REPORTAGE
- CRISTIANI IN IRAQ Fuga,
martirio e altri incubi
di Luca Attanasio
Gli attentati si susseguono, il
Vaticano sembra disattento e i vertici ecclesiastici sono contestati.
Di fronte a questa situazione, i caldei iracheni non possono far altro
che rifugiarsi in Kurdistan, nella speranza di trovare una terra in
cui vivere in pace.
«Come
posso chiudere la casa di Dio?». Con queste semplici parole il
sacerdote caldeo Ragheed Gani, aveva risposto, con tono mite, al
killer che gli chiedeva perché non avesse ancora sbarrato le porte
della sua chiesa ai numerosi fedeli che quotidianamente la
affollavano. Aveva compreso che ormai non c’era più nulla da fare
per lui. E, pronunciando queste parole, ha detto addio a questo mondo.
La piccola icona della Madonna che portava al collo, oggi conservata
nel reliquiario centrale della parrocchia di Mar Qardakh, a Erbil, nel
Kurdistan iracheno, mostra il foro del proiettile che lo ha freddato.
Era il 3 aprile 2007 e padre Ragheed era un giovane di 35 anni.

Una suora nei pressi di una chiesa
siro-cattolica della capitale irachena
(foto K. Mohammed/AP/La
Presse).
Andare a visitare la sua tomba nella sacrestia della parrocchia di
Mar Addai a Karamles, a pochi chilometri da Mossul, dove è stato
ucciso, aiuta a capire molte cose. Il giorno di Santa Barbara – che
quest’anno è coinciso con un venerdì, giorno festivo nel Kurdistan
iracheno – folle di bambini, donne, anziani, ma anche uomini, si
avviano alla chiesa per partecipare alla messa. Eleganti, qualche
donna con il vestito tradizionale, si fanno strada tra uomini che
fumano, mangiano pane curdo e impugnano il Kalashnikov. È questa la
normalità delle comunità cristiane irachene oggigiorno, passate dall’insopportabile
quanto incruenta – almeno per loro – dittatura di Saddam Hussein
alla violenta persecuzione quotidiana.
I cristiani vivono in comunità organizzate in Iraq fin dall’inizio
del II secolo. Ma secondo la tradizione, è l’apostolo Tommaso, nei
suoi viaggi verso la Persia, a fondare il primo nucleo nella zona. A
rinsaldare la comunità, sempre secondo questa memoria, penseranno
Addai, uno dei 70 discepoli, e Mari. Fino alla caduta di Saddam, i
cristiani – appartenenti principalmente alle tre grandi
denominazioni dei Caldei (uniti a Roma), Assiri e Siri –
raggiungevano il numero di un milione di fedeli, presenti soprattutto
nelle zone di Baghdad, Mossul (l’antica Ninive), Kirkuk e Bassora.

Bambini iracheni in un quartiere di
Baghdad "giocano"
al maestro e agli alunni (foto H. Mizban/AP).
Oggi di fatto non superano i 450 mila. In gran parte sono fuggiti
in Occidente, in America e Australia, o si sono provvisoriamente
rifugiati in Giordania e Siria. Ma molti sono anche stati uccisi. La
fine dell’impero di Saddam Hussein, infatti, ha segnato per loro l’inizio
di un incubo, popolato dall’insorgenza del terrorismo islamico
locale e dalle scorribande delle milizie sunnite o sciite su tutto il
territorio iracheno. Dal 1° agosto 2004, quando scoppiò la prima
bomba anti-cristiana contro la chiesa di Sant’Elia a Baghdad, fino
all’11 gennaio scorso – con l’omicidio di un cristiano assiro di
52 anni a Mossul – una serie micidiale di attentati si sono
succeduti in decine di città e villaggi. E il numero dei morti ormai
supera i 1.500, senza contare i feriti, le vittime di rapimenti e
ricatti, le persecuzioni contro singoli cristiani o intere comunità.
