EUROPA
Bosnia - SCUSE
PER MEDJUGORIE
L'arcivescovo
di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn si è scusato con
il vescovo di Mostar, monsignor Ratko Peric, che aveva
aspramente criticato una sua visita al controverso santuario mariano
di Medjugorje. Schönborn aveva visitato il santuario bosniaco tenendo
conferenze e messe pubbliche e, soprattutto, senza annunciare la sua
presenza al vescovo diocesano, monsignor Peric, com’è consuetudine.
Quest’ultimo lo aveva accusato di contribuire a dare credito a un
fenomeno non riconosciuto dalla Chiesa, che ha anzi condannato alcuni
dei suoi protagonisti. In un fax inviato da Roma dopo un incontro con
il Papa, Schönborn afferma di «rammaricarsi se il mio pellegrinaggio
a Medjugorje ha reso un disservizio alla pace».
ITALIA
Chiesa italiana e Mezzogiorno:
Federalismo in chiave "morotea"
Non
hanno dimenticato la questione meridionale. E a oltre vent’anni dal
testo Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno,
tornano a parlare di Sud. I vescovi italiani, dopo un’ampia
riflessione durata due anni, pubblicano il loro nuovo documento Per
un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno. Quasi lo stesso
titolo per dire, fin da subito e con chiarezza, che i presuli hanno
constatato «il perdurare del problema meridionale, anche se non nelle
medesime forme e proporzioni del passato» e per richiamare «alla
necessaria solidarietà nazionale, alla critica coraggiosa delle
deficienze, alla necessità di far crescere il senso civico di tutta
la popolazione, all’urgenza di superare le inadeguatezze presenti
nelle classi dirigenti».
Ai vescovi non piace la parola «federalismo». A essa aggiungono
sempre l’aggettivo «solidale» e auspicano che sia declinato «secondo
la sempre valida visione regionalistica di don Luigi Sturzo e
di Aldo Moro». Se il federalismo – aggiungono – «accentuasse
la distanza fra le diverse parti d’Italia», costituirebbe «una
sconfitta per tutti». Certo non nascondono che serve una presa di
coscienza e di responsabilità da parte del Mezzogiorno per diventare
soggetto del proprio sviluppo, ma insistono sulla necessità di
camminare uniti considerando anche «le molteplici potenzialità delle
regioni meridionali che hanno contribuito allo sviluppo del Nord e
che, soprattutto grazie ai giovani, rappresentano uno dei bacini più
promettenti per la crescita dell’intero Paese». Non si tratta di un’analisi
economica o di un generico invito alla carità. I vescovi hanno
stilato un documento esigente. Per i cristiani del Mezzogiorno, ma
anche per quelli del Nord, «gli uni al servizio degli altri».
La scomparsa di alcuni partiti, l’elezione diretta degli
amministratori, l’avvio di un processo di privatizzazione delle
imprese pubbliche, hanno determinato nuovi scenari. Anche il venir
meno della Cassa per il Mezzogiorno, cui i presuli riconoscono non
pochi aspetti positivi, ha cambiato radicalmente il Paese. La Chiesa
ha seguito con attenzione questi mutamenti: la modernizzazione, la
globalizzazione, il cambio di relazioni «tra istituzioni nazionali e
mercato». Ha osservato lo sviluppo bloccato del Sud e i germi di uno
sfaldamento del tessuto sociale e nazionale. Ha però anche assistito
alla crescita della partecipazione femminile, al sorgere di nuove
iniziative ed esperienze.
Un ampio capitolo del documento è dedicato alla «piaga profonda
della criminalità organizzata», così come non sfuggono ai vescovi i
problemi legati alla povertà e alla mancanza di lavoro. Il Progetto
Policoro, l’attenzione all’educazione, il nuovo protagonismo della
comunità ecclesiale invita però a sperare, contando sullo scambio
delle reciproche ricchezze tra Chiese del Sud e del Nord e su quel
patrimonio di fede che può ancora tenere unito il nostro Paese.
a.v.
