INTERVISTA
- IL GRAN MAESTRO DELL’ORDINE DI MALTA Cavalieri
senza frontiere
di Giovanni Ferrò e Antonio Tarzia
Un
po’ monaci, un po’ Croce Rossa, un po’ nobili cavalieri, i
membri dell’Ordine di Malta sono gli ultimi sopravvissuti di un’antica
epopea che risale alle Crociate. Eppure i moderni Ospitalieri sono
molto di più che un glorioso residuo del passato. Come racconta in
questa intervista il Gran Maestro Matthew Festing.
Di
quella che fu la più ardimentosa e temuta flotta del Mediterraneo,
incubo delle galee saracene e sollievo dei navigli cristiani, oggi non
restano che due barconi ancorati sui quai parigini della Senna:
due bateaux mouches dei poveri, che servono a ospitare
rifugiati, senza dimora e sans papier. E dei vasti possedimenti
che ne avevano reso celebre la ricchezza – castelli, fortezze,
tenute – non sopravvivono che due simboli: Palazzo Magistrale in via
Condotti e Villa Magistrale sull’Aventino. Eppure, nonostante i
secoli trascorsi ne abbiano eroso la potenza, l’Ordine di Malta
conserva intatta la sua gloria: tra le più antiche istituzioni della
civiltà cristiana, è l’ultimo dei grandi Ordini religiosi
cavallereschi, l’unico che – a differenza dei Templari – è
arrivato vivo e vegeto ai nostri giorni. Nato in Palestina intorno al
1050, in epoca pre-crociata, conserva ancora oggi le prerogative di
uno Stato sovrano: pur senza un territorio e dei confini, dunque,
mantiene un ordinamento giuridico proprio e ha la facoltà di stampare
francobolli e rilasciare passaporti.

Foto
A. Giuliani/Catholic Press Photo/Periodici San Paolo
Il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di
Gerusalemme di Rodi e di Malta – questo il suo nome ufficiale
completo – non ha perso il suo fascino, insomma, né la sua
utilità: forte di circa 12.500 membri, tra frati professi e laici
votati all’esercizio della carità cristiana, è un curioso ircocervo,
una via di mezzo tra l’ordine monastico, l’istituzione statuale e
l’ente assistenziale. Della congregazione religiosa mantiene i
principi ispiratori, sintetizzati nell’antico motto Tuitio fidei
et Obsequium pauperum; dello Stato sovrano, le leggi e le targhe
sulle auto blu; della Ong internazionale vanta infine l’impegno in
120 diversi Paesi attraverso strutture ospedaliere e attività
socio-sanitarie, che ne fa una sorta di "Medici senza
frontiere" ante litteram. Il tutto, condito con una buona
dose di discrezione e – diciamo così – eleganza spirituale, che
ne accresce l’allure.

Alcune istantanee del Gran Maestro,
Matthew Festing
(foto A. Giuliani/Catholic
Press Photo/Periodici San Paolo).
Con queste premesse si può capire perché incontrare fra’
Matthew Festing, 79° Gran Maestro dell’Ordine, sia quasi un evento.
Eletto l’11 marzo 2008, in due anni ha rilasciato rarissime
interviste. Eppure, tale riservatezza non fa il paio con alcuna
spocchia nobiliare. Il principe Festing, anzi, ci accoglie nel suo
studio di Palazzo Magistrale in via Condotti con la cordialità
sorridente che si riserva di solito agli amici. Nulla a che vedere,
pare, con la ieratica freddezza del suo predecessore, fra’ Andrew
Bertie.

L’Ospedale dei Cavalieri di Malta a
Roma.
Nato a Northumberland 60 anni fa, fra’ Matthew discende da una
nobile famiglia cattolica inglese, che vanta tra i suoi avi il beato
Adrian Fortescue, cavaliere di Malta martirizzato nel 1539. Dopo aver
studiato nelle migliori scuole britanniche (Ampleforth e Cambridge),
si è laureato in storia e si è specializzato in arte, svolgendo per
anni la sua attività professionale in una casa d’aste. Ha servito
nell’esercito inglese con il grado di colonnello dei granatieri.
Entrato nell’Ordine dei cavalieri di Malta nel 1977, ha pronunciato
i voti perpetui nel 1991, accedendo così alla ristretta cerchia dei «cavalieri
professi», tenuti ai voti di obbedienza, povertà e castità.
- Qual è stato il suo primo approccio alla fede e che cosa ha
voluto dire crescere da cattolico in un Paese tradizionalmente
anglicano?
«La fede cattolica l’ho respirata sin da piccolo, sulle
ginocchia di mia madre. Il mio primo catechismo fu un libro che mia
madre fece per me e i miei fratelli, ritagliando e incollando in un
album tutte le cartoline di auguri natalizi o pasquali, comunque a
sfondo religioso, che ci arrivavano. Ce lo dava in mano quando
andavamo a Messa e ce lo faceva sfogliare, in modo che la nostra
attenzione fosse attirata da quel senso di bellezza e mistero
religioso che traspariva da quelle immagini. Crescere in una famiglia
di fortissima tradizione cattolica in Inghilterra, che annovera tra i
suoi antenati anche alcuni martiri per la fede, è stato un fatto che
ha segnato profondamente la mia identità e il mio modo di essere. All’epoca,
essere cattolici in Gran Bretagna voleva dire essere discriminati e
fare i conti con una vita più complicata e difficile».

