EUROPA
Teologo anglicano: il cammino ecumenico
con Roma è ancora lungo
Un
provvedimento per venire incontro alle numerose richieste giunte dal
mondo anglicano. Così è stata presentata la costituzione apostolica Anglicanorum
coetibus, resa nota il 9 novembre, che istituisce degli
Ordinariati personali dove «gruppi di ministri e fedeli anglicani
potranno entrare nella piena comunione con la Chiesa cattolica,
conservando nel contempo elementi dello specifico patrimonio
spirituale e liturgico anglicano». Per l’attuazione del
provvedimento, la Congregazione per la dottrina della fede ha emanato
norme complementari. Al teologo anglicano Nicholas Sagovsky,
canonico dell’abbazia di Westminster, per dodici anni membro della
Commissione internazionale di dialogo tra anglicani e cattolici (Arcic),
abbiamo chiesto di commentare il documento vaticano.
«È un’iniziativa pastorale che non sarebbe stata possibile
senza l’accordo dell’Arcic su Eucaristia, ministero, autorità e
altre tematiche. Da questo punto di vista è positiva. D’altra parte
abbiamo costruito ottime relazione grazie ad anni di dialogo, ma in
questo caso sembra che non ci sia stata una stretta consultazione tra
Roma e Canterbury, come avremmo sperato, in particolare attraverso il
Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani. Non è facile
capire come l’ecclesiologia dell’Ordinariato personale rifletta la
teologia di comunione che è centrale nel Vaticano II e nel lavoro
dell’Arcic».
- Gli anglicani che si rivolgono a Roma sono realmente convertiti
o, semplicemente, non condividono le posizioni anglicane su donne
vescovo e pastori gay?
«È verosimile pensare che abbiano problemi su questi due
argomenti e non siano interamente convinti della dottrina cattolica.
Per esempio, non potranno accettare l’Immacolata concezione di Maria
così com’è definita nel 1854 o il dogma dell’Assunzione del
1950. Sarà interessante vedere se sarà richiesto loro, anche perché
la liturgia anglicana non esprime questa dottrina».
- E come gestiranno, a suo parere, l’obbedienza a un’autorità
centrale?
«Alcuni hanno un forte rispetto per le autorità anglicane, ma
potrebbero avere difficoltà a essere obbedienti nel modo che ci si
aspetta da loro nella Chiesa cattolica».
- Che cosa pensa dei sacerdoti anglicani che hanno cambiato sesso
e, da donne, vogliono restare pastori?
«In Inghilterra abbiamo alcuni casi, ma non è un gran problema».
- Quanti lasceranno la Chiesa anglicana?
«Relativamente pochi. Tra gli scontenti, solo una minoranza sta
pensando di diventare cattolico. La maggior parte sta cercando una via
per continuare a essere anglicano: dovranno fare una scelta difficile,
specialmente se non potranno più celebrare nelle chiese anglicane, o
vedersi assicurati salario e pensioni».
- Il 21 novembre il primate anglicano Rowan Williams ha incontrato
il Papa. Come auspica che Roma e la sua Chiesa gestiranno i
prossimi eventi?
«C’è la necessità di consultarsi su come aiutare coloro che si
sono sentiti marginalizzati come anglicani e temono di esserlo anche
da cattolici».
- Quali conseguenze tra gli anglicani?
«Ci sarà meno disponibilità a trovare soluzioni particolari per
chi, in coscienza, si oppone alle donne vescovo. Ma sarà un peccato:
come Chiesa abbiamo bisogno di trovare le strade perché, nel mondo,
cristiani che hanno opinioni differenti vivano e lavorino insieme».
- A livello ecumenico ci sono state dure reazioni dopo questo
provvedimento...
«La preoccupazione diffusa è che la Chiesa cattolica, attraverso
operazioni come questa, stia diventando meno "cattolica": se
chiama a raccolta molte persone conservatrici, diventerà meno aperta
da un punto di vista ecumenico. E questo sarebbe una tragedia dopo
tutti i progressi nel dialogo seguiti al Vaticano II. L’unità con
Roma, per la quale abbiamo lavorato e pregato attraverso la
commissione Arcic, basata sulla Scrittura e sulle antiche tradizioni
comuni, abbraccia l’intera Comunione anglicana. Sarebbe tragico se
Roma con questo provvedimento ritenesse esaurito l’impegno
ecumenico. L’Arcic ha ancora molto lavoro da fare per rendere più
vicine le nostre due Chiese».
vi.pri.
