo irlandese sugli abusi sessuali
commessi nei confronti di minori nelle scuole maschili affidate a
ordini religiosi. Per un periodo che va dal 1936 fino ai primi anni
’80, il monumentale Rapporto Ryan – dal nome del giudice, Sean
Ryan, che ha guidato i nove anni di lavoro della Commissione –
documenta minuziosamente, in cinque volumi, abusi, violenze e
umiliazioni commesse nei grandi "collegi" voluti dal Governo
per orfani, disabili, bambini poveri o "difficili" e
affidati alle cure di 18 ordini religiosi. «L’abuso sessuale era
noto alle autorità religiose come un problema persistente», si legge
nel rapporto e «il danno (ai bambini) veniva interpretato dalle
congregazioni nell’ottica dello scandalo potenziale o della cattiva
pubblicità che ne poteva derivare qualora fosse venuto alla luce».
Il rapporto ha raccolto la testimonianza di oltre 2.500 persone che
vissero in 216 tra scuole e istituzioni varie e che oggi hanno tra i
50 e i 70 anni.
Pronta, alla sua pubblicazione, la reazione della Chiesa irlandese:
«Abbiamo vergogna, siamo umiliati e chiediamo scusa se il nostro
popolo si è allontanato così tanto dagli ideali cristiani», hanno
detto i vescovi irlandesi, riuniti proprio nel giorno in cui a Dublino
migliaia di persone, tra cui anche alcuni rappresentanti dell’arcidiocesi,
sono scese in strada per manifestare la loro solidarietà alle
vittime. «Il Rapporto Ryan», spiegano i presuli, «rappresenta la
più recente e inquietante incriminazione di una cultura che è stata
prevalente nella Chiesa cattolica in Irlanda, per troppo tempo.
Crimini odiosi sono stati perpetrati contro i più innocenti e i più
vulnerabili, e sono stati commessi atti vili con effetti duraturi
nella vita con il pretesto della missione di Gesù Cristo. Questo
rappresenta un grave atto di tradimento della fiducia, che il nostro
popolo ha riposto da sempre nella Chiesa. Per questo chiediamo perdono».
La reazione umile e franca della Chiesa è stata accolta
positivamente da un’opinione pubblica scioccata dai contenuti del
rapporto, anche se non mancano le polemiche sull’accordo tra ordini
religiosi e Governo, in base al quale sarà quest’ultimo a pagare
circa un miliardo di euro di risarcimenti per le vittime, in cambio di
un contributo di 128 milioni di euro offerti dalle congregazioni. E c’è
anche chi contesta il fatto che dal Rapporto siano stati
espunti i nomi dei singoli responsabili degli abusi, per evitare l’aprirsi
di una lunga serie di processi penali. Il primate d’Irlanda,
cardinale Sean Brady, e l’arcivescovo di Dublino, monsignor Diarmuid
Martin, ai primi di giugno sono volati personalmente a Roma per
discutere con Benedetto XVI del Rapporto. Il Pontefice, hanno
raccontato, è rimasto «visibilmente turbato» dai risultati dell’inchiesta
e «ha esortato i vescovi e tutti nella Chiesa a continuare a
stabilire la verità di ciò che è accaduto e perché» e «a
garantire che venga fatta giustizia per tutti».
a.sp.
ITALIA
Il piccolo Sinodo dei cattolici adulti
In
risposta a una lettera-appello, il 16 maggio scorso si sono ritrovate
nel capoluogo toscano oltre 400 persone da tutta Italia. A muoverle, il
disagio per una vita ecclesiale in cui ci si confronta poco, il Vangelo
sembra messo ai margini, e il messaggio cristiano sembra fatto solo di
proibizioni. vai all'articolo
Giovanni Ferrò
AMERICA DEL NORD
Stati Uniti
AUMENTANO I POVERI
Negli
Stati Uniti è aumentato di 1,2 milioni il numero di persone che nel
2008 è stato assistito dalle istituzioni caritatevoli della Chiesa
cattolica, e i pazienti curati negli ospedali cattolici sono saliti di 1
milione e mezzo. Sono le cifre certificate dalla Kennedy Directory,
l’annuario statistico della Conferenza episcopale Usa, che mostra, al
contempo, come l’anno scorso siano calati lievemente Battesimi, Prime
comunioni, Cresime e Matrimoni. Sono diminuite anche le scuole
elementari cattoliche e – causa chiusure o fusioni – il numero
totale di parrocchie è sceso da 18.890 a 18.674. Complessivamente, i
cattolici Usa continuano a rappresentare il 22% della popolazione (68,1
milioni).
