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ATTUALITÀ
- IL PAPA E I LEFEBVRIANI Il
Concilio in gioco
di Giovanni Miccoli
Sono
trascorsi tre anni dall’introduzione del motu proprio Summorum
Pontificum, con cui Benedetto XVI ha liberalizzato la possibilità
di celebrare l’Eucaristia secondo il messale preconciliare, in vista
di una riconciliazione con la Fraternità San Pio X. Ma qual è la vera
portata di una tale decisione? E quali i suoi risultati? In questo
articolo un autorevole storico della Chiesa, docente dell’Università
di Trieste, ci spiega che cosa hanno di mira i seguaci di monsignor
Lefebvre. E perché il rischio sia quello di minare l’autorità
apostolica del Vaticano II.
Il
14 settembre ricorrono i tre anni dall’entrata in vigore del motu
proprio di Benedetto XVI Summorum Pontificum, che era stato
pubblicato il 7 luglio 2007 insieme a una Lettera ai vescovi di
tutto il mondo che ne spiegava le ragioni e le finalità. La scadenza è
importante. Nella Lettera infatti Benedetto XVI aveva invitato i
vescovi a inviare alla Santa Sede, tre anni dopo l’entrata in vigore
del motu proprio, un resoconto delle «esperienze» seguite alla sua
decisione: una decisione che, fin dal suo annuncio, aveva suscitato
critiche, perplessità, timori e attese di diverso segno.
Non era la prima volta che un resoconto del genere veniva chiesto ai
vescovi. Nel 1980 infatti essi erano stati invitati a riferire sull’accoglienza
riservata dai fedeli al messale promulgato nel 1970 da Paolo VI in
sostituzione di quello del 1962, che comprendeva la Messa detta di San
Pio V. Dalle risposte era emerso che solo gruppi molto limitati di
sacerdoti e laici erano rimasti «ancorati» al rito antico.
Ciononostante Giovanni Paolo II, con la lettera Quattuor abhinc annos
dell’ottobre 1984, «nel desiderio di venire incontro a tali
gruppi», aveva ritenuto di offrire ai vescovi la possibilità di
usufruire di un indulto in base al quale concedere ai sacerdoti e ai
fedeli che lo richiedessero la facoltà di celebrare la Messa usando il
messale del 1962. Tra le condizioni previste si stabiliva che in ogni
caso doveva risultare «in tutta chiarezza» che tali gruppi non
condividevano la posizione di quanti «mettono in dubbio la legittimità
e l’esattezza dottrinale» del messale di Paolo VI.

La delegazione dei Lefebvriani incaricata
dei colloqui dottrinali con
la Santa Sede fa il suo ingresso nelle mura vaticane in occasione
di un incontro nell’ottobre 2009
(foto G. Borgia/AP/La
Presse).
Il motu proprio di Benedetto XVI stabilisce che a tale messale (che
restava l’espressione ordinaria della lex orandi della Chiesa
cattolica di rito latino) si affiancasse, come espressione straordinaria
della stessa lex orandi, il messale promulgato da Pio V all’indomani
del concilio di Trento, nell’edizione del 1962 promossa da Giovanni
XXIII. Diveniva perciò pienamente lecita la celebrazione della Messa
secondo tale messale, in abrogazione di tutti i limiti fino allora
operanti. Benedetto XVI aveva cura di precisare: non si tratta di «due
riti», ma «di un uso duplice dell’unico e medesimo rito». Non era
una decisione da poco. Come notava la Rivista liturgica, mai era
successo che «uno stesso rito fosse celebrato in due forme diverse».
Le
disposizioni operative cercavano di facilitare in ogni modo l’applicazione
di tale decisione. Si lasciava, tra l’altro, ai singoli sacerdoti
piena libertà nell’uso dell’uno o dell’altro messale nelle
celebrazioni della Messa sine populo, e si invitavano i parroci
ad accogliere «volentieri» le richieste presentate da gruppi di fedeli
per la celebrazione della Messa usando il messale del 1962. Il vescovo
era chiamato a intervenire esaudendo le richieste di questi fedeli nel
caso che il parroco non le avesse accolte. Veniva anche prevista l’erezione
di una «parrocchia personale» per tali celebrazioni. Il parroco
inoltre era autorizzato a usare il rituale antico anche nell’amministrazione
dei sacramenti «se questo consiglia il bene delle anime». E a questa
condizione anche gli Ordinari potevano celebrare il sacramento della
Confermazione secondo l’antico Pontificale Romano. La commissione
pontificia Ecclesia Dei, creata da Giovanni Paolo II nel 1988 per
facilitare il rientro nell’obbedienza romana dei dissidenti dallo
scisma di Lefebvre, era incaricata di vigilare «sull’osservanza e l’applicazione
di queste disposizioni».
