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UNA CITTA', UNA DIOCESI - SASSARI

Intervista a Paolo Atzei
Dalla tradizione all’evangelizzazione
di
Vittoria Prisciandaro - foto di Alessia Giuliani/Cpp
  

L'episodio che più lo lega alla sua diocesi? «Il rapimento di Titta Pinna, di Bonorva, un paese dell’entroterra, e la sua testimonianza dopo la liberazione: ero arrivato da poco a Sassari, non lo conoscevo, e mi ha molto commosso quando, alla finestra della casa dove è apparso, ha alzato le dita al cielo per indicare che tutto è dono di Dio». Padre Paolo Atzei, frate minore conventuale, nato nel 1942 a Mantova, dal 2004 è arcivescovo di Sassari, dopo circa dodici anni nella sede vescovile di Tempio Ampurias. Della sua terra ama «la bellezza primordiale e accattivante, che rimanda alla lode del Signore; la vivacità e la fierezza, che soprattutto nei paesi ha connotazioni caratteristiche». Un territorio che, culturalmente, anche come storia ed economia, definisce «più vicino alla Corsica, a Genova e per certi aspetti alla Francia e alla Spagna, che al resto dell’isola, con una mentalità più aperta e persino anticonformista».

Padre Paolo Atzei.
Padre Paolo Atzei.

  • Nel suo piano pastorale, Lei parla della necessità di ripartire dell’abc della fede. Da dove nasce questa necessità, in una terra dove è ancora radicata una forte religiosità popolare?

«Ciò di cui parlo, nel piano, è un’evangelizzazione nuova – come diceva Giovanni Paolo II, "nuova per ardore, nei suoi metodi e nella sua espressione" – sul paradigma del catecumenato delle origini. La pietà popolare non basta: essa è il frutto di una lunga evangelizzazione, e tuttora espressione della fede di molte persone. Oggi, va rieducata, purificata, orientata. E dice che i nostri padri hanno saputo trasmettere la fede in contesti locali, dove, a fine ’800, solo una piccolissima percentuale della popolazione era alfabetizzata. Tutto, allora, veniva comunicato con gesti, parole, canti, simboli, riti, in e per un ambiente cattolico monolitico, i cui valori garantivano unità ed erano un riferimento sicuro a livello educativo, sociale, culturale e politico».

  • Qual è la situazione del clero e dei seminaristi in diocesi? Quali sono i problemi che essi vivono maggiormente?

«In genere la nostra situazione è simile a quella delle altre diocesi sarde. Forse, grazie a un bel gruppo di seminaristi teologi ordinati presbiteri in questi ultimi anni, si sta abbassando l’età media del clero. Come altrove, molti sacerdoti sono in età avanzata e con una salute precaria. I più anziani mi sembra trovino difficoltà a riconoscersi in una linea di continuità pastorale nel ricambio generazionale. Il nostro ministero appariva più semplice, povero, appassionato e generoso. I più giovani, invece, devono fare i conti con un mondo talmente cambiato da essere, di fatto, scristianizzato, pur in una regione dove ancora la quasi totalità delle famiglie battezza i figli. Un’altra difficoltà consiste nel riuscire a creare comunione nel presbiterio: da una parte i sacerdoti che hanno vissuto l’impegnativa e feconda stagione del Concilio, spendendo in quei decenni e per le varie "riforme" le loro migliori energie; dall’altra, le ultime generazioni di sacerdoti che sembrano più attenti ai valori tradizionali, con tutto il fervore e il rischio di involuzioni. La mia fatica di pastore consiste, proprio in questo periodo, nel cercare di far coesistere le diverse sensibilità, facendo verità nella carità e non tradendo la linea della riforma del Concilio, soprattutto quella liturgica. L’essere uno in Cristo, infatti, è così costitutivo, da eliminare ogni rischio di eventuali distanze e separazioni, per aspetti non essenziali del nostro ministero».

Un giardino pubblico nella città di Sassari.
Un giardino pubblico nella città di Sassari.

  • Sono presenti in diocesi comunità di cattolici tradizionalisti che celebrano la Messa tridentina?

«Nella Summorum Pontificum Benedetto XVI esorta noi vescovi a essere più attenti e generosi nel permettere l’espressione di valori tradizionali della Chiesa latina. A coloro che desiderano recuperare alcuni di questi valori, come la celebrazione della Messa secondo il Messale romano promulgato da san Pio V e nuovamente edito dal beato Giovanni XXIII nel 1962, con pazienza sto cercando di far capire che tutto questo deve portare a "un di più" di unità nel presbiterio. Comunque, reinterpretando il Motu proprio del Papa, ho stabilito che ogni domenica pomeriggio, nella chiesa rettoriale del Santo Rosario, a Sassari, venga celebrata una Messa in latino. Dopo due anni, il numero dei partecipanti è di 60-70 persone. A mio parere, la vera difficoltà rimane la conoscenza e lo spirito della lingua latina, il suo uso quasi millenario, e perciò la sua capacità di trasmettere il Mistero celebrato con l’intrinseca forza della Parola rivelata e delle parole della liturgia. Fermo restando che, di per sé, non è una lingua a evangelizzare, ma la fede in Cristo e l’adesione di tutta la persona a Lui».

  • Quali sono invece le principali emergenze sociali nella diocesi?

«Come tutta la regione, anche questo territorio, è attraversato da una grave crisi occupazionale, specie il settore petrolchimico di Porto Torres e l’agropastorale dell’interno. Le domande di occupazione ormai sono affidate all’impiego statale e parastatale, ai grandi centri commerciali, che hanno fatto sparire dal cuore della città i piccoli commercianti e gli artigiani. La disoccupazione ha innescato una serie di sofferenze: ci sono genitori disoccupati addirittura con figli sposati in casa, senza lavoro e con mutui da pagare. C’è poi la fascia sociale dei poveri più poveri, che aumentano di numero e vivono di carità e di espedienti, leciti e illeciti. Sul futuro del territorio occorre una riflessione a tutto campo dopo le lunghe stagioni di sofferenza, tenendo conto anche dell’identità turistica di alcune zone costiere e interne, le cui risorse naturali e culturali potrebbero essere meglio valorizzate. Per un futuro più sereno, con maggiori investimenti su persone e progetti, si potrebbe recepire il monito di Giovanni Paolo II per i giovani sardi: "Prendete in mano la vostra vita!...". Ossia investitevi e investite con coraggio. Per dire che, se tante volte l’isola si è lasciata colonizzare dal primo conquistatore di turno, oggi deve fare affidamento sulle proprie risorse, senza aspettare miracoli da nessuno».

La splendida navata di San Pietro di Sorres.
La splendida navata di San Pietro di Sorres.

  • Sassari ha una lunga tradizione di politici famosi. Cosa chiede oggi la Chiesa a livello locale e come impegno ai suoi politici "nazionali"?

«In genere i politici cattolici frequentano la Chiesa e sono a noi abbastanza vicini. I parlamentari nazionali si fanno vedere per le grandi occasioni, tipo la Festha manna di Sassari, quella della Vergine Assunta con la faradda (discesa) dei Candelieri per il Voto. Lamentela dei sassaresi è che, una volta eletti, questi rappresentanti del popolo, non siano così assidui nel farsi vedere. Tutti desideriamo che i valori per i quali sono stati eletti tornino a beneficio del territorio. Una specie di "restituzione" alla comunità di origine, civile e religiosa».

Vittoria Prisciandaro

Jesus n. 11 novembre 2009 - Home Page