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INTERVISTA
- FRANCO BATTIATO Povera
patria vent’anni dopo
di
Aldo Strisciullo - foto Lelli & Masotti/Fratelli Alinari
Un artista mistico,
distaccato e schivo. Questo è sempre stato Franco Battiato. Eppure, a
distanza di due decenni dalla pubblicazione di Povera patria,
brano-invettiva tra i suoi più famosi, è tornato con Inneres Auge a
"esternare" la sua preoccupazione di cittadino per la crisi
politica italiana. In questa intervista ci racconta perché. E ci spiega
quali ne sono – a suo giudizio – le cause spirituali.
Franco
Battiato non ha bisogno di presentazioni. Se si volesse darne una
sintetica definizione, non si potrebbe dire altro che è un musicista d’eccezione:
discreto, sempre nuovo, originale. Ha pubblicato album di successo,
sperimentando diversi generi musicali, dagli anni Sessanta a oggi. Ha
saputo, pur partecipando alle varie tendenze musicali del momento,
mantenere un suo stile personale che lo ha distinto nel panorama
musicale italiano. Passando dalla musica elettronica e pop dei primi
periodi, alle diverse contaminazioni, in cui effetti digitali si
sovrappongono a strutture sinfoniche ad archi, è approdato sul
palcoscenico e nel mercato internazionale. La sua è una canzone colta,
i cui testi, tra ermetismo e poesia, tracciano un percorso coerente e
originale che ha sedotto e accompagnato un pubblico attento alla ricerca
spirituale, al desiderio di momenti musicali evocativi, al misticismo
religioso.
Nel novembre scorso è uscito il suo nuovo prodotto discografico, Inneres
Auge – Il tutto è più della somma delle sue parti, un disco che
è una sorta di traccia all’indietro, visto che la maggior parte dei
brani non sono inediti, ma col senso di un ulteriore salto in avanti per
quel che riguarda l’effetto generale del disco: una riflessione sul
bisogno di spiritualità, ma senza troppe identificazioni con il
quotidiano o con gli aspetti più materiali dell’esistenza, con un
umore di cosciente disincanto. Il brano Inneres Auge, in
particolare, ha destato l’interesse del grande pubblico per la diretta
critica alla situazione politica italiana. Si sono susseguite
interviste, anche provocatorie, in televisione e sui giornali, sui
motivi che hanno spinto un artista tanto solitario e defilato a scrivere
una canzone così esplicita nei suoi riferimenti all’attualità.

Franco Battiato in concerto nel 1997.
- Perché ha sentito il bisogno di scrivere un testo come Inneres
Auge (Occhio interiore), con un così chiaro messaggio contro «lo
stato delle cose»?
«In questo momento, come cittadino, mi sento in dovere di esternare
la mia forte preoccupazione per una crisi politica senza precedenti.
Manca il senso del limite, il rispetto del vivere insieme, il
riconoscimento della dignità degli altri: l’abuso è la regola... No,
non c’è più correttezza... Non è sano perseguire una così evidente
caduta a spirale!».
- A questo proposito, si potrebbe dire che il brano sia composto da
più parti. In una di queste lei dice: «La linea orizzontale ci
spinge verso la materia, quella verticale verso lo spirito». Ma la
materia è pur sempre la realtà che ci circonda, no?
«Certo, ed è necessaria. Io intendo una deriva sconsiderata verso
la materia o, meglio, il materialismo. La ricerca della soddisfazione
dei sensi, senza nutrire l’intelletto e il cuore, ci abbruttisce, ci
degrada».
- Non ha temuto ripercussioni o critiche, pubblicando questo brano?
«In generale non temo questo genere di cose. Spero ancora che, come
cittadino, io possa esprimere le mie opinioni. Nella musica, non cerco
mai di mischiare i livelli. Soprattutto penso che la canzone, il testo,
l’atmosfera del brano debbano restare a un livello di non
contaminazione. Cerco nella musica di produrre qualcosa che sia da
stimolo (almeno per me lo è) alla riflessione. Riflessione sul senso
dell’esistenza, su cose su cui non siamo più abituati a riflettere».
«Beh, il senso dell’esistenza: la possibilità di conoscersi,
evolversi e migliorare. Domande a cui prima rispondevano i poeti, poi i
filosofi, ma che con la scomparsa di questi, l’uomo finisce per non
rivolgere più a sé stesso».

Un giovane Battiato al pianoforte nel
1973.
- Negli anni ’90 aveva scritto Povera patria, dove sottolineava il
degrado politico e sociale dell’Italia. Lei diceva profeticamente «non
cambierà...» anche se subito dopo, nel testo, aggiungeva una
speranza, «vedrai che cambierà...». Con l’uscita di Inneres
Auge, pare ci si debba rendere conto che nulla è cambiato?