Nella Summorum Pontificum, papa Benedetto XVI, quasi a
spiegare la genesi della sua decisione, aveva ricordato che «in talune
regioni non pochi fedeli» avevano continuato ad aderire con «amore e
affetto» alle antiche forme liturgiche, anche dopo la pubblicazione da
parte di Paolo VI dei libri liturgici riformati secondo le indicazioni
del Vaticano II; ciò che aveva sollecitato l’indulto emanato da
Giovanni Paolo II nel 1984 e rinnovato nel 1988.
Tali
richiami, ancora generici nel motu proprio, diventano più puntuali
nella Lettera ai vescovi. Il problema di monsignor Lefebvre e
della Fraternità San Pio X viene esplicitamente ricordato. La questione
della «riconciliazione interna nel seno della Chiesa» si profila così
come la ragione centrale della decisione assunta. Non a caso, osserva
Benedetto, guardando alle lacerazioni del passato si ha l’impressione
che da parte dei responsabili della Chiesa non sia stato fatto tutto il
possibile «per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità».
Da ciò l’«obbligo» di fare ogni sforzo per rendere «possibile» a
chi ha «veramente il desiderio dell’unità» di «restare in quest’unità
o di ritrovarla».

Monsignor Fellay benedice i fedeli a
Ecône (foto O. Maire/AP/La
Presse).
La liberalizzazione della Messa di San Pio V si situa chiaramente in
questa prospettiva. Da tempo in effetti i responsabili della Fraternità
avevano posto come condizione preliminare per l’avvio di un percorso
di riconciliazione con Roma il pieno ristabilimento nella Chiesa dei
diritti della Messa di San Pio V, liberalizzandone l’uso. Monsignor
Bernard Fellay, successore di Lefebvre alla testa della Fraternità, l’aveva
ripetuto a Benedetto XVI nell’udienza che questi gli aveva concesso a
Castel Gandolfo a pochi mesi dalla sua elezione.
Nell’assumere una tale decisione Benedetto XVI aveva avuto cura di
precisare due punti che intendevano evidentemente rispondere a timori e
critiche che si stavano diffondendo. Stabilire «due espressioni della lex
orandi della Chiesa» non porterà «in alcun modo a una divisione
nella lex credendi», in quanto si tratta di «due usi dell’unico
rito romano». Il timore che con tale decisione «venga intaccata l’autorità»
del Vaticano II e sia «messa in dubbio» la riforma liturgica «è
infondato».
Non
erano in realtà due punti che si potevano considerare scontati. Infatti
non erano pochi, su entrambi i versanti degli schieramenti, a pensare l’opposto.
La stessa lunga vicenda che aveva contrapposto Lefebvre a Roma attesta
che le cose erano e sono più complicate di quanto Benedetto XVI si
sforzasse di mostrare.
Radicale era stato il rifiuto da parte di Lefebvre della riforma
liturgica di Paolo VI. Per lui, essa era l’espressione di quella «Roma
di tendenza neomodernista e neoprotestante che si è manifestata
chiaramente nel concilio Vaticano II», come scrisse nella «professione
di fede» letta il 2 dicembre 1974 a Ecône ai professori e agli
studenti riuniti. Il suo giudizio sulla «nuova Messa» era stato senza
remissione, assumendo una portata che investiva in un’unica condanna i
modi di essere e le prospettive della Chiesa intera: «Non si può
modificare profondamente la lex orandi senza modificare la lex
credendi. A Messa nuova corrisponde catechismo nuovo, sacerdozio
nuovo, seminari nuovi, università nuove (...), tutte cose opposte all’ortodossia
e al magistero di sempre». Erano concetti che Lefebvre non si
stancherà di ripetere. Nel sermone pronunciato il 29 giugno 1976, in
occasione dell’ordinazione presbiterale compiuta malgrado il divieto
romano, egli ribadirà che il «nuovo rito della Messa» che si è
voluto imporre «esprime una nuova fede, una fede che non è la nostra,
una fede che non è la fede cattolica». La Messa infatti era stata protestantizzata:
scomparsa la nozione di sacrificio, sostituita dall’idea di agape,
di memoriale fraterno; stravolto il ruolo del sacerdote, divenuto il
presidente di un’assemblea; scomparso il senso del sacro, del mistero.