ITALIA
Nota Cei sul Meridione: lotta alla
mafia
e impegno per la giustizia
Monsignor
Mariano Crociata ricorda le parole di Giovanni Paolo II
ad Agrigento il 9 maggio 1993. Quel giorno il Papa, rivolto ai
mafiosi, tuonò nella Valle dei Templi ammonendoli con decisione.
Parole che ancora oggi suonano in tutta la loro forza: «Un giorno
verrà il giudizio di Dio». Il segretario della Cei ricorda l’episodio
nel corso di una conferenza stampa nel mezzo dei lavori dell’ultima
assemblea della Cei, tenutasi ad Assisi dal 9 al 12 novembre. E
aggiunge: «Non c’è bisogno di comminare esplicite scomuniche. Chi
fa parte di organizzazioni criminali è automaticamente fuori dalla
Chiesa anche se si ammanta di religiosità. Su questo non c’è
bisogno di altri pronunciamenti».
Lo spunto per parlare di mafia è venuto dall’ultimo documento
approvato dall’assemblea dei vescovi su Risorse e dignità del
Mezzogiorno: una Nota che verrà pubblicata dopo l’ulteriore
approvazione del Consiglio permanente di gennaio. In esso si parla
esplicitamente di criminalità organizzata e si spiega «che non vanno
sottovalutati i segnali di un degrado che non è solo sociale ed
economico. Da ciò nasce la necessità di un forte appello alla
conversione».
La ricezione della Nota, si raccomandano i vescovi, dovrà essere
preparata con cura perché non resti «un intervento isolato, ma si
inserisca a pieno titolo nel percorso evangelizzante della Chiesa
italiana e si faccia interprete della sfida educativa che la
caratterizzerà nel prossimo decennio». Ma il documento non parla
solo di mafia e non si rivolge soltanto alle Chiese del Sud, anche
perché, dice monsignor Giancarlo Bregantini, vescovo di
Campobasso e in passato impegnato nella Locride, «oggi non c’è un
problema del Sud, che riguardi solo il Mezzogiorno. Se il Nord del
Paese non coglie il problema della mafia come questione nazionale e lo
scarica sul Sud, poi se lo trova moltiplicato al Nord. I problemi del
Paese sono unitari e vanno affrontati in modo unitario». Occorre
però – dicono ancora i vescovi – valorizzare i segnali positivi: «I
tratti caratteristici del Sud, come la religiosità popolare, la
vivacità educativa e la persistenza della tradizione associativa,
sono beni a disposizione di tutti, a cui guardare con rinnovata
fiducia».
«Il Paese deve tornare a crescere», aveva ammonito nella
prolusione il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, «perché
questa è la condizione fondamentale per una giustizia sociale che
migliori le condizioni del nostro Meridione, dei giovani senza
garanzie, delle famiglie monoreddito. Ciascuno è chiamato in causa in
quest’opera d’amore verso l’Italia».
Tra le numerose nomine avvenute nel corso dell’assemblea di
novembre, quella del vicepresidente della Cei per il Centro Italia. I
vescovi hanno scelto monsignor Gualtiero Bassetti, di
Perugia-Città della Pieve, che succede a monsignor Giuseppe
Chiaretti, dimessosi per limiti di età.
a.v.
AMERICA DEL NORD
Pedofilia in calo tra i preti: lo dice una ricerca
voluta dall’episcopato Usa
Calano
i casi di pedofilia tra i preti degli Stati Uniti. È quanto emerge da
uno studio commissionato dai vescovi d’Oltreatlantico che verrà
pubblicato a dicembre, i cui risultati sono stati anticipati all’assemblea
plenaria della Conferenza episcopale Usa. I ricercatori del New York’s
John Jay College of Criminal Justice hanno registrato un «netto calo»
di abusi sessuali dopo il 1985. La tendenza emersa – aumento dei
casi di pedofilia negli anni Sessanta e diminuzione negli anni Ottanta
– rispecchierebbe l’andamento generale di altri fenomeni sociali,
come l’uso della droga, i crimini e la pratica del divorzio. Lo
studio sottolinea, inoltre, che la risposta delle istituzioni
ecclesiali è cambiata nel corso del tempo, con un aumento di
espulsioni e una diminuzione di riammissioni dei sacerdoti colpevoli.