«Purtroppo la situazione peggiora a vista d’occhio. Il potere di
una canzone è limitato. In genere il nostro potere è limitato, il
resto è illusione. Noi pensiamo di governare gli altri. Ma siamo sempre
consapevoli che noi trasformiamo soltanto la materia e non la creiamo?
Solo Dio è creatore».
- Scorrendo i titoli delle sue canzoni – Un’altra vita, No
time no space, La quiete dopo un addio – lei sembra invitare a
riflettere sulla possibilità di altri orizzonti di vita, quasi
fosse un bisogno. È così?
«Cerco di mettere in guardia, almeno quelli che seguono il mio
lavoro, dal dilagante impietoso materialismo».
- In un’altra vita
, canzone degli anni Ottanta che ha inserito
in quest’album, apre una finestra sulla contemporaneità, dicendo: «Su
divani, abbandonati a telecomandi in mano...».
«Si, descrivevo lo stress, la stanchezza della ripetitività
quotidiana, riempita di abitudini».
- Cosa intende per «un’altra vita»?
«Una vita vissuta con più consapevolezza, non abbandonata a sé
stessa, dove l’uomo è capace di prendere nuovamente le redini di sé».

Franco Battiato nella sua casa di Catania
nel 2000.
- Un popolo è tanto più evoluto ed equilibrato quanto più i
membri della società che lo compongono si riconoscono e si
esprimono attraverso l’arte. Una società è illuminata quanto
più accoglie in sé l’ispirazione e l’intuizione, facendo di
questi momenti i punti cardine della conoscenza e del progresso
umano e spirituale. Tutto questo oggi manca, la gente non riconosce
l’intuizione e la verità. Perché lei, invece, ostinatamente
ribadisce questi concetti?
«L’Ispirazione e di conseguenza l’Arte, sono cellule, tracce del
divino. È chiaro che una società consumistica e nichilista sta all’opposto.
Non ci può essere vero progresso – intendo un progresso consapevole e
spirituale, i cui valori sono i valori umani che più elevano l’uomo
– se aboliamo la voce del poeta, il momento dell’incanto e della
riflessione; se non coltiviamo l’intuizione, l’Arte e il desiderio
per il Mistero. Credo che sia questa la strada, per questo coltivo tali
"abitudini"».
- Una volta, forse citando un maestro del passato, lei aveva detto:
più si cade in basso, ovvero più si perdono i valori, e più forte
si manifesta lo spirito. Può spiegare questo concetto?
«Anche il peggiore degli esseri è destinato a evolversi. Dobbiamo
sforzarci di combattere il male con pietà cristiana, facendoci prossimi
e solidali: il bruco, per sua natura, è destinato a diventare farfalla».
- Oggi, il consumismo (ieri era altro) trascina l’uomo verso la
materia: è questa una causa o una conseguenza della perdita della
fede, nei valori e in Dio?
«Non abbiamo molta scelta, non possiamo pensare o perdere tempo a
ragionare se ciò sia una causa o una conseguenza. Un noto califfo
musulmano disse: "Il passato è passato, il futuro è di là da
venire, uomo alzati e conquista il tuo presente". Anche se esistono
le lezioni dei maestri del passato, è oggi che noi dobbiamo vivere.
Oggi, individualmente, nel qui e ora, dobbiamo conquistare il nostro
presente con i mezzi che abbiamo. Dio è presente sempre e ovunque».

L’artista siciliano durante un concerto
al Forum di Assago,
a Milano, alla fine degli anni Novanta.
- Possono le religioni aiutare a rinnovare il comportamento e l’atteggiamento
di noi uomini?
«Assolutamente. La lettura di un libro ti può cambiare la vita.
Credo che ogni testo sacro abbia qualcosa di molto profondo da dire, se
correttamente interpretato. E, ripeto, se correttamente interpretato,
può diventare un "metodo di salvezza". Naturalmente, poiché
ognuno di noi nasce e vive nel suo ambiente, seguirà la tradizione che
gli è più familiare. Ma ciò non cambia la sostanza del cammino».
- In Tibet, lei racconta il dramma della storia del popolo
tibetano. Non è casuale, naturalmente, che lei abbia scelto questo
brano da inserire nell’album. Cosa rappresenta la tradizione e la
storia di questo popolo diventato un’icona tra le Nazioni?
«Sono un fedele ammiratore di questo straordinario popolo. Il
buddhismo tibetano ha raggiunto incomparabili vette mistiche e ha sempre
fatto paura. Non entro nel merito della vicenda politica, ma ciò che è
successo non è scusabile. È una vicenda emblematica. È stato ignorato
un valore inestimabile, la ricchezza spirituale di un popolo. L’aspetto
mistico e religioso è incommensurabile al potere, all’invasione e
alle "ragioni" politiche ed economiche. Uno annienta l’altro.
Questo è triste e ingiusto».
- Il titolo dell’album riporta la frase: «Il tutto è più della
somma delle sue parti». Nei suoi film, non solo nei contenuti ma
soprattutto nelle immagini, lei tenta una sintesi che «non è la
somma» di ciò che vediamo. È corretto? Ci può definire la sua
poetica?
