ATTUALITÀ
- IL PAPA IN SINAGOGA Fratelli
in cammino
di Vittoria Prisciandaro
Nonostante
i timori della vigilia, la visita di Benedetto XVI al Tempio maggiore
della Comunità ebraica di Roma si è svolta in un clima franco e
cordiale. Restano, certo, molti problemi sul tappeto. A partire dal
senso stesso che si attribuisce al dialogo ebraico-cristiano, ai suoi
scopi ultimi e ai nodi che occorre sciogliere.
Antico
e prezioso è lo scialle da preghiera, il tallit, che Riccardo Di
Segni, rabbino capo di Roma, indossa sull’abito scuro. Alle sue
spalle rabbini romani, nella tradizionale veste bianca delle funzioni
solenni, e in scuro i religiosi provenienti dall’America e da
Israele, seduti accanto a vescovi e cardinali. Nelle prime file le
autorità – tra gli altri, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il
sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, il
presidente della Camera Gianfranco Fini. Subito dietro, i
sopravvissuti ai lager, con al collo il fazzoletto bianco e celeste
dei deportati. Poco lontano, alcuni esponenti del mondo islamico, l’imam
Pallavicini della Coreis e Abdellah Redouane, segretario generale del
Centro culturale islamico d’Italia.
Lo scenario è quello delle grandi occasioni, ma il ritorno del
vescovo di Roma nella sinagoga della più antica comunità ebraica del
mondo, il 17 gennaio, non è una passeggiata indolore. Dopo la firma
del decreto sulle "virtù eroiche" di Papa Pacelli, che dà
il via libera al processo per la beatificazione di Pio XII, numerose
tensioni hanno preceduto la visita, sfociando poi in alcune defezioni
eccellenti, come quella del presidente dell’Assemblea rabbinica d’Italia,
rav Giuseppe Laras, o dell’ex presidente dell’Unione delle
Comunità ebraiche italiane, Amos Luzzatto.
Il clima dell’incontro è comunque cordiale, a volte commosso.
Come quando il Papa si ferma davanti alla lapide che ricorda la
deportazione dei 1.021 ebrei romani il 16 ottobre 1943, alla quale
sopravvissero solo 17 persone. O quando sosta nel piazzale della
sinagoga dove avvenne l’attentato terroristico in cui morì il
piccolo Stefano Taché, il 9 ottobre 1982. Per la memoria dei primi un
fascio di rose rosse, per il bambino un cuscino di fiori bianchi e l’abbraccio
con la mamma e il fratello. Gli occhi luccicano anche quando Benedetto
XVI, con tutta l’assemblea, si alza in piedi in omaggio ai deportati
presenti in sala. Oancora quando gli va incontro, a sorpresa, il
novantacinquenne Elio Toaff che 24 anni fa, da rabbino capo di Roma,
aveva accolto il suo predecessore, Giovanni Paolo II, il Papa che
proprio qui, durante la prima storica visita nell’86, chiamò gli
ebrei «fratelli maggiori», inaugurando un tempo di amicizia senza
sospetti.

L’incontro di Benedetto XVI con Toaff
(foto Osservatore Romano/AP)
Oggi il clima è diverso. E anche gli applausi che scandiscono i
discorsi, dicono di un evento che tocca le corde più profonde di una
relazione di "fratellanza" che porta con sé una domanda
ancora senza risposta: «Se il nostro è un rapporto tra fratelli»,
considera il rabbino capo rivolgendosi al Pontefice, «c’è da
chiedersi sinceramente a che punto siamo di questo percorso, quanto ci
separa ancora dal recupero di un rapporto autentico di fratellanza e
comprensione, e cosa dobbiamo fare per arrivarci».
Sotto la volta azzurra del tempio, mentre il coro intona salmi,
rimbalzano le questioni aperte. In primo luogo la figura di Pio XII e
l’azione della Chiesa in quel periodo storico. Riccardo Pacifici, il
presidente della comunità ebraica di Roma, lo dice senza giri di
parole, ottenendo l’applauso di una parte della sala: «Il silenzio
di Pio XII di fronte alla Shoah duole ancora come un atto mancato».
Pacifici, che sottolinea il ruolo virtuoso svolto da tanti cattolici e
istituti religiosi – come quello delle suore di Santa Marta a
Firenze, che salvarono suo padre e suo zio dalla deportazione –
chiede «che gli storici abbiano accesso agli archivi del Vaticano che
riguardano quel periodo».