Secondo il National Catholic Reporter, vi sono stati all’incirca
14 mila casi di preti pedofili che, dal 1950 a oggi, sono costati 2,6
miliardi di dollari alla Chiesa Usa. Lo studio rileva, inoltre, che la
pedofilia è più probabile tra i preti che in seminario non hanno
ricevuto una formazione adeguata. Contestando, infine, una convinzione
presente anche in seno all’episcopato, i ricercatori sottolineano
che non vi è alcuna evidenza di un legame tra la pedofilia e l’omosessualità.
Dopo lo scoppio del caso-pedofilia, nel 2002, il Vaticano ha svolto
nei seminari Usa un’indagine che si è focalizzata, tra l’altro,
sull’omosessualità dei candidati al sacerdozio. «Dai dati che
abbiamo sinora, non troviamo una connessione tra l’identità
omosessuale e l’aumentata probabilità di abusi», ha detto Margaret
Smith ai 300 presuli riuniti a Baltimora.
Nel loro incontro semestrale – trasmesso via internet, satellite
e twitter –i vescovi hanno poi affrontato una serie di temi
di attualità, accomunati dalla preoccupazione dell’episcopato che i
cattolici statunitensi si stiano allontanando dal magistero
tradizionale. «Non c’è che da guardare al Congresso o a ogni Stato
del nostro Paese per vedere un certo numero di cattolici che votano
contro i radicati fondamenti della nostra fede», ha detto l’arcivescovo
John Myers di Newark. In una lettera pastorale sul matrimonio,
i presuli hanno ribadito i "no" tradizionali, bocciando le
coppie omosessuali ma evitando – con emendamenti alla versione
originale – di definire «intrinsecamente cattivi» la
contraccezione e la convivenza, e ammettendo il divorzio in casi
eccezionali. Il cardinale Justin Rigali ha denunciato una «grande
confusione tra i cattolici sulle tecnologie riproduttive» per
spiegare un documento – approvato a larghissima maggioranza –
contrario a fertilizzazione in vitro, clonazione e «altre tecniche
problematiche». Infine, dopo il caso di Terry Schiavo, i vescovi
hanno approvato, di nuovo a larghissima maggioranza, un documento sui
pazienti in stato terminale e vegetativo, che sancisce «come regola
generale» l’obbligo di alimentazione e idratazione.
Iacopo Scaramuzzi
AMERICA LATINA
Il Cile arriva diviso alle elezioni: l’episcopato
richiama ai valori comuni
Servirà
sicuramente il ballottaggio, previsto per il 10 gennaio 2010, per
determinare chi sarà il prossimo capo dello Stato cileno. A poche
settimane dalle elezioni presidenziali del 13 dicembre, infatti,
grande è l’incertezza non solo su chi uscirà vincitore dal secondo
turno, ma anche su chi vi arriverà. I sondaggi, infatti, vedono
ancora in testa, ma in calo, Sebastián Piñera, uomo d’affari
candidato della Coalizione per il cambiamento, di destra, col
30% delle intenzioni di voto; seguono l’ex capo dello Stato Eduardo
Frei Ruiz-Tagle, in lizza per la governativa Concertazione di
partiti per la democrazia, di centrosinistra, con il 24%; e l’ex
deputato socialista Marco Enriquez-Ominami, che corre da
indipendente, ma ha l’appoggio di tre piccole formazioni
progressiste, col 17%; molto distante resta l’ex ministro socialista
Jorge Arrate, che raccoglie i voti del Partito comunista e
della Sinistra cristiana, col 4%. Tuttavia secondo le inchieste d’opinione,
il leader della destra perderebbe al ballottaggio tanto contro Frei
quanto contro Ominami.