AMERICA LATINA
Perù: i vescovi stanno dalla parte
degli indios
e dell’ambiente
«L'accaduto
è la cronaca di un fatale esito annunciato. Per molti anni i popoli
amazzonici sono stati dimenticati. Alle loro giuste domande di assistenza
sanitaria, educazione, strade, luce, ecc. non è stata prestata
attenzione. Dobbiamo ascoltarli e comprenderne la visione del mondo. Essi
difendono l’acqua, la terra, perché è vita». Così monsignor Miguel
Cabrejos, arcivescovo di Trujillo e presidente della Conferenza
episcopale peruviana (Cep), ha riassunto il conflitto che da mesi
contrappone il Governo del presidente della Repubblica, Alan Garcia,
e le comunità autoctone riunite nell’Associazione interetnica di
sviluppo della selva peruviana (Aisedep), culminato all’inizio di
giugno nel massacro di Bagua. Sulla stessa linea monsignor Pedro
Barreto, arcivescovo di Huacayo e presidente della Commissione
episcopale di pastorale sociale: «Due proposte si scontrano. Quella dei
nativi, che perseguono un rapporto armonioso tra persona e natura,
cercando di conservare queste relazioni ancestrali e culturali. E quella
della globalizzazione economica, propria non solo di questo, ma anche dei
precedenti Governi, per la quale la ricchezza è più importante della
dignità umana. Serve un modello alternativo di sviluppo».
Proprio questo sarà il nodo da sciogliere al tavolo di dialogo
convocato dal Primo ministro, Yehude Simon, per trovare, con la
mediazione della Cep e del Concilio nazionale evangelico del Perù, una
soluzione, mentre il Parlamento ha sospeso la "Legge sulla foresta e
la fauna silvestre" (già dichiarata incostituzionale a fine maggio)
e il "Regime giuridico delle terre ad uso agricolo", i più
contestati tra i decreti legislativi (una decina) di cui gli indios
chiedono l’abrogazione. Intanto molte organizzazioni sociali peruviane e
diversi organismi internazionali, come il Consiglio ecumenico delle
Chiese, hanno chiesto l’istituzione di una commissione indipendente d’inchiesta
per far luce sugli scontri avvenuti il 5 giugno, che secondo l’esecutivo
sarebbero stati provocati da «terroristi» e avrebbero causato l’uccisione
di 24 poliziotti e 9 civili, mentre i movimenti indigeni denunciano oltre
un centinaio di morti e desaparecidos tra i manifestanti e ammettono di
aver passato per le armi dieci membri delle forze dell'ordine dopo essere
stati attaccati.
I circa 450 mila indios che popolano l’Amazzonia peruviana sostengono
che le leggi promosse dal capo dello Stato aprono la strada allo
sfruttamento selvaggio delle materie prime della foresta, in particolare
gli idrocarburi (petrolio e gas naturale), l’acqua, il legname e i
metalli preziosi, da parte di grandi imprese locali e straniere. Lo spiega
padre Mario Bartolini, passionista italiano e parroco di
Barranquitas, più volte minacciato di morte per la sua opposizione al
massiccio disboscamento realizzato dal consorzio nazionale Grupo Romero
per produrre biocarburante: «Gli indigeni e i contadini che fino a ieri
venivano trattati come schiavi si sono svegliati ed esigono il rispetto
della propria dignità e dei propri diritti. Lottano per la terra, che
appartiene loro da sempre, un fatto che il Governo non vuole riconoscere.