Il
50 per cento dei cristiani di Baghdad ha lasciato la città e da 28
parrocchie si è passati a 13. Anche da Mossul, dal 2008 in poi,
quando gli attacchi si sono intensificati, l’esodo è ormai senza
soluzione di continuità. E allo stesso modo, se non peggio, le cose
vanno a Bassora, Kirkuk e nei villaggi storicamente cristiani della
cosiddetta "Piana di Ninive", appena oltre i confini del
Kurdistan iracheno. La diaspora è solo in parte interna, verso la
regione semi-autonoma del Kurdistan. Il resto della comunità
cristiana lascia l’Iraq definitivamente.

Il patriarca caldeo, cardinale Emmanuel
III Delly,
durante la Messa di Natale (foto K. Kadim/AP).
«La Chiesa, però, deve rimanere in questa terra perché ha una
missione da compiere», afferma con decisione padre Bashar Warda,
redentorista, rettore del seminario caldeo, storicamente presente a
Baghdad, ora forzatamente trasferito a Erbil. «Se scompariamo noi,
sparisce una delle ultime comunità cristiane a poter vantare un
legame diretto con la prima comunità di Gerusalemme. E a patirne
sarebbe soprattutto la società irachena, perché i cristiani servono
innanzitutto a pacificare e riconciliare questa terra. È nel nostro
Dna, e qui di pacificatori c’è grande bisogno. Ricordo che padre
Saad Sirop, un giovane prete rapito qualche tempo fa e rilasciato dopo
un mese, raccontò che durante la detenzione i rapitori continuavano a
ripetergli: "Qual è il vostro ruolo nella nostra
società?". È una domanda che mi è rimasta scolpita nella mente
e nel cuore. Dimostriamo ancora una volta qual è il nostro ruolo,
mostriamo agli iracheni di ogni etnia, fede o appartenenza politica,
che grande ruolo possiamo giocare per tutti. Senza di noi, lo dico con
orgoglio, l’Iraq perde non solo dei martiri, ma degli uomini e delle
donne di pace».
Perseguitata,
in diaspora, assediata dai gruppi fondamentalisti protestanti, ma
ancora profondamente radicata nella sua terra, la Chiesa cattolica in
Iraq non vuole arrendersi. Per riprendere a vivere, però, ha bisogno
di riorganizzarsi e di ripensare tutta la pastorale. La diocesi di
Erbil, per esempio, è divenuta negli ultimi cinque anni meta di
immigrazione cristiana ed è passata da una presenza minima di fedeli
a una comunità che oggi conta oltre 35 mila persone. Eppure dal 2005,
quando è morto monsignor Yacoub Denha Scher, Erbil non ha più un
vescovo. E Ankawa, il quartiere della capitale del Kurdistan
considerato la cittadella cristiana, che pullula di bambini e giovani
desiderosi di attività e catechesi, conta una sola parrocchia. Padre
Rayan Atto, giovanissimo prete caldeo molto attivo, per farmi capire
la crisi che attanaglia i cristiani, mi fa incontrare il gruppo della
corale della parrocchia. Sono una ventina di ragazzi e ragazze tra i
23 e i 25 anni. Dieci di loro sono scappati da Baghdad perché
minacciati dai fondamentalisti islamici.

Fedeli siro-cattolici di Baghdad durante
una celebrazione eucaristica
(foto K. Kadim/AP/La
Presse).
Cosa vuol dire organizzare attività con giovani giunti in un
contesto completamente nuovo? Come si parla a persone che hanno visto
il terrore dritto in faccia? Quali domande, sogni, speranze? «A
Baghdad eravamo abituati a vivere la parrocchia molto intensamente.