Messa secondo il rito preconciliare
(foto D. Giagnori/Eidon).
Per Lefebvre era il punto d’arrivo di un discorso che in realtà
era un discorso globale. Il rifiuto della «nuova Messa» riassumeva in
sé il rifiuto che da subito egli aveva espresso degli aspetti
innovativi del Concilio: la collegialità, la libertà religiosa, l’ecumenismo
e il dialogo con le altre religioni, l’apertura al mondo moderno. La
fedeltà alla Messa preconciliare diventava il simbolo più eloquente di
quel rifiuto.
Il
suo successore, scrivendone ai fedeli il 2 aprile 1999, a trent’anni
dall’emanazione del Novus Ordo Missae, non si esprimerà
diversamente: «Sono trent’anni di vuoto. Un vuoto che ha fatto il
vuoto (...). Non vi è dubbio che la causa principale della crisi
spaventosa che attraversa la Chiesa dipende dalla perdita dello spirito
di fede e dello spirito di sacrificio, provocati entrambi dalla nuova
Messa». E in un’intervista a Le Figaro (23 marzo 2001), aveva
parlato della «Messa tridentina» e della «Messa di Paolo VI» come di
«due mondi differenti». Anche per lui come per Lefebvre, il Vaticano
II aveva provocato conseguenze «disastrose», riducendo la Chiesa a un
ammasso di rovine.
Formulando quei giudizi, Lefebvre era in buona compagnia. Non la
pensavano diversamente cardinali di Curia come Ottaviani e Bacci, né
importanti cardinali residenziali come Siri, pur non intendendo seguirlo
nei suoi aperti atti di rottura. Senza arrivare a giudizi così
radicali, non erano mancate altre voci che avevano espresso critiche e
manifestato perplessità nei confronti delle riforme liturgiche quali
erano venute configurandosi nel post-concilio. Il cardinale Ratzinger,
sia nel Rapporto sulla fede, sia nella sua Autobiografia,
era stato esplicito al riguardo. Non a caso, nella Lettera ai
vescovi di tutto il mondo, il desiderio di molti di mantenere le forme
antiche della liturgia è collegato alle deformazioni «fino al limite
del sopportabile» che vi erano state introdotte.
Alle
forzature con cui Lefebvre e i suoi seguaci avevano contrapposto e
contrapponevano la Messa di Paolo VI a quella di San Pio V, il motu
proprio di Benedetto XVI risponde rimuovendo il problema: la loro
compresenza nel rito romano non porterà alcuna divisione nella lex
credendi. È un’affermazione coerente a una lettura del Vaticano
II che «porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa». Nelle
preghiere proposte nei due messali non mancano peraltro vistose
differenze, in particolare per i rapporti con le altre Chiese cristiane
e le altre religioni, con evidenti ricadute negli atteggiamenti e nei
rapporti ecumenici. È quanto è stato rilevato subito per la preghiera
del Venerdì santo riguardante gli ebrei, ma lo stesso discorso vale per
gli «eretici e scismatici», per i quali, nel messale di San Pio V, si
chiede a Dio di strapparli dai loro errori, guardando con misericordia «alle
loro anime ingannate da diabolica frode» («diabolica fraude
deceptas»), ricorrendo cioè a termini e giudizi ben lontani dalla
lettera e dallo spirito del Vaticano II.

Suore tradizionaliste
(foto O. Maire/AP/La
Presse)
D’altra parte, era proprio quell’insieme di giudizi e persuasioni
che dava profondità e spessore alla ribellione di Lefebvre, così come
dà consistenza e identità alla Fraternità San Pio X, nella volontà
di continuare quella «Chiesa di sempre» alla quale anche Roma,
rinunciando alla «Chiesa conciliare», dovrà prima o poi ritornare.