Il centrosinistra cerca naturalmente di capitalizzare la
popolarità della presidente uscente, Michelle Bachelet, che a
fine mandato raccoglie il gradimento del 72% dei cileni, grazie anche
ad alcuni provvedimenti varati dal Governo per alleviare l’impatto
sociale della crisi internazionale. Tuttavia la Concertación sconta
una progressiva burocratizzazione dei partiti membri e il logoramento
ideale di una coalizione al Governo ormai da due decenni, poco capace
di entusiasmare i giovani e più volte in questi anni contrappostasi
ai diversi movimenti sociali che hanno attraversato il Paese
(studenti, indigeni mapuche, sindacati, gruppi ecologisti, ecc.). In
questa luce si spiegano due novità di questo appuntamento elettorale:
la candidatura di Ominami, che si presenta come "alternativa di
rinnovamento" nello schieramento progressista, ma che non
disdegna misure neoliberiste, come la privatizzazione dell’Ente del
rame (Codelco), la più redditizia impresa statale, e l’aumento
della flessibilità nei contratti di lavoro; e l’inedito accordo
elettorale tra la Concertación e la sinistra
extraparlamentare, che per la prima volta dal golpe del generale Augusto
Pinochet potrebbe riportare in Parlamento un rappresentante
comunista. La destra tenta, invece, di approfittare della divisione
nel centrosinistra e delle importanti defezioni subite dai partiti di
Governo (a cominciare dagli stessi Ominami e Arrate, usciti dal Ps),
nonché di una disoccupazione reale che ruota attorno al 15% della
popolazione attiva, presentandosi come "il nuovo",
promettendo un milione di posti di lavoro e puntando il dito contro i
casi di corruzione in cui sono stati coinvolti esponenti della
maggioranza.
In questo contesto la Conferenza episcopale ha invitato a «recuperare
i grandi valori che costituiscono la nostra identità», citando in
particolare «l’appoggio alla famiglia e il rispetto della vita dal
concepimento, passando per tutte le fasi del suo sviluppo, fino alla
morte naturale; il superamento della miseria e della disoccupazione;
lo sviluppo economico e umano che contribuisca a una maggior equità
sociale e alla creazione di posti di lavoro stabili; l’accesso a un’educazione
libera, integrale e di qualità, soprattutto per i poveri; politiche
sanitarie che onorino la dignità della persona e il superamento dei
gravissimi problemi causati dalla droga».
Il nuovo esecutivo non potrà, infine, ignorare le rivendicazioni
degli indigeni mapuche, finora affrontate con un misto di dialogo e
repressione, strategia che ha causato alcuni morti e decine di feriti.
Come ha ricordato monsignor Camilo Vial, vescovo di Temuco, «il
popolo mapuche da troppi anni è oppresso e sottomesso, con nessuna
partecipazione alla vita sociale. Molte volte si è creduto di
risolvere la questione dando qualche lotto di terra e borse di studio.
Il problema di fondo è che nella società cilena convivono diverse
culture». Il Governo uscente ha presentato un emendamento alla
Costituzione per riconoscere le popolazioni autoctone e un progetto di
legge per la creazione di un Ministero degli affari indigeni,
annunciando pure la distribuzione di 10 mila ettari di terre ai
mapuche. In Araucanía però si moltiplicano i progetti di
sfruttamento delle miniere, delle fonti energetiche e delle foreste in
zone che i nativi rivendicano: «Solo il 5% delle terre ancestrali ci
viene riconosciuto come nostro», ha sottolineato lo storico mapuche. Pablo
Mariman.
Mauro Castagnaro
AFRICA
I vescovi sul caso Guinea Conakry
«Pensando
alle testimonianze commoventi dei vescovi della Repubblica Democratica
del Congo e del Rwanda durante il Sinodo africano, mi domando se non
ci sovrasti lo stesso pericolo». Monsignor Vincent Coulibaly,
arcivescovo di Conakry e presidente dei vescovi della Guinea Conakry,
è preoccupato. Il suo Paese sta vivendo una crisi senza precedenti in
cui si intrecciano interessi politici ed economici, attualmente nelle
mani del potere militare.
Lo scorso 29 ottobre anche l’Unione Africana – sulla stessa
linea di Stati Uniti e Unione Europea – è intervenuta sul
"caso Guinea", adottando sanzioni immediate contro la giunta
militare, guidata dal capitano Mussa Dadis Camara, che ha preso
il potere con un golpe nel dicembre 2008, dopo la morte del
presidente Lansana Conté. La situazione è ulteriormente
peggiorata lo scorso settembre, in seguito alla sanguinosa repressione
di una manifestazione dell’opposizione, nella quale 150 dimostranti
hanno perso la vita.
Monsignor Coulibaly ha indirizzato un messaggio alla nazione, in
cui si esprime la preoccupazione dei vescovi per la grave crisi
politica e le violenze scoppiate nel Paese. La Chiesa, scrivono i
prelati, «esprime la sua solidarietà al nostro popolo sofferente.
