EUROPA
Le tre Chiese ortodosse dell'Ucraina tentano
una difficile
riconciliazione
Sembra
ancora lungo e difficile il cammino verso la riunificazione dell’Ortodossia
in Ucraina, segnata da risentimenti e divisioni vecchie di decenni, se
non di secoli, che hanno portato all’odierna convivenza di ben tre
Chiese: quella ortodossa ucraina-Patriarcato di Mosca, in comunione e
sotto la giurisdizione della Chiesa ortodossa russa; la Chiesa
ortodossa ucraina-Patriarcato di Kiev, che si è distaccata dalla
prima nel 1992, dopo l’indipendenza dell’Ucraina dall’ex Unione
Sovietica; la Chiesa ortodossa autocefala ucraina, legata al breve
periodo di indipendenza ucraina tra le due guerre mondiali e forte
soprattutto tra gli ucraini della diaspora.
Un passo, almeno apparente, nella direzione dell’unità è
arrivato il mese scorso dal Sinodo della Chiesa ortodossa
ucraina-Patriarcato di Mosca, guidata dal metropolita Volodymyr,
che ha invitato le altre due Chiese a «pentirsi» e a tornare in
comunione con Mosca: «La strada per ripristinare l’unità passa
attraverso il pentimento degli scismatici», si legge in un documento
rivolto dal Sinodo ai fedeli, «cioè un cambiamento di mentalità e
di stile di vita di coloro che sono separati. L’unico modello
accettabile di restaurazione dell’unità della Chiesa e di
unificazione dei cristiani ortodossi è all’interno della Chiesa
ortodossa ucraina canonica», ovvero «il ritorno alle proprie origini
di quanti sono separati». Una posizione, quella di Volodymyr e della
Chiesa ucraina fedele a Mosca, che non poteva essere accolta
favorevolmente dalle altre due Chiese. Per la Chiesa ortodossa
ucraina-Patriarcato di Kiev ha provveduto a rispondere il vescovo Yevstartii,
capo del Dipartimento per l’informazione e l’editoria, che da una
parte ha riconosciuto come «positivo» il fatto che «il processo di
preparazione del dialogo possa andare avanti e che non sarà
abbandonato», dall’altra ha però criticato la «retorica del
passato» di cui sono «pieni» i documenti del Sinodo della Chiesa
legata a Mosca: «Simili parole venivano usate dieci-quindici anni fa»,
ha detto. Più possibilista la reazione della Chiesa ortodossa
autocefala ucraina, che per bocca dell’arcivescovo Yoan, capo
della commissione teologico-canonica, si è detta pronta ad «ammettere»
i suoi «errori canonici» e a «pentirsi» di essi, «poiché ci
hanno portato a una condizione di artificiale isolamento dall’Ortodossia
mondiale». «Ma», ha aggiunto, «non siamo disposti a riconoscere la
struttura della nostra Chiesa come uno "scisma". Non siamo
scismatici né per la nostra consapevolezza ecclesiologica o canonica
né per il nostro stile di vita ecclesiale». A questa situazione di
stallo potrebbe dare un nuovo impulso il Patriarcato ecumenico di
Costantinopoli che, come ha fatto notare il vescovo Yevstartii
della Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Kiev, si è sempre
mostrato «più aperto e disponibile al dialogo con Filarete»,
a capo del Patriarcato di Kiev.
Alessandro Speciale
ITALIA
Un pastore metodista alla guida delle
Chiese evangeliche italiane
«Promuovere
l’unità del protestantesimo per una rinnovata presenza evangelica
nel Paese»: con queste parole il pastore metodista Massimo
Aquilante, neoeletto presidente della Federazione delle Chiese
evangeliche in Italia (Fcei), si è rivolto ai delegati della XV
Assemblea della Fcei, svoltasi dal 5 all’8 dicembre a Firenze. Lo
scorso 8 dicembre, il massimo organo decisionale delle Chiese
evangeliche "storiche" in Italia lo ha eletto per i prossimi
tre anni a guidare l’organismo ecumenico, in rappresentanza di circa
60 mila credenti valdesi, metodisti, battisti, luterani, dell’Esercito
della Salvezza e altri.