Il mondo ha scoperto il Perù con la strage, ma i nostri fiumi sono già
inquinati di petrolio, i nostri bambini hanno piombo e cadmio nel sangue e
ogni giorno vedo gli animali morire e fuggire dalla foresta che viene
distrutta».
Il Governo sostiene invece che la privatizzazione di grandi estensioni
di terra indurrà il massiccio afflusso di investimenti, i quali,
"valorizzando" le risorse naturali, faranno crescere l’economia,
creeranno posti di lavoro, favoriranno lo sviluppo del Paese e
miglioreranno le condizioni di vita di tutti. Un’idea di progresso
respinta dai nove vescovi del dipartimento di Amazonas, che in un
documento del 5 maggio denunciavano come «nel nome di un distorto
concetto di sviluppo, lo Stato permette la deforestazione di grandi
estensioni di boschi primari a favore di aziende che investono in
piantagioni di piante da olio, di canna da zucchero, ecc. Nessuno ignora l’inquinamento
dei fiumi con metalli pesanti e sostanze tossiche a causa dell’attività
mineraria e dell’estrazione di petrolio, realizzate in modo
irresponsabile. Siamo inoltre testimoni del taglio indiscriminato e
incontrollato del legname». Aggiungevano che «è stato violato il
diritto dei popoli amazzonici di essere ascoltati». E concludevano
chiedendo «la formulazione di nuove norme con la partecipazione delle
popolazioni indigene».
Mauro Castagnaro
AFRICA
Congo: dietro la guerra del Kivu la lotta
per il possesso delle miniere
Violenze,
aggressioni, incursioni nei villaggi, arruolamento forzato di bambini,
centinaia di migliaia di sfollati. E, dietro a tutto questo, lo
sfruttamento illegale delle risorse minerarie del Paese. È la
denuncia dell’abbé Justin Nkunzi, direttore della
Commissione giustizia e pace dell’arcidiocesi di Bukavu, in Kivu,
che ha esortato il Governo della Repubblica Democratica del Congo ad
assicurare che il commercio illegale di materie prime non continui ad
alimentare il conflitto in corso in questa regione orientale del
Paese.
Il problema, secondo il sacerdote, riguarda anche le imprese locali
e straniere, che operano sul posto e che invita ad agire nel segno
della trasparenza circa la catena di estrazione e distribuzione,
specialmente dell’oro, affinché gli acquirenti ne possano
individuare la provenienza. «Se si comprano diamanti e oro dalle zone
in mano ai ribelli», denuncia il sacerdote, «si aiutano proprio i
ribelli, che possono comprare armi e fucili e continuare la guerra».
Una guerra che, a fasi alterne, destabilizza la regione del Kivu da
oltre quindici anni, da quando cioè, in seguito al genocidio ruandese
del 1994, più di un milione di profughi si è riversato in questa
zona, provocando una situazione mai risolta di instabilità e
tensione. Anche la recente operazione congiunta di esercito congolese,
esercito ruandese e degli ex miliziani di Laurent Nkunda (Cndp)
non è riuscita ad avere la meglio sui ribelli delle Forze
democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr). Ribelli che, a
detta dell’abbé Nkunzi, continuano ad arruolare centinaia di
bambini.
«Sono moltissimi i bambini-soldato», dice il sacerdote. «Dobbiamo
sostenere questi bambini, aiutarli ad abbandonare i campi dei
miliziani nella foresta e riportarli nei villaggi». Altro orrore,
quello delle violenze sulle donne, aumentate drammaticamente negli
ultimi anni: «Per noi è una forma di nuovo terrorismo», sostiene il
responsabile di Giustizia e pace. «È una strategia per distruggere
le famiglie. È una sorta di "omicidio", che provoca enormi
traumi, individuali, familiari e comunitari». La Chiesa cattolica,
che rimane una delle poche istituzioni autorevoli e capillarmente
presenti su tutto Paese, cerca di andare incontro alle sofferenze
della gente. Non senza difficoltà: «Molte persone soffrono»,
sostiene l’abbé Nkunzi. «La Chiesa deve essere ovunque qualcuno
chieda aiuto. Tutti devono fare il possibile per portare la pace, in
primo luogo nei nostri cuori, poi nelle famiglie e quindi in tutta la
comunità».