Passavamo intere giornate lì, era il nostro contesto sociale oltre
che religioso. Da quando siamo qui, sentiamo la carenza di attività
per noi», dice Salaam Georgis, un ingegnere fresco di matrimonio ora
stabilitosi a Erbil. «Se non fosse per abuna Rayan, che peraltro è
stato mandato a fare il parroco in un quartiere lontano da Ankawa,
dove tutti noi abitiamo, saremmo disorientati. Non c’è il vescovo,
mancano le strutture. I bambini del catechismo sono centinaia e Rayan
si è dovuto inventare un trasporto di pulmini per loro, altrimenti
non riuscirebbero a venire qui».
«Siamo come un meraviglioso falco con le ali dispiegate, che non
riesce a spiccare il volo», si sfoga una suora caldea trasferitasi
con le sue consorelle da Baghdad ad Ankawa. «Solo le suore della mia
congregazione, qui, sono 15. Molte hanno studiato catechesi a Roma,
teologia, pastorale e ogni giorno abbiamo famiglie che bussano alla
nostra porta in cerca di catechismo per i loro figli, attività
educative, ludiche, culturali. Tutte cose che sappiamo fare benissimo,
ma che non riusciamo a svolgere perché c’è una sola parrocchia e
la nostra casa basta a malapena per noi. Manca un centro ecclesiale,
un’organizzazione. Molto di quello che viene fatto è spontaneo e
improvvisato». Insieme alla richiesta di maggiore cura pastorale,
emerge da tanti fedeli il grido di una maggiore attenzione da parte di
Roma, e non solo nell’occorrenza di eventi drammatici.

Fedeli siro-cattolici di Baghdad durante
una celebrazione eucaristica
(foto A. Alhusseiney/AP).
«Sì,
è giunto il momento di rinnovarci», dice monsignor Louis Sako,
vescovo di Kirkuk, «non possiamo restare ancorati a un’idea di
Chiesa medioevale, dobbiamo uscire da schemi troppo vecchi. È una
società in grande evoluzione e dobbiamo accettare le nuove sfide del
tempo presente, altrimenti rischiamo di essere solo una Chiesa del
culto. Siamo carenti nella formazione del laicato, nella direzione
spirituale: sono anni che non viene pubblicata una lettera pastorale
che parli direttamente al cuore dei fedeli e di noi pastori. Il nostro
popolo è cambiato in tanti aspetti, a cominciare da quello
demografico».
La demografia della comunità cristiana, in effetti, ha subìto
enormi cambiamenti negli ultimi cinque anni. Per rimanere all’interno
dell’Iraq, quello certamente più significativo è lo spostamento di
moltissime famiglie verso il Kurdistan. Erbil, la capitale, fino all’inizio
del millennio contava 8 mila fedeli. Ora i cristiani presenti nella
regione semi-autonoma sono almeno quattro volte di più. Ad attrarli
non solo la possibilità di sfuggire alle persecuzioni, motivo
ovviamente principale, ma la concreta speranza di trovare lavoro,
casa, di mantenere, se non migliorare il proprio standard di vita. Il
Kurdistan iracheno è divenuto nel giro di pochi anni una delle poche
oasi di pace de facto e di maggiore sviluppo di tutto il Medio
Oriente e lo si percepisce a occhio nudo. Sembra un enorme cantiere
aperto con case, palazzi, alberghi, mega-parcheggi in costruzione
ovunque; la gente dà l’impressione di vivere in un sogno e, dopo
anni di oppressione e guerre, si gode il suo orgoglioso boom economico
lavorando, investendo, riversandosi nelle strade. «Nel 2003, mi
spiega il governatore della regione di Erbil, qui circolavano 34 mila
auto. Ora ce ne sono più di 400 mila. Tre anni fa abbiamo costruito l’aeroporto
e abbiamo raggiunto in brevissimo tempo il record di 100 voli a
settimana».

La città di Kirkuk scossa da un
attentato terroristico
(foto AP).
Potendo
contare sul 17% dei giacimenti petroliferi dell’Iraq e su
investimenti che derivano dalla situazione pacificata, il Kurdistan
viaggia a tappe forzate verso parametri economici dagli standard
occidentali. «Il guadagno medio mensile», continua il governatore, «è
di 600 euro e siamo ormai divenuti un punto di approdo per l’immigrazione,
interna ed esterna. Questo fenomeno ha portato Erbil a raggiungere il
record di un milione e 700 mila abitanti nel giro di qualche anno».