«La FCEI non è una superchiesa», ha proseguito Aquilante, «ma
uno strumento teso a dare visibilità e voce al protestantesimo nel
contesto sociale italiano. Come protestanti dobbiamo rilanciare lo
specifico culturale e spirituale della nostra presenza, aggiornare le
nostre analisi di un’Italia che cambia e dare con convinzione il
nostro contributo alla democrazia italiana». Massimo Aquilante,
attualmente pastore della chiesa metodista di Villa San Sebastiano (Aq)
e direttore del Centro di documentazione metodista, è stato
presidente dell’Opera per le Chiese metodiste in Italia (Opcemi) dal
2002 al 2009. Ha partecipato a diverse conferenze e missioni
ecumeniche in Europa, Usa e Africa. Per un triennio è stato membro
della Commissione Chiesa e società della Conferenza metodista
europea. Succede al pastore Domenico Maselli, che si è speso
soprattutto a favore della libertà religiosa in Italia.
Tra le numerose mozioni votate dall’Assemblea Fcei – mozioni
che indirizzeranno il lavoro del nuovo presidente e del Consiglio Fcei
da qui al 2012 – figurano in particolare quelle riferite all’immigrazione,
all’ambiente, alla laicità, alla libertà religiosa, all’ecumenismo.
In una mozione dedicata ai temi di attualità sociale e politica, l’Assemblea
ha espresso «forte preoccupazione per gli episodi di diffusa
illegalità che si registrano nel Paese». Denunciato anche il «pacchetto
sicurezza», nonché il «clima di razzismo» che si diffonde in vaste
aree della penisola. L’Assemblea ha quindi ribadito la necessità di
difendere i diritti dei migranti, di impegnarsi per la loro
accoglienza, di favorire la loro integrazione. Preso atto della
presenza sempre più rilevante di immigrati anche all’interno delle
Chiese evangeliche, l’Assemblea ha approvato un programma di lavoro
per la promozione dell’integrazione nelle comunità locali e per
favorire l’incontro e la collaborazione tra le varie realtà degli
evangelici immigrati.
L’Assemblea degli evangelici italiani, infine, ha avanzato al
Governo e al Parlamento la richiesta di una rapida approvazione delle
Intese già siglate con alcune confessioni di fede, ma ancora in
attesa di ratifica da parte delle Camere, riaffermando il valore della
«laicità dello Stato e della libertà delle varie espressioni
religiose contro ogni confessionalismo e subalternità politica».
Gaëlle Courtens
AMERICA DEL NORD
Nomadismo spirituale e fede fai-da-te: indagine sulla religiosità negli
Usa
Cercano
Dio ma a modo loro, gli americani. Un sondaggio realizzato dal Pew
Forum on Religion & Public Life fotografa la vita religiosa
degli Stati Uniti mostrando una solida tendenza a un approccio
fai-da-te alla vita spirituale. Il 24% degli statunitensi (e un quinto
dei cattolici) frequenta, ancorché saltuariamente, servizi religiosi
di altre fedi. Se tra i protestanti è alto il passaggio da comunità
di altre confessioni riformate, i cattolici sono ospiti, per lo più,
di chiese protestanti. Non mancano, però, coloro che seguono un rito
in sinagoga o una preghiera in moschea.
Il dato si aggiunge ad altre abitudini di diversa natura, che
mostrano, però, la più generale tendenza a una sorta di nomadismo
spirituale. Tra il 47 e il 59% degli americani avrebbero cambiato
religione almeno una volta nella vita. Secondo il Pew Forum,
inoltre, un terzo degli americani va al culto occasionalmente (26%) o
regolarmente (9%) in una chiesa diversa da quella abituale. E questo a
prescindere dai periodi di vacanza o di trasferta per lavoro in un’altra
città.