Questa attesa e questa prospettiva spiegano perché Lefebvre, nonostante
la durezza dei suoi giudizi, abbia continuato a cercare una qualche
forma di composizione con le autorità romane, nel tentativo, si
direbbe, di poter operare dall’interno, di guadagnarsi uno spazio per
un’azione più incisiva nella Chiesa. Esprime efficacemente questo
tentativo la formula con cui Lefebvre si rivolgerà a Paolo VI nel corso
dell’udienza concessagli l’11 settembre 1976 a Castel Gandolfo: «Ci
lasci fare, Santità, l’esperienza della Tradizione. Che ci sia, in
mezzo a tutte le esperienze attuali, l’esperienza di ciò che è stato
fatto per venti secoli».
Paolo VI aveva risposto un mese dopo con una lettera di 18 pagine in
latino che confutava punto per punto i giudizi e le tesi di Lefebvre,
metteva in luce la sua errata idea di tradizione, gli rinfacciava la
pretesa di volersi erigere lui, singolo vescovo, a giudice del Concilio,
dell’intero collegio episcopale e del Papa, e soprattutto gli spiegava
perché la sua richiesta, in apparenza così minimale, di «poter fare l’esperienza
della tradizione», con l’autorizzazione perciò a non adottare il
nuovo Ordo missae conservando invece la Messa di San Pio V, non
poteva essere accettata: il farlo avrebbe significato in realtà
avallare implicitamente i suoi giudizi sul Concilio e sulle riforme del
post-concilio.
Paolo
VI in effetti coglie l’intenzione profonda di Lefebvre di far entrare
a pieno diritto nella Chiesa le sue idee sul Concilio attraverso il
ripristino della liturgia antica: rifiutando tale richiesta ne smaschera
nello stesso tempo la portata. Egli l’aveva già detto al suo amico
Jean Guitton che, sensibile agli argomenti di Lefebvre, gli aveva
suggerito di autorizzare l’uso del messale di San Pio V in Francia: «Questo
mai (...). Questa Messa detta di San Pio V, come la si vede a Ecône,
diventa il simbolo della condanna del Concilio. E io non accetterò mai
che si condanni il Concilio con un simbolo. Se venisse ammessa questa
eccezione, il Concilio ne sarebbe intaccato. E di conseguenza l’autorità
apostolica del Concilio».
Il modo di vedere di Paolo VI non è stato quello di Giovanni Paolo
II, né è quello di Benedetto XVI. Non pare tuttavia che la Fraternità
abbia abbandonato le idee del suo fondatore sul Concilio e sul
significato che la fedeltà alla Messa di San Pio V assume in tale
contesto. Sta qui mi pare un nodo di fondo che il motu proprio e la Lettera
che l’ha accompagnato hanno reso evidente.
Giovanni Miccoli

Benedetto XVI con monsignor Fellay nel
2005 (foto CPP/OR/Ciric).
Lefebvriani, il dossier che
tiene sveglio
il Papa
«La
storia con i lefebvriani – lo so da colloqui personali – gli
toglie il sonno». Wolfang Beinert, ex studente di teologia di
Joseph Ratzinger, ha sorpreso tutti, alcuni mesi fa, con questa
rivelazione. La Chiesa cattolica era nel pieno dello scandalo
pedofilia, che pure non ha risparmiato cattive notizie a
Benedetto XVI, ma il lento rientro dello scisma tradizionalista
è rimasto, secondo il suo confidente, un rovello da togliere il
sonno a Joseph Ratzinger. «Il Papa forse non ha valutato
correttamente il rapporto tra costi e benefici», secondo
Beinert. Laddove il beneficio è l’unità dei cattolici e per
costi bisogna intendere gli strappi, le polemiche, le resistenze
che Benedetto XVI ha incontrato sulla strada intrapresa, tre
anni fa, con la promulgazione di Summorum Pontificum, il
motu proprio che ha liberalizzato il messale pre-conciliare e
che doveva, nelle intenzioni della Santa Sede, spianare la
strada a un pieno reintegro dei seguaci di monsignor Lefebvre
nell’alveo della Chiesa cattolica.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma il nodo
della vicenda è rimasto irrisolto. Anzi, si è intrecciato
ancora di più. Ma, dopo un periodo di polemiche aperte all’interno
e all’esterno della Chiesa per la revoca della scomunica ai
quattro vescovi della Fraternità sacerdotale San Pio X, nel
gennaio 2009, la vicenda lefebvriana – e le frizioni connesse
– sono entrate in una fase carsica.