«Puntiamo sull’accoglienza e la tolleranza», aggiunge il
presidente del parlamento, Kemal Kerkui, «nei confronti di chiunque
voglia vivere con noi. Abbiamo subìto per troppo tempo umiliazioni di
ogni genere e ora che possiamo autogovernarci non vogliamo umiliare
chi è diverso da noi». Nella bozza di costituzione che l’Autonomia
curda ha presentato al Governo centrale di Baghdad e che attende solo
di essere ratificata, c’è un articolo in cui si afferma la libertà
dei cristiani di autogovernarsi lì dove, nel Kurdistan, siano in
maggioranza.
Lo sviluppo e la sicurezza di questa regione semi-autonoma,
ovviamente esaltati dai politici locali, sui quali peraltro pesano
ombre di autoritarismo (in particolare verso le minoranze degli Yazidi
e gli Shabaki), sembrano però trovare riscontro nelle testimonianze
di molti cristiani. Di certo, man mano che dal Kurdistan ci si
allontana, si percepisce un aumento della paura e una maggiore
povertà.

Una chiesa presbiteriana a Baghdad
(foto
M. Muheisen/AP/La
Presse).
Incontriamo
monsignor Basile George Casmoussa, arcivescovo siro-cattolico di
Mossul, rapito nel gennaio 2004 e rilasciato dopo 24 ore, a Bartulla,
in territorio iracheno, in una delle cosiddette «disputed areas»
tra governo centrale e autorità regionale curda. Sulla Erbil-Mossul,
i check point si intensificano. E le chiese cristiane, compresa quella
dove avviene l’incontro, sono massicciamente presidiate. «Ma noi
non vogliamo essere protetti», spiega subito il presule. «Desideriamo
essere trattati per quello che siamo, cittadini iracheni, difesi dalla
legge come tutti gli altri».
Se la situazione dei cristiani in Iraq è in generale complessa,
qui lo è ancora di più, perché siamo al confine tra Iraq e
Kurdistan, un’area contesa, una specie di terra di nessuno. «Qui si
concentrano tanti interessi e anche tante tradizioni», riprende l’arcivescovo.
«I cristiani sono presenti in quest’area da molto prima dell’islam
e possono godere da sempre di servizi, infrastrutture, sistemi di
distribuzione della terra molto più sviluppati di tutte le altre
etnie. Per farle un esempio, i contadini islamici non possiedono le
terre su cui lavorano e pagano tasse a una specie di feudatario. I
nostri, invece, sono padroni. I villaggi cristiani sono da sempre meno
arretrati».

Fedeli musulmani durante la festa della
Ashura
(foto A. Al-Husseini/AP).
«Il problema», continua monsignor Casmoussa, «è che siamo
stretti tra arabi e curdi. E noi non siamo nessuno dei due. Entrambe
le etnie hanno interesse ad allargare la propria sfera di influenza e
il proprio territorio. Per cui, a farne le spese, spesso siamo proprio
noi. Quelli che ci sparano bombe contro, quindi, possono essere
fanatici, oppure semplicemente gente che vuole impossessarsi delle
nostre terre, o ancora malavita locale. In ogni caso, ogni bomba è un
messaggio che dice: "Andatevene". Il nostro sogno, invece,
è di vivere in pace come abbiamo sempre fatto per secoli con tutte le
etnie e le fedi che vivono insieme a noi».
Il giorno dopo, all’aeroporto, mi accompagna un tassista
filippino. Ancora confuso dalla complessità etnica, religiosa e
politica di questa meravigliosa terra, mi chiedo come sia finito in
Kurdistan un giovane da un contesto così diverso. «Qui c’è
sviluppo», mi spiega, «e finalmente si vive in pace». Sono parole
confortanti con cui affrontare il viaggio di ritorno.