Assistenza domiciliare ad anziani
bisognosi in Romania.
- Qual è il carisma dell’Ordine di Malta? E in che modo è
possibile adattarlo alla società odierna?
«Nessuno sa con esattezza quali fossero i pensieri dei primi
membri fondatori dell’Ordine. Ma sospetto che le loro motivazioni
fossero molto simili alle nostre. Storicamente, si sa che questi
uomini andarono in Terra Santa come soldati, per riconquistare i
Luoghi Santi. E quando arrivarono lì, furono colpiti dalla dedizione
con cui il Beato Gerardo si occupava dei poveri e dei malati. E si
unirono a lui, dando vita all’ospedale. Più tardi dovettero
riprendere le armi, per difendere Gerusalemme. Quindi tornarono a
essere soldati, senza però dismettere i panni di medici e infermieri.
Non sorprende, quindi, che nel corso della storia l’aspetto dell’assistenza
ospedaliera sia rimasta la motivazione fondamentale dei membri dell’Ordine.
L’aspetto militare, in qualche modo, è stata una necessità storica
in certi periodi, una sorta di attività extra, ma non ha mai
rappresentato né la vocazione fondamentale né il fulcro della vita
dell’Ordine. Vede, la mia famiglia ha una lunga storia di
appartenenza all’Ordine. Per me, dunque, è sempre stato lampante
questo aspetto. E anche personalmente, ciò che mi ha affascinato e
attratto è stata immediatamente questa dedizione totale nei confronti
dei malati, che ho toccato con mano sin dal primo pellegrinaggio
annuale a Lourdes cui ho partecipato nel 1974. Da allora sono stato a
Lourdes ogni anno. E ogni volta ho trovato questa esperienza sempre
più arricchente dal punto di vista spirituale. In definitiva, quindi,
l’ethos dell’Ordine non è mai cambiato. E penso che se ci
incontrassimo tra vent’anni, la mia risposta a questa domanda
sarebbe la stessa. Dopodiché, certo che ci sono stati tanti
cambiamenti all’interno dell’Ordine, perché la storia cammina e
le circostanze sono diverse. Ma il carisma originale è rimasto sempre
lo stesso. Quando, nel 1798, l’Ordine perse Malta, fu considerato un
dramma. Ma, piano piano, si rivelò in realtà una benedizione,
perché consentì di tornare all’ispirazione primigenia, dedicandosi
unicamente all’assistenza ospedaliera».

Un momento del pellegrinaggio annuale a
Lourdes, occasione fondamentale
di assistenza e riflessione spirituale per i membri dell’Ordine.
- Non è complicato gestire un’identità così complessa come
quella dell’Ordine di Malta: Ordine religioso con un passato
militare, Ong, Stato sovrano...
«Sì, è una cosa realmente complicata essere una persona mixta:
un vero ordine religioso, ma anche un’entità sovrana, ma anche una
Ong su scala mondiale, etc... Ma la cosa interessante è che ogni
aspetto è complementare all’altro e, alla fine, il risultato è un’identità
caratteristica, completamente diversa da quella di ogni altra
organizzazione al mondo. Siamo come uno straordinario animale, di cui
ci si chiede quante teste e quante zampe abbia...».
- Qual è, allora, il segreto della vostra vitalità, come Ordine?
«Penso che il responsabile di tutto quanto sia lo Spirito Santo.
È lui che ci ha guidato e condotto fino a qui, attraverso gli
accadimenti della storia. Personalmente, sono spesso in giro per il
mondo e incontro moltissime persone. Ebbene, tutti costoro desiderano
parlarmi non perché io sia particolarmente simpatico, ma per ciò che
l’Ordine fa. Proprio oggi ho incontrato l’ambasciatore della
Bulgaria, che ci ha chiesto un maggior impegno nel suo Paese. La
stessa cosa è successa ieri con gli ambasciatori del Gabon e del
Cameroun. Ed è solo per fare qualche esempio. Ci stimano per il
nostro impegno, e ci rispettano anche perché siamo indipendenti, non
allineati politicamente né schierati religiosamente: assistiamo
chiunque, indipendentemente dalla sua fede religiosa».