Foto
E. De Meo/CPP/Ciric.
I colloqui dottrinali iniziati a ottobre 2009 tra la
Pontificia commissione Ecclesia Dei, guidata da monsignor Guido
Pozzo (nella foto), e una delegazione dei lefebvriani,
dovevano portare a un chiarimento sul Concilio Vaticano II. La
quadratura del cerchio è ardua. «Non ci sono grandi passi
avanti, né grandi prospettive», commentano ora in Vaticano. I
quattro vescovi lefebvriani, del resto, non hanno usato parole
tenere nel corso del tempo: il Concilio, ha detto Tissier de
Mallerais, va «cancellato». Per Williamson, si tratta di una «torta
avvelenata» da buttare nella «pattumiera».
Espressioni che Benedetto XVI non sottoscriverebbe mai.
Certo, Ratzinger ha tenuto a distinguere tra una «ermeneutica
della discontinuità e della rottura» e una «ermeneutica della
riforma», sottolineando come il Vaticano II vada interpretato
in linea con la secolare storia della Chiesa. Al tema ha deciso
di dedicare anche il prossimo incontro dei suoi ex allievi, quel
Ratzinger Schuelerkreis che, con riunioni a porte chiuse
a Castel Gandolfo sul finire dell’estate, rappresenta una
sorta di pensatoio del Papa. Le idee di Ratzinger, del resto,
sono ormai un leit motiv della Santa Sede. Monsignor
Pozzo, per esempio, ha denunciato di recente il fatto che «dall’ideologia
para-conciliare, diffusa soprattutto dai gruppi
intellettualistici cattolici neomodernisti e dai centri
massmediatici del potere mondano secolaristico, il termine
"aggiornamento" venne inteso e proposto come il
rovesciamento della Chiesa di fronte al mondo moderno: dall’antagonismo
alla recettività». La divergenza con i lefebvriani è tuttavia
sensibile, se non inconciliabile. Tanto che proprio dal quartier
generale degli scismatici è partita la bocciatura dell’incontro
degli allievi di Ratzinger, definito uno sforzo «superfluo»
perché il Concilio non può essere la «bussola» per il
cristianesimo del nostro tempo.
La battaglia è aperta e non esclude i colpi bassi. A giugno
scorso, per il secondo anno consecutivo, i lefebvriani hanno
ordinato nuovi sacerdoti nonostante il divieto Vaticano.
Monsignor Fellay, da parte sua, ha approfittato di alcune
immagini che ritraevano il Papa che diceva messa "spalle al
popolo" per affermare che Benedetto XVI adotta il messale
antico. Netta la smentita vaticana: «Il Papa celebra secondo il
rito ordinario in italiano o, a volte, in latino», ha ribattuto
il portavoce Federico Lombardi. «Non mi consta che abbia mai
celebrato col rito straordinario». L’orientamento verso l’altare?
«Dipende dalla disposizione della cappella in cui celebra».
Dopo tre anni dall’entrata in vigore del motu proprio,
intanto, alcune conferenze episcopali stanno compilando le
osservazioni che il Papa aveva chiesto loro per verificare le
eventuali «difficoltà» della sua applicazione. Anche nei
Sacri palazzi, poi, non tutto fila liscio. La Libreria editrice
vaticana ha mandato alle stampe a febbraio una nuova edizione
del messale antico che – contrariamente a quanto disposto dal
Papa – contiene una preghiera intitolata Per la conversione
degli ebrei (Oratio pro conversione iudaeorum). «Come
e perché la riedizione della preghiera del venerdì santo
appare senza una correzione del problematico titolo?», si è
domandato il Jerusalem Post.
Iacopo Scaramuzzi |
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