AMERICA DEL NORD
Stati Uniti
- SIRINGHE CONTRO AIDS
Per
la prima volta negli Usa la Chiesa cattolica gestisce un programma di
distribuzione gratuita di siringhe, teso a diminuire la diffusione
dell’Aids. Il Project Safe Point è stato promosso dalla
Caritas diocesana di Albany (New York) e approvato da monsignor Howard
Hubbard, vescovo locale e presidente della Commissione Giustizia e
pace della Conferenza episcopale Usa. «Capisco che ci saranno
interrogativi, ma è una questione di buon senso», ha dichiarato suor
Maureen Joyce, prevenendo le obiezioni del mondo cattolico sul
metodo di riduzione del danno. I furgoni, con le siringhe nuove,
distribuiranno anche informazioni per la prevenzione dell’Hiv.
AMERICA LATINA
Una donna presidente in
Costa Rica:
e i vescovi insistono su vita e giustizia
Non
è stato necessario il ballottaggio a Laura Chinchilla, candidata
del Partito liberazione nazionale (Pln), una formazione
socialdemocratica spostatasi nell’ultimo ventennio su posizioni
neoliberiste, per diventare la prima donna a ricoprire la massima carica
dello Stato in Costa Rica. Nelle elezioni del 7 febbraio, infatti, la
vicepresidente della Repubblica ha ottenuto il 47 per cento dei voti
(per vincere al primo turno era sufficiente superare il 40),
distanziando Ottón Solis, leader del Partito azione civica (Pac),
di centrosinistra, che si è fermato al 25 per cento, e Otto Guevara,
dell’ultraliberale Movimento libertario (Mi), arrivato a un
lusinghiero 21, mentre nessuno degli altri sei candidati ha raggiunto il
4 per cento. Tuttavia Chinchillla non disporrà di una solida
maggioranza in Parlamento, perché il Pln ha conquistato solo 23 dei 57
seggi, perdendone due, anche se il più consistente ridimensionamento
del Pac (passato da 17 a 11) sposta a destra l’equilibrio politico
perché a rafforzarsi è stato il Mi, che ha raddoppiato il numero dei
propri deputati (10).
Clamoroso pure il successo del Partito accessibilità senza
esclusione, che difende i diritti dei portatori di handicap, il quale
conterà 4 rappresentanti contro l’unico di cui disponeva in
precedenza. Sei seggi ha conservato il Partito di unità social
cristiana, storica formazione travolta dagli scandali, che in ottobre
hanno portato il suo leader, l’ex presidente Rafael Calderón,
a essere condannato a cinque anni di carcere per peculato, mentre un
rappresentante ciascuno è andato ai due partiti evangelici Rinnovamento
costaricense e Restaurazione nazionale, nonché al Fronte ampio, di
sinistra.
Per quest’ultima formazione non è stato eletto padre Gerardo
Vargas, per 14 anni direttore della Pastorale sociale di Limon e da
sempre a fianco dei movimenti popolari. Il prete si era presentato
nonostante il suo vescovo, José Rafael Quirós, gli avesse
negato l’autorizzazione, non ritenendo si prospettasse la necessità
di «difesa dei diritti della Chiesa o promozione del bene comune»
richiesta dal canone 287 del Codice di diritto canonico. A sostegno
della sua candidatura si era invece espresso padre Ronal Vargas,
direttore della Pastorale sociale-Caritas di Tilaran, che a fine
novembre ha rinunciato al diploma di post-laurea conseguito in Dottrina
sociale della Chiesa alla Pontificia Università di Salamanca, in
Spagna, quando l’ateneo ha conferito il dottorato honoris causa al
presidente della Repubblica uscente, Oscar Arias, da lui stesso
denunciato alla magistratura per essersi impossessato illegalmente di
alcune terre demaniali.