Luca Attanasio

Manifestazione di protesta a Najaf
(foto A. Al-Marjani/AP).
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Il cardinal Delly: Usa,
fattore di caos
Per
capire che il suo ruolo non sarebbe stato facile da svolgere
non serviva certo un indovino. Bastava osservare la data della
sua elezione al soglio patriarcale: 3 dicembre 2003. La guerra
in Iraq infuriava già da vari mesi e il caos generale
favoriva le prime persecuzioni anti-cristiane. Emmanuel Delly
succedeva a Raphaël I Bidawid alla carica di patriarca di
Babilonia dei Balde, ereditando una Chiesa ormai in gran parte
in diaspora, vittima della violenza fondamentalista ma anche
afflitta da problemi interni. Al momento della sua elezione,
anche all’interno del Sinodo caldeo non sono mancate le
critiche per un certo suo conservatorismo; dalla base, tra i
pastori e i laici, salgono invece tante richieste di un
maggiore attivismo e una più seria attenzione pastorale.
- Sua Beatitudine, cominciamo dall’attualità. Si
susseguono attentati e omicidi...
«Sì, purtroppo anche nel periodo natalizio abbiamo avuto
gravi perdite a Mosul a seguito di un’autobomba piazzata
davanti a un chiesa (due morti e cinque feriti) e di vari
altri attentati. Col nuovo anno, poi, la tendenza non è
affatto cambiata: già l’11 gennaio è stato ucciso un
cristiano, sempre a Mosul. È la triste quotidianità della
nostra amata patria. Ma non pensate che l’odio sia solo
contro noi cristiani. In Occidente si scrive spesso della
persecuzione contro di noi, come è giusto che sia, ma si tace
che è in atto una persecuzione anche contro i musulmani. Sono
molti, infatti, i fedeli islamici morti per le violenze
settarie e altrettante le moschee distrutte o danneggiate».

Fedeli musulmani durante la
festa della Ashura
(foto H. Jamali/AP).
- I credenti di tutte le fedi, quindi, sono i primi a
pagare il prezzo della violenza?
«Esatto, sono i credenti, le case di Dio a essere
bersagliate. Ma noi speriamo e preghiamo perché si torni all’antica
pacifica convivenza. Noi siamo iracheni, e vogliamo il bene
della nostra terra, non solo della nostra confessione
religiosa. Quello che manca veramente nel mio Paese, sono
parole di riconciliazione e di pace. E innanzitutto noi, che
siamo cristiani, siamo chiamati a pronunciarle».
- Come è cambiato il Paese? E come è mutata la
situazione dei cristiani, dalla caduta di Saddam?
«Penso che gli americani abbiano aggiunto caos a una
situazione già drammatica. La gente li vede come un esercito
occupante. La frammentazione del Paese ha creato problemi alle
minoranze e i cristiani hanno pagato – e continuano a pagare
– un prezzo molto alto. Non si può certo dire che sotto
Saddam noi cristiani non avessimo problemi. Di certo, però,
non eravamo perseguitati. D’altro canto, va pure detto che
il Governo centrale sta facendo di tutto per tutelarci. Non
esiste alcun decreto o norma che vada contro di noi. Di questo
siamo soddisfatti».
- Di recente è avvenuta la nomina del vescovo di Mosul...
«Questo è un grande segno di speranza, specie perché
padre Emil Shimoun Nona siederà sul trono episcopale del
vescovo martire della chiesa caldea, monsignor Paulus Faraj
Rahho, ritrovato morto dopo tre settimane di sequestro il 13
marzo 2008. La cerimonia di insediamento è avvenuta a gennaio
ed è stata per la Chiesa tutta un giorno di festa».
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Un checkpoint per le
strade di Baghdad (foto K. Kadim/AP
).
