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UNA CITTA', UNA DIOCESI - ROMA

Chiesa antica diocesi giovane
di
Vittoria Prisciandaro - foto di Alessia Giuliani/CPP
  

Fino a una cinquantina di anni fa, Roma era il Papa. Da quando, nel 1962, il Vicariato è stato trasferito in Laterano, la diocesi ha cominciato ad assumere una sua fisionomia. Ma ha anche dovuto fare i conti con una città che è andata crescendo a dismisura, e che oggi fatica a trovare uno spirito comunitario.
  

È la diocesi più antica del mondo. Ma paradossalmente anche una delle più giovani. San Pietro battezzava sulle rive del Tevere, Paolo passeggiava lungo l’Appia. E a Roma c’era il Papa. Anzi Roma, fino a 50 anni fa, "era" il Papa. Il "vicariato" era collocato in via della Pigna, una stradina a meno di un chilometro dalla cupola di San Pietro. Nel 1962 la Curia passa in Laterano: «Il trasferimento significò distinguere le sedi e riappropriarsi della cattedrale». Giuseppe De Rita parla da studioso (è tra i fondatori e oggi presidente del Censis), da romano e da cattolico. Fu lui, nel febbraio del 1974, con don Luigi Di Liegro e il vescovo ausiliare Clemente Riva, a organizzare quel Convegno "sui mali di Roma" che segnò la storia della città e della sua Chiesa. «L’ipotesi di lettura che avevamo allora – una società a doppia spinta, dove chi era ricco diventava più ricco, chi era povero diventava sempre più marginale – 35 anni dopo non basta più». 

Una veduta del Vittoriano, a piazza Venezia, snodo centrale della Capitale.
Una veduta del Vittoriano, a piazza Venezia, snodo centrale della Capitale.

Perché un’analisi che faccia soltanto riferimento allo squilibrio tra le classi sociali rischia di non cogliere la peculiarità del presente: «Il vero vizio», dice De Rita, «è la mancanza di spirito comunitario e di socializzazione minima. Al contrario di quanto accade in alcune piccole città del centro Italia, a Roma la gente non si incontra più, non sa dove farlo. Non esiste la piazza. E ciò vale per il centro storico come per la periferia». Una Roma «senza identità», che dai tempi del Belli – 150 mila persone che vivevano all’ombra del Papa – è diventata un agglomerato di quartieri diversi, che le periodiche ondate migratorie hanno trasformato in maniera strutturale. Basti pensare che in 60 anni la città ha acquistato un milione di abitanti in più, con un 8% di stranieri registrati. «Penso agli ultimi due sindaci: Veltroni ha puntato sull’immagine esterna, la città del software e del cinema, e non si è accorto che Roma si stava sfarinando; e Alemanno, che ha impostato la sua campagna elettorale su ordine e sicurezza, ora si sta accorgendo che la tolleranza zero porta soltanto a un’ulteriore chiusura degli spazi di socializzazione».

Una panoramica della città dal colle del Gianicolo.
Una panoramica della città dal colle del Gianicolo.

In questo quadro, il sociologo affida un ruolo chiave alla presenza della Chiesa: «Lavorare nel micro per costruire comunità». Una missione che non sembra facile. Gli ostacoli, secondo De Rita, sono di varia natura: in primo luogo una tradizione di Chiesa locale troppo giovane e poco consolidata per imporre una «forte cabina di regia». La pressione di problemi considerati più urgenti («come fare l’omelia, come dire la Messa, attirare i giovani, celebrare i sacramenti») unita all’idea, veicolata in questi ultimi decenni, che il prete non debba occuparsi troppo del sociale.

D’altra parte alla domanda di socializzazione devono rispondere dei preti che, per motivi generazionali, «hanno poco il senso comunitario: per i più anziani non fa parte della loro cultura e i più giovani, 40-50 anni, sono spesso in crisi di identità e tentano di definire da soli il loro essere sacerdote». Ai problemi di identità e di relazione, tenta di dare una risposta la verifica diocesana in corso, proponendosi di potenziare gli ambiti essenziali della pastorale ordinaria, a cominciare da una solida proposta di evangelizzazione, allo scopo di far maturare i tratti di una vera comunità ecclesiale.