Non solo. Secondo il rilevamento il 65% degli adulti americani (il
25% tra i cattolici) adottano elementi delle religioni orientali e
della New Age. Il 25% della popolazione e il 29% dei cattolici credono
che stelle e pianeti possano influenzare la vita delle persone e una
percentuale analoga (24% e 28%) è convinta che gli individui possano
rinascere reincarnandosi più volte. Il 16% degli americani (e il 17%
dei cattolici) crede che persone con «lo sguardo diabolico» possano
lanciare malefici e danneggiare altre persone. All’energia
spirituale sprigionata dagli oggetti crede il 26% della popolazione
complessiva e il 29% dei cattolici.
La tendenza al sincretismo è più accentuata tra chi vota
democratico che tra i sostenitori dei repubblicani. Cresce tra gli
ispanici e tra gli afro-americani, diminuisce tra i bianchi fedeli
delle Chiese protestanti storiche. È più forte tra coloro che vanno
saltuariamente al culto, più debole tra gli anziani.
Se il sondaggio conferma una generale tendenza già emersa nel
corso degli anni e connessa con un panorama religioso pluralista, dove
l’offerta spirituale è varia e i legami sociali meno rigidi che in
Europa, non mancano le novità. La proporzione di americani che
sostiene di aver interagito con un fantasma è raddoppiata negli
ultimi tredici anni (dal 9% del 1996 al 18% di oggi). Il 29% della
popolazione (il 20% dei protestanti tradizionali, ma il 37% dei
protestanti neri e il 35% dei cattolici) pensa di essere stato in
contatto con qualcuno che è morto, mentre nel 1996 solo il 18%
riteneva di aver comunicato con l’oltretomba. Così, quasi la metà
delle persone (il 49% degli intervistati, il 35% dei cattolici) spiega
di aver avuto una «esperienza religiosa o mistica, ossia un momento
di risveglio spirituale», laddove nel 1962 solo il 22% degli
americani riteneva di avere vissuto un simile episodio.
Iacopo Scaramuzzi
AMERICA LATINA
Costa Rica: lettera pastorale in difesa
del mare e dei pescatori
Una
lettera pastorale inedita per almeno tre aspetti, quella intitolata La
Chiesa tra le genti del mare: perché è la prima dedicata
interamente alla situazione e all’accompagnamento pastorale delle
comunità costiere del pacifico costaricense; perché è firmata da tre
vescovi, monsignor Guillermo Loría Garita, monsignor Oscar
Fernández Guillén e monsignor Vittorino Girardi, ordinari
rispettivamente di San Isidro del General, Puntarenas e Tilarán-Liberia;
e perché è scritta avendo come «guida fondamentale» quanto emerso
nel Forum delle genti del mare, un incontro con rappresentanti
delle comunità di pescatori e di organizzazioni non governative
ecologiste svoltosi un anno fa all’Università nazionale di Punta
Morales.
L’idea che attraversa il documento è l’urgenza di un modello di
sviluppo che garantisca «la stabilità degli ecosistemi e delle fragili
culture umane associate alla zona costiera». I vescovi sottolineano,
infatti, che «il Costa Rica è stato benedetto dalla possibilità di
contare su due coste bagnate dall’Oceano Pacifico e dal mar dei
Caraibi, con tutto quanto ciò significa in termini di ricchezza
biologica, culturale, storica e socioeconomica. Tuttavia abbiamo vissuto
alle spalle del mare, gestendo la zona costiera senza garantire l’unità
della pianificazione e politiche chiare a beneficio della maggioranza
della popolazione». Ricordano quindi che «il litorale pacifico ha
storicamente contribuito per più del 90 per cento alla produzione
ittica del Costa Rica. Tradizionalmente migliaia di famiglie che formano
piccole comunità si sono dedicate alla pesca su piccola scala»,
garantendo «la sovranità alimentare del nostro Paese, a vantaggio
soprattutto delle persone di reddito più basso».