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Le Chiese in Iraq: un
piccolo, prezioso, mosaico
La
Chiesa assira. Ad attestare il radicamento dei cristiani
in terra irachena vi sono due suggestive tradizioni. La prima,
quella più accreditata, fa risalire all’apostolo Tommaso
stesso l’evangelizzazione di quelle terre e assegna l’opera
di organizzazione della Chiesa ai santi Mari e Addai. La
seconda, invece, vede come protagonisti della fondazione della
Chiesa alcuni membri della stessa famiglia di Gesù,
spostatisi qui in seguito alla distruzione del tempio di
Gerusalemme nel 70 d.C. Di certo vi sono reperti storici,
letterari e archeologici che permettono di datare senza alcun
dubbio la presenza di comunità cristiane nella zona di
Babilonia fin dall’inizio del II secolo. Nell’attuale Iraq
si tenne il Concilio di Seleucia, a Ctesifonte (oggi
corrisponde al villaggio di Mada’in, ad una trentina di
chilometri da Baghdad) nel 325. Sempre a Seleucia si svolse un
altro Concilio nel 410, nel quale le Chiese della Mesopotamia
rifiutarono la sottomissione ad Antiochia. Poco più tardi,
nel 431, gli Assiri si staccarono definitivamente dalle Chiese
latina e greca a seguito del cosiddetto «scisma nestoriano»:
Nestorio sosteneva che in Gesù convivevano due persone
distinte, il Dio e l’uomo e che, quindi, Maria non era
Thèotokos, madre di Dio. Non sarebbe del tutto esatto,
tuttavia, definire «nestoriani» gli Assiri poiché all’inizio
del VII secolo, per opera del teologo Babai il Grande, essi
giunsero a una conclusiva definizione della natura del Cristo
secondo cui vi sono due essenze, non mischiate tra loro, nell’unica
persona di Gesù.

Funerale di due vittime di un
attentato dinamitardo
avvenuto a Najaf, città a 160 chilometri a sud di Baghdad
(foto A. Al-Marjani/AP).
La loro tradizione cultuale, la cosiddetta «Liturgia di
Addai e Mari», si è sviluppata nel periodo tra il IV e il
VII secolo. La lingua utilizzata nel culto, ma anche nella
vita di tutti i giorni se il contesto è di appartenenti alla
comunità cristiana, è il Sureth, una derivazione dell’Aramaico,
la lingua parlata da Gesù. La comunione avviene sotto le due
specie, pane e vino. In tutto il mondo, attualmente gli assiri
sono circa 3 milioni, presenti soprattutto negli Stati Uniti,
in Australia e in Scandinavia. Nel territorio iracheno ne
restano al massimo 80 mila. Il patriarca della Chiesa assira
è Mar Dinkha.
La Chiesa caldea. Nel 1552 Mar Shimum VIII Yohannan
Sulaqa fu eletto patriarca assiro, in opposizione al decreto
della Chiesa ufficiale che prevedeva l’elezione al soglio
patriarcale solo per membri delle proprie famiglie. Il suo
primo gesto di rottura fu l’incontro con il Papa e la
decisione di entrare in comunione con Roma. La persecuzione
contro il patriarca dissidente, che infine venne torturato e
ucciso, portò papa Pio IV a riconoscere nel 1562 l’unione
della Chiesa caldea con Roma e a portare la sede patriarcale
prima a Seert (ora Siirt, nel sud-est della Turchia) e poi a
Urmia (attualmente in Azerbaijan).
In seguito, anche a causa delle zone remote in cui veniva
periodicamente spostato il patriarcato, Roma perse i contatti
con questa Chiesa. Tra alterne quanto complicate vicende, si
è giunti al definitivo riconoscimento e all’accoglienza
della Chiesa caldea nella piena comunione con Roma il 5 luglio
del 1830. In quella data il papa Pio VIII nominò Giovanni
Hormez patriarca di tutti i caldei, ponendone la residenza a
Mosul.
Il rito caldeo è quello della «Liturgia di Addai e Mari».