Il verdetto delle urne conferma come due anni dopo il referendum sul
Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, approvato con un
risicato 51 per cento, i movimenti sociali che erano stati capaci di
promuovere una mobilitazione popolare senza precedenti contro il simbolo
delle politiche neoliberiste non siano stati in grado di offrire uno
sbocco elettorale all’insofferenza verso i partiti tradizionali. Il
Pac, in testa ai sondaggi nel 2008, è infatti rifluito su posizioni
sempre più moderate, finendo per confondersi col Pln, mentre la
sinistra non è riuscita a superare le proprie divisioni e presentarsi
come un’alternativa credibile.
Per orientare il voto, la Conferenza episcopale del Costa Rica aveva
proposto come criterio fondamentale di giudizio «la vita come asse
fondamentale del vero sviluppo», da declinare soprattutto in due
direzioni: da una parte, respingendo «la legalizzazione della morte
diretta di una creatura nel seno stesso della madre» e «leggi che
perseguono il riconoscimento legale delle unioni civili tra persone
dello stesso sesso, assegnando loro gli stessi diritti del matrimonio»;
dall’altra, denunciando «i modelli economici e sociali che esaltano
la smania per la ricchezza e l’atteggiamento predatorio nei confronti
della natura, al di sopra della vita delle persone, dei popoli e della
nostra sovranità».
Melvin Jimenez, vescovo della piccola Chiesa luterana
costaricense, aveva invece fatto da «testimone d’onore» dell’alleanza
tra Pac e due piccoli partiti di centrosinistra, e chiesto a tutti i
candidati di sostenere «le comunità in lotta per il diritto all’acqua
minacciato dalle grandi imprese nella costa caraibica, ai cittadini che
si oppongono allo sfruttamento minerario a Crucitas e agli indigeni che
da 15 anni attendono l’approvazione del Progetto di autonomia dei
popoli indigeni».
Mauro Castagnaro
AFRICA
Nigeria - NUOVI
SCONTRI
«Abbiamo
gridato ai quattro venti per convincere il mondo intero che non siamo una
nazione terrorista. Purtroppo, la recente crisi di Jos ha dimostrato
brutalmente la nostra ipocrisia e inettitudine. Come nazione, ancora una
volta, siamo stati colti di sorpresa e, di conseguenza, sono state perse
vite preziose». Non usano giri di parole i vescovi della Provincia
ecclesiastica di Ibadan, Nigeria, per denunciare le responsabilità dei
violenti scontri del 17 gennaio a Jos, che hanno provocato quasi 400
morti. Lo Stato di Plateau non è nuovo a queste violenze. Eppure, sino a
oggi, né le autorità politiche hanno saputo prevenirle, né quelle
religiose sono riuscite a influenzare positivamente le rispettive
comunità. Tuttavia, l’arcivescovo di Jos, Ignatius Ayau Kaigama,
tiene a precisare che «all’origine degli scontri odierni, come quelli
del 2008, vi sono i contrasti per il controllo politico della città».
ASIA
Israele:
le "Donne del Muro"
boicottate dagli ultraortodossi
«P enso
si sia trattato di un incontro a carattere intimidatorio». Anat
Hoffman non ha dubbi: il suo fermo da parte della polizia
israeliana all’inizio di gennaio, con tanto di rilevamento delle
impronte digitali, è stato un modo per minacciarla. La Hoffman è
stata convocata e redarguita per il suo doppio ruolo politico:
direttrice dell’Israel Religious Action Center, braccio
israeliano del movimento ebraico reform, e leader del gruppo Women
of the Wall, Anat ha subìto in prima persona un attacco, in via
indiretta, da parte degli integralisti ebrei ultraortodossi che, a
Gerusalemme ma non solo, cominciano a dettare legge e a imporre alla
restante parte della società israeliana la propria ideologia
estremista e dogmatica.