Tuttavia «negli ultimi decenni si è verificato un costante
impoverimento delle famiglie nella zona costiera», a causa «dell’aumento
di pratiche illecite e non sostenibili di pesca, di un modello di
sviluppo fondato sul turismo, dell’allontanamento che hanno subito
alcuni abitanti e delle minacce che proseguono nei confronti di intere
comunità, del crescente inquinamento e distruzione ambientale». Così
i tre vescovi denunciano «13 progetti di legge che mirano a rendere
flessibili i requisiti e ampliare i diritti di concessione degli
investitori su moli di lusso e approdi turistici» e criticano le
istituzioni per aver abbandonato le «comunità dedite alla pesca
artigianale», favorendo la «proliferazione di intermediari».
Denunciano inoltre la «carenza di impianti di congelamento, i
favoritismi da parte di funzionari statali, i rapporti commerciali e di
lavoro segnati dallo sfruttamento, la vendita del prodotto molto al di
sotto del valore reale».
Al contempo puntano il dito sul degrado delle acque marine, «provocato
soprattutto dai grandi fiumi che trascinano rifiuti delle grandi
piantagioni di monocolture», sul supersfruttamento del mare, causato
dalla pesca indiscriminata e predatoria con rastrelli e tramagli
inadeguati, «senza rispetto del tempo di pausa, fondamentale per la
rigenerazione della risorsa marina», e sull’assenza di regolamenti e
controlli da parte dell’Istituto costaricense per la pesca (Incopesca).
Stigmatizzano infine la «crescita disordinata delle costruzioni legate
al turismo», per cui la Zona marittima terrestre, cioè i primi
200 metri di terra che costeggiano il mare, considerati bene pubblico
inalienabile, «sta mostrando segni di degrado».
Di fronte a questo scenario, i presuli rivisitano la ricca simbologia
legata alla pesca presente nei Vangeli e il recente magistero della
Chiesa universale in materia, affermando di ritenere «i pescatori
destinatari privilegiati delle risorse del mare». Quindi presentano una
serie di proposte per migliorare le condizioni di vita delle comunità
della costa, in particolare chiedendo la costituzione dell’Ufficio
di controllo popolare della Zona marittima terrestre e di un «organismo
governativo che ne promuova una gestione integrale e sostenibile»;
auspicano l’approvazione della Legge sui territori costieri comunitari
che comprenderebbe provvedimenti a favore dei più poveri e fanno
appello a un uso equilibrato delle risorse.
I vescovi, infine, si impegnano «a sedersi a uno stesso tavolo con i
leader religiosi delle differenti confessioni per proporre alternative
comuni di vita e speranza, affinché il Vangelo che tutti annunciamo sia
davvero "buona notizia" per le genti del mare».
Mauro Castagnaro
AFRICA
Kivu: Chiesa nel mirino
Garantire
una regione più unita e pacifica. Essere tutti costruttori di pace. È l’appello
lanciato lo scorso 6 dicembre dai vescovi di Congo, Rwanda e Burundi
durante la messa celebrata a Kinshasa in occasione dei festeggiamenti per
il 25° anniversario della nascita dell’Associazione delle Conferenze
episcopali dell’Africa centrale (Aceac) e del cinquantenario delle
Conferenze episcopali di questi tre Paesi. In quegli stessi giorni, però,
nella regione del Kivu, nell’Est del Congo, la Chiesa continuava a
pagare un prezzo altissimo per il suo impegno a sostegno della
popolazione. Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre, l’abbé Daniel
Cizimya è stato ucciso nella parrocchia di Kabare, a quindici
chilometri da Bukavu. Il 7 dicembre, è stata la volta di suor Denise,
uccisa all’ingresso dell’abbazia di Clarté de Dieu, nel territorio di
Murhesa, a venti chilometri da Bukavu.