L'interno della basilica di San Giovanni in Laterano.
L’interno della basilica di San Giovanni in Laterano.

Che ci sia da lavorare in questa direzione lo sanno bene i sacerdoti che abbiamo incontrato in giro per la diocesi. Dal centro alle periferie, l’attenzione alla famiglia e alla cura delle relazioni interpersonali, il ruolo del presbitero, la formazione del laicato, sono coordinate che ritornano. «Non un’aula del catechismo, non una parrocchia, ma una casa: questo cercano i nostri giovani del post-Cresima», dice per esempio don Attilio Nostro, parroco di Giuda Taddeo all’Appio Latino. La foresteria accanto alla canonica – «annamo a casa del prete» dicono i ragazzi – è lo spazio dove si tengono gli incontri giovanili, spesso accompagnati da pizza e supplì. Per dare una mano alle coppie con figli è nato l’Oratorio dei piccoli, un asilo nido gestito dalla cooperativa parrocchiale Chicco di Senape, che accoglie 50 bambini e organizza momenti di incontro per le loro famiglie. Per i più grandi si è creato un gruppo di educatori, che da qualche anno manda "missionari" nelle prefetture aiutando altre comunità a impiantare l’oratorio. Infine, per gli anziani, la cooperativa ha aperto un ufficio dove si incontrano le domande e le offerte di lavoro per badanti.

Anche a Tor San Giovanni, parrocchia di S. Enrico, estrema periferia tra Nomentana e Tiburtina, si guarda alla famiglia come nucleo prioritario dell’evangelizzazione. In questo quartiere «i corsi pre-matrimoniali, per lo più frequentati da coppie già conviventi, diventano non la chiusura di un iter ma l’inizio di un cammino», dice don Massimo Tellan. Quartiere giovane significa tanti battesimi e una cura particolare del catechismo per la prima comunione: per 7-8 mesi, circa 150 famiglie partecipano a un ritiro mensile e le altre domeniche mamme e papà animano la Messa parrocchiale insieme ai figli. «Sentirsi comunità diocesana è difficile, anche per la lontananza dal centro della diocesi. Di certo ci sta aiutando la verifica che è in corso, con gli incontri a livello di prefettura», dice don Tellan.

Una veduta di Castel Sant'Angelo.
Una veduta di Castel Sant’Angelo.

La distanza è uno degli ostacoli maggiori per le parrocchie di periferia. Per arrivare a Tor di Nona, al prefabbricato dedicato a Madre Teresa di Calcutta, «dal centro occorrono in media un paio di ore», spiega don Fabio Corona. In un quartiere che doveva essere pilota e poi è finito satellite dormitorio – senza scuole, infrastrutture e posti di Polizia – la parrocchia, che attende ancora di essere costruita, ha creato una struttura per i bambini da 3 a 6 anni, dove anche le mamme possono ritrovarsi in serenità. E un centro di ascolto per le situazioni più difficili, legate anche alla grave contingenza economica. «La domanda di fede? La gente viene a chiedere i sacramenti e un aiuto concreto. Si fa fatica a entrare in uno spirito di comunità», dice don Fabio. È l’orizzonte della prefettura a dare un maggiore respiro: «La grande collaborazione tra i sette parroci ha portato a costituire una scuola di teologia per laici e un gruppo di operatori della carità».

Anche alla periferia Sud della diocesi è la prefettura lo spazio "identitario" più forte. I 30 chilometri che separano Ostia da Roma ne fanno infatti una realtà a sé, tanto da avere anche un patrono diverso, sant’Agostino, subentrato da pochi anni ai santi Pietro e Paolo. Ostia, mare di romani in estate e terra di stranieri d’inverno, spazio di dialogo ecumenico con gli ortodossi, ha scelto «un’evangelizzazione seria», dice il parroco di santa Monica, don Giovanni Falbo. Un istituto di formazione teologica per laici e incontri di prima evangelizzazione nei condomini: «Ci siamo accorti che la gente non veniva più alla Messa domenicale e abbiamo deciso di andare nelle case a incontrare le persone».