Il gruppo della Hoffman, Women of the Wall, ormai da oltre
20 anni conduce una strenua battaglia per permettere alle donne di
pregare ad alta voce, indossando il tallit e leggendo brani della
Torah nella sezione femminile del Muro occidentale, il luogo più
sacro dell’ebraismo. Abominio assoluto e grave minaccia per gli
ultraortodossi, che hanno sempre fatto la guerra all’associazione.
Il gruppo di donne, le cui componenti si riconoscono in tutte le
correnti dell’ebraismo, inclusa quella ortodossa, ha dovuto
intraprendere una lunga ed estenuante battaglia legale arrivata fino
alla Corte Suprema e il cui esito negativo le ha viste relegate al
Robinson Arch, un sito archeologico che non ha alcuna valenza sacra.
Alcune, coraggiosamente e quasi in sordina, ogni tanto si trovano la
mattina presto quando il muro è poco frequentato e riescono a leggere
la Torah. Accortezze che non sono servite a Nofrat Frenkel che,
lo scorso novembre, è stata arrestata perché colpevole di indossare
il tallit senza nasconderlo sotto l’impermeabile e di portare con
sé la Torah. La Frenkel, studentessa di medicina, ha rischiato di non
poter esercitare la professione medica nello Stato ebraico.
Il ruolo attivo delle forze di polizia contro Women of the Wall mostra
a che punto sia sbilanciato lo Stato ebraico a favore dei religiosi
ultraortodossi. Phyllis Chesler, femminista americana e
coautrice insieme a Rivka Haut del volume Women of the Wall,
claiming sacred ground on Judaism’s Holy site ricorda nel suo
blog Chesler Chronicles che la polizia israeliana è
intervenuta a infastidire le donne. Ma mai a proteggerle. Neanche
quando gli ultraortodossi, sia uomini che donne, hanno lanciato loro
escrementi, sedie o sassi , le hanno spintonate, minacciate,
aggredite, o insultate. Comportamenti dettati da una matrice di
pensiero misogina, come mostra il ragazzo che nel documentario Praying
in Her Own Voice (che ripercorre la storia del gruppo) paragona le
donne alle scimmie. Per la Chesler, gli atti del Governo israeliano
nei confronti delle donne religiose sono una vergogna. Anche molti
altri considerano la macchia di inchiostro sull’indice della Hoffman
come una macchia sullo Stato ebraico. La notizia ha provocato, in seno
alla diaspora ebraica statunitense, reazioni molto accese. «Il muro
è diventato un luogo sgradevole. È un posto dove regna l’estremismo»,
ha commentato Eric Yoffie, presidente della Union for Reform
Judaism alla rivista ebraica Forward, aggiungendo che il
movimento reform sta seriamente valutando azioni di protesta
nei confronti del Governo israeliano. A cominciare dall’appello
fatto ai propri fedeli, congiuntamente ai leader del movimento conservative,
a scrivere protestando agli ambasciatori israeliani. E denunciare il
controllo assoluto dei fanatici haredim che non riconoscono gli
altri ebrei e vogliono le donne al Muro invisibili e mute. Incluse le
soldatesse, cui è proibito di cantare l’inno nazionale.
Nubi all’orizzonte, quindi, anche tra gli ebrei di Israele e
quelli statunitensi, che sempre di più mal sopportano le derive
estremiste degli ultraortodossi e la connivenza dello Stato di Israele
nei loro confronti. L’interrogatorio della Hoffman è solo l’ultima
di una serie di azioni di forza da parte degli haredim, che
copiano sempre più il maschilismo estremo degli integralisti
islamici: bus segregati dove le donne devono sedersi dietro,
imposizione alle donne di coprire il capo, divieto di studiare, fino a
una serie di atti violenti come, la scorsa estate, la sparatoria in un
circolo gay di Tel Aviv.
Gianni Verdoliva
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