Il seminario, la cui costruzione sarà ultimata a marzo
prossimo, è oggi a Erbil e ospita 22 studenti. I caldei oggi
rappresentano la comunità cristiana maggioritaria in Iraq,
con i loro 250 mila fedeli sparsi tra Baghdad, Mosul, la Piana
di Ninive e, soprattutto, Erbil. A guidare questa storica
comunità cattolica è il cardinale Emmanuel Delly, patriarca
di Babilonia dei caldei.

Una chiesa della capitale
irachena affollata di fedeli
(foto K. Mohammed/AP).
La Chiesa siro-ortodossa. Le sue origini risalgono
direttamente alla fondazione della Chiesa di Antiochia
(attualmente in Turchia, al confine con la Siria) da parte
dell’apostolo Pietro nel 33 d.C. Così come le Chiese assira,
armena e copta, rientra nel novero delle comunità cosiddette
pre-calcedonesi, poiché non prese parte al Concilio di
Calcedonia del 451 in cui, tra le altre cose, fu condannato il
monofisismo (una sola natura divina di Cristo). La chiesa
siriaca, infatti, è monofisita e ha il suo centro patriarcale
in Damasco. Le stime ufficiali parlano di 2 milioni di fedeli,
sparsi principalmente in Siria e India e altri 100 mila nella
diaspora, soprattutto in Svezia, Stati Uniti e Germania. Il
patriarca è Zakka I Iwas, originario di Mosul.
Dal 1783, esiste anche una Chiesa siro-cattolica, unita
dunque a Roma, il cui patriarca è Joseph III Younan. In Iraq,
il numero complessivo dei siriaci si attesta attorno alle 90
mila presenze.
A ultimare il quadro, vi è la presenze di cristiani armeni,
nei suoi due rami, quello ortodosso (arcidiocesi di Baghdad) e
quello cattolico (arcieparchia di Baghdad); di cattolici
latini (arcivescovo Jean Benjamin Sleiman); e di fedeli dell’Antica
Chiesa Assira d’Oriente (patriarca Mar Addai II).
l.a.
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Due bimbi sul tetto di una
chiesa assira a Koya, nel nord del Paese
(foto S. Kralj/AP /La Presse).
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E a Erbil trovano rifugio gli
ultimi dei Mandei
La
loro sacra scrittura parla la lingua di Gesù, un aramaico
addirittura più puro di quello parlato dai cristiani dell’Iraq
e della Siria (Sureth); si considerano i continuatori del
gruppo religioso fondato da Giovanni il Battista prima di
incontrare Gesù; considerano l’acqua corrente come sacra.
Sono i Mandei, un gruppo religioso che affonda le proprie
suggestive radici nella millenaria tradizione spirituale di
questa terra, culla dell’umanità, ma che divide gli
studiosi sulle sue origini. C’è chi li ritiene un’eresia
cristiana dei primi secoli, altri li vedono come l’ultimo
grande culto gnostico pre-cristiano, mentre vi è anche chi li
considera una setta sincretica in cui sono rintracciabili
elementi giudaici, cristiani e manichei. Fiorito per secoli in
Iraq, il mandeismo da anni conosce anche una forte diaspora in
Occidente. Akram Triko è il responsabile del Centro culturale
mandeo che ha sede a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Lo abbiamo
intervistato.
- Qual è la linea religiosa a cui vi ispirate?
«Noi riconosciamo quattro patriarchi: Adamo, Noè, Sam e
Giovanni Battista. Di questi, Yahya (cioè Giovanni Battista,
ndr) è il grado supremo: nessuno, in tutta la storia dell’umanità,
riuscirà mai a raggiungere il suo livello di purezza. Da un
punto di vista storico, esistono una serie di scritti e di
ritrovamenti archeologici che si riferiscono proprio alla
nostra setta, attorno alla moschea degli Omayyadi a Damasco,
dove secondo la tradizione è conservata la testa di Giovanni
il Battista».