«È corretto. Un proverbio turco dice suppergiù: "È più
quello che non si vede". Anche in questo tento di eliminare le
abitudini, soprattutto quelle logiche, che sono solo un modo di
conoscenza della realtà. Non intendo nemmeno l’irrazionale, nel senso
del disordine confuso, ma ulteriori aspetti della realtà, le cui
"cause" appartengono a ordini diversi. Insomma sono un
sostenitore della metafisica».
- La canzone ’U cuntu chiude l’album. È una canzone
inedita, dove ribadisce il suo pensiero e il suo sentimento, usando
il siciliano e poi in chiusura il latino. Si tratta di una sorta di
accettazione del destino umano?
«Al contrario: è un avvertimento. Gli esseri umani stanno andando
alla deriva. Come dire? "Quisque faber fortunae suae"».
- Con la musica e le canzoni si comunicano idee e pensieri a più
livelli. Quale potrebbe essere il senso generale del suo ultimo
album?
«È una raccolta di brani (passati inosservati) che secondo me
meritavano più attenzione. La maggior parte dei brani non sono inediti,
ma il progetto nel suo insieme non ha destato molto interesse. Questi
brani appartengono a periodi diversi, ma contengono un percorso,
momenti, pause... pezzi che si rimettono insieme, dietro le fila di Inneres
Auge».
- Comunque, il tutto «non è la somma delle sue parti»....
«Esatto».
- Ognuno, dopo l’ascolto del primo brano, può declinare ciò che
è detto negli altri brani.
«È proprio così. Sono chiavi di lettura e, in questo caso, la
chiave è nel primo brano».
- Allargando il discorso oltre la musica, visto che la pittura la
annovera tra i protagonisti, possiamo dire che le note hanno un
colore e che i colori si armonizzano e si richiamano con ritmi ed
echi musicali? C’è una sua definizione d’arte?
«L’arte dovrebbe essere la prova dell’Eterno (pre-esistente e
non creato). Credo che ogni azione che noi facciamo, ogni parola, tutto
insomma sia permeato da ritmo e simmetria. Il ritmo è ciò che
distingue la musica dal rumore e l’essenza dal caos, la bellezza dall’informe,
la gradevolezza dallo sgradevole. La simmetria determina lo stabilirsi
di forme perfette. La musica ne è un’espressione completa. Le note
hanno certamente un "colore", c’è chi normalmente
"vede" la musica prima di scriverla. Le note sono vibrazioni e
lo stesso i colori. Una composizione musicale è certamente il frutto di
una suggestione ritmica presa da forme, colori, sensazioni che cercano
appunto una simmetria».
- Lei è un artista e un sufi. In quali maestri del presente o dell’immediato
passato – pittori, musicisti o poeti – ravviva una cosciente
ricerca dell’Oltre, del divino, della luce che fa vere le cose?
«La lista sarebbe lunghissima. Comunque mi è capitato di vedere,
leggere, ascoltare, opere di convinti materialisti, piene di forti
suggestioni spirituali. Tuttavia, per citare qualcuno, mi viene in mente
Raimon Panikkar, teologo cristiano, esempio di dialogo tra le culture
che ha detto: "Sono partito come cristiano, mi sono scoperto indù
e ritorno come buddhista, senza aver mai cessato d’essere
cristiano". Il vero problema, oggi, non è che manchino le persone
di spirito, i pensatori, gli illuminati. Manca, semmai, il desiderio e
la capacità di ascolto. Dio non è lontano da noi, siamo noi che ci
allontaniamo da Lui. Il cammino non è facile, indubbiamente, ma la meta
è alta e riguarda ognuno di noi, individualmente».
- Delle sue canzoni, qual è la più terrena, sanguigna, invischiata
di cronaca? E quale, invece, vorrebbe che la rappresentasse per l’anelito
spirituale?
«La canzone più terrena è Shock in my town. È terrena nel
senso che descrive lo stato amorfo e decaduto della nostra realtà.
Citavo il neo-primitivismo della nostra società e il delirio
collettivo, materialista e allucinatorio. Sembrano parole forti – in
parte lo sono – ma ho volutamente usato dei simboli e delle metafore
forti per "celebrare" il disfacimento della nostra cultura. La
canzone mi dà questa possibilità. Per il brano che rappresenta l’aspetto
spirituale scelgo invece L’ombra della Luce. E qui citerei un
aneddoto che ho raccontato più volte. Io ricevo molte lettere dai miei
ascoltatori; quando composi questo brano, mi scrisse una suora che disse
che quando si raccoglievano in preghiera, ascoltavano L’ombra della
Luce. Questo mi rese felice e confermò la mia aspirazione, che è
anche quella di oggi, appunto la preghiera e l’evoluzione spirituale».
Aldo Strisciullo
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