Nessuna ingiustizia, nessun attentato alla pace, alla vita, ai diritti
fondamentali dell’uomo può lasciare indifferente la Chiesa».
Oggi, però, tocca ai guineani prendere in mano la situazione,
evitando interferenze e pressioni straniere. Specialmente di chi è
interessato a sfruttare le importanti risorse minerarie del Paese, in
particolare la bauxite, vera posta in gioco di questa crisi, in cui si
è affacciata prepotentemente anche la Cina. «I guineani devono
superare le loro divergenze con il dialogo. La soluzione ai problemi
guineani non si trova altro che in Guinea e attraverso lo sforzo dei
guineani, favorendo il dialogo».
Monsignor Coulibaly invita dunque la giunta militare al potere a
dialogare con l’opposizione e la società civile. E chiede di non
strumentalizzare la religione, invitando «i protagonisti della crisi
a non parlare mai a nome e per conto dei leader religiosi, né a
utilizzare la religione per le proprie ambizioni».
Anna Pozzi
ASIA
Pakistan: la legge sulla
bestemmia, alibi per perseguitare le minoranze
I n Pakistan incalza
l’estremismo islamico e i diritti delle minoranze fanno passi
indietro. In particolare i 3 milioni di cristiani (su 168 milioni di
abitanti) sono esposti a brutalità e violenze puntualmente registrate
dalle cronache anche nel corso di questo 2009.
La minoranza cristiana chiede solo l’applicazione dei dettami
costituzionali che riconoscono la parità di tutti i cittadini. C’è
soprattutto un obbrobrio giuridico unico al mondo contro cui i
cristiani si battono da decenni: la legislazione contro la bestemmia,
cioè quelle norme del codice penale che prevedono la condanna a morte
per chi oltraggia il Corano e l’ergastolo per chi offende Maometto.
La normativa, voluta tra il 1980 e l’86 dall’allora presidente
generale Zia-ul-Haq, si presta a molti abusi: l’accusa di
bestemmia viene spesso lanciata contro persone innocenti solo per
astii privati. Oltre al carcere e a una possibile condanna, gli
accusati subiscono il saccheggio delle proprietà, attacchi al
parentado o al villaggio, e il rischio di essere comunque uccisi da
qualche esagitato prima che la Magistratura emetta una sentenza.
Gli attivisti cristiani chiedono solidarietà alla comunità
internazionale. Proprio per questo nelle settimane scorse alcuni di
loro erano in Europa. Durante una conferenza stampa organizzata il 10
novembre a Roma dall’agenzia Asia News, padre Emmanuel Y.
Mani, direttore della Commissione nazionale Giustizia e Pace, ha
spiegato che «dal 1986 all’ottobre del 2009, almeno 966 persone
sono finite sotto accusa per la legge sulla bestemmia: 50% musulmani,
35% ahmadi, 13% cristiani, 1% indù e 1% di religione non specificata.
Almeno 33 persone sono state vittime di omicidi dopo l’accusa: 15
musulmani, 15 cristiani, 2 ahmadi e un indù».
Il 26 ottobre all’Assemblea generale dell’Onu, anche monsignor Celestino
Migliore, osservatore permanente della Santa Sede, ha sollevato il
problema. «Con l’aumento dell’intolleranza religiosa nel mondo»,
ha detto il presule, «è ben documentato che i cristiani sono il
gruppo religioso maggiormente discriminato. Sarebbero più di 200
milioni, appartenenti a diverse confessioni, quelli che sperimentano
difficoltà a causa di strutture legali e culturali che producono
discriminazione. Nei mesi scorsi alcuni Paesi asiatici e del Medio
Oriente hanno visto le comunità cristiane sotto attacco, con morti e
feriti. Chiese e case sono state incendiate. Azioni commesse da
estremisti in risposta ad accuse rivolte a individui percepiti – in
base alle leggi sulla bestemmia – come irrispettosi dell’altrui
fede. In questo contesto, la mia delegazione accoglie con
soddisfazione e sostiene la promessa del Governo del Pakistan di
rivedere ed emendare tali norme». Nell’ultimo decennio praticamente
tutti i Governi succedutisi a Islamabad hanno promesso di emendare
quelle norme, ma nessuno ha avuto la forza politica di farlo.
Giampiero Sandionigi
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