Una donna cattolica in preghiera
(foto H. Mizban/AP/La
Presse).
- È lì che prende forma la vostra religione?
«Esatto, la nostra fede inizia prima dell’ebraismo nella
zona tra Gerusalemme e Damasco, ma si struttura come entità
religiosa con Yahya ed è in linea di continuità con i suoi
discepoli. Giovanni predicava un battesimo di pace e l’elemento
dell’acqua per noi è sempre stato sacro. Noi crediamo che
qualsiasi acqua, anche quella sporca, è santa, purché
scorra. L’acqua ferma non è vita».
- Come siete giunti in Iraq?
«A un certo punto abbiamo cominciato ad avere problemi con
gli ebrei e ci siamo spostati verso Oriente. Dovendo però
stabilirci sempre a ridosso di un fiume, ci muovevamo di
regione in regione finché non siamo giunti nella zona di
Bassora, alla confluenza tra il Tigri e l’Eufrate. Lì si è
formata la prima grande comunità mandea stabile. Al massimo
abbiamo raggiunto la cifra di 120 mila fedeli. Ora siamo molti
di meno, 50 mila circa, anche perché non siamo una religione
che faccia proselitismo».
- Quali sono gli aspetti principali del culto nella
tradizione mandea?
«Quando ci riuniamo, leggiamo brani della nostra sacra
scrittura e poi celebriamo il rito dell’immersione. Una
volta potevamo compierlo solo in acque di fiume, ora abbiamo
la dispensa per l’immersione anche in piscine sacre. Chi di
noi sceglie la vita ascetico-sacerdotale, smette di tagliarsi
capelli e barba. A tutti, però, è richiesto un doppio tipo
di digiuno: quello rituale dai cibi, in alcuni momenti dell’anno,
e quello dalla menzogna, dall’insulto e dalla violenza,
sempre. Siamo sempre stati una comunità pacifica».
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Bandiere dell’imam Hussein sventolano su
un mercato sciita di Baghdad
in occasione del capodanno musulmano (foto K. Mohammed/AP
).
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Contesa sul nodo "Piana
di Ninive"
Come
sopravvivere alle persecuzioni senza abbandonare la propria
terra? Per i cristiani iracheni, tale domanda è questione di
vita o di morte. Per questo motivo, dopo l’aumento
vertiginoso degli attentati, si è andata facendo strada l’idea
di costituire all’interno dell’Iraq una sorta di regione
autonoma, enclave cristiana dove tutti i fedeli che lo
desiderano possano trovare rifugio sicuro e definitiva
residenza. Il piano su cui si concentra l’attenzione degli
interlocutori interni – cristiani, gerarchie ecclesiastiche,
curdi, governo centrale – ed esterni (Onu, Stati Uniti ed
Europa) è il cosiddetto progetto "Piana di Ninive".
Mente dell’iniziativa è l’ex ministro delle finanze curdo
Sarkis Aghajan, assiro per nascita e per fede, che lavora da
anni alla creazione di una «terra promessa» cristiana nelle
cosiddette disputed areas a cavallo tra l’Iraq e la
regione semi-autonoma curda.

Donne irachene in
preghiera in una chiesa della capitale
(foto K. Mohammed/AP).
Il progetto è complesso e presenta numerosi problemi. Le
autorità curde, nella prospettiva di ampliare la propria
sfera di influenza annettendosi la cintura cristiana in area
irachena, vedono con favore e finanziano il progetto. La
gerarchia ecclesiastica, invece, teme la ghettizzazione dei
cristiani e si oppone al piano, sostenendo la propria
vocazione a vivere insieme agli altri e paventando il rischio
che, una volta concentrati in un solo luogo, i cristiani
possano divenire ancora più facile bersaglio. Scontate le
obiezioni di sciiti e sunniti che già mal digeriscono l’autonomia
curda; meno, quelle dei due partiti cristiani presenti al
Parlamento di Baghdad, che ostentano freddezza.
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