Volontari alla Gmg del 2005 in Germania
(foto Jankowski).
- L’Ordine ha decine di attività e strutture sanitarie in tutto
il mondo. In che modo trova i finanziamenti necessari?
«Le fonti di finanziamento sono varie e differenti. Le spese dell’organizzazione
centrale, qui a Roma, sono quasi totalmente coperte dai ricavi che
derivano dal patrimonio dell’Ordine. In passato avevamo enormi
proprietà in tutta Europa. Oggi ne restano alcune qui in Italia. In
secondo luogo, ogni nuovo membro dell’Ordine contribuisce in maniera
significativa dal punto di vista economico: è quello che noi
chiamiamo passage money, la tassa del passaggio, perché in
origine era il contributo versato per il viaggio via mare verso
Gerusalemme. Ogni anno, poi, ogni membro versa una quota di
sottoscrizione. Inoltre, un gran numero di persone, non solo nostri
membri, fa delle offerte per sostenere le attività dell’Ordine.
Infine, riceviamo vari finanziamenti per le nostre attività o per
interventi di emergenza da organismi nazionali e sovranazionali, come
le Nazioni Unite o l’Unione Europea o l’Oms».

Un’unità mobile di pronto soccorso
nel Sud del Libano, gestita dai Cavalieri
di Malta insieme a un’organizzazione sciita
(foto A. Nusca).
- Oggigiorno si parla spesso di «scontro di civiltà» tra islam
e Occidente. L’Ordine ha una lunga storia di lotta contro gli
ottomani. Quali sono oggi i rapporti dell’Ordine con il mondo
islamico?
«In realtà, a mio parere, il famoso "scontro di
civiltà" non esiste. Semmai, esistono gruppi fondamentalisti
violenti che tentano di creare questo scontro. Per ciò che riguarda i
nostri rapporti con il mondo musulmano, invece, devo dire che sono
ottimi. Intanto, se si guardano i fondamenti etici del cristianesimo e
dell’islam, si vede che ci sono davvero tanti punti in comune.
Inoltre, noi abbiamo molte attività in Paesi a maggioranza musulmana.
Ad esempio, siamo in Libano, che è un Paese complesso dal punto di
vista religioso, con 18 diverse comunità di fede, di cui varie
cristiane. Noi operiamo in una cittadina del Sud del Paese dove,
insieme con un’organizzazione sciita, gestiamo una clinica e
facciamo pronto intervento tramite una serie di ambulanze che, sulle
fiancate, hanno le insegne sia della croce che della mezzaluna. E la
maggior parte dei pazienti della zona non sono cristiani».

L’intervento dell’Ordine in
Kenya.
- Quali sono oggi le relazioni tra l’Ordine di Malta e la Santa
Sede?
«C’è un rapporto molto stretto, indubbiamente. In quanto ordine
religioso, siamo soggetti alla Congregazione della vita consacrata,
che in qualche modo è responsabile della nostra condotta, in
particolare per ciò che riguarda i "professi" dell’Ordine.
Inoltre, siamo molto legati anche per ciò che riguarda le attività:
nei Paesi in cui operiamo, ad esempio, abbiamo stretti contatti con le
nunziature. E poi, ovviamente, in quanto membri di un ordine
religioso, prestiamo filiale obbedienza al Santo Padre. E occorre dire
che papa Benedetto XVI è membro dell’Ordine dei cavalieri di Malta
da molto tempo prima di diventare pontefice. Motivo per cui conosce
molto bene il nostro Ordine».
- Come si diventa membro dell’Ordine di Malta?
«Intanto bisogna essere presentati da due persone che siano già
membri. E poi bisogna cominciare a farsi coinvolgere all’interno
delle attività dell’Ordine, prima tra tutte il pellegrinaggio
annuale a Lourdes, che è il momento fondamentale di adesione al
nostro carisma e l’occasione in cui i membri da tutto il mondo si
ritrovano insieme, per pregare e assistere i malati. Dopo questo primo
passo, si entra in un periodo di formazione che dura un paio d’anni.
Soltanto alla fine di questo biennio di training, la domanda di
ammissione viene inviata qui a Roma per essere vagliata ed
eventualmente accolta. Dopodiché, chi lo desidera può fare due
ulteriori passaggi: formulare dei voti simili a quelli degli oblati
negli ordini monastici e, successivamente, diventare un
"professo", con l’obbligo dei tre voti tradizionali».

L’intervento dell’Ordine in Myanmar
(foto F. Schmidt).
- Quali sono le principali sfide per il futuro dell’Ordine?
«Innanzitutto, avere un numero di professi di età più giovane di
quella attuale, che è piuttosto elevata. Una seconda sfida è quella
di riuscire a creare una struttura qui a Roma per formare in maniera
adeguata i membri dell’Ordine: i professi per ciò che riguarda la
vita spirituale, tutti gli altri membri invece per ciò che riguarda l’ambito
di impegno in cui sono coinvolti: diplomatico, medico-sanitario, etc...
Questa di una formazione professionale elevata e all’altezza dei
tempi è davvero una sfida fondamentale per il nostro futuro».
Giovanni Ferrò e
Antonio Tarzia
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