Un gruppo di giovani della parrocchia di Santa Francesca Romana.
Un gruppo di giovani della parrocchia di Santa Francesca Romana.

A Monteverde Nuovo, zona residenziale a ridosso del centro, la scelta "formativa" è stata quella di dislocare sul territorio parrocchiale una serie di catechesi sul Credo, con orari compatibili con gli impegni dei fedeli adulti. «È forte la domanda di proposte alte, di cultura», sottolinea il parroco, don Francesco Giuliani, che tra le altre cose ha promosso una scuola di teologia per laici aggregata all’Istituto diocesano Ecclesia Mater. Anche in centro, alla chiesa del Gesù, che non è parrocchia, la pista culturale apre spazi di "relazione": drammatizzazioni di classici della letteratura, concerti, corsi biblici. «Questa è una piazza fantastica per incontrare la gente. E dove c’è incontro tra persone c’è lo spazio per il Vangelo», dice padre Daniele Libanori.

«La diocesanità? La difficoltà è muoversi nel secolare caos di Roma... Ma Dio nel caos crea!», commenta don Fabio Rosini, parroco di Santa Francesca Romana all’Eur. Sedici anni fa si è inventato "I Dieci comandamenti", un percorso fatto di lectio divina, vita vissuta, teologia, romanesco ed ebraico. «Non è un metodo, ma un’intuizione: sviluppo una prerogativa del mio ministero, sono un prete che fa il prete. E dico le cose come vorrei che gli altri le dicessero a me». Le due ore di catechesi serale, di domenica, riempiono la chiesa, in prevalenza di giovani. Il cammino proposto «è una corposa preparazione a un’adesione alla fede cristiana che poi apre a itinerari ulteriori e differenziati di approfondimento», dice Rosini. Altri preti hanno preso a prestito il canovaccio delle catechesi e oggi in 34 diocesi, oltre che in decine di parrocchie romane, l’appuntamento, e il successo, si ripete. Don Fabio chiarisce: «Non siamo un movimento, siamo solo preti. La formazione cristiana non è prerogativa di un carisma, ma di tutta la Chiesa».

Ua Messa nel parco della Caffarella.
Ua Messa nel parco della Caffarella.

Restando in tema di formazione, un contributo originale, "romano", viene dall’Ufficio catechistico diocesano, guidato da monsignor Andrea Lonardo, che fa "parlare" le chiese, i monumenti, le strade, i posti in cui vissero i primi cristiani e i grandi santi. Una domenica al mese circa 200 persone, anche dalle periferie più lontane, si ritrovano per riappropriarsi della storia di Roma e andare alle origini della propria fede. È di certo un privilegio. Non tutti possono camminare lungo il fiume della propria città e dire «qui ha battezzato san Pietro...». Anche questo, nonostante il caos, fa di Roma una diocesi unica al mondo.

Vittoria Prisciandaro


Tramonto sulla basilica di San Pietro.

Diocesi madre della Cattolicità

La diocesi di Roma copre un territorio di 881 chilometri quadrati. Divisa in 36 prefetture, per un totale di 2.836.706 abitanti, ha sette vescovi ausiliari. Le parrocchie sono 338. I sacerdoti secolari 1.751, quelli regolari 4.185. I diaconi permanenti sono 110. Accoglie 44 comunità etniche. A Roma sono presenti quattro basiliche pontificie o patriarcali: la basilica di San Giovanni in Laterano, che è anche la cattedrale della città, la basilica di San Pietro in Vaticano, la basilica di San Paolo fuori le Mura e la basilica di Santa Maria Maggiore. Il Santuario della Madonna del Divino Amore è un tradizionale luogo di pellegrinaggio caro ai romani. Le prime chiese, quando l’imperatore Costantino permise ai cristiani di avere propri luoghi di culto, sorsero nelle case di privati cittadini che ospitavano incontri dei fedeli; nei luoghi in cui si faceva carità, le cosiddette "diaconìe"; E nelle "domus ecclesiae", "casa dell’assemblea", da cui il termine "chiesa".

Segue: Chiesa madre Chiesa benigna

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