«Questi atti di violenza contro i religiosi vanno al di là della
nostra comprensione», ha dichiarato padre Jean-Paul Bahati, dei
barnabiti di Bukavu, che hanno subito un’aggressione a mano armata. «Abbiamo
la sensazione che si tratti di azioni premeditate: colpire i pastori
significa gettare il gregge nello scompiglio». Il presidente della
Conferenza episcopale del Congo, Laurent Monsengwo Pasinya, ha
condannato nettamente le violenze: «Stigmatizziamo tali atti che portano
al peggioramento della situazione di sicurezza e chiediamo allo Stato
congolese e alla Missione Onu (Monuc) di adottare provvedimenti efficaci
per fermare l’escalation di violenza, identificare i colpevoli e
garantire la protezione delle persone». Tuttavia, la stessa Monuc non
aveva trovato di meglio che puntare il dito, pochi giorni prima, contro
due missionari italiani, un belga e un’associazione spagnola,
accusandoli di sostegno ai ribelli presenti nella regione del Kivu. I
missionari saveriani avevano risposto chiedendo di «non scaricare su
missionari e piccole associazioni umanitarie la scandalosa partecipazione
di note società minerarie e Governi occidentali alla guerra nell’Est
del Congo».
Anna Pozzi
ASIA
Il vicario apostolico
d'Arabia: noi cristiani colpiti dalla crisi di Dubai
U na
Chiesa fatta di migranti, due milioni di persone, cattolici
provenienti per lo più da Filippine e India, trasferitisi negli
Emirati Arabi in cerca di lavoro. Una Chiesa nel cuore del mondo
musulmano, oggi coinvolto dalla crisi economica che ha colpito Dubai.
Di questa comunità è responsabile padre Paul Hinder,
cappuccino svizzero, dal 2005 Vicario apostolico d’Arabia, che
risiede ad Abu Dhabi, uno degli Emirati Arabi Uniti, ma che si occupa
anche di Bahrein, Qatar, Oman, Arabia Saudita e Yemen.
- I cristiani come vivono la crisi?
«Migliaia di persone hanno perso il lavoro o hanno dovuto cercarne
uno nuovo. Regna la paura, perché si dice che nel 2010 ci sarà una
nuova riduzione dei posti di lavoro. Come Chiesa non possiamo fare
molto: diamo un contributo per pagare i biglietti d’aereo di ritorno
o piccoli aiuti finanziari. Comunque non abbiamo notato finora una
riduzione del numero di fedeli, perché quelli che compongono il
nucleo delle nostre parrocchie lavorano in posti meno toccati dalla
crisi».
- Com’è la situazione della comunità rispetto alla libertà
religiosa?
«A parte Yemen e Arabia saudita, negli altri Paesi, pur essendoci
molti limiti, andiamo avanti. Negli Emirati Uniti, per esempio,
abbiamo 7 parrocchie fatte tutte di migranti, e cerchiamo di fare una
pastorale che, mantenendo l’unità, cerchi di rispondere alle
esigenze dei diversi background culturali: abbiamo messe in
tagalo, in arabo, in malayalam, in urdu, in inglese, francese... I
circa 60 preti del Vicariato, in gran parte cappuccini, vivono in
comunità miste. La lingua comune è l’inglese. Nelle parrocchie ci
sono i gruppi di tipo carismatico e una catechesi per fasce di età.
Ogni anno faccio almeno 2 mila cresime. La popolazione cattolica è
divisa tra le famiglie – persone con un certo reddito che hanno
potuto effettuare il ricongiungimento familiare – e un’armata di
"celibi artificiali", mariti emigrati che hanno lasciato le
famiglie in patria, con tutti i problemi relazionali, morali e
psichici conseguenti. Cerchiamo di dar loro una mano, con incontri di counseling,
ma ci mancano spazi e risorse. Inoltre diamo assistenza alle donne che
scappano da situazioni di violenza, di stupri e schiavitù di ogni
tipo. Spesso la parrocchia è il primo posto dove si rifugiano, poi ci
si rivolge alle ambasciate».
- Con l’islam bisogna usare la categoria della reciprocità?
«Da cristiano non posso pensare secondo la categoria della
reciprocità, ho il compito di esprimere ciò in cui credo, anche se l’altro
non mi riconosce gli stessi diritti. Insomma, non possiamo dire a chi
viene dall’Arabia: "Qui non potete fare moschee perché non ci
sono chiese nel vostre Paese". Sono svizzero, e ho detto alla Tv
del mio Paese: "Sapete dove vivo, sapete quali problemi ho, ma
difendo il diritto alla preghiera di ogni credente"».
vi.pr.
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