Pure
rav Di Segni torna sull’argomento: «Il silenzio dell’uomo ci
interroga, ci sfida e non sfugge al giudizio». Poi, in conferenza
stampa, dice di aver chiesto aiuto al Pontefice affinché la Comunità
ebraica possa avere accesso agli archivi delle diverse diocesi, in
modo da aiutare a risalire ai nomi dei bambini ebrei che durante la
guerra furono affidati a famiglie e istituzioni cattoliche, cambiarono
cognome, e dei quali si è persa traccia. Il Papa nel suo discorso
parla di «sterminio del popolo dell’Alleanza di Mosè, prima
annunciato, poi sistematicamente programmato e realizzato nell’Europa
sotto il dominio nazista. Purtroppo», commenta, «molti rimasero
indifferenti». Benedetto XVI non cita mai direttamente Papa Pacelli,
eppure risponde in qualche modo alle parole di chi lo ha preceduto:
ricordando i cattolici che «aprirono le braccia soccorrendo gli ebrei
braccati e fuggiaschi», afferma che «anche la Sede apostolica svolse
un’azione di soccorso, spesso nascosta e discreta». Un «riferimento
moderato che abbiamo apprezzato e per il quale ringraziamo»,
commenterà poi Riccardo Pacifici.
L’altra questione aperta che attraversa i discorsi è relativa a
Israele. Nell’86, quando Giovanni Paolo II visitò la comunità di
Roma, il Vaticano non aveva ancora riconosciuto lo Stato ebraico, cosa
che avvenne nel 1993. Oggi, alla vigilia del Sinodo sul Medio Oriente
– che nei Lineamenta parla di «occupazione israeliana dei
territori palestinesi» – resta ancora aperto il nodo del rapporto
con l’Autorità palestinese e la questione di Gerusalemme capitale. «Espressioni
come "Terra Santa" rischiano di perdere il significato
originario, che è quello di "Terra di Colui che è santo"»,
dice Di Segni. «È la promessa del Signore ai patriarchi di dare una
terra ai loro discendenti. Un dato fondamentale e irrinunciabile per
la coscienza ebraica».

La visita alla mostra all’interno
del museo ebraico
(foto Osservatore Romano/AP).
Il
forte richiamo, poi, all’eredità del Vaticano II – «se le
aperture del Concilio venissero messe in discussione non ci sarebbe
più possibilità di dialogo», dice il rabbino capo – porta l’eco
delle recenti polemiche, nate dopo la remissione della scomunica ai
quattro vescovi lefebvriani, i quali, oltre alle posizioni antisemite
espresse da monsignor Williamson, affermano di rifiutare proprio quei
documenti conciliari che aprono al dialogo ecumenico e interreligioso.
Timori ai quali Benedetto XVI risponde parlando del Concilio come di
un «cammino irrevocabile di dialogo, di fraternità e di amicizia».
Quello alla sinagoga di Roma, dunque, è stato un incontro alla
pari: non sono stati taciuti i punti spinosi che ancora restano da
chiarire, ma ci si è anche spinti un po’ più avanti, mettendo in
luce gli obiettivi comuni su cui lavorare. Certo, non si parla più di
dialogo teologico, argomento che non sembra essere nell’agenda di
ebrei e cattolici in questo momento storico. Si preferisce scendere
sul piano del servizio per il bene comune, impegno in cui coinvolgere
anche la terza religione abramitica: «Ebrei, cristiani e musulmani»,
dice Di Segni, «sono chiamati senza esclusione a una responsabilità
di pace». Così la strada indicata è quella della protezione dell’ambiente,
in nome di una condivisa visione del Creato derivata dalle Scritture.
Un input ripreso dal Papa, che rimanda all’«impegno per preparare o
realizzare il Regno dell’Altissimo nella "cura del Creato"
affidato da Dio all’uomo perché lo coltivi e lo custodisca
responsabilmente». Oltre all’ambiente, l’altro campo di impegno
comune è la centralità del messaggio etico del Decalogo: «Le
"Dieci Parole" gettano luce sul bene e il male, sul vero e
il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i criteri della
coscienza retta di ogni persona umana». A partire dal Decalogo, tre
sono i campi che Benedetto XVI indica in vista di una «proficua
collaborazione»: «Risvegliare nella nostra società l’apertura
alla dimensione trascendente, testimoniando l’unico Dio contro la
tentazione di costruirsi altri idoli; conservare e promuovere la
santità della famiglia e testimoniare insieme il valore supremo della
vita contro ogni egoismo».
L’assemblea
applaude. La cerimonia si chiude con uno scambio di doni: al Papa un’opera
dell’artista veneziano Tobia Ravà, intitolata la Direzione
spirituale, che rappresenta l’immagine di un bosco azzurro
realizzata con numeri e lettere ebraiche; al rabbino un’acquaforte
del 1775, di Giovanni Battista Piranesi, con una veduta dell’isola
Tiberina. Mentre il Pontefice lascia il tempio per recarsi in visita
al museo ebraico e la gente si disperde nelle stradine blindate dell’antico
ghetto, alcuni esponenti dell’Unione studenti ebrei distribuiscono
un comunicato in cui esprimono «perplessità sulla sincerità di
Benedetto XVI». Scende la sera. Nel cortile del tempio si intravede
un giovane e fragile ulivo piantato a ricordo di questo incontro.
Vittoria Prisciandaro
Segue:
La doppia
asimmetria di un dialogo necessario
|