Anna Pozzi
ASIA
Sri Lanka: la guerra è finita,
ora comincia
l’era della miseria
La
guerra è finita. Dopo un quarto di secolo di aspri combattimenti le forze
armate dello Sri Lanka hanno avuto la meglio sui ribelli tamil e costretto
i guerriglieri alla resa. Le Tigri per la liberazione della patria
tamil – nate nei primi anni Settanta del secolo scorso per ottenere
l’indipendenza della parte nordorientale dell’isola dove si
concentravano i cittadini di minoranza tamil – hanno ammesso la
sconfitta, deponendo le armi. La loro disfatta è apparsa totale quando l’esercito
ha reso noto che anche il capo supremo della guerriglia, Vellupilai
Prabhakaran, era stato ucciso. Il 19 maggio, nel Parlamento di
Colombo, il presidente Mahinda Rajapaksa ha dichiarato
ufficialmente la vittoria e proclamato il 20 festa nazionale.
Naturalmente il Paese ha festeggiato, ma si è trattato di una festa
amara, costata 80 mila morti e milioni di sfollati dal 1983, quando le
Tigri iniziarono a combattere, ai giorni nostri. Si è trattato di un
conflitto senza esclusione di colpi in cui i ribelli hanno messo in campo
attentatori suicidi e bambini soldato, ma nel quale anche le truppe
regolari si sono esposte alle critiche degli organismi umanitari
internazionali per la brutalità delle operazioni militari. Soprattutto
negli ultimi tre mesi, quando ormai la vittoria appariva a portata di mano
e i militari hanno chiuso il nemico in una sacca sempre più esigua nel
distretto settentrionale di Mullaitivu. In quella fase l’incolumità dei
300 mila civili rimasti intrappolati nella zona ed esposti ai colpi di
artiglieria dell’una e dell’altra parte non è apparsa una priorità.
Ora quelle centinaia di migliaia di persone – un terzo delle quali ha
meno di 15 anni – sono chiuse in 40 campi di raccolta sotto controllo
militare nei distretti di Vavuniya, Jaffna e Trincomalee.
I cristiani dello Sri Lanka sono consapevoli che ora si tratta di
sanare le ferite e si stanno impegnando in una campagna di solidarietà.
La Caritas nazionale ha inviato 70 membri del suo staff nei campi, ha
curato la distribuzione gratuita di cibo nel distretto di Jaffna e sta
raccogliendo fondi, abiti e altri generi di prima necessità da inviare
agli sfollati. D’altronde la Chiesa stessa, nelle aree teatro dei
combattimenti, negli ultimi tre mesi ha versato il suo contributo di
sangue. Nella diocesi di Jaffna molti fedeli sono rimasti uccisi o
gravemente feriti, conventi e chiese hanno subito danni, 16 parrocchie
sono state evacuate, alcuni preti e religiosi hanno perso la vita o subito
mutilazioni. Il vicario generale, padre Justin B. Gnanapragasam,
descrive la situazione come terrificante. I sacerdoti e le suore sono
rimasti con i fedeli, condividendone la sorte anche dentro i campi di
raccolta che per alcune settimane sono rimasti privi di elettricità e
cucine, oltre che di non facile accesso per gli organismi umanitari. Anche
Benedetto XVI ha chiesto solidarietà nei confronti dello Sri Lanka. La
Conferenza episcopale italiana ha subito aderito, contribuendo con un
milione di euro prelevati dai fondi dell’8 per mille.
Giampiero Sandionigi
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